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Trasferimenti di armi verso l’Ucraina: il rischio di una proliferazione incontrollata

Aggiornamento: 16 nov 2022

Fig.1: Militari ucraini caricano su un camion missili anticarro Javelin (CNN).

1. Introduzione


In seguito all’aggressione russa nei confronti dell’Ucraina, Stati Uniti, Canada, Australia e venti stati membri dell’UE hanno fornito al paese un imponente supporto militare composto da armamenti letali e sistemi tecnologicamente avanzati, dal valore di oltre 35 miliardi di dollari. Data la storia del paese, se da un lato l’assistenza militare è cruciale per la sopravvivenza dell’Ucraina, dall’altro l’Ucraina fatica a presentare le premesse per prevenirne la diversione verso attori che potrebbero minacciare la sicurezza globale. Dato l’alto potenziale delle armi esposte a diversione, la proliferazione verso l’area Schengen sarebbe una minaccia qualitativamente senza precedenti per la sicurezza, e l’esistenza, dello spazio di libera circolazione, la cui frontiera esterna è già messa alla prova dall’afflusso massiccio di sfollati dall’Ucraina. Infine, vi sono le implicazioni di una eventuale cattura delle tecnologie occidentali da parte delle forze russe, le quali potrebbero iniziare processi di reverse-engineering, ovvero lo smantellamento di un sistema per studiarne il funzionamento, analizzarne i componenti e acquisire conoscenze, recuperando possibili divari tecnologici con gli avversari. Tali processi, se di successo, destabilizzerebbero gli equilibri tecnico-militari in Europa.


2. L’Ucraina e i precedenti nei traffici di armi


La storia e la posizione strategica dell’Ucraina hanno determinato la concentrazione di arsenali militari sul suo territorio, oltre che il ruolo di paese esportatore. L’attuale territorio ucraino è stato coinvolto in entrambi i conflitti mondiali, e nel mezzo è stato teatro del conflitto sovietico-ucraino, terminato con la nascita della Repubblica Socialista Sovietica di Ucraina. Le tattiche di guerriglia del conflitto in questione implicavano l‘occultamento di armi leggere nelle proprietà private dei combattenti o di chi ne supportasse l’azione [1]. Dopo la standardizzazione del fucile AK-47 tra gli eserciti del patto di Varsavia [2], le armi leggere risalenti alle due guerre mondiali finirono per formare in un primo surplus di armi, frammentario nella proprietà e nella gestione. Nel 1991, con l’indipendenza dell’Ucraina il 30% del complesso industriale militare dell’URSS rimase nel Paese, in aggiunta alle 2.5 milioni di tonnellate in munizioni e le 7 milioni di armi leggere [3] lasciate dalle truppe sovietiche. Un’eredità difficile da gestire, a fronte del ridimensionamento dell’esercito ucraino. Nell’incertezza del periodo, e data l’assenza di sorveglianza su merci di tale valore, questo secondo importante surplus di armi diventa opportunità di sicurezza economica per individui, ufficiali statali e organizzazioni criminali, che iniziano a vendere armi a stati e attori non statali coinvolti nei conflitti civili ed intercomunali sorti dopo la fine della stabilità bipolare.


Croazia e Bosnia, sottoposti a embargo totale durante le guerre in Jugoslavia, furono tra le destinazioni dei traffici di armi leggere e pesanti in partenza dall’Ucraina. A testimonianza di ciò, si ricorda il sequestro della portacontainer Jadran Express, contenente 2000 tonnellate di materiale bellico destinato alla Croazia. Dalla seconda relazione semestrale per il 1995 della Direzione Investigativa Antimafia, si evince come in quegli anni l’Italia fosse un polo di intermediazione logistica, con i porti veneti e friulani, e commerciale, tramite la connessione tra organizzazioni criminali russe e autoctone, per i traffici di armi confluenti dall’Ucraina. Altri carichi provenienti dall’Ucraina e in violazione degli embarghi ONU sono le consegne al governo di Charles Taylor in Liberia e la RUF in Sierra Leone [4]. Dopo il 2000, i trasferimenti, come strumento di politica estera, erano in maggioranza effettuati per conto dei governi russo e ucraino, talvolta verso Paesi sottoposti a embargo internazionale[5].


Dal 2000 al 2012 almeno 43 spedizioni comprendenti armamenti e tecnologie militari sono partite dai porti di Nikolaiv e Odessa, tramite una rete di facilitazione logistica e finanziaria composta da attori istituzionali, finanziari e criminali, raggruppabili nel cosiddetto “Odessa Network”. L’Odessa Network era una struttura organizzativa orizzontale, composta da aziende in loco, che condividevano infrastrutture e proprietari, a loro volta collegati a esponenti politici e militari dei governi russo e ucraino. L‘operatività dei porti, al momento oggetto di combattimenti navali e terrestri, e l’informale cooperazione tra paesi, erano la base di una rete che nello scenario attuale non ha possibilità di esistere. Il conflitto in corso dal 2014 ha creato un centro di gravità per i traffici di armi nel sud est dell’Ucraina. Al netto dei trasferimenti di armi dalla Russia in supporto alle milizie separatiste, dal 2014 ad oggi è possibile osservare numerosi episodi di proliferazione da e verso le regioni di Donestk e Lugansk. In tale regione, inoltre, tra il 2013 e il 2015 almeno 300,000 armi leggere sono state trafugate o perse dai depositi delle forze ucraine [6]. Se lo sbocco sul mar Nero è bloccato dalle operazioni militari, il confine terrestre è attivo, e presenta dei precedenti nei tentativi di traffico dall’Ucraina. Dopo la crisi del 2014, le autorità polacche avevano segnalato un preoccupante aumento dei tentativi di traffico di armi da fuoco verso l’UE. Inoltre, dal 2016 al 2019, i sequestri di armi dirette verso l’esterno ammontano a 94 granate, 8598 proiettili per arma da fuoco, e 2670 proiettili da caccia [7].


3. Le criticità emerse


La cronologia degli eventi trova le sue cause nella precarietà di controllo, conservazione e protezione delle armi, e tutt’oggi non sussistono le premesse per un tracciamento degli armamenti inviati dall’Occidente. Le principali criticità sono nella sfera amministrativa e legislativa, e sono le seguenti.


In primis, la corruzione interna alle forze armate, alla base dei traffici negli anni Novanta, è ancora presente tra le fila dell’esercito regolare e tra le forze di sicurezza negli anni precedenti al conflitto in corso, ma successivi alle ostilità del 2014 [8], ma il fenomeno non gode di una copertura esaustiva. Nel Corruption Perception Index del 2021, il Paese vanta un punteggio di 32 su 100, indicando un livello di trasparenza tra i peggiori su 180 Paesi. La legislazione che regola il possesso di armi in Ucraina è frammentaria e inefficace. Non esiste un registro nazionale delle armi [9], fondamentale per la distinzione legale nella provenienza delle armi e la prevenzione dei possibili traffici illeciti interni ed esterni al Paese.


Il porto d’arma in luogo pubblico era soggetto ad autorizzazione speciale, ma a seguito dell’aggressione russa il governo ucraino ha liberalizzato la pratica, compromettendo il già precario controllo delle armi nel Paese: nel 2018 le armi leggere in circolazione erano almeno 4,396,000, di cui appena 800,000 regolarmente registrate [10]. Un’ulteriore criticità è la precaria sicurezza dei depositi militari e governativi. Tra il 1992 e il 1996, dai depositi ucraini sono scomparsi 32 miliardi di dollari di equipaggiamento [11], e dal 2014 al 2019 i furti registrati sono stati 1367 [12] . Con riguardo alla manutenzione, dal 2003 al 2019 almeno 16 esplosioni si sono verificate nei depositi di munizioni del Paese, di cui 10 tra il 2014 e il 2019, con un tasso senza eguali in Europa.


Ad oggi, non esistono elementi per verificare eventuali miglioramenti nelle condizioni di sorveglianza e manutenzione nei depositi ucraini. Infine, il contatto tra forze regolari e milizie di autodifesa è un ulteriore fattore di potenziale diversione [13], Nate dopo l’annessione della Crimea, le milizie sono parte integrante della difesa e accedono ad armi provenienti dall’assistenza occidentale. Parte di queste milizie presenta una componente ideologica tendente all’estremismo di destra e al nazionalismo e dispone di contatti in Europa occidentale. La vicinanza ideologica e la condivisione di contatti individuali favorisce un ambiente di potenziale complicità per i traffici di armi verso l’UE.


4. I rischi di proliferazione di armi e tecnologie ad alta distruttività verso l’area Schengen.


I precedenti al confine ucraino confermano la presenza di rotte verso l’UE. Se trafficate illegalmente all’interno dell’area Schengen, anche poche unità delle armi fornite dagli Stati Uniti e dai paesi UE potrebbero risultare in scenari di difficile controllo. Le armi trafficate avrebbero la capacità di causare “mass-casualty incidents”, eventi con quantità di vittime non assorbibili dai sistemi di soccorso locali, come attentati terroristici contro civili o autorità, o di alimentare la violenza delle organizzazioni criminali, a fronte di dimensioni ridotte e occultabili.


Oltre a carabine automatiche, fucili di precisione e granate, di principale rilevanza sono i missili anticarro, i lanciamissili antiaerei a corto raggio, e le “loitering munitions”. I missili anticarro, inviati in almeno 45,000 unità, possono avere guida semiautomatica come il Javelin e il TOW, a linea di tiro programmata come l’NLAW, o non essere guidati come l’AT-4 o il Panzerfaust-3, e rappresentano un salto di qualità negli arsenali ucraini. I missili anticarro di manifattura occidentale sono concepiti per l’utilizzo in ambienti urbani e presentano maggiore trasportabilità, con un peso medio di circa 20kg e maggiore precisione e potere di penetrazione rispetto ai modelli sovietici trafficati negli anni Novanta. L’ipotetico uso di tali tecnologie contro obiettivi civili in Europa, o contro forze militari occidentali impegnate in operazioni all’estero, sarebbe difficile da prevenire e causerebbe ingenti perdite.


Per quanto riguarda i MANPADS (man-portable-air-defense-systems), tra le almeno 4700 unità inviate vi sono sistemi a guida semiautomatica, come gli Strela e gli Starstreak, e sistemi ad aggancio automatico come gli Stinger. La gittata media è di 6 km, con un’altitudine operativa di circa 3500 metri. Casi di diversione di missili terra-aria non sarebbero inediti, come gli Stinger persi in Afghanistan dopo gli aiuti militari contro l’invasione sovietica del 1979, e nel 2001 divenuti una preoccupazione per la protezione delle forze d’occupazione statunitensi. Al netto della competenza necessaria per l’uso, la gittata e i sistemi infrarossi permettono l’uso contro aeromobili militari a bassa quota o contro aeromobili civili, più lenti e dalla traccia termica estesa. Infine, di maggiore preoccupazione sono le “loitering munitions”, droni kamikaze a guida autonoma che circolano nell’area designata alla ricerca di un bersaglio sul quale dirigersi, adatti a colpire mezzi corazzati ma facilmente occultabili in uno zaino. Gli Stati Uniti hanno inviato in Ucraina circa 1500 unità tra “Switchblade” e “Phoenix Ghost”. Data l’autonomia nell’acquisizione dell’obiettivo, l’operatore può abbandonare rapidamente la posizione di tiro. Date le dimensioni, è facilmente occultabile e trasportabile. Nell’Area Schengen, molti stati faticano a prevenire o neutralizzare incursioni di droni di piccole dimensioni verso infrastrutture critiche e luoghi di assembramento, e l’utilizzo di droni kamikaze potrebbe risultare in un “mass casualties incident” o nell’attacco a obiettivi sensibili.

Fig.2: AeroVironment S300 Switchblade, (Ainonline.com, ©Bill Carey)

5. I rischi di cattura di tecnologie occidentali e i possibili esiti


I recenti sviluppi nel conflitto dimostrano il ruolo decisivo dei sistemi di artiglieria mobile a lungo raggio trasferiti alle forze ucraine, le quali hanno acquisito la capacità di colpire obiettivi strategici a distanza sicura, lontano dall’artiglieria russa, e di cambiare posizione con elevata mobilità ed elusività. La consegna di sistemi lanciarazzi multipli, come l’HIMARS o l’M270, ha consentito all’Ucraina di paralizzare la logistica russa e avviare la controffensiva. Sul campo, i lanciamissili statunitensi e l’artiglieria semovente europea (Pz2000, CAESAR), hanno mostrato una maggiore accuratezza e gittata rispetto alla controparte russa, mettendo in luce una disparità tecnologica a favore dell’occidente che la Russia potrebbe voler colmare. Questo implica che tali tecnologie potrebbero essere obiettivi di cattura da parte dell’avversario, al fine di studiarle per avviare processi di reverse engineering o di studio delle contromisure.


Anche i sistemi antiaerei potrebbero rientrare tra gli obiettivi di cattura e studio. Nei teatri della Cecenia, dell’Abkhazia e della Siria, l’aviazione russa ha operato in uno scenario di superiorità aerea incontestata, grazie all’assenza di forze aeree nemiche e alla scarsità di contraerea terrestre, operando principalmente nell’attacco al suolo. Invadere l’Ucraina implica invece il contestare uno spazio aereo sovrano, difeso da aeromobili e da unità di terra. Dopo un iniziale successo nell’attacco agli aeroporti ucraini, la campagna aerea russa mostra mancanza di esperienza e addestramento nella pianificazione, nel volo a bassa quota, e nella protezione dalla contraerea terrestre, rapidamente ricostituitasi anche grazie all’assistenza occidentale. Data l’avversione al rischio sviluppata negli attacchi al suolo, il limitato uso dell’aviazione, e il potere di interdizione di sistemi d’arma come l’IRIS-T, è credibile che il compito di neutralizzare le difese di terra sia delegato alle forze di terra.


I sistemi sono esposti a un rischio di cattura che dipende dalla distanza dal fronte. Sistemi di medio raggio come il NASAMS, in consegna, o l’IRIS-T, dalla gittata media di 40 km, possono operare a distanza di sicurezza dalle forze di terra, e sono meno esposti di sistemi a corto raggio come il semovente contraereo Gepard o la batteria anti-drone “Vampire”, destinati invece ad operare in prossimità del fronte. La cattura dei sistemi in questione darebbe alle forze russe un’occasione per migliorare le contromisure e la capacità di sopravvivenza dei propri aeromobili e droni, nonché dei missili da crociera. Meno fattibile è l’ipotesi di imitazione per reverse engineering, per i seguenti motivi: l’asimmetria con le tecnologie occidentali non è significativa come in altri campi; la complessità delle tecnologie aeronautiche è quantitativamente aumentata nel tempo [14] e con essa la mole di informazioni necessarie, e la Russia non dispone di una rete di ricerca estesa e poliedrica come in Occidente; le unità occidentali operano in sistemi integrati, e la mancata cattura di mezzi complementari può risultare nella cattura di una tecnologia dal disegno indecifrabile.

Fig.3: Lanciarazzi multiplo HIMARS, (USAASC)

6. Sicurezza alla Frontiera Esterna dell’UE: le possibili criticità dell’attivazione della Protezione Temporanea (Direttiva 2001/55)


L’Ucraina confina alla frontiera esterna dell’UE tramite l’Ungheria, la Slovacchia e la Polonia. I confini dei tre Paesi sono stati oggetto della Direttiva 2001/55, la quale impone agli stati membri lo snellimento delle procedure necessarie all’ottenimento della protezione temporanea per i cittadini ucraini, i rifugiati in Ucraina, e i loro familiari. L’afflusso massiccio di sfollati è un’importante sfida per la tenuta del sistema Schengen, in particolare per la garanzia di un’efficace sorveglianza dell’attraversamento della frontiera esterna, premessa essenziale per l’assenza di controlli alle frontiere interne.


Nella comunicazione della Commissione Europea agli stati membri “sugli orientamenti operativi per la gestione delle frontiere esterne al fine di agevolare l’attraversamento delle frontiere UE-Ucraina” sono richieste pratiche che rischiano di paralizzare il sistema di sorveglianza, in assenza di sufficienti unità aggiuntive. L’obiettivo di ridurre la congestione ai valichi di frontiera, tramite lo snellimento dei controlli, presenta un’importante criticità nelle modalità: pur sussistendo criteri minimi per lo snellimento di verifiche verso persone o gruppi di persone, tale decisione spetta in ultima istanza agli ufficiali della guardia di frontiera competenti, su cui non è prevista supervisione.


Uno snellimento dei controlli già motivato da un’insufficienza delle risorse operative utili potrebbe risultare in un inefficiente controllo degli accessi. Un secondo scenario potenzialmente critico è l’apertura di valichi di frontiera temporanei; una decisione in questo senso comporterebbe la necessità di ulteriori risorse operative preposte alla sorveglianza dell’accesso e all’identificazione di possibili individui che rappresentino una minaccia per la sicurezza. Il rischio di traffico di armi è scarsamente contemplato: è sottolineato che gli agenti al confine dovrebbero verificarne l’assenza all’ingresso, con l’aiuto di aliquote FRONTEX ed Europol, e sono previsti controlli successivi all’attraversamento.


7. Conclusioni


Dato il quadro precario, fornire armi all’Ucraina presenta tre scenari di rischio: il traffico verso l’Area Schengen, l’erosione del predominio tecnico-militare europeo e la corresponsabilità europea nel traffico di armi verso destinazioni extra-UE, in caso di scali effettuati nei porti europei.

La diversione di armi leggere presenta maggiore probabilità e gravità nelle conseguenze rispetto alle armi pesanti, la cui cattura non è sempre la premessa per reverse engineering o studio delle contromisure. Per evitare un ritorno di fiamma, e scongiurare una nuova proliferazione globale, è pertanto necessario concentrarsi sul rischio di traffico di armi leggere, esplosivi, e delle tecnologie menzionate in precedenza.


Nell’ambito preventivo, fa ben sperare l’interesse dimostrato dall’Ucraina a cooperare nel contrasto ai traffici di armi con EUROPOL, e la creazione di una piattaforma di coordinamento nazionale per il contrasto al traffico illecito di armi, munizioni ed esplosivi, con il supporto dell’OSCE.


Il contrasto di traffici interni a uno spazio senza controlli sistematici alle frontiere interne, come l’Area Schengen, richiede rapidità nella trasmissione di informazioni e interoperabilità tra le forze di polizia degli stati membri, nell’ambito di un’azione di contrasto necessariamente transnazionale. Il rischio di proliferazione di armi dall’Ucraina sarebbe una nuova occasione per rafforzare la cooperazione giudiziaria e di polizia tra gli stati membri dell’UE.

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Trasferimenti di armi verso l’Ucraina - Romei
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Bibliografia

  1. F. BUSCEMI, E. GOLOVKO, N. DUQUET, & K. WOODS. Illicit Firearms Proliferation in the EU Periphery: the case of Ukraine. Triggering Terror: Illicit Gun Markets and Firearms Acquisition of Terrorist Networks in Europe, 2018, p. 466.

  2. F. BUSCEMI E. GOLOVKO, N. DUQUET, & K. WOODS., op. cit., p. 467.

  3. F. BUSCEMI E. GOLOVKO, N. DUQUET, & K. WOODS., op. cit., p. 467.

  4. A. FARRIS, Ukraine and the Post-Cold War Global Arms Bazaar: A Tale of Corruption, Misery, Anarchy, Poverty and War. You’ll Laugh, You’ll Cry, You’ll Lose Faith in Humanity, and Hopefully You Won’t Get Bored Before the End, The Clearihue Review, 2012, p. 67.

  5. F. MESKO, & T. WALLACE, The Odessa Network Mapping Facilitators of Russian and Ukrainian Arms Transfers, 2013.

  6. A. MARTYNIUK, Measuring Illicit Arms Flows, Small Arms Survey, 2017, p. 4.

  7. M. SCHROEDER & O. SHMUSKA, Making the rounds: Illicit Ammunition in Ukraine, Small Arms Survey, 2021, p. 40.

  8. F. BUSCEMI, E. GOLOVKO, N. DUQUET, & K. WOODS, op. cit., p. 467.

  9. A. MARTYNIUK, Measuring Illicit Arms Flows, Small Arms Survey, 2017, p. 3.

  10. A. MARTYNIUK, op. cit., p. 1

  11. A. FARRIS, op. cit., p. 70.

  12. M. SCHROEDER & O. SHMUSKA, op. cit., p. 34.

  13. F. BUSCEMI, E. GOLOVKO, N. DUQUET, & K. WOODS, op. cit., p. 468.

  14. A. GILLI & M. GILLI, Why China Has Not Caught Up Yet: Military-Technological Superiority and the Limits of Imitation, Reverse Engineering, and Cyber Espionage, International Security, 2019, p. 142.

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