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Tre elezioni in Africa dell’Ovest sotto l’influenza dell’etnonazionalismo

Aggiornato il: 14 dic 2020


di Elisa Chiara

1. Introduzione


Nei mesi di ottobre e novembre si sono tenute tre elezioni importanti in Africa occidentale: il 18 e 31 ottobre in Guinea e Costa d’Avorio, e il 22 novembre in Burkina Faso.


Le prime due sono state accomunate da due tristi realtà: il tentativo riuscito di conquistare un terzo mandato da presidente da parte di Alassane Ouattara in Costa d’Avorio e di Alpha Condé in Guinea, e i violenti scontri che hanno caratterizzato le settimane precedenti al voto. Per il Burkina il contesto appare leggermente diverso: Roch Marc Christian Kabore è stato scelto per il secondo mandato da presidente, che segue il primo che ha cambiato il volto del paese.


In quest’analisi vedremo come nei tre stati dell’Africa occidentale la questione elettorale sia stata e sia ancora intrinsecamente legata a quella dell’identità nazionale. Ripercorreremo pertanto alcune tappe politico-elettorali e le analizzeremo al prisma della questione etnica.


2. La Guinea


2.1 La Guinea e le sue etnie


In Guinea si distinguono 4 regioni popolate de diverse etnie, frutto di una classificazione coloniale poi data per scontata e diventata fonte di identificazione, ma che nasceva dalla logica francese tesa alla semplificazione e al controllo del territorio. A zone distinte corrisposero quindi etnie distinte su base geometricamente regionale, con il sacrificio della ricca diversità e, nel contempo, delle contaminazioni che caratterizzavano il Paese.

I gruppi etnici della Guinea si dividono per lingua, tratti fisici, religione, trasmissione ereditaria, mono o poligamia, attività produttiva, livello di istruzione. I principali sono i peuhls/fulani/foulah/peul/fulfulde/fulb (33,9%), i malinké/mandinka/mandingo/mandé (31,1%) i soussou (19,1%) i guerze/kpelle (6%) i kissi (4,7%) i toma/loma (2,6%).


Questi gruppi si distinguono sia dal punto di vista linguistico-culturale che per area geografica; i fulani sono prevalentemente mandriani e sono la popolazione predominante nell’altopiano Fouta Djallon e nella capitale Conakry; si organizzano in un rigoroso sistema di caste (nobili, mercanti, fabbri, discendenti di schiavi). I malinké, anche detti mandinka, sono una popolazione di lingua mandé che popola l’Alta Guinea. La maggior parte dei mandinka è musulmana, mentre la restante pratica religioni tradizionali. I soussou, anch’essi mandé, hanno avuto un ruolo dominante nella politica della Guinea sin dal 1984. Principalmente musulmani, vivono lungo le coste, nella capitale e vicino alla pianura. I kissi sono un gruppo etnico che coltiva il riso nelle aree Guékédou e Kissidougou della regione forestale; altri Kissi vivono al confine tra la Sierra Leone e la Liberia. I kissi sono culturalmente e linguisticamente indipendenti dalle popolazioni di lingua mandé del nord. Kpelle è invece il nome utilizzato, per autodefinirsi, da un altro gruppo etnico della regione forestale (in francese sono chiamati guerze). In Guinea questo gruppo è principalmente concentrato nel distretto amministrativo Nzérékore. I loma sono concentrati a est dei kissi, nella regione amministrativa Macenta. Indipendenti dai kissi, si insediarono nella foresta circa 500 anni fa e sono stati progressivamente assimilati al più ampio gruppo dei malinké.


2.2 Politica guineana e identità


Durante la prima fase post-indipendenza, (1958 - 1984), il primo presidente Touré favorì l’etnia malinké nell’esercito, nel partito, nell’amministrazione, nei piani regionali di sviluppo. Il suo obiettivo era quello di unificare la neonata nazione, ancora frammentata dal punto di vista etnico, obiettivo che condusse alla messa al bando di qualsiasi tentativo di rivendicazione minoritaria. Da quel momento, il complotto dei malinké contro i peulh, accusati di speculazione, fu all’ordine del giorno. Sotto il regime di Conté (1984 - 2008) di etnia soussou, clientelismi e corruzione favorirono il multipartitismo, ma questo esclusivamente in un’ottica anti-malinké. Per farlo, Conté si appoggiò ai forestiers, sicuro del fatto che non avrebbero mai potuto rappresentare una minaccia per il suo potere.


Alla morte del presidente Conté nel 2008, un golpe militare permise a Moussa Dadis Camara, di etnia guersé, di autoproclamarsi presidente ed indire elezioni libere nel 2009, annunciandosi candidato. A questo annuncio seguirono ben presto delle proteste che finirono con l'irruzione di ribelli nello stadio della capitale e l’uccisione di 156 persone, torture, mutilazioni sessuali e decine di arresti arbitrari.


Ad oggi in Guinea esistono tre partiti maggioritari: il Rassemblement populaire guinéen (RPG) di Alpha Condé, l’Union des forces démocratiques de Guinéee (UFDG) di Cellou Dalein Diallo, e l’Union des forces républicaines (UFR). Il gruppo etnico dei malinké sostiene l’RPG, quello dei fulani sostiene l’UFDG: per queste ragioni, il confronto politico è da sempre stato associato ad una strumentalizzazione dell’appartenenza etnica a fini repressivi delle spinte politiche ed economiche dei gruppi etnici minoritari. A seguito di un attentato subìto il 3 dicembre 2009, Camara lasciò al leader ad interim, Sékouba Konaté, il compito di organizzare le elezioni presidenziali previste per il 2010. La contesa politica vide sfidarsi un peulh e un mandé, in un contesto in cui i mandé avevano fin dall’indipendenza l’abitudine di governare il paese. Alla vittoria di Condé, si proclamò lo stato di emergenza e le forze di sicurezza utilizzarono i nuovi poteri conferiti per confermare le violenze sulle comunità peulh.

L'attuale presidente Alpha Condé in carica dal 21 dicembre 2010

Le elezioni successive del 2013 si svolsero pacificamente nonostante mesi di accuse al partito mandé di reprimere sistematicamente l'opposizione peulh. Il partito di Condé ottenne la maggioranza dei voti, risultato poi confermato dalla Corte Suprema. Nel luglio del 2013 violenti scontri tra i membri delle comunità delle minoranze etniche guerze e konianke a N’Nzérékoré e nel distretto di Beyla causarono più di 50 vittime e più di 150 feriti. Si ritiene che gli scontri fossero iniziati a seguito di una disputa nella quale due guerze uccisero un konianke accusato di furto. Le moschee e le chiese furono attaccate nel corso dei tre giorni di violenza. Cinque persone furono poi assolte dal coinvolgimento negli scontri e altre tredici furono condannate all’ergastolo.


Anche le elezioni presidenziali svoltesi ad ottobre 2015 furono scandite da tensioni etniche, principalmente tra gruppi di manifestanti peulh e forze dell’ordine malinké. Le Nazioni Unite confermano incidenti risultanti in morti e feriti a Conakry fra il 13 e il 14 aprile, il 20 aprile, il 7 maggio e il 7 ottobre 2015. Tra marzo e aprile, i partiti della coalizione repubblicana d’opposizione, guidata dall’Union des forces démocratiques de Guinée (UFDG), hanno invitato i cittadini ad unirsi alla protesta “dead town” durata più giorni per forzare il governo a ridurre il prezzo del carburante. Queste proteste hanno paralizzato il settore pubblico e privato a Conakry e hanno portato a scontri tra le forze dell’ordine e i giovani delle zone periferiche. Molti sono rimasti feriti e circa dieci persone sono state arrestate.


Il 24 ottobre 2020 la Commissione elettorale nazionale indipendente (CENI) ha annunciato Alpha Condé come vincitore già dal primo turno, e le violenze scaturite hanno causato più di 30 morti e centinaia di feriti in tutto il paese, mentre il partito di Cellou Dalein Diallo non ha fatto altro che ricorrere alla Corte Costituzionale denunciando i brogli e incitando la popolazione alla violenza.


3. La Costa d’Avorio


3.1 L’apparente coesione nazionale di Félix Houphouët Boigny


La Costa d’Avorio può essere vista dal punto di vista etnico come composta da blocchi etnolinguistici regionali, con il centro e l’est occupati dagli animisti baoulé e agni (popoli arrivati dalla migrazione degli akan del Ghana), e l’ovest dai musulmani mandé del sud, ovvero i gruppi etnici dei dan e dei gouro che hanno migrato dalla Guinea del sud e dalla Sierra Leone. Infine, il sud ovest ospita i cristiani krou, fra cui i beté e i we (meglio conosciuti come guéré), primi immigrati della costa sud. La prima fase politica post-indipendenza del paese (1960 - 1990) corrisponde al governo del primo presidente: questi, al fine di assicurarsi il consenso popolare, aveva avviato un processo di distribuzione delle risorse economiche e di centralizzazione delle regioni, che di fatto favoriva talune amministrazioni a discapito di altre. La “Questione del Guébié” del 1970 rappresenta il primo tentativo, represso, di secessione della parte occidentale del paese, condotto da Kragbé Gnagbé di etnia bété.

L'ex presidente Houphouët-Boigny è stato in carica dal 3 novembre 1960 al 7 dicembre 1993

La morte del presidente Houphouët-Boigny nel 1993 ha segnato l’inizio delle tensioni politiche e la fine del fragile equilibrio etnico che il presidente era riuscito a mantenere di fronte ai falliti tentativi di ribellione. Il panorama politico ivoriano degli anni ‘90 ha via via favorito l’emergere di partiti il cui posizionamento rifletteva una chiara competizione etnica per il potere. I candidati Henri Konan Bédié del Partito democratico della Costa D’avorio (PDCI) e Laurent Gbagbo del Fronte popolare ivoriano (FPI) erano i rappresentanti dei due gruppi etnici chiave, rispettivamente baoulé e bété. L'FPI rappresentava le comunità etniche scontente del sistema imposto da Houphouët-Boigny, mentre il PDCI era sostenuto dalle comunità di cui era originario il primo presidente.

Durante la corsa alla presidenza del 1995, la campagna elettorale di Bédié ebbe come punto centrale un programma di rivendicazioni etniche che prendevano di mira il principale rivale, Alassane Ouattara, candidato per il partito Raggruppamento dei repubblicani (RDR) e fortemente sostenuto dalle popolazioni del nord del paese (malinké e senoufo) sentitesi escluse dalla gestione del potere. E’ importante notare che i cittadini delle regioni settentrionali della Costa d’Avorio sono sempre stati considerati come non perfettamente ivoriani, poiché portatori di tratti tipici mandé (se di etnia malinké e dioula) o voltaici (se di etnia senoufo o lobi), tratti quindi in comune con le popolazioni frontaliere del Burkina Faso, del Mali, della Guinea.

3.2 Badié e l’ivoirité

Di fronte alla minaccia elettorale rappresentata dall’opposizione, Badié fu l’artefice della concretizzazione del concetto di ivoirité: ideato nel 1945 a Dakar da un gruppo di studiosi, è di fatto una sorta di etno-nazionalismo che suscita nelle popolazioni ivoriane un sentimento di diffidenza nei confronti degli stranieri, ritenuti responsabili della povertà e dell’insicurezza (di cui in realtà sono vittime). Il concetto fu trasformato in legge da Badié, e gli consentì di vietare la candidatura di Ouattara, con il pretesto che quest’ultimo avesse la nazionalità burkinabé e quindi non fosse nativo della Costa d’Avorio. L’RDR boicottò le elezioni subito dopo il divieto di candidatura di Ouattara, ma Bédié ne uscì vincitore. Da quel momento, le relazioni tra immigrati burkinabé e popolo ivoriano cambiarono radicalmente. Rispetto al predecessore Houphouët-Boigny, che aveva proposto una coalizione etnica fondata sull’inclusione dello straniero in nome dell’unità nazionale e della crescita economica, Bédié optò piuttosto per una chiara esclusione delle etnie minoritarie. Proprio questo sentimento di unità nazionale fu al centro del conflitto del 1999, quando un colpo di stato nordista rovesciò Badié poco prima delle elezioni previste per il 2000. Il leader di questa contestazione fu Guillaume Soro.

La non chiara definizione di cittadinanza ed eleggibilità alla presidenza ivoriana rimase una macchinosa questione, cui si tentò di dare risposta con gli accordi di Linas-Marcoussis[1]. Ancora una volta, la questione della nazionalità condusse al conflitto del 2010, subito dopo il quale vennero indette le elezioni nel novembre. Il rifiuto categorico del presidente Laurent Gbagbo di accettare la vittoria di Alassane Ouattara, sfociò nell’ennesima guerra civile che provocò oltre 3.000 morti. Lo spargimento di sangue si concluse solo dopo l’intervento delle truppe francesi e dei caschi blu delle Nazioni Unite, e Gbagbo fu poi processato per crimini contro l’umanità dalla Corte Internazionale. Assolto dalla corte penale e in attesa del riesame del processo, ha visto rigettata la sua ricandidatura a presidente della Costa d’Avorio nel 2020.

Il presidente Alassane Ouattara in carica dal 4 dicembre 2010

Gli ultimi due anni (2018-2020) hanno testimoniato un escalation di conflitti dovuti alla contestazione politica. Dopo le elezioni municipali del 2018, la violenza scoppiò in molte località, culminando nel maggio 2019 in scontri nella città di Beoumi con dieci morti e centinaia di feriti. Gli scontri coinvolsero ancora una volta i due gruppi etnici maggioritari, i malinké, simpatizzanti del RHDP e i baoulé, più allineati con il PDCI. Occorre inoltre sottolineare che è intervenuta una riforma costituzionale approvata per decreto e senza il voto del parlamento che consentiva al presidente il diritto di candidarsi ad un terzo mandato, e considerata incostituzionale e antidemocratica dai partiti di opposizione. Ad inizio 2019 Ouattara si è smentito quando aveva annunciato di ricandidarsi dopo aver dichiarato di voler lasciare spazio alle nuove generazioni, Ouattara utilizzò la morte del primo ministro Gon Coulibaly come pretesto per ripresentarsi.


4. Il Burkina Faso


4.1 La parenté à plaisanterie come esempio di convivenza


In Burkina Faso convivono circa 64 etnie per altrettante lingue. I mossi, che costituiscono il 48% dell’intera popolazione, i peulh, che spartiscono il territorio con i tuareg e i bellah nel nord del paese, i gourmantché che rappresentano circa il 5% della popolazione e vivono nella parte orientale del paese; i kassena che vivono a sud-est della pianura mossi, fino alla frontiera con il Ghana; i lobi, i gan e i dagari, che si sono mantenuti di fede esclusivamente animista; i boussancé (bissa) al sud sono il 4,4% della popolazione. Altri gruppi etnici significativi sono bobo, bobo fins, bouaba, samo e dioula, che abitano la regione ovest del paese e ancora gouins, trouna, sénoufo, che vivono nella regione di Banfora e Kénédougou verso la frontiera del Mali e della Costa d’Avorio. Come in Mali, in Burkina esiste una tradizione orale, la parenté à plaisanterie (dal francese: “plaisanter” = “scherzare”) che consiste nel proferire insulti e sfottò tra un’etnia e l’altra in ragione di legami storici e culturali pre-coloniali, e che parrebbe un solido antidoto all'insorgenza di conflitti comunitari. Tra le parenté più conosciute possiamo citare quelle che legano i bobo con i peulh, i bisa con i kassena e i samo con i mossi.


4.2 L’annosa rivalità mossi - peulh: una minaccia alla stabilità


Questi ultimi quindici giorni in Burkina sono stati marcati dalla campagna elettorale in vista delle prossime elezioni presidenziali e legislative. Il presidente in carica da cinque anni, Roch Marc Christian Kaboré del Movimento per il popolo e il progresso (MPP) è stato confermato per un secondo mandato con il 57% dei suffragi. Era sfidato da Zéphirin Diabré dell’opposizione (Unione per il progresso e il cambiamento - UPC) e da Eddie Komboigo del partito (Congresso per la democrazia ed il progresso - CDP) dello storico dittatore Blaise Compaoré, costretto a dimissione nel 2014 a seguito di una rivoluzione popolare. La Comunità economica degli stati dell’Africa dell’Ovest (ECOWAS) e l’Unione Africana (UA), durante una missione congiunta dall’11 al 24 novembre, hanno chiesto elezioni trasparenti e calme. Alcuni partiti politici sono sospettati di corruzione elettorale, di promesse di voto in cambio di doni in natura o in denaro, di frodi mediante il recupero delle carte degli elettori al fine di causarne l’astensione. Tutte queste problematiche si aggiungono alla questione della sicurezza: l’11 novembre, nella provincia dell’Oudalan, e il 15 novembre in quella della Komondjari, si sono registrati dei casi di intimidazione degli elettori da parte dei gruppi armati, e secondo la Commissione elettorale nazionale indipendente (CENI), nella regione dell’Est, una fra le più colpite dagli attacchi armati contro i civili, 224 uffici elettorali su 335 sono rimasti chiusi. Quest’anno, la novità è stata il voto dei burkinabé all’estero, in particolare della diaspora burkinabé in Costa d’Avorio.

L'attuale presidente Roch Marc Christian Kaboré in carica dal 29 dicembre 2015

Anche se il Burkina Faso è un paese molto variegato dal punto di vista etnico, possiamo affermare che l’etnicità non abbia assunto un ruolo determinante nella politica interna, o almeno non al pari di quanto abbiamo descritto per Guinea e Costa d’Avorio. I mossi, hanno governato il paese fin dall’indipendenza, ma sono un gruppo molto frammentato al suo interno, con alcune branche maggiormente tradizionaliste e altre più moderniste. Lo stesso presidente rieletto è di etnia mossi. La questione etnica sembra invece all’ordine del giorno del conflitto inter-comunitario nelle regioni del nord del paese: gli scontri sempre più frequenti tra gruppi di autodifesa mossi (i kogweleogo), e comunità transumanti peulh, sembrano collocarsi a metà strada tra la tensione per il controllo delle risorse naturali (terra, acqua) e l’intolleranza inter-etnica; è quindi evidente che nell’agenda del confermato presidente si collochi questa problematica, essa stessa collegata al proliferare di gruppi armati di matrice islamica che trovano in questo contesto un terreno fertile su cui soddisfare le spinte espansionistiche. I massacri continui ad inizio 2019 e 2020 e le uccisioni mirate di membri di comunità peul, avevano già indotto il presidente a promulgare una legge per l’inquadramento dei Volontari di difesa della patria (VDP) che di fatto assumono il ruolo di attore chiave nella questione securitaria burkinabé. C’è chi sostiene che il loro inquadramento sia un modo ufficiale di legalizzare gruppi di autodifesa mossi, totalmente incontrollabili ma con un grande potere di influenza sull’apparato governativo.


5. Conclusioni


Da quest’analisi emerge che la questione dell’appartenenza etnica deve rimanere al centro degli studi sul contesto politico territoriale e securitario dei paesi dell’Africa dell’Ovest. Quest’area, soggetta da sempre a migrazioni e scambi commerciali, pullula infatti di avvenimenti politici che lasciano trapelare un tentativo di affermare l’appartenenza culturale di ciascun dirigente. Confermiamo quindi la nostra attenzione per le prossime elezioni in arrivo: quelle in Ghana e in Niger nel dicembre prossimo, che saranno un altro stimolo per l’approfondimento dello stretto legame tra politica interna e coesione sociale.


(scarica l'analisi in pdf)

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Note


[1] Sono stati firmati in Francia tra il 15 e il 26 gennaio del 2003, con l’obiettivo di mettere fine alla guerra civile in essere dal 2002. Essi hanno previsto un governo di unità nazionale comprendente i rappresentanti dei 44 partiti e una revisione dei criteri di ammissione alla cittadinanza ivoriana.


Sitografia


https://www.scirp.org/journal/paperinformation.aspx?paperid=98999


https://aercafrica.org/wp-content/uploads/2020/09/Kramo-676.pdf


https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/costa-davorio-verso-il-voto-segnali-di-una-crisi-politica-27936


https://lospiegone.com/2020/11/10/elezioni-in-costa-davorio-ouattara-ottiene-il-terzo-mandato/


https://www.hrw.org/legacy/french/reports/2003/cotedivoire0803/6.htm


https://www.wathi.org/de-la-guinee-a-la-cote-divoire-la-vie-est-plus-precieuse-quun-troisieme-mandat/


https://www.wathi.org/tribune/guinee-et-cote-divoire-chronique-de-deux-crises-electorales-programmees/


http://protezioneinternazionale.giur.uniroma3.it/wp-content/uploads/2019/07/Rapporto-COI-Guinea-Conakry-1-luglio-2019.pdf

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