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Nuovo RAID Review: "La guerra cognitiva è morta! Viva la guerra cognitiva! Ambiguità, attribuzione e conflitto cognitivo nell’età dell’accelerazione"

8 ore fa
Tempo di lettura: 18 min


Ora, io non sono Umberto Eco e non voglio farti una lezione di semantica applicata all’informazione, ma mi pare evidente che la parola “disperato” è gonfia di valori polemici. Se poi me lo unisci alla parola “disoccupato”, “disperato disoccupato”, beh, allora ci troviamo di fronte a una vera e propria provocazione. Compiuta la quale, tu prendi questo pover’uomo di lettore e gli sbatti in faccia cinque orfani e un cadavere carbonizzato. No, dico, cosa vogliamo farne di questo pover’uomo di lettore, un nevrotico? Gli ha forse dato fuoco lui? Vogliamo vedere di rifare insieme questo titolo?

(Gian Maria Volonté – Sbatti il mostro in prima pagina, 1972)

 


 

Quando tutto è guerra, nulla è più guerra


Da alcuni anni la guerra cognitiva, la guerra ibrida e la guerra economica hanno progressivamente occupato una porzione sempre più vasta del lessico con cui istituzioni, analisti, centri studi, decisori e giornalisti cercano di interpretare una competizione strategica che effettivamente non si lascia più confinare entro le tradizionali cesure tra pace e conflitto, civile e militare, interno ed esterno, coercizione e persuasione. Sarebbe ingenuo continuare a pensare la guerra soltanto là dove compaiono uniformi, armi e territorio, mentre infrastrutture finanziarie, reti informative, piattaforme digitali, norme, supply chain, sistemi di pagamento, identità collettive, opinione pubblica, tecnologie emergenti e dipendenze industriali assumono ormai un valore strategico crescente; proprio questa estensione del campo di osservazione, tuttavia, ha prodotto una conseguenza meno virtuosa, perché una parte della letteratura contemporanea, soprattutto quella collocata nella vasta area intermedia tra divulgazione specialistica, policy analysis, giornalismo e produzione para-accademica, tende a trasformare troppo rapidamente l’attualità in teoria e la compresenza di più domini in una prova sufficiente dell’esistenza di una guerra, mentre la storia insegna che non saper (o non voler) distinguere tra “attrito”, “competizione” e “guerra” può essere una leva verso i conflitti propriamente detti con tutte le catastrofiche conseguenze che ne possono seguire.

Il problema non riguarda soltanto l’abuso terminologico, ma il modo in cui una categoria teorica finisce per perdere la propria funzione. Quando un concetto ingloba qualsiasi attività capace di produrre effetti competitivi, smette lentamente di discriminare e diventa soprattutto un linguaggio. Se ogni sanzione viene ricondotta alla economic warfare, ogni pressione normativa al lawfare, ogni interferenza comunicativa alla cognitive warfare, ogni relazione asimmetrica alla weaponized interdependence e ogni sovrapposizione tra strumenti civili e militari alla guerra ibrida, il risultato è una rappresentazione del sistema internazionale nella quale quasi tutto assume il carattere della guerra e, proprio per questo, la guerra diventa più difficile da riconoscere (e più semplice da “propagandare”). Il lessico acquista forza retorica, ma perde precisione: la categoria appare più potente perché spiega un numero crescente di eventi, mentre in realtà si limita a raccoglierli sotto una stessa etichetta; il che, a ben vedere, si innesta ampiamente in una tendenza comunicativa attuale: da una parte semplificare la complessità per i meno avvezzi, dall’altra proporre le stesse “soluzioni semplici” a problemi complessi, ma infarcendole di termini per convincere i “più avvezzi” (che non sono comunque “gli esperti di settore”).

Questa tendenza è particolarmente evidente nella letteratura sulla guerra ibrida, dove la nozione di grey zone viene talvolta utilizzata quasi come una scorciatoia classificatoria. La dottrina NATO insiste da tempo sulla presenza di attività condotte al di sotto delle soglie convenzionali, sulla combinazione tra strumenti militari e non militari, sull’ambiguità, sulla negabilità e sulla difficoltà di attribuzione, tutti elementi che rendono il problema più complesso, non più semplice (e, a onor del vero, va detto che con tale “semplificazione” sono spesso veicolate le stesse fonti militari, che tendono nella realtà dei documenti a rendere invece l’immagine della complessità reale). Se l’azione resta sotto soglia, il nodo analitico consiste precisamente nello stabilire se ci si trovi di fronte a una sequenza di eventi scollegati, a una normale competizione fra interessi, a un comportamento opportunistico oppure a una campagna coordinata che utilizza strumenti differenti per produrre un effetto cumulativo. L’ambiguità, in questa prospettiva, non assolve dall’obbligo della prova e non può diventare essa stessa prova dell’operazione.




L’attribuzione non è una narrativa


È invece abbastanza frequente imbattersi in ragionamenti che assumono la forma opposta: l’impossibilità di attribuire con certezza un evento viene letta come caratteristica tipica dell’azione ibrida, l’assenza di una catena di comando evidente diventa indice di sofisticazione, l’opacità del comportamento finisce per rafforzare l’ipotesi di un disegno nascosto: nel frattempo, però, le attribuzioni mancano; facciamo un esempio “reale”: prendo una mappa dell’Europa, metto in essa dei puntini che rappresentano un centinaio di incidenti e sabotaggi, ne coloro 15 di giallo dicendo “questi sono attribuiti dalle autorità con certezza all’attore X”, sui restanti 85 scrivo “probabilmente attribuibile all’attore X” e titolo l’infografica “Attacchi dell’attore X negli ultimi 4 anni”: è piuttosto evidente che il framing qui può essere una becera tecnica giornalistica, ma decisamente non può assurgere a qualsivoglia dignità analitica. In questo modo la teoria, la definizione, l’eventuale “dottrina”, nonché l’afflato di “oggettività”, tendono a proteggersi da ciò che dovrebbe invece mettere alla prova, perché anche il vuoto informativo viene incorporato nella spiegazione. Si crea così un modello difficilmente falsificabile, nel quale qualunque evidenza può essere ricondotta all’ipotesi iniziale e perfino l’assenza di evidenze rischia di essere interpretata come un segno della capacità dell’avversario di restare invisibile.

Una parte della letteratura sulla guerra economica mostra lo stesso riflesso: il ritorno dell’economia al centro della riflessione sulla potenza era necessario e, sotto molti aspetti, tardivo; sanzioni, controlli all’export, infrastrutture finanziarie, standard, materie prime critiche, supply chain, pagamenti, investimenti e tecnologie non possono essere considerati soltanto attraverso categorie commerciali o industriali, perché dispongono di un valore strategico che gli Stati hanno sempre più interesse a utilizzare. La semplice presenza di un effetto geopolitico, tuttavia, non basta a trasformare ogni misura economica in arma. Una politica industriale può produrre un vantaggio nazionale senza essere stata costruita per colpire un avversario, così come una regolamentazione può danneggiare un concorrente come effetto collaterale, pur essendo strutturata originariamente per proteggere i consumatori, o anche, diremmo, una relazione commerciale asimmetrica può generare vulnerabilità senza essere stata progettata come strumento coercitivo.

La confusione nasce spesso dal fatto che effetto e intenzione vengono letti insieme, quasi che il primo costituisca automaticamente la prova della seconda, e questo è estremamente errato e può indurre valutazioni fuorvianti e decisioni pessime (immaginate di essere tamponati a uno stop, con i bambini in macchina, ed essere certi, senza dati, che l’anziana 75enne alla guida dietro di voi lo abbia fatto di proposito: la vostra reazione sarebbe la stessa rispetto al considerare il tamponamento frutto di una sua accidentale distrazione?). Se una decisione favorisce un attore e ne danneggia un altro, si tende a ricostruire ex post una razionalità strategica perfettamente coerente, attribuendo agli Stati un grado di pianificazione, coerenza e lungimiranza che nella realtà raramente possiedono (anche laddove si parli di stati autoritari: da oltre un secolo chi ha un minimo di dimestichezza con la sociologia – per dire, quella di Roberto Michels circa le élite e la relazione col potere autoritario, come di altri realisti – sa perfettamente che non esiste, non è mai esistito, e mai esisterà uno stato con un singolo decisore al comando). Mercati, burocrazie, istituzioni e processi politici producono continuamente effetti inattesi, e una parte non trascurabile di ciò che viene interpretato come strategia è talvolta il risultato di adattamenti successivi a conseguenze non previste in origine. Per questo una categoria come economic warfare dovrebbe essere usata con maggiore parsimonia, distinguendo in modo netto la normale politica economica dalla competizione strategica e, ancora, dalla coercizione deliberata.

La stessa cautela vale per il lawfare, divenuto negli ultimi anni un termine estremamente elastico. Se ogni impiego offensivo o competitivo del diritto, delle norme o delle istituzioni giuridiche viene automaticamente qualificato come lawfare, la categoria finisce per comprendere una parte crescente della regolazione internazionale e nazionale. Una misura giuridica può certamente essere integrata dentro una strategia ostile, ma la sua natura non è contenuta nello strumento in sé: dipende dalla relazione tra l’atto, il target, il comportamento che si vuole modificare e il contesto strategico nel quale l’atto viene inserito. Senza questa relazione si finisce per trattare come guerra anche ciò che rimane semplicemente regolazione, per quanto scomoda o economicamente aggressiva.




Dall’influenza alla guerra cognitiva


Nella guerra cognitiva questa tendenza alla dilatazione diventa ancora più evidente, perché l’oggetto stesso del conflitto viene spesso indicato in una formula tanto suggestiva quanto vaga: la mente, i suoi processi e qui aggiungeremmo anche le emozioni (che spesso pesano più della razionalità nei processi decisionali). Se però si considera sufficiente qualsiasi attività capace di incidere su percezioni, emozioni, identità o comportamenti, la categoria diventa tanto ampia da sovrapporsi a una parte consistente della vita sociale. La comunicazione politica, la pubblicità, il giornalismo, la cultura, la religione, la socializzazione di gruppo e i processi educativi modificano continuamente priorità, preferenze e rappresentazioni: sarebbe privo di senso (diremmo anzi: è piuttosto comico) includerli tutti nello stesso continuum solo perché producono conseguenze cognitive.

Per questo la soglia che separa influenza ordinaria e operazione cognitiva non può essere cercata soltanto nella presenza di un effetto sulla mente. Deve essere costruita attraverso una combinazione di intenzionalità strategica, persistenza, targeting, coordinamento e relazione con un comportamento desiderato, sapendo che nessuno di questi elementi, preso isolatamente, consente di risolvere automaticamente il problema (spoiler: così facendo, il 95% della letteratura nostrana di “centri studi” su attribuzioni di guerra cognitiva crollerebbe come un castello di carta, e questo non perché non esistano azioni di guerra cognitiva, anzi, la fanno tutti, ma proprio perché privi di reali basi teoretiche – diremmo anche di intelligence come disciplina – nel momento in cui costruiscono fantasiose attribuzioni non comprovate). Una campagna politica può essere fortemente targetizzata senza costituire guerra cognitiva, una piattaforma può produrre effetti persistenti sulla percezione senza perseguire un obiettivo geopolitico (ancorché lo persegua in termini di mercato e monetizzazione, nonché di effetti sociali, come ampiamente dimostrato dall’ultima causa contro META), un attore statale può tentare un’operazione senza riuscire a generare alcun effetto significativo. L’analisi dovrebbe quindi evitare di lavorare per analogia superficiale e interrogarsi invece sul nesso tra attore, intervento, ambiente cognitivo e risultato.

È proprio su questo terreno che la letteratura più giornalistica tende a semplificare eccessivamente, perché assume spesso che gli effetti osservati provengano da un soggetto statale o un proxy, mentre una parte enorme della manipolazione contemporanea nasce da incentivi molto più ordinari. L’ecosistema digitale produce falsità, polarizzazione e contenuti emotivamente saturi anche in assenza di una regia geopolitica, perché l’attenzione è una merce e la falsità, quando genera attenzione, possiede un valore economico. Le fake news si sono diffuse anche perché possono essere monetizzate; clickbait, false raccolte fondi, phishing, impersonation, truffe finanziarie e contenuti estremi sfruttano bias, urgenza, paura, appartenenza e fiducia non per produrre un vantaggio strategico, ma per trasformare credulità e visibilità in denaro.

La somiglianza tra le tecniche, tuttavia, può essere notevole: un contenuto costruito per ottenere traffico può radicalizzare una comunità, una truffa può utilizzare leve psicologiche sofisticate, una piattaforma può amplificare materiale polarizzante perché quel materiale trattiene l’utente più a lungo e incrementa i ricavi pubblicitari. Gli effetti prodotti possono risultare compatibili con quelli ricercati da un’operazione di influenza, ma la compatibilità dell’effetto non costituisce una prova dell’intenzione.




L’avversario non deve creare il caos: gli basta abitarlo


Ed è precisamente qui che si apre uno dei problemi più interessanti: un ambiente sociale (in quanto CAS – complex adaptive system) può produrre spontaneamente gli stessi risultati che un attore ostile avrebbe interesse a generare deliberatamente (può cioè spontaneamente creare un comportamento emergente).

La guerra cognitiva contemporanea può quindi assumere una forma parassitaria, perché non ha bisogno di creare ex novo tutte le vulnerabilità sulle quali interviene. Può innestarsi su fratture già esistenti, su narrative nate organicamente, su contenuti prodotti per guadagno, su paure autentiche, su controversie politiche reali o su dinamiche algoritmiche già in corso. In molti casi l’attore strategico non origina il fenomeno, ma lo riconosce, lo seleziona, ne aumenta la portata e lo orienta. Questa distinzione è essenziale, perché impedisce di attribuire a un avversario la genesi di processi che la società target ha prodotto autonomamente, pur riconoscendo il momento in cui quegli stessi processi vengono sfruttati con finalità strategica.

La contrapposizione tra spontaneo (inteso, per altro, anche come “comportamento emergente” così come definito nei sistemi complessi) e pianificato, da questo punto di vista, appare troppo rigida. Una narrativa può nascere all’interno di una comunità, trovare successivamente una forma di monetizzazione, essere adottata da gruppi politici, amplificata dalle piattaforme e, in un momento successivo, diventare utile a un attore statale straniero che ne riconosce il potenziale. In casi simili la domanda su chi abbia “creato” la narrativa può essere meno utile di una ricostruzione temporale capace di capire quando sia comparso un intervento intenzionale, con quali mezzi e con quale capacità di modificarne traiettoria, velocità e target.




La guerra della velocità


La velocità, del resto, è una variabile che la letteratura strategica classica tende ancora a trattare con insufficiente attenzione. L’intelligenza artificiale generativa ha compresso in modo radicale i tempi della produzione informativa, rendendo possibile ciò che pochi anni fa avrebbe richiesto strutture più grandi, più personale e tempi molto più lunghi. Oggi un singolo sistema può produrre rapidamente migliaia di varianti linguistiche, immagini, video, commenti artificiali, contenuti pseudo-giornalistici e narrative differenziate per gruppi molto piccoli di destinatari. La vera novità non risiede soltanto nell’aumento della scala, ma nella possibilità di modificare una campagna quasi in tempo reale, osservando quali contenuti funzionano, adattandoli e rilanciandoli prima che le istituzioni abbiano completato il proprio ciclo di verifica (meccanismi questi, per altro, già in passato usato da un media internazionale e da un movimento come QAnon).

Questa differenza temporale produce una vulnerabilità specifica. L’attore offensivo può osservare una frattura, generare rapidamente una narrativa, verificarne la capacità di diffusione e correggerla; una struttura istituzionale responsabile (in teoria anche un sedicente esperto, un sedicente analista o un sedicente giornalista) deve invece raccogliere informazioni, validarle, confrontarle, attribuire livelli di confidenza, coordinare eventuali risposte e comunicare senza compromettere la propria credibilità. La lentezza, in questo caso, non deriva necessariamente da inefficienza, ma dal fatto che l’istituzione opera sotto vincoli di accuratezza, responsabilità e controllo che il presunto attore ostile non possiede. Il risultato è un’asimmetria temporale che rischia di diventare più importante della semplice superiorità quantitativa delle informazioni.

L’IA generativa modifica anche la struttura delle audience, perché rende economicamente sostenibile una propaganda estremamente segmentata, nella quale gruppi diversi possono ricevere messaggi persino contraddittori senza che l’attore debba preoccuparsi troppo della coerenza generale. Una comunicazione di massa tradizionale tendeva a costruire un racconto abbastanza stabile, mentre un sistema generativo può alimentare contemporaneamente narrative incompatibili, purché ognuna rafforzi le predisposizioni o convinzioni del segmento a cui è destinata. In questo modo l’obiettivo non deve necessariamente consistere nel convincere tutti della stessa cosa, e può essere sufficiente aumentare la distanza cognitiva fra comunità differenti fino a rendere sempre più difficile la condivisione di un piano comune di verifica.

Questo aspetto rende insufficiente una difesa costruita esclusivamente sul fact checking. Quando una falsità viene smentita, il ciclo informativo potrebbe essersi già spostato altrove, e quando un deepfake viene certificato come falso, il contenuto può aver già raggiunto il proprio effetto emotivo. La risposta deve quindi acquisire una capacità di osservazione più dinamica, orientata non soltanto al contenuto, ma ai pattern di diffusione, alla velocità, alla sincronizzazione, alle mutazioni lessicali, alle anomalie nelle reti e alle improvvise convergenze tra ecosistemi che normalmente non interagiscono.

Questa parte operativa viene spesso trascurata, come se la critica alle categorie fosse sufficiente a risolvere anche il problema della difesa. Non lo è. Una volta riconosciuto che la grey zone è davvero grigia e che l’attribuzione può restare incerta, un analista o un decisore devono comunque decidere come comportarsi senza attendere una chiarezza che potrebbe arrivare troppo tardi. In questo senso la prima distinzione utile riguarda la separazione tra rilevazione, attribuzione e risposta, che non devono necessariamente maturare nello stesso momento. È possibile identificare una dinamica anomala e mitigare alcuni suoi effetti prima di sapere con certezza chi l’abbia generata, purché la risposta iniziale resti proporzionata, reversibile e non dipenda da un’attribuzione politica non ancora consolidata.




Operare nell’incertezza


Una capacità seria nella grey zone dovrebbe quindi lavorare soprattutto sulle dinamiche. L’interesse operativo non risiede soltanto nel contenuto ostile, ma nella comparsa di network coordinati, nella crescita anomala di account nuovi, nella capacità di replicare quasi simultaneamente uno stesso frame in più lingue, nei salti improvvisi di volume, nell’utilizzo sincronizzato di asset informativi che in precedenza non mostravano relazioni. Indicatori di questo genere non risolvono il problema dell’attribuzione, ma consentono di riconoscere più rapidamente l’esistenza di un comportamento strutturato (che comunque potrebbe essere ancora una volta emergente dal basso, e non pianificato).

L’analisi dovrebbe poi mantenere aperte più ipotesi abbastanza a lungo da evitare che la cornice geopolitica dominante selezioni a priori le evidenze compatibili. Una narrativa ostile può essere prodotta da un attore straniero, da soggetti politici domestici, da un gruppo criminale, da operatori commerciali o dalla sovrapposizione di più incentivi (le teorie del complotto sono state ampiamente monetizzate ben prima del COVID); può persino emergere senza una regia, per poi essere sfruttata successivamente. Le diverse ipotesi dovrebbero essere valutate sulla base di indicatori realmente discriminanti e non del semplice fatto che una determinata spiegazione “sembri coerente” con gli interessi di un avversario.

Anche l’attribuzione andrebbe costruita per livelli: collegare un contenuto a una rete di account, quella rete a un’organizzazione, l’organizzazione a un apparato statale e l’apparato a un mandato politico sono passaggi distinti, con livelli di evidenza differenti (per esempio: mettere sullo stesso piano delle bot farm e dei milblogger è spesso un errore). Molta comunicazione pubblica tende invece a collassarli perché l’esigenza di fornire una risposta chiara spinge verso una certezza narrativa superiore alla certezza disponibile. In un contesto di grey zone, questa pressione dovrebbe essere gestita esplicitamente, perché una attribuzione fragile può diventare a sua volta una vulnerabilità cognitiva se viene successivamente smentita.




Quando la difesa cognitiva diventa ortodossia


La politica interna rende il problema ancora più delicato: le campagne elettorali contemporanee utilizzano segmentazione, framing, selezione delle informazioni, emotional appeal, microtargeting e costruzione identitaria, e una definizione troppo larga della cognitive warfare finirebbe inevitabilmente per includere una parte molto ampia della “normale” (sic!) competizione democratica. Ciò non significa che gli attori domestici non possano condurre operazioni cognitive, perché possono certamente utilizzare reti inautentiche, creare identità false, alterare artificialmente la percezione del consenso, diffondere contenuti contraffatti o coordinare campagne deliberatamente ingannevoli (tutte cose oggi tristemente ovvie nelle competizioni elettorali occidentali). La difficoltà consiste nel costruire una soglia che separi la persuasione politica aggressiva da una operazione ostile senza trasformare la sicurezza cognitiva in uno strumento di ortodossia (o censura che dir si voglia, come già ampiamente sottinteso anni fa da persone come Domenico De Masi e non solo).

Questo rischio merita una particolare attenzione, perché una democrazia può difendersi dalla manipolazione in modo tale da restringere progressivamente lo spazio del dissenso. Se ogni narrativa non allineata viene osservata come possibile vettore di influenza, se la critica radicale viene trattata come indicatore di penetrazione ostile e se la difesa cognitiva si traduce in una progressiva securitizzazione della verità, il risultato può essere paradossale: il sistema, nel tentativo di proteggersi dalla manipolazione esterna, finisce per ridurre dall’interno la pluralità e il conflitto che costituiscono una parte della sua resilienza.

La stessa asimmetria concettuale compare quando si osservano le attività di influenza condotte dalle democrazie. La letteratura occidentale tende ancora, con una certa frequenza, a chiamare propaganda ciò che fanno gli avversari e strategic communication ciò che fanno gli alleati, come se la natura politica dell’attore fosse sufficiente a cambiare la natura analitica dell’azione. Le democrazie, tuttavia, hanno condotto e conducono attività di public diplomacy, psychological operations, covert influence, broadcasting strategico e supporto a media e organizzazioni; possono farlo contro regimi autoritari, contro attori non statali, verso Paesi terzi e, in forme più sottili, persino all’interno delle relazioni tra Stati democratici che competono per reputazione, accesso alle élite, consenso internazionale, definizione degli standard o orientamento dell’opinione pubblica.

Una teoria utile deve quindi essere abbastanza neutrale da descrivere la tecnica prima di valutarne la legittimità. Il grado di trasparenza, accountability, controllo democratico e compatibilità con il diritto modifica profondamente il giudizio politico e normativo, ma non dovrebbe alterare retroattivamente la classificazione del comportamento. Se la stessa attività cambia nome ogni volta che cambia la bandiera dell’attore, la tassonomia finisce per incorporare una preferenza politica e perde una parte della propria capacità comparativa (e quindi la propria validità in termini di analisi di intelligence a supporto dei decisori).




La mente non è un territorio neutrale


Anche l’uso di termini come “subliminale” rivela quanto una parte della letteratura sulla cognitive warfare sia attratta da formule più evocative che precise. In psicologia il termine ha un significato specifico, nella pubblicistica strategica viene invece spesso usato come sinonimo di occulto, indiretto, manipolativo o inconsapevole, attribuendo all’azione cognitiva una qualità quasi ipnotica che non sempre trova un fondamento empirico. Molte forme di propaganda funzionano in modo perfettamente visibile, attraverso ripetizione, salienza, appartenenza, identificazione e costruzione del frame, senza alcuna necessità di aggirare la coscienza.

La stessa prudenza dovrebbe accompagnare il dibattito sulle cosiddette neuro-armi, dove possibilità teoriche, ricerca sperimentale e capacità operative vengono talvolta avvicinate più di quanto le evidenze consentano. Una tecnologia capace di influire su processi neurali in laboratorio non equivale a una capacità strategica impiegabile contro popolazioni o decisori; tra le due cose esistono problemi di maturità, ripetibilità, distanza, controllo dell’effetto e attribuzione che non possono essere risolti con un lessico impressionistico.

Esiste poi una fragilità più profonda, legata al modo in cui la mente viene rappresentata. In molta letteratura la cognizione appare quasi come una struttura razionale che viene successivamente disturbata dall’emozione, dai bias o dalla propaganda. È una rappresentazione troppo semplicistica. Salienza, memoria, identità, desiderio, paura, fiducia, appartenenza e valutazione morale partecipano già alla costruzione del giudizio; non sono interferenze che arrivano dopo. Questa osservazione cambia il modo in cui dovrebbe essere concettualizzata la guerra cognitiva, perché sposta l’attenzione dal tentativo di convincere qualcuno che una proposizione falsa sia vera alla possibilità, più profonda, di modificare il sistema attraverso cui quel soggetto decide quali proposizioni meritino attenzione, quali fonti siano credibili e quali alternative siano ancora immaginabili.

È dentro questo spazio che colloco ciò che definisco Guerra Cognitiva Sentimentale (cannibalizzando, per altro, il titolo di un libro), dove “sentimentale” non indica semplicemente l’utilizzo delle emozioni, ma la dimensione attraverso cui il soggetto attribuisce valore, significato e priorità, e che include tra i meccanismi indotti nell’individuo, in primis, quello dell’autoinganno. La trasformazione più rilevante può verificarsi quando una campagna riesce a ridefinire il rapporto tra identità, fiducia e salienza fino a rendere alcune possibilità spontaneamente inaccettabili e altre intuitivamente necessarie, modificando quindi il terreno sul quale avverrà la decisione prima ancora che il decisore ne prenda piena coscienza (vale a dire: quando un’idea, da eretica e intollerabile, diventa cultura comune?). In questa prospettiva, la cognitive warfare più sofisticata non agisce soltanto sul contenuto dell’opinione, ma sulla struttura affettiva e simbolica che rende alcune opinioni più plausibili di altre.

Anche il dibattito sull’intelligenza artificiale dovrebbe essere collocato in questo quadro con maggiore precisione. L’esternalizzazione di funzioni cognitive non è iniziata con i modelli generativi, perché la scrittura, le mappe, gli archivi, il calcolo e i motori di ricerca hanno già trasferito fuori dalla mente biologica parti importanti del lavoro cognitivo. Ciò che cambia oggi è la natura di ciò che viene delegato, perché la macchina non viene più utilizzata soltanto per conservare o recuperare informazioni, ma sempre più spesso per sintetizzare, interpretare, generare ipotesi e suggerire decisioni.

Il rischio emerge quando l’utente perde progressivamente capacità di verifica e di challenge, quando la fluidità dell’output viene confusa con affidabilità e quando il sistema diventa un’autorità epistemica invece di restare uno strumento. In quel momento la delega riguarda anche il criterio attraverso cui una risposta viene giudicata, e la vulnerabilità cognitiva assume una forma più profonda.




Una grammatica dell’incertezza


Dietro molte delle debolezze concettuali di questo campo esiste infine un problema meno spettacolare, ma decisivo, invero quello della qualità delle fonti. La guerra cognitiva richiederebbe un dialogo serio tra psicologia, neuroscienze, teoria delle decisioni, sociologia, studi strategici, intelligence studies, economia comportamentale, network science e computational social science, mentre una parte della produzione contemporanea si alimenta in misura eccessiva di commentary, articoli giornalistici, report istituzionali e citazioni reciproche. Queste fonti hanno un valore reale, ma non possono sostenere ogni tipo di affermazione; un giornale può documentare un evento, un report può descrivere una posizione o un assessment, mentre un meccanismo causale complesso richiede un livello diverso di evidenza fondato su un approccio olistico e multidisciplinare.

La citazione circolare, nei piccoli ecosistemi specialistici (e mi verrebbe da dire anche EGOsistemi), amplifica ulteriormente il problema, perché una tesi inizialmente ipotetica può acquisire nel tempo un’apparenza di solidità semplicemente attraverso la ripetizione (vale a dire: l’esistenza di “centri studi” che si dedicano allo studio solo dell’attore X come attore ostile sono di per sé già un’intelligence failure). La familiarità tende così a essere scambiata per validità, e un’affermazione finisce per apparire “nota” non perché sia stata verificata in modo indipendente, ma perché è stata citata abbastanza volte da sembrare ormai sottratta alla necessità di dimostrazione. È un meccanismo curioso, soprattutto quando si verifica proprio dentro una letteratura dedicata alle dinamiche di influenza e alle echo chamber.

Per questa ragione considero indispensabile mantenere una grammatica dell’incertezza anche nella scrittura di intelligence (e divulgativa sul tema). Un assessment serio dovrebbe distinguere con chiarezza ciò che è osservato da ciò che è inferito, ciò che appare plausibile da ciò che può essere attribuito con un livello elevato di confidenza e ciò che resta compatibile con più spiegazioni. Un attore può disporre di una capacità senza usarla, può avere un’intenzione senza accesso alle capacità, può intervenire senza produrre effetti significativi e può infine beneficiare di un evento che non ha contribuito a generare. Quest’ultimo caso è particolarmente importante, perché contrasta con la tentazione, molto umana, di ricostruire ogni vantaggio dell’avversario come parte di un piano.

La grey zone dovrebbe quindi insegnare soprattutto sobrietà analitica. L’ambiguità è una proprietà dell’ambiente operativo contemporaneo e non una prova automatica dell’esistenza di una regia ostile; richiede una capacità di operare anche quando l’attribuzione resta incompleta, di proteggere il sistema mentre si continua a capire chi lo stia eventualmente sfruttando e di costruire risposte sufficientemente rapide da non arrivare quando il ciclo informativo è già terminato, ma abbastanza caute da non trasformare una ipotesi in certezza istituzionale.

Una definizione della guerra cognitiva, per essere utile, dovrebbe quindi rimanere relativamente severa e costringere l’analista a dimostrare qualcosa di più della semplice presenza di influenza o manipolazione. La intenderei come l’impiego deliberato e persistente di strumenti informativi, tecnologici, economici, sociali o psicologici volto a modificare in modo sufficientemente sistematico i processi attraverso cui un target attribuisce salienza, fiducia, identità e valore alle informazioni, con l’obiettivo di orientare comportamenti coerenti con un vantaggio strategico dell’attore. Una definizione del genere non elimina l’area grigia e non pretende di farlo, ma rende più difficile confondere una fake news con una campagna, una campagna con una guerra e una vulnerabilità con il suo sfruttamento.

La guerra cognitiva esiste e negarlo sarebbe ingenuo; esistono interferenze, campagne coordinate, propaganda, deepfake, reti inautentiche, manipolazione algoritmica, psychological operations e sfruttamento deliberato delle fratture sociali. Allo stesso tempo esistono dinamiche spontanee, truffe, incentivi commerciali, conflitti domestici, cattiva informazione, incompetenza, opportunismo e casualità, e una teoria che non riesca a tenere insieme questa complessità senza collassarla in una sola spiegazione rischia di trasformare l’intero spazio sociale in un teatro operativo, nonché di deflagrare il vero vantaggio delle democrazie liberali, vale a dire il pluralismo.

La forma più efficace di guerra cognitiva, probabilmente, sarà sempre meno quella che costruisce dal nulla una realtà alternativa e sempre più quella capace di insinuarsi dentro processi già esistenti, accelerandoli, selezionandoli e orientandoli fino a rendere difficile distinguere il contributo dell’attore ostile dal normale funzionamento dell’ambiente. È qui che la dimensione sentimentale acquista il suo significato più profondo, perché il conflitto non investe soltanto ciò che una società considera vero, ma la struttura attraverso cui decide che cosa meriti attenzione, quale fonte sia degna di fiducia, quale identità debba essere difesa e quale futuro continui a essere percepito come possibile.

Una comunità politica può sopravvivere a molte menzogne, ma diventa terribilmente più vulnerabile quando perde progressivamente il controllo sui criteri attraverso cui stabilisce quali domande meritino ancora di essere poste, quali risposte possano essere considerate legittime e quali possibilità restino pensabili. È probabilmente in quella trasformazione lenta, spesso indistinguibile dal normale rumore della politica e della società, che la guerra cognitiva mostra la propria forma più sofisticata e, proprio per questo, più difficile da riconoscere.


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