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Sviluppo e gestione delle riserve idriche in Cina: la prospettiva dei Sustainable Development Goals

Aggiornato il: apr 3

(di Giovanni M. Ficarra)

L’acqua è un elemento fondamentale per la sostenibilità della popolazione umana sulla terra, i suoi usi sono potenzialmente illimitati e tutte le attività antropiche ne necessitano per il proprio funzionamento. La moderna agricoltura, le attività industriali, l’igiene individuale, la mera sopravvivenza degli esseri umani è profondamente correlata alla disponibilità di acqua pulita in considerevoli quantità.

Secondo le Nazioni Unite esistono essenzialmente tre definizioni da tenere in considerazione per una opportuna misurazione dell’impatto della presenza o dell’assenza dell’acqua, scarsità assoluta, scarsità idrica e stress idrico.

“Lo stress idrico si ha quando il rifornimento di acqua pro capite sia inferiore a 1700 metri cubi di acqua. Quando il rifornimento è inferiore a 1000 metri cubi si parla di scarsità idrica, sotto i 500 metri cubi siamo in presenza di scarsità assoluta.”[1]

Non sorprende dunque che sia nei MDGs (Millenium Development Goals - Obiettivi di Sviluppo del Millennio delle Nazioni Unite, agenda 2015) del 2000 che nei SDGs (agenda 2030, ONU) vi siano riferimenti alle problematiche inerenti l’acqua. I MDGs dedicano alcuni punti del settimo obiettivo “assicurare la sostenibilità ambientale” all’acqua, mentre nei SDGs l’obiettivo 6 “assicurare l’accessibilità e la gestione sostenibile dell’acqua oltre che l’igiene per tutti” cristallizza in un obiettivo a sestante l’insieme di misure da compiere per incrementare la qualità e l’accesso alle risorse idriche.

I due obiettivi condividono alcuni punti, quali la garanzia all’accesso a fonti di acqua pulita ed il contenimento della defecazione all’aria aperta, ma come ipotizzabile il SDG è ben più articolato, contenendo riferimenti al miglioramento dello stato dei bacini idrici mondiali nonché alla riduzione dei livelli di inquinamento degli stessi, alla limitazione dell’inquinamento ad origine industriale e alla restaurazione degli ecosistemi marini, fluviali e lacustri danneggiati[2] dalle attività umane.

La Repubblica Popolare Cinese, ad eccezione delle regioni sud-orientali ricche di corsi d’acqua, è in larga parte priva di considerevoli bacini idrici, i territori del Tibet e dello Xinjiang sono privi di corsi d’acqua di dimensioni sostanziali, mentre le province settentrionali vedono un costante avanzamento del deserto del Gobi. I 4/5 dell’acqua del paese sono dunque concentrati nel sud, mentre in 3 delle provincie settentrionali la popolazione vive in uno stato di scarsità idrica ed in 8 si è in presenza di scarsità assoluta, con la paradossale concentrazione del 45% della produzione agricola nazionale nelle provincie soggette a scarsità assoluta.


Il “South-to-North water diversion project”

Il governo cinese al fine di incrementare la disponibilità idrica delle regioni settentrionali ha dato avvio ad un programma di diversione che mira a incanalare il 7% dell’acqua cinese verso le regioni del nord.

Il “South-to-North water diversion project” è un insieme di tre canali che partendo dallo Yangtse e dal Fiume Giallo permettono di rifornire essenzialmente l’area di Pechino e di Tientsin. Il progetto, del costo di 48 miliardi di dollari (Il doppio di quanto preventivato), è stato dunque sino ad ora funzionale ad alleviare la pressione della capitale sulla falda acquifera sottostante e su fiumi e laghi della zona, ma i danni potrebbero essere superiori ai benefici apportati. I canali hanno implicato lo spostamento di 450 mila persone dalle proprie abitazioni e non hanno permesso un’inversione della situazione, ma solo un dilazionamento del momento in cui la capitale cinese vuoterà la propria falda acquifera. Pechino consuma ogni anno 3,6 miliardi di metri cubici di acqua mentre i canali ne trasportano appena 1,1 e i fiumi locali ne conducono 2,1. Vi è dunque un gap da riempire con prelievi dalla falda acquifera che non fanno altro che peggiorare la situazione della città.

Inoltre, i canali hanno creato una grande serie di scompensi nei fiumi del sud la cui portata ha subito una considerevole riduzione complice l’evaporazione che costringe ad immettere nel sistema più acqua del previsto per coprire una distanza simile a quella tra Lisbona e Varsavia. La situazione è degenerata a tal punto che per garantire l’approvvigionamento idrico di alcune parti del sud prima ricche di acqua il governo si è visto costretto a costruire delle nuove dighe per prolungare le disponibilità idriche.


San-xia o la diga delle tre gole

La disponibilità di acqua pulita non è però l’unico pensiero dei leader cinesi. L’idea di creare un grande impianto idroelettrico sul corso dello Yangtse è stata sviluppata già durante il periodo della Cina Nazionalista da Sun Yat-sen per poi essere adottata da Mao. L’obiettivo dichiarato di questo progetto è quello di controllare il corso impetuoso del fiume limitando il rischio di catastrofiche inondazioni, purtroppo estremamente frequenti, ed al contempo sviluppare un considerevole ammontare di energia idroelettrica.

La Cina ha ad oggi un estremo bisogno di fonti di energia pulite. I livelli di inquinamento generati dagli impianti a carbone sono insostenibili nella scala adottata nel paese e l’impatto ambientale ed economico è considerevole. San-xia nasce dunque da questi presupposti, produrre energia pulita, ma l’impatto finale della diga è stato ampiamente ridimensionato dall’inaspettata evoluzione del paese. L’investimento mirava a produrre il 4% del fabbisogno energetico nazionale, ma si è fermato appena al 2%.

In aggiunta, la regolarizzazione del corso dello Yangtse è lungi dall’essere raggiunta. Prima del completamento della diga la regione di Hangzhou era soggetta a continue inondazioni con milioni di persone evacuate e danni considerevoli ad abitazioni, aziende ed infrastrutture. Dopo il completamento della diga l’estensione dello specchio d’acqua retrostante, la necessità di mantenerne un certo livello delle acque e l’evaporazione atmosferica hanno comportato la comparsa di forti siccità alternate ad inondazioni. Eventi meteorologici estremi che la gestione delle acque dello Yangtse non è riuscita ad impedire.

Si aggiungono poi degli effetti della diga sia sulle attività antropiche che sul paesaggio circostante. Per costruire questa faraonica opera, di gran lunga la diga idroelettrica più grande del mondo, è stato necessario spostare più di 1.2 milioni di persone (Fonte Scientific America) e distruggere centinaia di città villaggi con la conseguente creazione di un lago lungo 660 chilometri e profondo 135 metri e largo mille metri. L’impatto ambientale causato sul territorio circostante ha causato frane e smottamenti che hanno comportato diverse decine di morti oltre che un drammatico crollo nella biodiversità del fiume ed un incremento di malattie causate da parassiti che crescono nel fiume e si trasmettono alla popolazione circostante.

Sembra infine che la diga, data la mole di acqua contrastata abbia creato uno stress sulle linee di faglia sottostanti tale da incrementare di trenta volte il numero di terremoti nella zona.


Conclusioni. L’effetto “distrazione”

La Repubblica Popolare, o meglio i suoi governanti, sono perfettamente consci delle problematiche ambientali generate dall’incredibile sviluppo cinese. L’inquinamento di una grande parte dei bacini idrici del paese ad opera dei rifiuti industriali è ammesso dallo stesso governo, notoriamente poco affidabile sulla veridicità dei dati, e studi sia nazionali che indipendenti certificano lo stato di estremo pericolo ambientale inerente più della metà dei fiumi e dei laghi del paese oltre ad un diffuso inquinamento delle falde acquifere.

Per combattere queste situazioni sarebbe necessario un profondo ripensamento del modello di sviluppo cinese dato che secondo le stime più generose entro il 2030 il paese esaurirà le sue riserve idriche sotterranee ed avrà inquinato in maniera irreparabile la quasi totalità dei propri fiumi e laghi. Le opere cinesi distraggono l’attenzione e soprattutto le risorse cinesi da soluzioni decisamente più complesse ma decisamente necessarie per la sostenibilità sul lungo termine del paese. La diga delle tre gole ha creato una considerevole quantità di energia, ma è una goccia nel mare ed i danni ambientali arrecati sono stati di grandissime proporzioni. Il progetto di diversione idrica ha si alleviato le sofferenze della capitale, ma ha altresì fornito al governo una dilazione sul cui utilizzo si rimane molto incerti, tutto ciò ad un costo economico immenso, un costo sociale di grandi proporzioni en un impatto ambientale devastante dato dai danni arrecati ai fiumi coinvolti ed all’evaporazione dovuta al trasporto.

Si parla dunque di progetti tanto appariscenti e faraonici quanto relativamente inefficienti ed inadeguati a contrastare problemi che andrebbero combattuti con regolamentazioni severe dei consumi e dell’inquinamento nonché politiche di controllo degli sprechi e di riciclo, tutte idee non implementate per la massiccia diversione di energie e risorse destinate a progetti come quelli sopra indicati.


Approfondimenti

Basi legali del reato di spostamento forzato di massa

Lo statuto di Roma della Corte Criminale Internazionale (ICC) entrato in vigore il primo luglio 2002 sintetizza all’art. 7, par. lett. D, e come specificato alla lettera d del paragrafo 2 del medesimo articolo che il “forced displacement”, spostamento forzato, di una popolazione costituisce un crimine contro l’umanità.

Successive analisi effettuate dall’Unità di Ricerca dell’ICTJ (Centro internazionale per la giustizia transnazionale) hanno approfondito tale violazione dei diritti umani. Sebbene dunque vi siano alcuni casi in cui lo spostamento forzato non sia considerato non necessariamente come un atto illecito, essi si limitano a situazioni nelle quali la sicurezza dei civili sia posta in grave pericolo per azioni derivanti da conflitti militari o situazioni non dipendenti dal governo nazionale.

Va tuttavia sottolineato come l’esecuzione di un procedimento penale in materia di spostamenti forzati di massa sia estremamente difficoltosa. Difatti tale diritto non nasce da una norma consuetudinaria ma si è imposto come derivazione della giurisprudenza inerente i diritti umani, sino a cristallizzarsi nello Statuto di Roma in casi, sia di spostamento forzato interno ai confini di uno stato che esterno tra i confini di due o più stati. Non essendovi dunque, salvo rare occasioni, trasposizioni nel diritto interno degli stati, rimane ad oggi estremamente complesso imporre sanzioni derivanti dallo spostamento forzato di massa.

Con riferimento alla Repubblica Popolare Cinese la movimentazione forzata di 1.5 milioni di cittadini per la costruzione rispettivamente della diga delle Tre Gole e del South-to-North Diversion Project si configura espressamente come una violazione dell’art. 7, par. 2, lettera d dello Statuto di Roma, va però considerato che la PRC non fa parte dei paesi membri della ICC.

Infine, nel solo 2017 secondo l’IDMC (International Displacement Monitoring Center) in Cina sono state obbligate a lasciare le loro case 4.47 milioni di persone mentre negli ultimi 10 anni si sono toccati picchi di 18 e 15 milioni. Ciò testimonia non solo la forte vulnerabilità del paese a eventi climatici estremi come inondazioni, monsoni e smottamenti ma anche una scarsissima attenzione alle condizioni dei cittadini nella realizzazione di opere pubbliche che comportano spostamenti di massa sia in fase di realizzazione che come conseguenza della scarsa pianificazione degli impatti ambientali. A titolo esemplificativo si consideri che la maggior parte degli spostamenti forzati si sono avuti alla foce dello Yangtse, fiume sul quale sorge la diga delle Tre Gole che tra i suoi obiettivi aveva la stabilizzazione del fiume e l’evitare future inondazioni di un area che ospita nella sola area di Shangai più di 100 milioni di abitanti.


Energia. Import, export, produzione e risvolti strategici

La Cina è il terzo importatore al mondo di carbone[3] con il 14% dell’import mondiale, preceduta dal Giappone con il 17% e l’India con il 16%. Questo grandissimo quantitativo, del valore di 11 miliardi di dollari, arriva nel paese in massima parte dal Mar Cinese Meridionale (69%) insieme all’80% del petrolio consumato in Cina (102 miliardi di USD complessivamente) ed al 78% del GNL (22,7 mld USD nell’agglomerato). Per ottenere un termine di paragone si consideri che gli USA nello stesso periodo hanno importato “appena” 86 miliardi di prodotti energetici contro i 135.7 della Cina, il 37% in meno con un’economia grande il 30% in più.

Le forti importazioni energetiche, ed il loro passaggio attraverso l’Oceano Indiano ed il Mar Cinese Meridionale sono un incubo strategico per il governo cinese, e da qui deriva il complesso tentativo volto allo sviluppo di fonti di energia alternative avvenuto in questi ultimi anni. Un tentativo frustrato dal contemporaneo incremento della domanda energetica, passato da 800 a 1625 gigawatt tra il 2004 ed il 2016.

Ad oggi, secondo l’IEA (International Energy Association) l’impatto del carbone sulla generazione di energia elettrica è del 58% mentre le rinnovabili si fermano al 37% (comprensivo dell’energia atomica, il 2% del totale). Le prospettive di sviluppo al 2040 prevedono un altro raddoppio della produzione con una variazione delle quote 70% di rinnovabili e 72% carbone, un miglioramento deciso in termini percentuali, ma in termini assoluti essenzialmente un aumento della dipendenza dalle fonti fossili.

[1] http://www.unwater.org/water-facts/scarcity/#

“Water stress is when annual water supplies drop below 1,700 m3 per person. When annual water supplies drop below 1,000 m3 per person, the population faces water scarcity, and below 500 m3 is termed absolute scarcity.”

[2] https://sustainabledevelopment.un.org/sdg6

[3] Fonte: atlas.media.mit.edu, i dati a seguire - dove non diversamente specificato - provengono da questa fonte basata sulla banca dati UNCOMTRADE si riferiscono al 2016.



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