USA contro Cina: dalla guerra commerciale al disaccoppiamento economico

Aggiornamento: 13 apr

di Lorenzo Tubani

Fonte: https://news.usc.edu/157113/us-china-trade-war-impact/

1. Introduzione: cos’è la guerra commerciale


Il termine “dazio”, che sembrava scomparso dal nostro vocabolario, è tornato in auge nel 2018 in seguito alla guerra commerciale intrapresa dall’allora Presidente americano Donald Trump contro la Cina.

Andando con ordine, vediamo cosa si intende quando si parla di guerra commerciale. Si tratta di una politica economica che può avere diversi obiettivi, tra cui il principale è la riduzione del disavanzo della bilancia commerciale; si cerca cioè di diminuire il valore complessivo delle importazioni a fronte delle esportazioni. Infatti, sebbene il disavanzo della bilancia commerciale di un Paese indichi che i residenti hanno accesso a una maggiore varietà di beni che si possono permettere di comprare, a lungo andare può causare una riduzione dell’attività delle aziende locali, che a sua volta si traduce nella perdita di competitività e posti di lavoro.


Ad ogni modo la solidità economica di uno Stato non si misura esclusivamente con la bilancia commerciale, che è una voce nella bilancia dei pagamenti: se quest’ultima è in negativo, denota che lo Stato si sta indebitando con autorità monetarie estere e questa situazione prolungata nel tempo può causare un aumento del deficit con l’estero difficile da ridurre.


Per mantenere la bilancia commerciale in equilibrio gli Stati hanno a loro disposizione, tra le altre, una serie di misure a carattere tariffario e non tariffario. Quelle attualmente più diffuse sono di tipo non tariffario, come ad esempio le quote di importazione, cioè una limitazione quantitativa all’importazione di un determinato bene. Se la domanda di quel bene rimarrà immutata, non potendo essere soddisfatta dall’importazione, il valore del bene aumenterà, stimolando la produzione di un bene sostitutivo nazionale[1].


Quando invece si applicano misure di carattere tariffario, allora parliamo di dazi, che funzionano sostanzialmente applicando una maggiorazione al prezzo di un bene importato. L’idea che sta dietro al dazio è che il bene interessato, divenendo più costoso, perderà competitività nel mercato interno rispetto ai beni sostitutivi prodotti a livello nazionale.


In entrambi i casi si può parlare di “protezionismo”, che espone chi lo adotta come leitmotiv della propria politica commerciale alle rappresaglie dei Paesi esteri danneggiati nella loro capacità esportativa. Se ciò si verificasse ne nascerebbe una guerra commerciale che, nel caso di forte interdipendenza delle economie dei Paesi coinvolti, potrebbe danneggiarli entrambi, con una drastica riduzione del volume degli scambi.


2. Quando la minaccia commerciale era il Giappone


Prima di addentrarci nell’analisi del caso sino-americano, ancora in fieri e il cui esito rimane incerto, può aiutarci a fare chiarezza guardare a una guerra commerciale della storia recente. Tra gli anni Ottanta e i primi anni Novanta la seconda potenza economica a livello mondiale era il Giappone. Il Paese, grazie a una politica statale di sostegno alle aziende, aveva sviluppato una filiera industriale di primo livello, contribuendo alla nascita dei grandi conglomerati denominati