Somalia: scacco a un Re debole

Aggiornamento: 14 nov 2020

(di Stefano Fraccaroli)

“E si combatte, questa guerra che nessuno racconta, a Mogadiscio, a Merca, a Brava, appena liberate. Qui gli uomini dell’antiterrorismo, un migliaio in tutto, non li riconosci: si vestono di stracci, si confondono tra la gente del mercato, copiano gli Shebab, braccano le voci e le soffiate deli informatori. Perché battuti sul campo, dai blindati, dagli elicotteri, dai cannoni, cacciati dalla città dove reclutavano tutti, anche i bambini, con le fonti di denaro e di traffico diminuite gli Shebab hanno cambiato tattica: si sono in parte dispersi nella boscaglia in piccole unità che si muovono in continuazione per sfuggire alla caccia. O si sono diluiti, mimetizzati in città, lupi solitari pronti all’attentato, con l’esplosivo o le pistole[1]

A sette anni dalla formazione del nuovo governo federale, avvenuta nel 2012, la Somalia rimane ancora uno dei Paesi più fragili e poveri al mondo. Il governo di Mohamed Abdullahi Mohamed (“Farmajo”), insediatosi da due anni, arranca, stretto nella morsa di annosi problemi irrisolti e dimostrando, ancora oggi, una sovranità debole nell’assolvere alle funzioni basilari di uno Stato, in termini di sicurezza interna, riscossione delle tasse, erogazione dei servizi e amministrazione della giustizia. Il Paese rimane lacerato e teatro di violenze, conteso tra rivalità tribali, Al Shabab e ingerenze esterne. Le alleanze vengono strette e sciolte alla bisogna, secondo la convenienza del momento, mentre i vuoti istituzionali scatenano lotte intestine più o meno carsiche, vol