"Perché gli Stati autoritari temono la penna. Il bilancio dell’Arabia Saudita sulla libertà di stampa 2018–2026"
- Redazione

- 18 giu
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di Donatello D'Andrea

Otto anni dopo l’assassinio di Jamal Khashoggi all’interno del consolato saudita a Istanbul, la questione non è più se lo Stato saudita tolleri il dissenso - su questo punto, il dossier documentale è chiuso [1]. La domanda più difficile, e più utile, è di ordine strutturale: perché questo particolare Stato autoritario impegna un simile capitale politico, a un costo reputazionale così elevato, per reprimere una categoria di critici - i giornalisti - La traiettoria di quattro casi, Khashoggi (2018), Saleh al-Shehi (m. 2020), Ghanem al-Masarir/al-Dosari (preso di mira dal 2018 a oggi) e, in una giurisdizione influenzata dall’Arabia Saudita, il giornalista yemenita Naseh Shaker (detenuto dal novembre 2023 a oggi), suggerisce che la risposta risieda meno nel contenuto di un singolo lavoro giornalistico che nell’intolleranza strutturale del regime verso un controllo indipendente su un progetto nazionale dichiarato, di fatto, non negoziabile.
Il caso di riferimento: Khashoggi
L’uccisione di Jamal Khashoggi nell’ottobre 2018, attribuita dalla valutazione declassificata del febbraio 2021 del Director of National Intelligence degli Stati Uniti a un’operazione approvata dal principe ereditario Mohammed bin Salman [2], e qualificata dalla Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sulle esecuzioni extragiudiziali Agnès Callamard, nel 2019, come una «esecuzione deliberata e premeditata» di cui lo Stato saudita era responsabile [3], ha stabilito tre precedenti che hanno plasmato ogni caso successivo: che il raggio d’azione operativo si estende alle capitali alleate; che il costo reputazionale dell’impunità è, per Riyadh, accettabile; e che le vittime successive saranno valutate all’ombra di Khashoggi, che il confronto sia analiticamente giustificato o meno.
Il corrispettivo interno: al-Shehi
Saleh al-Shehi, editorialista di Al-Watan, è stato condannato nel 2018 a cinque anni di carcere con accuse legate alle critiche rivolte alla corte reale. È morto nel luglio 2020 dopo un rilascio anticipato in condizioni di salute sensibilmente deteriorate, con il Committee to Protect Journalists e la sua famiglia che hanno attribuito il declino alle condizioni carcerarie [4]. Se Khashoggi è stato ucciso all’estero, al-Shehi è morto per incuria cumulativa in patria — due estremi della stessa architettura disciplinare.
Repressione transnazionale: al-Masarir
Ghanem al-Masarir (noto anche con il suo nome tradizionale al-Dosari), autore satirico politico saudita residente nel Regno Unito il cui programma su YouTube raccoglie un pubblico consistente nel Golfo, è stato aggredito fisicamente a Knightsbridge nel 2018 [5] e successivamente preso di mira con lo spyware Pegasus di NSO Group, come documentato da Citizen Lab [6]. Nell’agosto 2024, la High Court britannica ha stabilito che poteva promuovere un’azione civile contro il Regno dell’Arabia Saudita per la sorveglianza: la prima decisione che consente a un ricorrente privato di citare in giudizio l’Arabia Saudita nei tribunali britannici per l’impiego di spyware commerciali sul suolo del Regno Unito [7]. Il precedente giuridico era nuovo; lo schema sottostante non lo era.
La logica di Vision 2030: perché i giornalisti?
Perché un impegno di tale portata contro questa categoria di bersagli? La risposta rimanda sempre più all’economia politica del Piano Vision 2030 e, in particolare, al suo progetto di punta, Neom. Lo sfollamento forzato di alcune componenti del gruppo clanico confederato Howeitat dall’area di Neom, iniziato nel 2020 e sfociato nell’uccisione del cittadino saudita Abdul Rahim al-Howeiti dopo il suo rifiuto pubblico dello sfratto, è stato documentato da ALQST [8] e corroborato dai reportage del Wall Street Journal [9] e del Guardian. Nel 2024, tre uomini del gruppo Howeitat avevano ricevuto condanne a morte per aver resistito allo sfollamento [10].
Il caso Howeitat non è un episodio isolato di repressione interna. È la prova empirica di ciò che il regime ha tutto l'interesse a impedire che diventi visibile all'esterno. E qui il cerchio si chiude: chi documenta sfollamenti forzati, uccisioni e condanne a morte legate a Neom è esattamente la categoria di attore che la repressione della stampa è progettata per neutralizzare.
Il meccanismo è verificabile nei dati. Nel 2026 l'Arabia Saudita è scesa al 176° posto su 180 nel World Press Freedom Index di Reporters Without Borders, perdendo 14 posizioni rispetto all'anno precedente e collocandosi tra i cinque paesi peggiori al mondo per libertà di stampa, davanti solo a Iran, Cina, Corea del Nord ed Eritrea. La causa principale individuata dall'organizzazione è l'esecuzione del giornalista Turki Al-Jasser nel 2025, la prima escalation di questa portata dal caso Khashoggi del 2018.
Il dato è significativo per la sua collocazione temporale, non per il valore assoluto. Il deterioramento si registra nello stesso periodo in cui il regno intensifica la comunicazione internazionale dei propri progetti di modernizzazione. Non è una coincidenza che la logica deve spiegare: è la logica stessa a produrla. Per un progetto la cui legittimità si fonda sulla narrazione della modernità, ogni giornalista indipendente, ogni report come quello di ALQST, ogni inchiesta come quelle del Wall Street Journal e del Guardian, rappresenta un canale potenziale di smentita di quella narrazione. La repressione non convive in modo contraddittorio con l'apertura economica: ne è una condizione necessaria. Più aumenta la posta in palio sulla legittimità internazionale del progetto, più aumenta il costo politico di una smentita documentata, e quindi più aumenta l'incentivo a neutralizzare chi potrebbe fornirla.
L’estensione yemenita: il caso Shaker
Il caso di Naseh Shaker complica questo schema, ma non lo smentisce. Shaker, corrispondente freelance yemenita per Al-Monitor, Voice of America, Middle East Eye, The New Arab e Al Jazeera English, è stato fermato all’aeroporto di Aden nel novembre 2023 e trattenuto nel carcere di Beir Ahmed, una struttura documentata dall’Associated Press nel 2018 come luogo di torture e abusi sessuali [11]. Secondo documenti giudiziari citati nel maggio 2026 dal giornalista, scrittore e politico yemenita Ali Albukhaiti, un tribunale penale specializzato ne ha ordinato il rilascio sulla base della pena già scontata, e l’ufficio del pubblico ministero ad Aden ha emesso un’istruzione scritta al direttore del carcere, che non è stata eseguita [12]. Una lettera congiunta di 35 organizzazioni del dicembre 2025 ne ha chiesto il rilascio [13]. Le forze che lo detenevano nel 2023 operavano in accordo con il gruppo secessionista armato yemenita sostenuto dagli Emirati Arabi Uniti: Consiglio di Transizione del Sud. Il gruppo, emerso nel 2017, ha annunciato il proprio scioglimento nel gennaio 2026 a seguito di mosse sostenute dall’Arabia Saudita nella regione dell’ Hadramout. Alcuni attivisti, e un articolo di opinione pubblicato sul Times of Israel nel maggio 2026, hanno evocato il parallelo con il caso Khashoggi, descrivendo Shaker come «il secondo Khashoggi» [14]. L’inquadramento è più incisivo sul piano retorico che preciso su quello analitico: Shaker è detenuto da custodi locali in un teatro multi-attore: la responsabilità saudita passa attraverso una leva d’influenza. Riyadh, infatti, sostiene politicamente e materialmente, insieme agli Emirati Arabi Uniti, il Presidential Leadership Council, l'organo di governo internazionalmente riconosciuto da cui dipende, almeno formalmente, l'amministrazione di Aden. È una leva reale, ma condivisa con altri attori che hanno margini di azione e responsabilità proprie. Il parallelo con Khashoggi rende il caso immediatamente comprensibile a un pubblico internazionale, ma rischia di appiattire una catena di responsabilità che è, appunto, una catena: più lunga, più frammentata, e per questo più difficile da rompere attraverso la pressione su un singolo attore.
Conclusione: incentivi in direzione opposta
Ciò che accomuna questi quattro uomini — e ciò che distingue il bilancio dell’Arabia Saudita da varianti autoritarie più morbide — non è la crudeltà in astratto, ma una risposta istituzionale sostenuta da un’unica domanda: chi ha il diritto di raccontare al mondo il progetto saudita? La risposta dello Stato è stata: non i giornalisti non allineati con il governo centrale. Khashoggi è stato ucciso per aver raccontato; al-Shehi è stato spezzato per aver raccontato; al-Masarir viene braccato per aver raccontato; Shaker, in una giurisdizione sostenuta dall’influenza saudita, resta imprigionato mentre prende forma un riallineamento regionale [15]. La risposta politica internazionale - pacchetti di difesa ampliati, approvazioni per gli F-35, la designazione del novembre 2025 dell’Arabia Saudita come principale alleato non NATO [16] - si è mossa nella direzione opposta. Ripristinare una pressione significativa richiede un’attività di advocacy che preservi la specificità probatoria di ciascun caso e resista alle cornici semplificatrici che gli attori strategici tenteranno inevitabilmente di innestarvi.
Note
[1] Office of the Director of National Intelligence, "Assessing the Saudi Government's Role in the Killing of Jamal Khashoggi," valutazione declassificata, 25 febbraio 2021.
[2] Ibidem
[3] Agnès Callamard (Relatrice speciale delle Nazioni Unite sulle esecuzioni extragiudiziali, sommarie o arbitrarie), "Annex to the Report on the Investigation into the Unlawful Death of Mr Jamal Khashoggi," A/HRC/41/CRP.1, 19 giugno 2019.
[4] Committee to Protect Journalists, "Saudi journalist Saleh al-Shehi dies after release from prison," 21 luglio 2020. Si veda anche il fascicolo CPJ sul caso relativo alla condanna di al-Shehi del 2018.
[5] Copertura della stampa britannica dell’aggressione dell’agosto 2018 contro Ghanem al-Masarir a Knightsbridge, Londra, inclusi i resoconti della BBC e del Guardian dello stesso periodo.
[6] Bill Marczak et al., The Citizen Lab (University of Toronto), rapporti sul targeting mediante Pegasus di dissidenti sauditi nel Regno Unito e in Canada, 2018-2020.
[7] Almasarir v Kingdom of Saudi Arabia, sentenza della High Court of Justice of England and Wales, King’s Bench Division, agosto 2024, che consente all’azione civile di procedere contro il Regno.
[8] ALQST for Human Rights, rapporti sullo sfollamento forzato della tribù Howeitat e sull’uccisione di Abdul Rahim al-Howeiti, 2020-2024.
[9] Reportage del Wall Street Journal su Neom, sullo sfollamento degli Howeitat e sull’uccisione di membri della tribù che rifiutavano lo sfratto, 2023-2024. Si veda anche la copertura del Guardian e del Business and Human Rights Resource Centre.
[10] ALQST e documentazione della OHCHR e MENA Rights Group sulle condanne a morte pronunciate contro uomini del gruppo clanico Howeitat in relazione alla resistenza allo sfollamento per Neom, 2024.
[11] Maggie Michael et al., Associated Press, inchieste sulla detenzione e sulla tortura nelle prigioni dello Yemen meridionale, incluso Beir Ahmed, giugno 2017 e successivi reportage del giugno 2018.
[12] Ali Albukhaiti, video-commento che cita documenti giudiziari, il giudice assegnato e il procuratore, nonché il presunto rifiuto del direttore del carcere di eseguire l’ordine di rilascio nel caso Shaker, 1 maggio 2026.
[13] Lettera congiunta firmata da 35 organizzazioni internazionali per la libertà di stampa e i diritti umani che chiede il rilascio immediato di Naseh Shaker, dicembre 2025.
[14] Dalia Cohen, "After Khashoggi, Saudi Arabia Cannot Afford Another Journalist Case," The Times of Israel - Blogs (sezione di opinione con contributi dei lettori, non editoriale del Times of Israel), 22 maggio 2026.
[15] Al Jazeera, "Yemen's Saudi-backed government retakes southern areas from STC: What next?", 12 gennaio 2026.
[16] Resoconti di stampa sul pacchetto di difesa USA-Arabia Saudita del maggio 2025 (circa 142 miliardi di dollari USA), sulle approvazioni alla vendita di F-35 nel 2025 e sulla designazione della Casa Bianca del novembre 2025 dell’Arabia Saudita come principale alleato non NATO; si vedano i resoconti di Reuters e del Wall Street Journal.
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