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Sfide ai tempi del COVID-19: regolarizzare i cittadini stranieri lavoratori in nero

Aggiornato il: lug 19

(di Roberta Maddalena)


1. Un’annosa questione

La pandemia di coronavirus che ci investe da qualche mese ha fatto emergere contesti e bisogni sociali che i governi dell’ultimo ventennio hanno abbastanza trascurato, lasciando che ad occuparsene fosse la società civile. Tra questi c’è la questione dei tanti stranieri che lavorano in nero sul territorio italiano, principalmente nei settori dell’agricoltura, dell’edilizia, della cura delle persone e dei servizi (ad esempio i riders). Durante il periodo di lockdown, infatti, quasi tutte le attività produttive sono state sospese tranne quelle che ci hanno permesso di continuare ad avere i frigoriferi di casa pieni, di impastare pizze, focacce e dolci ogni giorno o di assicurarci che i nostri parenti più anziani avessero tutte le cure necessarie senza dover uscire di casa. E chi ha garantito tutto ciò? In gran parte le migliaia di lavoratori e lavoratrici stranieri[1]. Di fronte alla necessità di continuare a garantire i raccolti nei campi e, allo stesso tempo, di contenere il contagio da Covid-19, il governo ha messo nel piatto dei tanti problemi da affrontare anche l’annosa questione dei braccianti agricoli sfruttati nelle campagne e delle badanti che lavorano in nero o in una condizione di semi-regolarità (“lavoro grigio[2]”).

2. La sanatoria

Pertanto, nel Decreto Rilancio n.34/2020[3] è stato inserito l’art. 103, rubricato Emersione di rapporti di lavoro, che prevede per i datori di lavoro di dichiarare la sussistenza di un rapporto di lavoro irregolare in corso, favorendone dunque la regolarizzazione, e per i cittadini stranieri attualmente senza permesso di soggiorno di ottenerne uno temporaneo, a soddisfacimento di determinati requisiti. Si tratta, dunque, di una sanatoria (fortemente voluta dalla ministra dell’agricoltura Bellanova) volta ad intervenire su una situazione di irregolarità largamente diffusa, ma che ha suscitato molte critiche su più fronti. Secondo esperti della questione, avvocati, sindacalisti e associazioni[4] la sanatoria non permetterebbe una regolarizzazione in toto, ma solo di alcune fasce di immigrati; nondimeno apprezzano la volontà di un governo che finalmente ha riconosciuto l’esistenza di queste persone e del loro contributo all’economia nazionale. La tradizionale politica di palazzo italiana, invece, non è stata da meno nel mostrare approvazione o contrarietà sull’art. 103, con discordie persino all’interno della maggioranza di governo. Lungi dall’appoggiare un’opinione o uno schieramento piuttosto che un altro, analizzando il testo della sanatoria e confrontandolo con la realtà sociale italiana, tuttavia, emergono aspetti positivi ma soprattutto tante criticità che si potrebbero definire quasi fisiologiche data la complessità del fenomeno e il tentativo di regolarla con un unico articolo in un decretone.

3. Il binomio immigrati – lavoro in nero

Determinare la presenza di stranieri regolari o irregolari che lavorano in Italia senza contratto di lavoro è complesso perché: 1)si tratta di lavoro sommerso, quindi che sfugge al controllo amministrativo statale; 2) il rapporto di lavoro è principalmente organizzato nella forma del caporalato, spesso gestito dalle organizzazioni criminali; 3) coloro che sono senza documenti vivono in territori isolati e tendono a nascondersi. Inoltre, ci sono ancora pochi studi e ricerche su questo fenomeno dato che solo da qualche anno si è cominciato ad analizzarlo. Secondo uno studio del Robert Schuman Centre for Advanced Studies e del Joint Research Centre della Commissione Europea, il “lavoro non dichiarato” in alcuni settori dell’economia costituisce un pull factor per l’immigrazione irregolare nell’Unione Europea. Tra questi settori c’è l’agricoltura che, con la sua trasformazione da attività estensiva familiare ad attività intensiva monocoltura, richiede un elevato numero di lavoratori, stagionali e con “mobilità just in time”, cioè che si spostano in base al tipo e alla stagione del raccolto. A questo si aggiunge la precarietà del lavoro, determinata sia dalla ciclicità e natura del raccolto, sia dalle regole del mercato e della filiera agroalimentare che riducono il prezzo dei prodotti agricoli al minimo. La richiesta di manodopera nel comparto agricolo, inoltre, è determinata dallo spopolamento delle zone rurali perché i cittadini italiani si spostano sempre di più verso le città in cerca di occupazioni più redditizie. Secondo lo studio del JRC, infatti, in quasi tutti gli Stati Membri dell’UE i migranti si concentrano nelle città, mentre l’Italia (insieme alla Spagna) segue un andamento opposto, con una maggiore presenza di immigrati in termini assoluti e relativi nelle zone rurali.


4. In Italia

Oltre all’agricoltura, la tendenza degli italiani a preferire lavori più redditizi e meno manuali influisce anche su altri settori economici, come l’edilizia, la cura delle persone e della casa, la grande distribuzione, il settore alberghiero, ed altri ancora, che trovano sempre più manodopera negli stranieri. Secondo gli ultimi dati del IX Rapporto annuale del Ministero del Lavoro e delle politiche sociali sugli “Stranieri nel mercato del lavoro in Italia”, nel 2018 sono circa 4 milioni gli stranieri occupati in Italia, principalmente nell’agricoltura, pesca, alberghi e ristoranti, servizi collettivi e alla persona (17.9%). A questi dati vanno aggiunti quelli dei lavoratori sommersi che, secondo una stima del rapporto Moressa, nel 2019 sarebbero circa 630mila migranti con o senza permesso di soggiorno, contribuendo a circa 15 miliardi di euro del PIL[5]. Si tratta di persone ad elevato rischio di povertà e marginalità sociale, sfruttati dai padroni[6] e caporali, con paghe minime (circa 25/30 euro al giorno), senza contratto né assistenza medica e sociale, che vivono in condizioni insalubri (vedi le baraccopoli della Capitanata o di Gioia Tauro). A tutto ciò, dunque, la sanatoria intende porre un rimedio, almeno nelle intenzioni.

5. Il riconoscimento  

Con l’approvazione del Decreto Rilancio e, quindi, dell’art. 103 si è finalmente portato alla luce il fenomeno dei tanti immigrati regolari e non lavoratori invisibili che da anni colpisce l’Italia. Lo Stato, infatti, dando la possibilità sia al datore di lavoro di dichiarare un rapporto sommerso sia al migrante senza o con permesso di soggiorno scaduto di fare richiesta di un permesso per 6 mesi, riconosce la presenza di queste persone e dei loro diritti, nonché risolverebbe l’elevata richiesta di manodopera, soprattutto nel settore agricolo. Con l’inizio della stagione dei raccolti coincisa con la chiusura totale di tanti Paesi, infatti, la Coldiretti ha manifestato una forte preoccupazione per l’assenza di tanti lavoratori stagionali (mancherebbero circa 200 mila stagionali nei campi italiani) impossibilitati a raggiungere l’Italia, che rischierebbe di lasciare i raccolti nei campi, con danni ingenti all’economia. Per quanto riguarda le persone irregolari, quest’ultime potrebbero chiedere il permesso di soggiorno e accedere a ogni forma di assistenza, in particolar modo quella sanitaria. Da questo punto di vista, la sanatoria rappresenta un cambiamento di rotta rispetto alle ultime politiche in materia di immigrazione adottate dall’Italia negli ultimi anni. Essa, infatti, permetterebbe di ottenere un permesso di soggiorno anche a coloro che hanno perso ogni diritto alla protezione umanitaria o all’accoglienza per effetto della legge 132 del 2018 (il decreto sicurezza di Salvini). Secondo i dati dell’ISPI, infatti, la legge 132 sta incidendo sull’aumento del numero di immigrati irregolari in Italia.

6. Le limitazioni

Tuttavia, come a conferma del detto “fatta la legge, trovato l’inganno”, questa sanatoria prevede criteri e documenti di ammissibilità che ne limiterebbero l’applicabilità per diverse persone. Il primo elemento di particolare criticità è l’applicazione della norma esclusivamente a tre settori: “a)agricoltura, allevamento e zootecnia, pesca e acquacoltura e attività connesse; b) assistenza alla persona per se stessi o per componenti della propria famiglia, ancorché non conviventi, affetti da patologie o handicap che ne limitino l’autosufficienza; c) lavoro domestico di sostegno al bisogno familiare” (comma 3). Si evidenza, pertanto, che i lavoratori di tanti altri settori[7], per esempio l’edilizia o quello alberghiero, sono esclusi, nonostante le condizioni di irregolarità esistano anche in questi ambiti lavorativi come spiegato precedentemente. L’istanza di regolarizzazione può essere presentata dal datore di lavoro o direttamente dal migrante, il quale deve anche dimostrare la sua presenza sul territorio italiano alla data dell’8 marzo 2020. Inoltre, i cittadini stranieri con permesso di soggiorno scaduto possono fare domanda di permesso temporaneo di 6 mesi per lavoro o per ricerca di lavoro solo se il permesso di soggiorno precedente è scaduto dal 31 ottobre 2019 (comma 2). Ovviamente, quanto sopra elencato deve essere comprovato con attestazioni o dai rilievi fotodattiloscopici che, in molti casi, non sono stati raccolti perché tante persone vivono nell’ombra, nascondendosi per timore di essere arrestati o rimpatriati. Di conseguenza, coloro che non presentano tali requisiti o impossibilitati a fornire le suddette prove continueranno a restare nell’invisibilità. Infine, gli oneri procedurali di presentazione delle domande ammontano a 500 euro a lavoratore per i datori di lavoro e a 130 euro per gli stranieri (comma 7). Non sorprenderebbe se fossero pochi i datori di lavoro ad usufruire della procedura di regolarizzazione, o se decidessero di regolarizzare solo qualche dipendente a causa degli elevati costi. Si tratta dopotutto di settori costituiti principalmente da piccole e medie imprese che, a causa del sistema economico, riescono a malapena a coprire le spese con i ricavi e sono catapultati in quella che si preannuncia essere la peggiore crisi economica del dopoguerra.

7. La mancanza di coraggio

Si può concludere che, nonostante il valore simbolico della presa di coscienza da parte delle istituzioni del fenomeno ‘cittadini stranieri e lavoro in nero’, questa sanatoria gioverebbe solo ad alcune persone e risolverebbe solo specifiche situazioni sul breve termine. Già dai primi dati parziali resi noti dal Ministero dell’Interno, si segnala che delle 23 950 domande, inviate tra il 1 e il 15 giugno, 21 695 sono state per emersione dal lavoro domestico e 2 255 per lavoro subordinato, quasi esclusivamente nell’agricoltura. Sebbene i dati siano parziali, questo primo andamento ci fa riflettere sul fatto che si assiste a una stratificazione del lavoratore straniero e della sua condizione in base al settore d’impiego, determinando chi può e chi non può godere dei diritti fondamentali (salute, lavoro, libertà, sicurezza) che uno Stato democratico come l’Italia proclama di difendere. Inoltre le limitazioni presenti nella norma manifestano una volontà di volere tamponare il fenomeno, ma non di risolverlo interamene. Per fare ciò sono necessarie delle riforme più strutturali e di sistema, ricordando che il lavoro in nero è una piaga che riguarda tutto lo Stato italiano, non solo perché ci sono anche tanti cittadini italiani lavoratori senza contratto, ma anche per l’impatto economico che avrebbe sul PIL nazionale. La transizione verso una comunità integrata fatta di persone, e non di cittadini italiani o stranieri, di serie A o di serie B, passa anche dal coraggio di riformare il sistema.



Note [1] Sebbene gli stranieri costituiscano la fetta maggiore di impiegati nell’agricoltura, edilizia, cura della casa e della persona, non ne sono la totalità che è invece raggiunta con la presenza di lavoratori italiani. [2] Si definisce “lavoro grigio, il rapporto di lavoro parzialmente irregolare nei confronti del fisco e delle autorità competenti”. Cfr. Treccani, http://www.treccani.it/vocabolario/lavoro-grigio_%28Neologismi%29/ [3] Il Decreto n 34/2020 è stato approvato dal Consiglio dei Ministri il 14 maggio 2020 e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 19 maggio 2020. [4] Tra i critici della sanatoria vi sono: il sindacalista USB Aboubakar Soumahoro. Cfr. https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/05/21/decreto-rilancio-i-braccianti-in-sciopero-contro-i-termini-della-regolarizzazione-spot-per-mera-utilita-di-mercato-non-e-lotta-allo-sfruttamento/5808344/; Amnesty International Italia; Terra! Onlus [5] I diversi periodi di riferimento dei dati sia per i lavoratori stranieri regolari che irregolari (2017, 2018, 2019) è causata dalla mancanza di dati e studi più recenti, pertanto non è possibile confrontarli. [6] Si potrebbe preferire il termine datore di lavoro a quello di ‘padrone’, che potrebbe sembrare anacronistico e desueto, ma si sta considerando condizioni lavorative irregolari, al limite dello schiavismo. [7] Ci si potrebbe appellare alla formula “attività connesse” che lascerebbe intendere un ampio raggio di applicazione, ma è generica e lascerebbe discrezionalità a chi si occuperà della procedura.


RIFERIMENTI

A. Corrado, F. S. Caruso; M. Lo Cascio; M. Nori; L. Palumbo; A. Triandafyllidou, Migrazioni e lavoro agricolo in Italia: le ragioni di una relazione problematica, Open Society Foundation, 2018.

JRC, Migration in EU Rural Areas, 2019.

Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, IX Rapporto Annuale. Gli stranieri nel mercato del lavoro in Italia, Luglio 2019.

Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare, Coldiretti, Eurispes, Agromafie. 6° Rapporto sui crimini agroalimentari, Febbraio 2019.

Progetto MELTINGPOT EUROPA, WEBINAR: Regolarizzazione e permesso di soggiorno: illustrazione e commento del testo di legge approvato dal Governo, 15 maggio 2020.




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