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"Comunità Energetiche Rinnovabili: un fenomeno locale in un ecosistema globale": è online il nuovo RAID Review

3 set
Tempo di lettura: 12 min

di Elena Mancinotti



Introduzione


La transizione energetica viene narrata come una storia di emancipazione: dai combustibili fossili alle fonti rinnovabili, dai grandi operatori alle comunità, dalla dipendenza all’autonomia. Le Comunità Energetiche Rinnovabili (CER) incarnano questa narrazione meglio di qualsiasi altro strumento. Eppure, a guardarle da vicino, rivelano una complessità che supera di molto il racconto della democratizzazione energetica. Sono, al tempo stesso, laboratori di resilienza locale e nodi di un sistema di dipendenze globali che (forse) non scompaiono ma si trasformano.



1. Un fenomeno locale in un ecosistema globale


Le Comunità Energetiche Rinnovabili sono soggetti giuridici autonomi fondati sulla partecipazione aperta e volontaria. Possono aderirvi persone fisiche, piccole e medie imprese, enti territoriali, associazioni, aziende territoriali per l'edilizia residenziale, istituzioni pubbliche di assistenza e beneficenza, aziende pubbliche di servizi alla persona, consorzi di bonifica, enti e organismi di ricerca e formazione, enti religiosi, enti del terzo settore, associazioni di protezione ambientale e le amministrazioni locali individuate nell'elenco ISTAT [1].

Il loro obiettivo principale è fornire benefici ambientali, economici o sociali a livello di comunità ai propri membri o ai territori in cui operano, senza scopo di lucro.



Figura 1 – Il meccanismo di funzionamento delle CER. - Fonte rielaborazione propria.
Figura 1 – Il meccanismo di funzionamento delle CER. - Fonte rielaborazione propria.

In Italia, il recepimento della Direttiva RED II ha dato loro una cornice normativa; in Europa, il framework del Green Deal le ha elevate a strumenti di politica industriale e sociale. Ma sarebbe un errore analizzarle come un fenomeno puramente locale.

Le CER nascono dentro un contesto segnato da almeno quattro tensioni strutturali: la transizione ecologica come priorità strategica europea; le crisi energetiche successive al 2022, accelerate dalla dipendenza dal gas russo e dalla volatilità dei mercati globali; la competizione tecnologica tra Stati Uniti, Cina e Unione Europea; e la ridefinizione delle catene del valore industriale nel settore delle rinnovabili. Ignorare questo sfondo significa fraintendere la natura delle CER stesse.

Come sottolinea l'Agenzia Internazionale per le Energie Rinnovabili (IRENA) nel suo rapporto sulla geopolitica della trasformazione energetica, il passaggio alle fonti rinnovabili non elimina le logiche di potere che strutturano il sistema energetico globale, ma le ridisegna [2]. Ne consegue che le CER siano parte di questo ridisegno, non un'eccezione ad esso.



2. Autonomia energetica e nuove dipendenze: un binomio irrisolto


Il valore più evidente delle CER è la produzione locale di energia: meno fossili importati, meno vulnerabilità ai mercati internazionali, maggiore resilienza delle comunità. In un contesto in cui l'Europa ha pagato a caro prezzo la propria dipendenza energetica dalla Russia, questo valore ha assunto una rilevanza geopolitica che va ben oltre il risparmio in bolletta.

Il costo è stato tutt'altro che astratto. Al culmine della crisi, nell'agosto 2022, il prezzo del gas sul mercato europeo superò i 300 €/MWh, quasi nove volte il livello del dicembre 2023 (circa 34 €/MWh) [3]. La crisi energetica aggiunse circa 336 miliardi di euro alle bollette elettriche europee nel solo 2022 [4], e tra il settembre 2021 e il gennaio 2023 i governi europei stanziarono oltre 650 miliardi di euro in misure di sostegno a famiglie e imprese di cui circa 90 miliardi da parte della sola Italia [5].

Tuttavia, l'autonomia energetica non coincide con l'autonomia tecnologica. Ed è qui che la narrazione emancipatoria si incrina.

Una CER dipende da pannelli fotovoltaici, batterie, inverter, sistemi di smart metering, piattaforme digitali di gestione. Ognuno di questi componenti ha una filiera produttiva che non si chiude a livello locale, né europeo. L'Agenzia Internazionale per l'Energia (IEA) ha documentato con precisione come la catena di fornitura del fotovoltaico sia oggi dominata dalla Cina, la cui quota in tutte le fasi di produzione dei pannelli solari  polisilicio, lingotti, wafer, celle e moduli  supera l'80%, con punte destinate a superare il 95% per polisilicio e wafer [6]. Le batterie al litio dipendono da materie prime come litio, cobalto e manganese, concentrate in un numero limitato di paesi: basti pensare che la sola Repubblica Democratica del Congo produce circa il 70% del cobalto mondiale e che tre soli paesi coprono oltre il 90% della produzione globale di litio, spesso in contesti di instabilità geopolitica o di governance estrattiva problematica [7].

A ciò si aggiungono le dipendenze di natura normativa e digitale. Le CER operano dentro standard tecnici e regolatori definiti a livello europeo un quadro che garantisce coerenza ma riduce la sovranità locale e si affidano a infrastrutture digitali che concentrano dati e controllo in soggetti esterni alla comunità stessa. Come ha osservato l'Agenzia dell'Unione europea per la cibersicurezza (ENISA), la digitalizzazione delle reti energetiche amplia la superficie di attacco e introduce vulnerabilità di cybersicurezza che richiedono competenze e investimenti difficilmente accessibili a livello locale [8].

Il paradosso è netto: le CER riducono la dipendenza da un tipo di oligopolio, quello dei fornitori di combustibili fossili, e ne creano un altro, distribuito su più filiere ma non necessariamente meno concentrato. La letteratura scientifica, in particolare lo studio di Bauwens, Gotchev e Holstenkamp sulle esperienze di comunità energetiche in Germania e Danimarca ha mostrato come i fattori che condizionano il successo delle comunità energetiche siano spesso esogeni alla comunità stessa: accesso al capitale, quadro normativo favorevole, disponibilità di tecnologia a costi accessibili [9]. L'autonomia, insomma, è sempre parziale.



3. Sicurezza distribuita e controllo centralizzato: una tensione produttiva


La questione della sicurezza energetica introduce una tensione ulteriore, che investe l'architettura stessa dei sistemi energetici.

Il modello tradizionale si basa su infrastrutture centralizzate: grandi impianti di produzione, reti gestite da operatori nazionali o para-statali, standard uniformi, capacità di difesa concentrata. Questo modello garantisce economie di scala, coordinamento e una certa capacità di risposta a minacce complesse, dai cyberattacchi alle crisi geopolitiche.

Il modello distribuito delle CER offre un profilo di rischio diverso: riduce il rischio di “single point of failure”, aumenta la resilienza locale, consente una maggiore adattabilità a contesti specifici. Il National Renewable Energy Laboratory (NREL) ha documentato come le microreti offrano vantaggi significativi in termini di continuità del servizio in situazioni di emergenza, permettendo di isolarsi dalla rete di distribuzione (“islanding”) e continuare ad alimentare i carichi critici durante un'interruzione [10].

Tuttavia, sicurezza distribuita non significa assenza di coordinamento centrale. Una rete di CER non coordinate genera rischi sistemici propri: instabilità di frequenza, difficoltà di bilanciamento, frammentazione normativa. L'ACER ha segnalato come la partecipazione delle risorse energetiche distribuite (generazione di piccola taglia, accumuli, demand response) ai mercati elettrici europei sia ancora ostacolata da barriere regolatorie, e come la loro integrazione ponga sfide crescenti al funzionamento del mercato e alla sicurezza delle forniture [11].

È in questo contesto che va letto il piano REPowerEU, lanciato dalla Commissione europea nel 2022. Può essere interpretato come un tentativo di conciliare accelerazione della transizione, riduzione delle dipendenze esterne e mantenimento di un controllo strategico europeo sulle infrastrutture energetiche. Le CER vi figurano come strumenti di resilienza locale, ma dentro una cornice di governance che resta saldamente centralizzata. La domanda rilevante non è se decentralizzazione e coordinamento centrale siano compatibili in linea di principio (lo sono), ma a quali condizioni lo siano nella pratica, e chi ne paga i costi quando quelle condizioni non sono soddisfatte.



4. Giustizia energetica e distribuzione del potere


C'è un'ultima dimensione che la letteratura geopolitica tende a relegare in secondo piano, ma che è invece centrale per comprendere le CER: la questione della giustizia energetica.

Le CER vengono presentate come strumenti di democratizzazione energetica. E in parte lo sono: abbassano le barriere d'accesso alla produzione, consentono a famiglie e piccole imprese di partecipare al sistema energetico come produttori e non solo come consumatori, redistribuiscono una parte dei benefici economici della transizione a livello locale. Nel quadro teorico della energy democracy, questo è un passaggio significativo verso la redistribuzione del potere energetico.

Ma chi beneficia concretamente delle CER? La letteratura sulle comunità energetiche europee mostra che i partecipanti tendono a essere relativamente benestanti, con accesso al capitale per l'investimento iniziale e competenze tecniche sufficienti a navigare la complessità normativa. Le famiglie in condizioni di povertà energetica; proprio quelle che trarrebbero maggior beneficio dalla riduzione delle bollette e dalla resilienza locale, sono spesso escluse anche dai processi decisionali, sommando all'ingiustizia distributiva un'ingiustizia procedurale e di riconoscimento [12]. Uno studio su 113 comunità energetiche tedesche ha rilevato che solo una piccola minoranza di esse era anche solo consapevole del tema della povertà energetica, segnalando quanto la reale inclusione dei gruppi vulnerabili resti l'eccezione più che la regola [13].

In questo senso, le CER sono uno strumento potente ma non neutro. Come ogni tecnologia sociale, producono effetti distributivi che dipendono dal contesto in cui operano. Ignorarlo significa perpetuare un'illusione: che la decentralizzazione tecnica si traduca automaticamente in decentralizzazione del potere.



5. La prova della crisi: le CER come infrastruttura di resilienza


Le tensioni analizzate finora, dipendenza tecnologica, coordinamento centrale, iniquità distributiva, non sono obiezioni che annullano il valore delle CER, ma condizioni che ne determinano l'efficacia. Due fonti recenti, una dal basso e una istituzionale, permettono di verificare cosa accade quando quelle condizioni, almeno in parte, si realizzano: la crisi energetica seguita all'invasione dell'Ucraina ha funzionato, in questo senso, come un test di stress su scala continentale.

La federazione europea delle cooperative energetiche REScoop.eu quantifica l'effetto-scudo con un dato diretto: le famiglie che partecipano a comunità energetiche locali possono risparmiare tra 500 e 1.100 euro all'anno [14]. Il risparmio si è concentrato proprio nei mesi in cui i prezzi all'ingrosso toccavano i massimi storici la stessa fase, descritta nella sezione 2, in cui il gas europeo superava i 300 €/MWh. Il meccanismo che lo genera è strutturale, non congiunturale: possedendo collettivamente gli impianti di produzione, la comunità si colloca a monte del mercato spot, così che il prezzo dell'energia autoprodotta e condivisa riflette il costo di generazione (stabile e prevedibile) anziché l'indicizzazione alle quotazioni all'ingrosso. La proprietà collettiva agisce, in altre parole, come un cuscinetto contro gli shock esterni.14 Non è un caso che questa capacità discenda dalla stessa natura non-profit richiamata all'inizio: un soggetto che esiste per fornire benefici alla comunità, e non per massimizzare il margine, può permettersi di garantire prezzi equi e trasparenti anche quando il mercato va nella direzione opposta.

Se REScoop offre l'evidenza microeconomica, il rapporto del Joint Research Centre della Commissione europea, Energy Communities and Energy Poverty (2023), fornisce la cornice analitica e la legittimazione istituzionale. Il documento colloca la posta in gioco su una cifra che misura l'ampiezza del problema: la povertà energetica riguarda circa 50 milioni di famiglie nell'Unione europea.15 In questo quadro, il JRC riconosce alle comunità energetiche il potenziale di fornire servizi energetici accessibili e sostenibili alle famiglie a basso reddito, promuovendo al tempo stesso democrazia energetica e coesione sociale.15 Le CER, dunque, non si limitano ad attutire l'impatto economico immediato della crisi: incarnano un modello di distribuzione locale del rischio che l'architettura centralizzata, per come è concepita, non può replicare.

Ma il valore di questa seconda fonte sta anche nella sua misura. Lo stesso rapporto individua con precisione gli ostacoli che impediscono alle CER di mantenere la promessa verso chi ne avrebbe più bisogno: scarsa consapevolezza e accessibilità, barriere regolatorie, vincoli di finanziamento [15]. La conclusione della Commissione non è trionfalistica ma condizionale — le CER possono avere un ruolo cruciale nel contrastare la povertà energetica, ma solo a fronte di uno sforzo coordinato di politiche mirate, sostegno finanziario e semplificazione normativa. È la stessa tesi che attraversa questo scritto: la resilienza sistemica non è una proprietà automatica del modello distribuito, bensì un esito che dipende dalle condizioni abilitanti. Il caso della crisi 2022 mostra che, dove quelle condizioni esistono, le CER funzionano da porto sicuro; la sezione 4 ricorda che, dove non esistono, il porto resta accessibile solo a chi era già al riparo.



Conclusioni 


Le Comunità Energetiche Rinnovabili sono un fenomeno reale e rilevante. Contribuiscono alla transizione ecologica, aumentano la resilienza locale, offrono strumenti concreti di partecipazione ai sistemi energetici. Ma non sono né neutrali né sufficienti da sole.

Non sono neutrali perché introducono nuove dipendenze mentre ne riducono altre; perché operano dentro quadri normativi e tecnologici che concentrano il controllo in soggetti lontani dalla comunità; perché i loro benefici tendono a essere distribuiti in modo diseguale.

Non sono sufficienti perché la transizione energetica non è solo un problema tecnico, ma una ridefinizione dei rapporti di forza tra Stati, imprese e comunità. Le CER sono un laboratorio di questa ridefinizione, non la sua soluzione.

Eppure, dove le condizioni abilitanti esistono, il laboratorio produce risultati che vanno oltre il bilancio energetico. Un esempio italiano lo mostra con nettezza. Nel 2021, a San Giovanni a Teduccio una periferia orientale di Napoli segnata da povertà, criminalità organizzata e degrado ambientale è nata la prima comunità energetica rinnovabile e solidale del Paese, promossa da Legambiente insieme alla Fondazione Famiglia di Maria e finanziata dalla Fondazione con il Sud [16]. Un impianto fotovoltaico da 53 kW, installato sul tetto della Fondazione, produce circa 65.000 kWh l'anno condivisi con quaranta famiglie in condizione di disagio; si stima che il progetto generi oltre 200.000 euro di incentivi e circa 300.000 euro di risparmio sui consumi nell'arco di venticinque anni [16].

Il dato che più conta, però, non è quello economico. Molte di quelle famiglie vivevano in condizioni di “illegalità energetica”, allacciate abusivamente alla rete; l'ingresso nella comunità ha significato per loro l'accesso a una fornitura legale, sicura e a costi sostenibili [17]. Qui la decentralizzazione della produzione si traduce davvero in redistribuzione del potere: non perché la tecnologia lo garantisca l'impianto, i pannelli, gli inverter restano parte delle filiere globali descritte nella sezione 2  ma perché una scelta politica e sociale ha collocato la comunità più vulnerabile, e non quella più benestante, al centro del progetto. È l'inversione esatta del meccanismo che la sezione 4 segnalava come rischio strutturale delle CER. E se si legge la povertà energetica come una forma di dipendenza la stessa vulnerabilità ai mercati che, alla scala continentale, la sezione 2 attribuisce all'Europa nel suo complesso allora affrancarne una comunità è, in scala minima, un atto di sovranità energetica dal basso.

La domanda che REPowerEU e il Green Deal lasciano aperta è se sia possibile costruire un sistema energetico che sia al tempo stesso resiliente, equo e strategicamente sovrano. Il caso di Napoli Est non risponde a questa domanda: ne offre, piuttosto, una miniatura riuscita, ottenuta però solo grazie a un finanziamento filantropico esterno, a un soggetto-ponte radicato nel territorio e a un accompagnamento normativo e formativo cioè esattamente quelle condizioni abilitanti la cui assenza, altrove, produce l'esito opposto. La risposta, dunque, non è scritta nelle tecnologie, ma nelle scelte politiche che le governano. E su questo terreno le comunità energetiche hanno ancora molto da dire, a condizione che abbiano la possibilità concreta di farlo.



Note

[1] D.Lgs. 8 novembre 2021, n. 199, art. 31, di recepimento della Direttiva (UE) 2018/2001 (RED II).

[2] IRENA, A New World: The Geopolitics of the Energy Transformation, Global Commission on the Geopolitics of Energy Transformation, 2019.

[3] Consiglio dell'Unione europea, How did the EU respond to the 2022 energy crisis?

[4] Ramboll, The energy crisis added EUR 336 billion to EU electricity bills in 2022, 2023.

[5] CEPR (VoxEU), The European energy crisis and the consequences for the global natural gas market, 2023.

[6] IEA, Solar PV Global Supply Chains, 2022.

[7] IEA, The State of Clean Technology Manufacturing, 2023.

[8] ENISA, ENISA Threat Landscape for the Energy Sector, 2023.

[9] T. Bauwens, B. Gotchev, L. Holstenkamp, "What drives the development of community energy in Europe? The case of wind power cooperatives", Energy Research & Social Science, vol. 13, 2016, pp. 136–147.

[10] NREL, Voices of Experience: Microgrids, 2020; K. Anderson et al., "Increasing Resiliency Through Renewable Energy Microgrids", Journal of Energy Management, 2017.

[11] ACER, ACER offers a to-do list to remove the barriers that hinder demand response, new entrants and small players, dicembre 2023; ACER/CEER, Annual Report on the Results of Monitoring the Internal Electricity and Natural Gas Markets in 2022, 2023.

[12] N. Della Valle, V. Czako, "Empowering energy citizenship among the energy poor", Energy Research & Social Science, 2022; cfr. anche G. Walker, R. Day, "Fuel poverty as injustice", Energy Policy, 2012.

[13] J. Radtke et al., "The struggle of energy communities to enhance energy justice: insights from 113 German cases", Energy, Sustainability and Society, 2023.

[14] REScoop.eu, Renewable Energy Communities: A Safe Haven in Times of Crisis, 2022.

[15] G. Koukoufikis, H. Schockaert, D. Paci et al. (JRC), Energy Communities and Energy Poverty: The Role of Energy Communities in Alleviating Energy Poverty, Commissione europea, JRC134832, dicembre 2023.

[16] Legambiente, Parte dalla periferia est di Napoli la prima comunità energetica in Italia, 2021; Fondazione con il Sud, Comunità Energetica e Solidale di Napoli Est; Cantieri della Transizione (Legambiente), Comunità energetica rinnovabile e solidale di Napoli Est.

[17] Cfr. le dichiarazioni di C. Borgomeo (Fondazione con il Sud) e M. Imparato (Legambiente), in A Napoli est, la comunità energetica è anche solidale, Vita, 2021.



Bibliografia


Rapporti istituzionali e politiche europee

  • Agency for the Cooperation of Energy Regulators, & Council of European Energy Regulators. (2023). Annual report on the results of monitoring the internal electricity and natural gas markets in 2022. ACER/CEER.

  • Agency for the Cooperation of Energy Regulators. (2023). ACER offers a to-do list to remove the barriers that hinder demand response, new entrants and small players. ACER.

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  • European Commission. (2023). Proposal for a regulation establishing a framework for ensuring a secure and sustainable supply of critical raw materials — Critical Raw Materials Act (COM(2023) 160 final). Publications Office of the European Union.

  • International Energy Agency. (2022). Solar PV global supply chains. IEA.

  • International Energy Agency. (2023). The state of clean technology manufacturing. IEA.

  • International Energy Agency. (2023). World energy outlook 2023. IEA.

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Geopolitica e trasformazione energetica

  • International Renewable Energy Agency. (2019). A new world: The geopolitics of the energy transformation. IRENA.

  • International Renewable Energy Agency. (2022). Geopolitics of the energy transformation: The hydrogen factor. IRENA.

  • Intergovernmental Panel on Climate Change. (2023). Climate change 2023: Synthesis report. Contribution of Working Groups I, II and III to the Sixth Assessment Report. IPCC.


Sicurezza e infrastrutture

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  • National Renewable Energy Laboratory. (2020). Voices of experience: Microgrids. NREL.

  • Resilienza, crisi e comunità energetiche

  • Council of the European Union. (2023). How did the EU respond to the 2022 energy crisis? Consilium.

  • Radtke, J., et al. (2023). The struggle of energy communities to enhance energy justice: Insights from 113 German cases. Energy, Sustainability and Society, 13(1).

  • Ramboll. (2023). The energy crisis added EUR 336 billion to EU electricity bills in 2022. Ramboll.

  • REScoop.eu. (2022). Renewable energy communities: A safe haven in times of crisis. REScoop.eu.


Letteratura accademica e teoria

  • Bauwens, T., Gotchev, B., & Holstenkamp, L. (2016). What drives the development of community energy in Europe? The case of wind power cooperatives. Energy Research & Social Science, 13, 136–147. https://doi.org/10.1016/j.erss.2015.12.016

  • Della Valle, N., & Czako, V. (2022). Empowering energy citizenship among the energy poor. Energy Research & Social Science, 89.

  • Sovacool, B. K., & Dworkin, M. H. (2014). Global energy justice: Problems, principles, and practices. Cambridge University Press.

  • Walker, G., & Day, R. (2012). Fuel poverty as injustice: Tackling the recognition, distribution and procedure of energy poverty. Energy Policy, 49, 69–75.

 





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