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Violenza di Stato e maltrattamenti nelle carceri.

Aggiornamento: 21 dic 2021

La delicata (e ormai dimenticata) questione della tutela dei detenuti


Fonte: https://media.internazionale.it/images/2020/03/10/153403-md.jpg

1. Introduzione: una macchia indelebile nella storia repubblicana


I fatti avvenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere hanno segnato una gravissima violazione dei diritti umani, nonché una delle pagine più buie della storia repubblicana italiana negli ultimi 20 anni, che ora corre il rischio di essere dimenticata troppo in fretta. Il 6 aprile 2020, dopo una rivolta iniziata da alcuni detenuti il giorno precedente e risolta nella notte dal personale penitenziario, viene messa in atto una vera e propria “macelleria messicana” (a pochi mesi dal ventennale del G8 di Genova e dai pestaggi della Diaz), operata da coloro che dovrebbero salvaguardare la salute psicofisica dei detenuti. Tale violazione risulta ancora più grave in quanto perpetrata in una situazione di limitazione della libertà personale, senza dimenticare il contesto generale di difficoltà e paura dovuto all’emergenza Covid durante la fase inziale della pandemia.


L’inchiesta ancora in corso sui fatti avvenuti all’interno del carcere casertano, che vede coinvolti 117 funzionari [1], ha messo in evidenza una volta di più le problematiche endemiche del sistema carcerario italiano: la mancanza di personale e di strutture adeguate, il sovraffollamento delle carceri e, di conseguenza, la deficitaria tutela dei diritti dei detenuti.


Una situazione già critica, per la quale l’Italia è stata precedentemente condannata da una sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, esasperata dalla pandemia: specialmente nella prima fase dell’emergenza, a partire da marzo 2020, quando le informazioni riguardanti il nuovo virus Covid-19 erano ancora frammentarie e spesso contradditorie, quando mancavano totalmente i dispositivi di sicurezza per la popolazione, quando ci siamo resi conto dell’estrema vulnerabilità dell’essere umano, le condizioni di salute e i diritti dei detenuti non erano una priorità per il paese. Essi hanno tentato di non restare invisibili agli occhi dello Stato e delle sue istituzioni, il quale si è limitato a voltarsi dall’altra parte.


2. La pandemia e le numerose rivolte nelle carceri italiane


L’emergenza pandemica ha sconvolto ogni aspetto della nostra vita quotidiana in maniera inimmaginabile fino a poco tempo fa. Le prime settimane di marzo dello scorso anno sono state le più dure: le iniziali restrizioni, il confinamento prolungato di settimana in settimana e la paura di un contagio che sembrava inarrestabile. In quegli stessi giorni la popolazione carceraria ha subito un’ulteriore privazione delle proprie limitate libertà: vengono sospese le visite a familiari e volontari e le uniche notizie che filtrano attraverso la televisione sono allarmanti. Si tratta di un virus altamente contagioso, di cui si conosce pochissimo, soprattutto per quanto riguarda la letalità. Le uniche misure per contrastare l’avanzata del virus sono le mascherine (di cui anche lo stesso sistema nazionale sanitario era ampiamente sprovvisto) ed il distanziamento, una raccomandazione tanto inutile quanto inattuabile all’interno degli istituti penitenziari italiani.

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3. Da Modena a Rieti: le proteste esplodono in tutta Italia


In questo contesto di allarme generale e di senso di abbandono, soprattutto da parte delle istituzioni, iniziano le rivolte all’interno degli istituti penitenziari di tutta la penisola. Tra il 7 e il 10 marzo 2020, in oltre 70 carceri, una parte dei detenuti prende parte alle sommosse [2]: alzano barricate con gli oggetti presenti nelle celle, bruciano materassi e salgono sui tetti per avanzare richieste di indulto e di dispositivi di protezione, totalmente assenti all’interno degli istituti. Una parte, specialmente i detenuti con problemi di tossicodipendenza, forzano i reparti dell’infermeria per cercare dosi di metadone e psicofarmaci. Proprio questo aspetto risulta fondamentale nelle successive indagini riguardanti le oltre 60 ore di follia e vuoto istituzionale. Il bilancio finale sarà gravissimo: dodici morti tra i detenuti, di cui tre a Rieti e nove nel carcere Sant’Anna di Modena [3].


L’inchiesta doverosamente aperta sui fatti terribili di quei giorni si è risolta in un nulla di fatto. Per le nove morti avvenute nel carcere modenese sono state svolte indagini contro ignoti, con le ipotesi di omicidio colposo e morte come conseguenza di altro delitto. Successivamente alle indagini è stata richiesta, da parte degli stessi pubblici ministeri, l’archiviazione del caso. Secondo il gip la causa “unica ed esclusiva” del decesso dei carcerati fu “l’asportazione violenta e l’assunzione di estesi quantitativi di medicinali correttamente custoditi all’interno del locale a ciò preposto” [4].


4. L’inchiesta sul caso Santa Maria Capua Vetere


In questo clima di incertezza e timore nei confronti di un virus sempre più contagioso, anche nel carcere di Santa Maria Capua Vetere prende piede una protesta da parte di alcuni detenuti, sulla falsariga delle sommosse risalenti al mese precedente. Il 5 aprile 2020, a seguito della presenza di un detenuto positivo al Covid-19 all’interno dell’istituto, alcuni ospiti del reparto Nilo avanzano delle richieste per una maggiore tutela, in modo tale da poter fronteggiare un eventuale aumento dei contagi all’interno del carcere. Anche in questo caso i detenuti (secondo le ricostruzioni almeno 22 persone) rifiutano di entrare nelle proprie celle e vengono utilizzate delle brande per formare delle barricate nei corridoi. Ma questa volta la protesta sembra rientrare senza un eccessivo uso della violenza: verso la mezzanotte, dopo un incontro con i responsabili dell’istituto e avendo ricevuto rassicurazioni sulla possibilità di ottenere dispositivi di protezione, gli ospiti del reparto Nilo rientrano nelle proprie celle e la situazione sembra essersi risolta per il meglio.


5. L’orribile mattanza: le violenze da parte del personale penitenziario


Il giorno successivo, circa 300 tra agenti della polizia penitenziaria del carcere ma anche esterni all’istituto casertano, organizzano una serie di perquisizioni personali totalmente arbitrarie, con lo scopo di “dare una lezione” ai detenuti responsabili delle proteste del giorno precedente. Nel pomeriggio iniziano le cosiddette perquisizioni: i detenuti vengono fatti uscire dalle proprie celle e portati nelle aree comuni per la socialità. Qui vengono fatti inginocchiare, con la faccia rivolta verso il muro e picchiati brutalmente, aggrediti, senza una vera ragione di pericolo per il personale penitenziario, attraverso l’utilizzo di pugni, calci, manganelli, offese verbali e minacce. I video pubblicati da alcune testate giornalistiche, solo una parte del materiale raccolto dagli inquirenti, mostrano un uso indiscriminato della violenza da parte degli agenti, una vera e propria ritorsione. I detenuti sono evidentemente in uno stato di shock e terrore, non comprendendo le ragioni dell’abuso al quale vengono sottoposti. Nelle immagini si possono vedere i detenuti passare nei corridoi attraverso due ali di agenti che picchiano indiscriminatamente. Alcune testimonianze raccontano dello svenimento di un detenuto, il quale viene lasciato a terra senza il soccorso del personale medico. Altri testimoni riportano il pestaggio di un detenuto disabile in carrozzina [5].


In un contesto di paura e di ulteriori ritorsioni, i detenuti evitano di denunciare, temendo nuove rappresaglie da parte degli agenti, oltre alla possibilità di non essere creduti dagli inquirenti. Nonostante il tentativo di manomissione del circuito di videosorveglianza da parte degli autori delle violenze, l’inchiesta della procura di Caserta va avanti: dopo mesi di raccolta di testimonianze, indagini e recupero di chat, documenti, relazioni e video, il 27 giugno scorso sono state disposte 52 misure cautelari: 18 persone sono state messe agli arresti domiciliari, 23 sono state sospese dal lavoro e per 8 agenti è stato disposto l’arresto in carcere. Secondo il giudice delle indagini preliminari Sergio Enea vi era un forte pericolo di inquinamento delle prove e di reiterazione del reato. Lo stesso giudice non ha esitato a definire tali violenze “un’orribile mattanza” [6].


6. Il problema delle condizioni degradanti e del sovraffollamento nelle carceri


Come già precedentemente ricordato, il verificarsi di questi episodi indegni di uno stato democratico non è per nulla fortuito, bensì frutto delle annose problematiche riguardanti il sistema carcerario. La politica italiana sembra essersi dimenticata da anni il tema dei diritti dei detenuti, nonostante il ripetersi di gravi violazioni. Le cause delle pessime condizioni di vita all’interno degli istituti carcerari possono ricondursi a tre fattori principali: la carenza di personale adeguatamente formato, l’inidoneità di molte strutture e il sovraffollamento delle carceri.


Se per i primi due fattori la soluzione sembra essere “relativamente” semplice, ossia assunzioni e formazione adeguata di personale penitenziario e riqualificazione degli istituti, il tema del sovraffollamento è il vero nocciolo della questione. Ormai da anni l’Italia si trova ai primi posti in Europa per quanto riguarda il tasso di sovraffollamento: prima dell’emergenza pandemica, ossia a fine febbraio 2020, i detenuti erano 61.230 a fronte di una capienza regolamentare di 50.931 posti, con un tasso del sovraffollamento pari al 120,2% [6]. Oggi, a seguito di interventi governativi necessari dopo l’esplosione della pandemia, i detenuti sono 53.697, un numero che è tornato a salire rispetto al 31 dicembre 2020. Il tasso di sovraffollamento attuale è pari al 106% [8], al di sopra della capienza massima e che deve comunque far riflettere sulle condizioni di vita dei detenuti.

7. La necessità di una nuova visione della pena


Tale questione andrebbe affrontata attraverso nuovi strumenti e adottando un’ottica totalmente diversa rispetto a quella attuale, abbandonando la logica della detenzione come strumento esclusivamente punitivo e attuando in maniera efficace l’articolo 27 della Costituzione, il quale prevede che: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Proprio la rieducazione dovrebbe essere il fine ultimo della reclusione, attraverso il reinserimento nella società del detenuto con percorsi di formazione e istruzione. Il fallimento dei provvedimenti di amnistia e indulto (13 dal 1962) ha dimostrato come il pericolo maggiore per un detenuto rimesso in libertà sia proprio la recidiva. Ciò si può evitare solamente con programmi volti all’istruzione e alla formazione lavorativa del detenuto per tutta la durata della reclusione, oltre a percorsi di accompagnamento a seguito della messa in libertà [9]. Inoltre, risulta evidente la necessità di depenalizzazione per alcuni reati riguardanti il Testo Unico stupefacenti (DPR 309/1990), dato che 1/3 della popolazione carceraria ha commesso reati di piccolo spaccio. In questi casi, l’applicazione di misure alternative alla reclusione, come gli arresti domiciliari, l’affidamento ai servizi sociali e la semilibertà, permetterebbe una forte diminuzione della pressione sul sistema carcerario.


8. La condanna della Corte europea dei diritti dell’uomo: il caso Torreggiani


L’emergenza pandemica, e le numerose rivolte avvenute nelle carceri durante il 2020, hanno esasperato una situazione già critica, evidenziando i problemi strutturali che da anni affliggono il sistema penitenziario italiano. Tanto che nel 2013 la Corte europea dei diritti umani ha condannato l’Italia per le condizioni degradanti dei detenuti, stabilendo un importante precedente nella giurisprudenza europea [10]. L’8 gennaio 2013 la II camera della Corte europea ha stabilito la violazione dell’art. 3 della CEDU, il quale stabilisce che: “Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti”.


Oggetto dei sette ricorsi sottoposti al vaglio della Corte erano le condizioni di detenzione lamentate dai detenuti negli istituti penitenziari di Busto Arsizio e Piacenza [11]. I ricorrenti occupavano una cella di 9 m² da condividere con altri due detenuti; pertanto, ognuno di essi aveva a disposizione uno spazio personale di 3 m². Inoltre, vi erano forti difficoltà per quanto riguarda l’utilizzo delle docce a causa della scarsità di acqua calda presente all’interno dell’istituto penitenziario. Tali condizioni non garantivano le minime condizioni di vita all’interno del carcere, evidenziando il problema del sovraffollamento, e mettendo a forte rischio il benessere psicofisico dei detenuti.


9. Il ricorso alla sentenza pilota: segnale delle problematiche strutturali del sistema penitenziario italiano


La peculiarità della sentenza Torreggiani non risiede solamente nel merito, ma anche nella particolare procedura utilizzata: la Torreggiani, infatti, viene definita una sentenza pilota, ed è utilizzata quando la Corte, oberata da ricorsi ripetitivi, ne accorpa diversi valutandoli contestualmente, rinviando poi l’esame dei casi simili in relazione ai quali sospende il giudizio. La ripetitività dei ricorsi delinea, infatti, una violazione sistematica di uno dei diritti tutelati dalla Convenzione da parte dello Stato convenuto. In questo modo tale sentenza diventa un importante precedente giudiziario, sottolineando la forza della condanna. Riscontrata la presenza di problematiche strutturali, la procedura delle sentenze pilota consente alla Corte di indicare anche i provvedimenti necessari che lo Stato dovrebbe adottare per contrastare tale situazione incompatibile con la CEDU. In questo caso, la Corte europea esorta l’Italia ad agire per ridurre il numero dei detenuti prevedendo, in particolare, l’applicazione di misure alternative rispetto alla reclusione e riducendo al minimo, per determinati reati, il ricorso alla custodia cautelare in carcere.


10. Il reato di tortura: un ulteriore passo verso la civiltà


Il 9 settembre 2021 si sono concluse le indagini preliminari sui pestaggi avvenuti all’interno del carcere di Santa Maria Capua Vetere e tra i reati contestati rientra anche quello di tortura, introdotto in Italia solo recentemente, nel 2017. L’iter legislativo per l’introduzione di tale fattispecie ha avuto un percorso piuttosto accidentato, nonché un grave ritardo rispetto alle normative europee. Alcune forze politiche ritengono che tale reato, presente nella maggior parte dei paesi membri dell’Ue, rappresenti un ostacolo al normale svolgimento delle funzioni di tutela dell’ordine pubblico e di sicurezza, esercitabili esclusivamente attraverso l’uso della forza.


Il reato di tortura salvaguarda uno dei diritti fondamentali della persona, ossia la dignità umana. Tale diritto inalienabile della persona può essere maggiormente in pericolo nei casi di limitazione della libertà personale, come per esempio durante la reclusione. Infatti, il caso dei pestaggi avvenuti all’interno del carcere casertano ha evidenziato una volta di più la necessità dell’introduzione di tale reato nel codice penale italiano, cancellando un vuoto normativo ingiustificato, spesso colmato attraverso l’attività giudiziaria. L’introduzione degli articoli 603bis e 603ter nel codice penale italiano ha segnato un primo passo verso una più efficace attuazione delle raccomandazioni europee, in modo tale da garantire una maggiore tutela della popolazione carceraria. Può essere definita una “conquista a metà” [12], dato che non ha soddisfatto pienamente le aspettative, ma è certamente uno strumento di tutela giudiziaria in caso di maltrattamenti all’interno degli istituti penitenziari.


11. Conclusioni


La gravità dei fatti avvenuti all’interno del carcere di Santa Maria Capua Vetere evidenzia una situazione critica orami da decenni. La ritorsione e la violenza di Stato esercitata dal personale penitenziario non può essere confusa con un singolo episodio deprecabile da parte di una minoranza, ma deve essere analizzata e letta come un fortissimo campanello di allarme sullo stato di salute del sistema carcerario italiano. Sicuramente le mansioni delicate, i turni massacranti e la carenza di personale della polizia penitenziaria sono problematiche molto rilevanti, ma le violenze perpetrate nel carcere di Caserta non possono essere in alcun modo tollerate in uno stato democratico, né tantomeno giustificate dall’emergenza pandemica. L’inchiesta della procura e la collaborazione di una parte del personale dimostrano che vi sono ancora degli anticorpi nel sistema che funzionano contro tali episodi, ma non possono essere sufficienti ad arginare una serie di problematiche ormai strutturali.


Alcuni passi sono stati compiuti verso una maggiore tutela dei diritti dei detenuti, come l’introduzione del reato di tortura, strumento giuridico imprescindibile in uno stato di diritto, ma è necessario un reale cambio di paradigma nella visione della pena e della detenzione: non più intesa esclusivamente come punizione del condannato, bensì tesa alla riabilitazione e alla rieducazione (così come viene declinata nella nostra Costituzione). Gli esempi dei sistemi di detenzione dei paesi scandinavi, anche se difficilmente esportabili ed applicabili in toto in Italia, possono suggerire una nuova visione della detenzione. L’applicazione di misure alternative alla reclusione e la depenalizzazione di alcuni reati considerati meno gravi avrebbero sicuramente un impatto positivo sul sovraffollamento insostenibile nelle carceri. Inoltre, risulta ormai evidente l’inefficacia, in termini di deterrenza, di misure che mirano a inasprire le pene e l’adozione di una logica esclusivamente securitaria.


Una democrazia sana si valuta anche dalle condizioni del benessere psicofisico dei detenuti, proprio coloro che si trovano sotto la custodia dello Stato, e che sono soggetti alla più rilevante forma di restrizione, ossia la privazione della libertà personale. Fëdor Dostoevskij diceva che “il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni” [13]. Se così fosse, ciò significherebbe che l’Italia ha ancora molta strada da percorrere.


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Violenza di Stato e maltrattamenti nelle carceri la delicata (e ormai dimenticata) questio
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Bibliografia/Sitografia


[1] Ilpost.it, “Cosa dice l’inchiesta sulle violenze nel carcere di Santa Maria Capua Vetere”, https://www.ilpost.it/2021/07/08/inchiesta-violenze-carcere-santa-maria-capua-vetere/

[2] G. Rizzo, Internazionale.it, “Le rivolte nelle carceri sono il frutto di crisi vecchie e nuove”, https://www.internazionale.it/notizie/giuseppe-rizzo/2020/03/11/rivolte-carcere-coronavirus

[3] Ilfattoquotidiano.it,“Coronavirus, carceri in rivolta: 12 vittime. Nuovi disordini in alcuni penitenziari. A Foggia 19 evasi ancora in fuga. Previsto lo “sfollamento” di San Vittore. Indagini di più procure sulla “regia” delle rivolte”, https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/03/10/coronavirus-carceri-in-rivolta-altri-3-detenuti-morti-a-rieti-nuove-proteste-a-siracusa-e-caserta-a-foggia-evasione-di-massa-23-ricercati-la-procura-di-milano-apre-inchiesta-sulla-sommossa-a-san/5730183/

[4] Ilpost.it, “Ci sono ancora cose che non sappiamo sulla rivolta al carcere di Modena”, https://www.ilpost.it/2021/07/02/rivolte-carceri-modena-covid/

[5] Testimonianza di uno dei detenuti del carcere di Santa Maria Capua Vetere vittima dei pestaggi: https://www.youtube.com/watch?v=0kwhU4taK5E

[6] N. Trocchia, Editorialedomani.it, “Ora che c'è il video nessuno può più ignorare il pestaggio di stato”, https://www.editorialedomani.it/fatti/video-pestaggio-carcere-santa-maria-capua-vetere-inchiesta-amb06s81

[7] Antigone, XVI rapporto di Antigone sulle condizioni detentive (2020), “Il carcere al tempo del Coronavirus”, consultabile e scaricabile dal sito https://www.rapportoantigone.it/

[8] Antigone, XVII rapporto di Antigone sulle condizioni detentive (2021), https://www.rapportoantigone.it/diciassettesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione/numeri/

[9] A. Fortunato, diritto.it, “Il sovraffollamento delle strutture penitenziarie: problematiche, profili risolutivi sfumati ed amare riflessioni”, https://www.diritto.it/il-sovraffollamento-delle-strutture-penitenziarieproblematiche-profili-risolutivi-sfumati-ed-amare-riflessioni/

[10] Sentenza II sez. Corte europea dei diritti dell’uomo dell’8 gennaio 2013, causa Torreggiani e altri c. Italia (Ricorsi nn. 43517/09, 46882/09, 55400/09, 57875/09, 61535/09, 35315/10 e 37818/10)

[11] P. De Stefani, Università degli studi di Padova, Centro di Ateneo per i diritti umani “Antonio Papisca”, “La sentenza Torreggiani: una sentenza pilota contro il sovraffollamento delle carceri italiane”, https://unipd-centrodirittiumani.it/it/pubblicazioni/La-sentenza-Torreggiani-una-sentenza-pilota-contro-il-sovraffollamento-delle-carceri-italiane/1056

[12] Per un ulteriore approfondimento sul tema dell’introduzione del reato di tortura: C. Mele, AMIStaDeS - Centro Studi per la promozione della cultura internazionale, “Il ‘crimine del potere’: il reato di tortura nell’Italia di oggi è una conquista recente”, https://www.amistades.info/post/crimine-del-potere-reato-di-tortura-italia-di-oggi-conquista-recente

[13] La paternità ufficiale della frase rimane dubbia: viene attribuita sia allo scrittore russo, dopo la sua esperienza in carcere, che al pensatore francese Voltaire.

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