Senegal e rimesse: parte di una strategia?

di Valentina Geraci

Introduzione


Ricerche e analisi dell’ultimo decennio nel settore dei migration studies sono concordi nel confermare che molte comunità migranti soggiornanti lontani dal rispettivo Paese d’origine mantengono con questo forti relazioni, innescando lì gli effetti e i risultati di determinate azioni. In Un’altra globalizzazione, a cura del sociologo Maurizio Ambrosini, l’autore riconosce ad esempio che non è possibile –infatti – analizzare le migrazioni entro i confini della società ricevente, ma occorre tenere conto dei legami sociali con il Paese d’origine e con altri luoghi di insediamento delle reti migratorie, nonché degli effetti di feedback dell’emigrazione nelle comunità di provenienza e viceversa.[1]


Caso esemplare è quello della diaspora senegalese. L’approccio transnazionale che caratterizza la diaspora senegalese in Italia, qui presa in esame, basa la propria organizzazione su una serie di attività economiche e sociali quotidiane che uniscono l’operato e gli obiettivi, sovrapponendosi vicendevolmente tanto in Italia quanto in Senegal.[2] Il transnazionalismo senegalese, organizzato principalmente su una rete di associazioni migranti, è anche e soprattutto economico. La circolarità monetaria, formale e informale, è un esempio concreto della relazione tra la diaspora e il Senegal in generale e, in particolare, dei legami dei singoli migranti con la loro famiglia, i loro progetti, la loro città/villaggio e, ancora di più, con le ambizioni personali e professionali di ciascuno.


1. Primi cenni storici


La presenza senegalese in Italia, frutto delle restrizioni dettate dalla politica francese ed europea in tema di migrazione nel corso degli anni Settanta, risale all’inizio degli anni Ottanta e si è affermata in maniera più consistente nel corso del decennio successivo. Già allora, gli immigrati senegalesi che soggiornavano nelle più grandi città lombarde crearono una prima espressione di associazionismo. L’ordinamento alla base di questa aggregazione era regolato da un sistema di cotisations, rimesse collettive destinate a tutelare il sostentamento di alcune iniziative patrocinate dai villaggi di provenienza.


Tra queste, si pensi alle prime misure adottate per rendere possibile la pratica di alcune coltivazioni, una più facile irrigazione dei terreni e un insieme di lavori e di installazioni che garantissero il funzionamento di alcuni impianti tramite energia elettrica presso alcuni campi di Beud Dieng e rivolti ad altre piccole località in Senegal. Le difficoltà riscontrate nel concretizzare a pieno i propri obiettivi scaturirono nella regolamentazione del gruppo, alla quale seguì la creazione dell’Associazione socio-culturale Sunugal nel 1998 i cui membri si presentarono come intermediari tra i migranti presenti in Italia e i rispettivi nuclei familiari in Senegal. Qualche anno dopo, precisamente nel 2001, l’Associazione ottenne la possibilità di creare presso il villaggio di Beud Dieng un punto di incontro tra i propri componenti, i migranti e altri visitatori, giungendo a dar vita, nel 2007, ad un progetto che, sempre rivolto al villaggio suddetto e al circondario, aveva l’obiettivo di investire per il potenziamento degli stessi e nel settore agricolo in particolar modo.[3] Questo esempio illustra come l’Italia possa essere considerata un terreno favorevole a tale studio e quindi legato ai rapporti tra la migrazione e lo sviluppo già guardando ai decenni passati.


Dibattere sull’intensità della circolazione migratoria italo-senegalese, sui trasferimenti finanziari e sugli scambi tra i due Paesi è utile, oltre che per comprendere le relazioni tra le associazioni migranti senegalesi e il Senegal, per misurare l’impatto che la diaspora genera a livello economico e nello sviluppo di particolari settori nel Paese di provenienza.[4]


2. Le rimesse dall’Italia: panoramica degli ultimi anni