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War. War never changes.

Aggiornamento: 13 dic 2022

1. Potevamo imparare di più, dai videogiochi


Qualche anno fa la mia ex moglie mi introdusse al mondo della Playstation 4, di cui era appassionata utente. Tra questi, vi era la serie di Fallout e in particolare il quarto capitolo, e da tale serie ho mutuato il titolo di queste riflessioni War. War never changes. Il cambiamento è il pallino ossessivo, credo, di chiunque abbia una decente formazione storico-filosofica: la Storia si ripete? L’eterno ritorno nietzschiano esiste? La Storia è ciclica, come postulava il mito antico di quasi tutte le civiltà passate, o è lineare come pensiamo da quando abbiamo impostato la cronologia prima e dopo Cristo? Se avete il vizio, come lo scrivente, di porvi queste domande piuttosto inutili rispetto alla conduzione della vostra vita quotidiana, che magari vi assillano in una notte insonne (o in una serata con un tasso alcolemico di riguardo in cui ne dibattete coi vostri degni compari in un pub, con gli altri astanti che vi osservano come foste degli alieni), le opzioni in genere sono di rimandare la riflessione ad infinitum, oppure cercare di scendere a una sorta di compromesso funzionale, pragmatico, se non altro nell’interesse della vostra salute mentale.


Il mio compromesso è stato pensare che la Storia spesso si ripete, o meglio il noumeno degli eventi, il principio generale insomma, mentre la forma con cui questo si esprime cambia. Sfortunatamente questo implica due fondamentali riflessioni conseguenti: ammettere che, spesso, il genere umano non impara e/o che su certe problematiche inerenti alla nostra natura, o anche la natura in generale, poco possiamo come individui e come società.


Mentre cercavo di capire come mettere per iscritto queste riflessioni, mi è tornato in mente Fallout per due motivi. Il primo è che il gioco è ambientato in una realtà alternativa post-atomica, e considerato il periodo e il ritorno della fobia nucleare, direi che ci siamo. Il secondo è il sistema di gioco in cui il giocatore può, attraverso le sue scelte, alterare il finale e il mondo.


I differenti episodi della saga sono, infatti, tutti ambientati in un pianeta terra la cui linea storica e tecnologica si altera intorno agli anni ‘50, inserendo il gioco nel cosiddetto sottogenere retro-sci-fi: dal 1945 la tecnologia nucleare è stata adattata a tutto e, nonostante robot e auto a fusione, il mondo sembra fermo “esteticamente” agli anni di cui sopra, fino ai grandi conflitti del terzo millennio, generati dalla carenza, in particolar modo, di uranio, che porta Stati Uniti e Cina, nel 2077, a scatenare l’olocausto nucleare. Qui comincia il videogioco, in cui il protagonista di volta in volta potrà scegliere secondo la propria idea ed etica da che parte stare. Ciò che ai miei occhi rendeva interessante il quarto episodio della serie era che – come nel mondo reale – ogni fazione aveva del “buono” e del “cattivo”, dipendendo un po’ dal proprio punto di vista. Valeva per l’Istituto, una sorta di setta ultrascientifica, così come per la Confraternita d’acciaio, un ordine militare che voleva monopolizzare le tecnologie e distruggere tutti i mutanti, e per i Minutemen, una sorta di accozzaglia di fedelissimi al vecchio ideale americano, valeva ovviamente per i Railroad, dei sintetici (umani artificiali creati dall’istituto) che volevano avere libertà di scelta. Ho amato questa complessità di scelte e idee, estremamente realistica, e ho amato lo humour nero della serie, così come la grottesca rappresentazione del futuro alternativo statunitense. Perché, alla fine, la realtà è proprio questa: grottesca e complessa, variopinta e decisamente non riducibile a “buoni” e “cattivi”. Soprattutto, dopo anni di studio sul fenomeno “guerra” in tutti i suoi aspetti, ho amato quell’adagio: War. War never changes.

Fallout 4, ideologie politiche, Meme
Figura 1- Le fazioni di Fallout 4 e le ideologie politiche (meme): da in alto a sinistra, in senso orario: Istituto, Confraternita d’acciaio, Minutemen, Railroad..

2. Forse è cambiata. Forse no.


La guerra in Ucraina ha riportato, schiaffeggiandole, le coscienze occidentali di fronte a un fenomeno antico quanto l’uomo: la guerra. Ora, mi si obietterà che di guerre, negli ultimi 40 anni, ne abbiamo viste parecchie. Non sono d’accordo. Negli ultimi 40 anni abbiamo visto molte piccole guerre civili, alcune guerre lontane e soprattutto molte Low Intensity Operations. La guerra in Ucraina, invece, è guerra-guerra, quella in cui l’artiglieria c’è da entrambe le parti e i due eserciti in campo si equivalgono (per un motivo o per un altro). Insomma, una guerra che noi occidentali non vedevamo dalla Corea. Anzi, forse dal secondo conflitto mondiale.


Andando indietro nel tempo: non è lo Yemen, che nessuno segue (2015). Non è la Siria, che è una guerra per procura (2011). Non è l’Iraq e non è l’Afghanistan. Non è il Kosovo, non è la Bosnia. L’ultima guerra paragonabile forse è il conflitto negli anni ’80 tra Iran e Iraq, di cui gli europei ben poco ricordano (o, addirittura, sanno). Quella in Ucraina è un tipo di guerra vecchio: la guerra non è cambiata, ci si spara tra una buca e l’altra, tra una stanza e l’altra, si spera di sopravvivere all’artiglieria. Quella in Ucraina è un tipo di guerra nuovo, fatta con i droni, quelli che dall’alto lanciano missili, quelli turchi, e quelli piccoli, che aiutano le unità a rendere il fuoco di artiglieria più preciso, o che addirittura sganciano una granata sulla trincea nemica. Quella in Ucraina è una guerra che non è cambiata, in cui entrambe le parti lodano gli eroi, i soldati, e fanno propaganda. Quella in Ucraina è una guerra che è cambiata, in cui si fa la guerra cognitiva su Twitter, sui social, in cui si fa riconoscimento facciale delle truppe nemiche e si chiamano i genitori con lo smartphone per dirgli che “abbiamo spappolato tuo figlio”.


Eppure, alla fine, forse, la guerra non cambia mai. Sintetizzando Un terribile amore per la guerra di Hillman, questa rimane sempre la stessa tragedia, una tragedia che svela l’essenza degli uomini, e divide

gli uni in persone, gli altri in sciacalli.


3. Tra ideologia e realismo


Se rimane sempre la stessa tragedia, allora mi chiedo chi siano le persone e chi siano gli sciacalli. Personalmente, volendo ridurre a poche righe un complesso e fin troppo ampio discorso metodologico, tendo a dividere la visione sul fenomeno guerra (e non solo, oserei dire su tutto) in due approcci possibili: quello ideologico e quello realistico. Entrambi hanno pregi e difetti, come sempre succede, e quindi la scelta dell’uno piuttosto che dell’altro ricade interamente su ciascuno di noi.

L’approccio ideologico ha un grandissimo pregio, si fonda sull’etica e sulle idee; in questo pregio però si annida anche il suo peggior difetto: quando le idee diventano ideologia, si scatena il peggior dogmatismo cieco ed inevitabilmente si arriva al fine che giustifica i mezzi: alle bombe e i morti in nome della democrazia e dei diritti umani, per capirci. L’approccio realista ha un grandissimo difetto: è spesso disumanizzante, guarda ai grandi numeri, mai alle eccezioni; ha, tuttavia, un pregio di non poco conto: guarda le cose per come stanno, e questo concede un punto di vista pragmatico che porta inevitabilmente a tentare di limitare i danni e le grandi catastrofi.


L’approccio ideologico si fonda sull’universalismo, cioè sull’ipotesi che la nostra idea sia universale e, quindi, debba essere accettata da tutti. Il realismo si fonda sul relativismo, e cioè sull’ipotesi che esistano sistemi di pensiero, e conseguentemente etici e valoriali, diversi dal nostro ed egualmente potenti e che quindi vadano inevitabilmente tenuti in considerazione nel momento in cui si arriva al muro contro muro. Ovviamente, in queste riflessioni, sto riducendo, semplificando, arrivando a un dualismo che nella realtà dei fatti può e deve essere mitigato: un mondo totalmente realista sarebbe grigio, un mondo totalmente idealista sarebbe totalitario (si può tornare a parlare, oggi, infatti, di totalitarismo liberale).


Qui, comunque, parliamo di guerra, quindi vediamo come un “idealista” e un “realista” guardano oggi a questo fenomeno “nuovo” che non cambia. Lo faremo attraverso un dialogo fittizio, in cui le due posizioni si interrogano vicendevolmente, in una situazione che potrebbe apparire anche paradossale, ma che a quanto sembra oggi è molto – forse troppo, essendo guidata dai “numeri” – comune.


4. Il dialogo tra gatti geopolitici.


Dovendo creare un dialogo, ho dovuto anche pensare a quali interlocutori far partecipare. In questi casi, pur avendo un approccio estremamente rispettoso alla guerra, non riesco a prendermi sul serio, c’è una parte di me che deve sempre smontare l’immagine dell’intellettuale, in quanto “palloso”. Quindi ecco, ho deciso di riprendere una vecchia idea che molti dei miei allievi hanno amato: i gatti geopolitici. Vi presento quindi i due protagonisti del nostro dialogo: il campione del realismo, il Sacro Felino Imperatore, Samael Von Wald, 16 anni e 7 kg di pelo e atarassica buddhità; nell’angolo opposto, la sfidante, l’idealista, 14 anni di feroce iperattiva ideologia, la Contessa Palatina Kirke Von Wald. Per comodità del lettore ho assegnato a entrambi un codice colore.

Questa mattina lo stupido umano stava guardando le novità sull’Ucraina, tra cui questo fantomatico screenshot in cui Zelenskij è circondato da schermi verdi per i fotomontaggi. Secondo me è propaganda russa.
Non vedo il punto sinceramente. Ammettiamo che la foto sia vera e che i video dell’ucraino siano realmente montati, dove sarebbe lo scandalo? È un leader di un Paese in guerra, mi sembra ovvio vi sia tanto la necessità di proteggerlo, quanto quella di comunicare. Queste cose sono mera narrazione, lasciano il tempo che trovano e se da una parte hanno impatto sul morale degli ucraini, dall’altra potrebbero avere un effetto molto poco impattante.
Può darsi, ma ciò non toglie che la propaganda russa arriva ovunque, ha addirittura messo sotto attacco quella giornalista italiana. D’altronde, lo sappiamo tutti, la disinformatsja russa permea tutta Europa.
A parte che i russi non se ne fanno nulla di ipotetici attacchi a una semisconosciuta giornalista italiota, ma soprattutto la disinformatsja è una fisima narrativa di epoca sovietica, addirittura zarista. Fa scena, certo, ma gli ucraini hanno la medesima tradizione e soprattutto basta prendere un banale manuale per le forze speciali dell’esercito americano per trovarci gli stessi medesimi principi. Insomma, il più pulito c’ha ‘a rogna, come dice lo stupido umano.
Non sono convinta, e se anche fosse, come spesso succede, il punto non è il mezzo, ma il fine. Gli ucraini si difendono, i russi invadono, aggrediscono, uccidono civili inermi, commettono crimini.
A parte che gli ucraini bombardano quotidianamente sia la regione russa di Bolgorod, dove non ci sono obiettivi militari, e fanno la stessa cosa sui distretti residenziali di Donetsk, oltre ad aver partorito dal 2014 liste di proscrizione sia di stranieri che di ucraini alla sillana maniera, ma soprattutto siamo così sicuri che il fine giustifica i mezzi? Anche avendo ottenuto quel fine, questo avrà senso dati i mezzi usati?
Questo è qualcosa che possiamo chiederci dopo, prima di tutto bisogna arrivare alla fine di questa guerra, dobbiamo fermare i russi.
Certo, una guerra prima finisce e meglio è, ce lo hanno insegnato gli americani a Hiroshima e Nagasaki.
Questo è benaltrismo.
No, questo è comparativismo. I princìpi sono universali se valgono sempre, altrimenti sono relativi, e quindi non imponibili a chiunque.
Questa è fuffa filosofica, come tuo solito. Comunque, il bipede oggi commentava anche alcuni video di battaglie sia lato russo che ucraino, e alcuni articoli di questo sito russo registrato in un Paese baltico, Meduza, che intervistava un soldato russo e un mercenario di Wagner, che dicevano che le truppe russe sono a pezzi e moriranno tutti.
Sinceramente non trovo molto professionale prendere sul serio un media che fa solo articoli negativi sui russi e che non dà alcuna prova delle proprie fonti, le quali per giunta, vere o presunte che siano, non fanno altro che perpetrare i classici stereotipi occidentali sugli eserciti russi di tutte le epoche, stereotipi ampiamente sfatati dalla storiografia seria. Ad ogni modo sì, ho visto anche io con lo stupido umano alcuni di quei video, uno in particolare su un assalto ucraino alle linee russe.
Quello in cui viene tritata male un’intera compagnia?
A parte che è un complesso tattico meccanizzato di livello compagnia, visto che c’erano due T64BV. Comunque quello che ho pensato è questo: se traessi delle riflessioni da quel video, potrei tranquillamente dire che quell’assalto è tutto sbagliato, soprattutto se lo confronto con le dottrine NATO di assalto meccanizzato. Gli ucraini assaltano in colonna, tra l’altro su una direttiva già densa di tracce di cingolati, cioè attaccano sempre sulla stessa direttiva, in colonna, e si aprono solo a circa 5 – dico 5 – metri dalle trincee russe. Per i russi è un tiro al piccione, letteralmente. Dovrei concluderne che questo fantomatico addestramento NATO agli ucraini è fuffa, almeno quanto occidentali e ucraini dicono dei mobilizzati russi.
Ma non puoi tirare le somme da un unico video scusa, sappiamo perfettamente che non tutti gli ucraini sono addestrati.
Appunto, ma come non posso farlo io non possono farlo i filoucraini, e così i filorussi. Voglio dire, un principio critico o lo applichiamo sempre o non lo applichiamo mai. Se lo applichiamo quando ci fa comodo, è cherry-picking, cioè un bias cognitivo. La verità è che questa guerra è in un modo, è sempre la vecchia guerra, ma viene narrata in tutt’altro modo.
Beh, ma è vero che gli ucraini resistono, sono moralmente superiori, nel senso proprio di morale, perché la loro patria è invasa.
Alcuni, anche qui vale lo stesso principio. Molti ucraini sono già stanchi della guerra, non sono interessati al Donbass, ritengono addirittura che i cittadini di quei luoghi non siano ucraini. Altri sono nazionalisti, altri sono nazisti, alcuni vedono i russi come invasori e da uccidere senza pietà, alcuni li vedono come vittime della politica, altri si sentono vittime della politica. Insomma, è un panorama variegato. Sono fuggiti gli ucraini dalla coscrizione, come alcuni russi dalla mobilitazione.
Sì, ma questo non toglie che c’è un aggressore e un aggredito.
Certo, gli aggressori sono i russi e gli aggrediti sono gli ucraini. Questo però non risolve la questione. La guerra ha sempre delle motivazioni profonde, ingarbugliate, falsificate e in taluni casi semplicemente incomprensibili. Ridurre tutto ad aggressore e aggredito non risolve assolutamente nulla. Se applicassimo questo principio, per capirci, in politica interna, dovremmo abolire metà dello stato di diritto socialmente inteso. Sei colpevole di reato, via l’appello, devi essere punito. Quale riabilitazione, quali domiciliari, che servizi sociali, devi essere solo punito. Pensa se applicassimo lo stesso principio alle relazioni di coppia. Davvero pensi che tutto sia risolvibile in chi ha chiesto il divorzio o chi ha tradito o chi ha reso infelice chi? È un discorso così dogmatico da rasentare il demenziale per quanto è semplicistico.
Ma non possiamo farne a meno. I russi hanno violato il diritto internazionale.
Il diritto internazionale viene violato un giorno sì e l’altro pure, non è questo il punto, e non è neanche se ritenere o meno i russi colpevoli di aggressione (anche perché è quanto meno lapalissiano). Il punto è chiedersi: perché il sistema internazionale ha fallito? In un sistema internazionale funzionante, i russi avrebbero aggredito?
Sì, ma anche questo dobbiamo farlo dopo che l’Ucraina ha ripreso i suoi territori.
Davvero pensi che questa sarà la soluzione? Ammettiamo un attimo che la Russia perda, si ritiri e che l’Ucraina riprenda anche la Crimea. Davvero pensi che ci troveremmo con uno Stato candidato UE che si confà ai parametri europei? Davvero pensi che gli ucraini non avviino un sistema di purghe centralizzato in cui tutti coloro che hanno collaborato con gli aggressori vengano puniti senza appello? Davvero pensi che quelle regioni saranno pacificate?
Ma magari mandiamo una forza ONU e risolviamo il problema.
Come in Kosovo a distanza di 23 anni, quasi 24?
Beh, comunque è pacificato.
Non risolto però. E se anche riuscissimo a farlo, una Russia umiliata, come negli anni ’90, a chi gioverà? Ricominciamo con l’esportazione mondiale di armi – anche nucleari – sul mercato nero? E davvero lo spezzare le gambe alla Russia risolverà la situazione? Non sarebbe il caso di prendere consapevolezza circa il fatto che il mondo non è quello del 1948 e quindi il sistema internazionale va riformato, dato che buona parte degli Stati di Asia, Africa e America Latina, visti i palesi bullismi statunitensi circa gli asset economico finanziari russi, non si fidano più degli occidentali?
Per la verità 143 Stati all’ultima UN General Assembly hanno votato contro i russi.
No, hanno votato una risoluzione per condannare l’annessione. Ma tra i 5 contrari e i 35 astenuti, mettiamo insieme il 60% della popolazione mondiale, nonché quasi tutte le potenze regionali, in pratica i BRICS e tutti quelli che orbitano lì intorno. Insomma, una sorta di secondo mondo che è molto meno secondo rispetto a vari anni fa e che include potenze nucleari quali Cina, India, Pakistan ed esportatori militari del calibro del Sud Africa, nonché il nostro caro fornitore di Gas, l’Algeria.
Ma sono tutti regimi dittatoriali praticamente.
Come molti nostri alleati. Che so, l’Arabia Saudita? Il Qatar? Insomma, non mi pare che nel nostro schieramento ci siano solo paladini dei diritti umani e della democrazia.
Beh ma torniamo al fine che giustifica i mezzi.
E mi sta benissimo, però allora diciamo le cose come stanno, guardiamole e spieghiamole per come sono: l’ideologia è propaganda e la realtà è che dobbiamo regnare e colonizzare e quindi dobbiamo spezzare le gambe ai concorrenti e per tenere buona la popolazione nostrana cianciamo di democrazia, ma il fine è il regnare, è l’egemonia.
Gatti, Realista, Idealista
Figura 2- A sinistra, il Realista; a destra, l'Idealista.

5. Il paradosso felino: conclusioni


Dicono che i gatti siano dei bastardi approfittatori, diversamente dai cani che sono affettuosi. Non è così, basta un minimo di esperienza o una chiacchierata con un veterinario comportamentista. La socialità dei gatti è semplicemente complessa e diversa da quella dei cani. Samael è un gatto profondamente indipendente, sornione, ama stare per i fatti suoi, ma al tempo stesso, a suo piacimento, pretende affetto. Kirke è una gatta estremamente appiccicosa, fastidiosa nella sua iperattività, pretende attenzioni di continuo, eppure può stare fuori di casa anche per 24 ore. Un po’ come in Fallout. La Confraternita d’Acciaio sa di proto-fascista, con quei suoi valori militari dogmatici, eppure attrae per il legame profondo che c’è tra i suoi appartenenti; l’Istituto è fastidioso, quasi odioso, per la sua fanatica visione scientista, eppure è stato capace di produrre un quantitativo di benessere impressionante; i Minutemen sono odiosi nel loro essere naïve all’inverosimile con i loro valori da New England di fine ‘700, con il loro ciarpame ideologico sulla libertà, eppure il valore della libertà, inevitabilmente, risuona in ogni occidentale, almeno un minimo, perfino nei più pessimisti come lo scrivente, perché in fondo, anche se in greco antico non esisteva la libertà individuale come l’abbiamo definita oggi, comunque è qualcosa che scaturisce dal nostro essere europei, filosoficamente, storicamente e giurisprudenzialmente, anche se la Libertà come la intendiamo noi non è certo la libertà come la intendono gli americani.


Sono realista e quindi credo fermamente che in Russia e Ucraina ci siano, da entrambe le parti, persone e sciacalli, perché la guerra non cambia mai, non cambia chi la fa, non cambia chi la ostacola e chi la supporta, non cambia chi ne trae profitto. Ci sono sciacalli tra i soldati russi e ucraini, che commettono crimini da una parte e dall’altra, e ci sono persone da una parte e dall’altra che tentano di arginare l’orrore. Mi riesce semplice pensare questo, lo do quasi per scontato.


Quello che mi riesce difficile invece, ogni mattina, passando le mie solite due-tre ore quotidiane a guardare fonti, è pensare che tra noi occidentali, filorussi e filoucraini, nella nostra opinione pubblica, tra i nostri politici, ci siano persone e sciacalli. Vedo per lo più sciacalli, ultrà di due schieramenti che nulla sanno di guerra, che nulla sanno di guerra che cambia e guerra che rimane sempre uguale a sé stessa, e che quindi tantomeno sanno come finirla, una guerra. Di persone ne vedo poche. Al massimo vedo tanti piccoli bambocci viziati con ferite narcisistiche che pubblicano su Twitter.


War. War never changes.


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