Lo sviluppo dell’industria militare turca e la dottrina Erdogan: il caso dei droni

Aggiornamento: 25 nov 2021

di Alberto Mariotti

1. Introduzione


Il nuovo ruolo di Ankara come attore affermato nella produzione, vendita e utilizzo dei c.d. droni aerei (UAV- Unmanned/Uninhabited Aerial Vehicle) è frutto da una parte da contingenze di sicurezza interne (lotta al separatismo/terrorismo PKK), dall’altra degli sviluppi regionali che hanno portato le élite politiche turche a una dottrina di difesa non tanto nuova[1] quanto aggiornata a livello tattico e operativo in funzione del nuovo contesto e minacce alla sua sicurezza. Il tutto alimentato dalla necessità di maggiore autonomia a livello di industria e produzione militare, necessità palesatasi in più occasioni nella storia recente e il cui rimedio è stato assunto come obiettivo di ordine primario dalle élite turche, Recep Tayyip Erdoğan in primis. Laddove, infatti, sino ai primi anni Duemila Ankara era completamente dipendente dagli UAVs di fabbricazione israeliana nella sua lotta al separatismo e terrorismo di matrice curda, in poco più di un decennio la Turchia è andata affermandosi come paese esportatore di UAVs di pregiata qualità; tali da ottenere ottimi risultati nei confronti dei sistemi di difesa russi in Siria, Libia e Nagorno-Karabakh e risultando in alcuni casi dei veri e propri game-changer (Libia). L’industria nazionale ha dotato le Forze Armate Turche (TAF) di oltre 140 Unmanned Combat Aerial Vehicles (UCAVs), più di quanti ne abbiano Israele e il Regno Unito.


Come e perché la “Yeni Turkiye” (nuova Turchia) di Erdoğan ha deciso di optare verso lo sviluppo di sistemi aerei a pilotaggio remoto in maniera così determinata e determinante?


2. Il Piano internazionale e Regionale: La fine della Guerra Fredda e la lotta al PKK


Con la fine della Guerra Fredda, la venuta meno di quella che fu il principale motivo dell’ingresso di Ankara nel Patto Atlantico, così come la formazione stessa di questo - ovvero la minaccia sovietica - provocò nelle élite turche del tempo iniziali interrogativi e preoccupazioni sul ruolo e rilevanza del Paese nel contesto e strategia NATO. Tale fu una delle motivazioni che spinsero l’allora Presidente Turgut Özal a ricercare con ostinazione un ruolo proattivo di Ankara nella coalizione a guida americana per la liberazione del Kuwait. La partecipazione turca - con la messa a disposizione delle proprie basi e spazio aereo – sottolineò la perdurante importanza del Paese nel mantenimento della sicurezza e stabilità regionale. Tuttavia, gli sviluppi post-bellici della Guerra del Golfo del 1990-’91, con la venuta meno dell’autorità centrale irachena sulla regione settentrionale (curda) - divenuta presto santuario operativo del gruppo curdo-turco PKK - ebbero un profondo impatto sulla percezione di sicurezza del Paese[2]. A ciò si combinava poi la perdurante ostilità nei rapporti turco-siriani, con il regime di Damasco che forniva il suo supporto ai separatisti del PKK.


Alla luce di tale contesto, Ankara iniziò a spostare crescentemente la propria attenzione dai suoi confini settentrionali (ex-Urss) verso quelli sud-orientali[3]. Da una parte, in meno di un decennio incrementò la propria presenza di truppe di terra dal fronte nord a quello sud-orientale; dall’altra iniziò un notevole sforzo per il miglioramento qualitativo del personale e dell’equipaggiamento militare, in linea con le nuove esigenze. Le Forze Armate Turche (TAF) a metà degli anni Novanta decisero di riorganizzare la propria struttura e composizione e fornirsi di un adeguato equipaggiamento con maggiore mobilità e forza di fuoco (elicotteri d’attacco, artiglieria leggera, personale carrista ed equipaggiamento hi-tech). È anche in quest’ottica che si inserisce l’accordo di cooperazione militare siglato con Israele del febbraio 1996: con questo, non solo Tel Aviv si prese carico dell’upgrade di 54 F-4 Phantom dell’Aviazione turca[4] e fornì equipaggiamento di electronic warfare, ma Ankara saldò un asse che le permise di incrementare la propria pressione sulla Siria con l’obiettivo - riuscito[5]- di porre fine al suo appoggio al PKK. Proprio gli sforzi intrapresi dalla metà degli anni Novanta nella lotta contro il PKK hanno rappresentato una gros