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Scenari economici della Brexit

Aggiornato il: apr 3

(di Giovanni M. Ficarra)

Una breve introduzione

Il 29 marzo il Regno Unito sarà ufficialmente un paese terzo rispetto ai rimanenti 27 membri dell’Unione Europea[1]. Gli scenari economici che si aprono sono essenzialmente tre e gli effetti ad essi associati sono de facto in larga parte cumulativi in base al livello di gravità dello scenario per l’impatto sull’economia britannica.

Questo breve studio andrà ad analizzare gli impatti principali delle tre opzioni rimaste sul tavolo britannico e successivamente si concentrerà su un approfondimento inerente la bilancia commerciale del Regno Unito.

Le opzioni sono, in ordine di gravità per l’impatto economico quella di una no Brexit, quella di una soft Brexit e quella di una hard Brexit. Da ultimo va altresì considerato il caso in cui la Brexit venga ulteriormente rimandata a seguito di una concessione di maggiori spazi negoziali a favore dello UK, tale possibilità appare tuttavia remota dato l’orientamento della Commissione Europea e dei singoli stati membri. Tale opzione verrà comunque discussa sotto il nome di prolonged Brexit.


“Brexit is your choice not mine” (Xavier Bettel)


No Brexit

L’incertezza è il fattore dominante del procedimento di uscita del Regno Unito sino ad ora. Nonostante sia stato trovato un lungo accordo tra UK e UE, sembra infatti che il testo del trattato potrebbe non essere approvato dal parlamento britannico.

Il Regno Unito potrebbe dunque decidere di utilizzare l’opportunità concessa dalla Corte Europea di Giustizia per rimandare il l’uscita a data da destinarsi.

In tal caso non vi sarebbero effetti sull’economia britannica se non quelli ottenuti sino ad ora ed una maggiore incertezza sul futuro.


Le agenzie europee

Il Regno Unito, in previsione della Brexit ha visto la partenza dell’EMA (European Medicines Agency) e dell’EBA (European Banking Agency), entrambe le agenzie avevano sede a Londra e sono state rilocalizzate rispettivamente a Amsterdam e Parigi. Il costo di trasferimento come calcolato dal Sole24ore ammonta a circa 470 milioni di euro[2] entro i prossimi 20 anni per l’EMA, mentre secondo altri studi il corso di trasferimento dell’EBA, molto più piccola in termini dimensionali (154 dipendenti contro gli 897 dell’EMA) ammonterebbe a 81 milioni. I costi tuttavia non si limitano all’affitto della sede e al trasferimento di personale, server e macchinari ma si ripercuotono su tutta la filiera. A titolo esemplificativo, sempre secondo il Sole, 2500 imprese gravitanti attorno all’EMA dovranno rilocalizzare in Olanda i propri uffici di rappresentanza spostando con essi personale e brevetti.


Le imprese private

In previsione della Brexit moltissime imprese sia europee che straniere hanno spostato sul continente i propri QG europei.

È a mio parere emblematica la decisione di Lloyds Bank, celebre gruppo bancario e assicurativo che durante la Seconda Guerra Mondiale nonostante l’esorbitante costo assicurava i mercantili britannici che attraversavano l’atlantico sotto il fuoco degli U-Boat e che ad ogni affondamento puntualmente eseguiva i dovuti pagamenti. Società, a mio dire, simbolo dello stoicismo britannico che pochi mesi fa ha annunciato di voler spostare in Belgio la propria sede principale abbandonando Londra come sede principale dei propri affari.

Tra le varie imprese che abbandonano lo UK a beneficio di Francia, Germania, Irlanda, Belgio ed Olanda vi sono Unilever, JP Morgan, Honda, Lloyds e Panasonic. I numeri sono impressionanti se si considera che la sola Honda chiuderà entro il 2021 uno stabilimento da 8500 dipendenti per rilocarlo altrove.

Ovviamente la fuga delle imprese è un danno per lo UK, ma va intesa come un danno per la UE stessa. Londra ha rappresentato per due secoli il centro dell’economia e della finanza europee. Le città che si apprestano a raccoglierne le spoglie, Francoforte, Parigi, Dublino, Bruxelles ed Amsterdam per quanto grandi ed economicamente rilevanti si limiteranno a dividere una torta che lungo la strada perderà qualche fetta. Difatti la Brexit non solo allontanerà lo UK, ma ridurrà fortemente i benefici che la City garantiva alle imprese come punto di incontro, economie di scala che le eredi continentali riprodurranno solo in parte ed in misura non altrettanto integrata.


Moneta e PIL

Dal fatidico 23 giugno 2016 la sterlina ha perso 20 centesimi sull’euro passando da 1.35 GBP per EUR a 1.15 GBP per EUR. Un crollo del 15%. Il PIL dall’altro lato sembra ancora in rallentamento, le previsioni per il 2019 sono comprese tra il +1.3% ed il +1.9%[3].


Prolonged Brexit

Un dilazionamento nei tempi della Brexit va inteso come un prolungamento dell’incertezza economica. Le imprese continueranno a spostarsi all’estero e l’impossibilità di effettuare serie previsioni sul futuro si tradurrà in una non pianificazione. Sfortunatamente questa situazione si accoppia a quello che appare come un mix micidiale. Dopo 8 anni di crescita ininterrotta l’economia mondiale comincia a rallentare e questo non farà che zavorrare ulteriormente la UE.



Soft Brexit

Gli effetti evidenziati nel caso di una no Brexit qui vengono integrati da una separazione definitiva più di nome che de facto. Il Regno Unito rimanendo nell’Unione doganale, soggetto a leggi e regolamenti europei ed alla Corte di giustizia europea sarebbe essenzialmente identico a quello odierno. In più con pieno accesso al mercato UE le imprese non avrebbero più alcuna necessità di rilocalizzarsi, quelle che però si sono già spostate o lo pianificano a breve termine non invertirebbero comunque il trend. In questo caso ci si aspetta una perdita di circa il -4% del PIL nel prossimo decennio per gli effetti distorsivi causati dai negoziati e dalla fuga di imprese e capitali.


Hard Brexit

“There is a special place in hell for those who promoted Brexit without even a sketch of a plan of how to carry it out safely” (Donald Tusk)


Fine delle quattro libertà fondamentali

Il 31 dicembre 1969 con la fine del periodo transitorio nasce ufficialmente il mercato unico europeo. I quattro pilastri fondanti sono le libertà fondamentali di movimento di merci, servizi, persone e capitali. Il 29 marzo il Regno Unito in Hard Brexit sarà ufficialmente uno stato terzo e vi saranno frontiere fisiche a tutti i suoi confini.

Le stime dei ritardi alla frontiera di Dover sono attese in 6 giorni, mentre tutte le imprese desiderose di esportare dovranno appoggiarsi ad aziende europee per ricevere le necessarie autorizzazioni all’esportazione verso la UE. Lunghi e inutili procedimenti burocratici purtroppo inevitabili nonostante il fatto che le merci britanniche possiedono tutti gli standard europei essendovi soggette sino alle 23:59 CEST del 29 marzo.

Sarà reintrodotto il solito sistema di visti e i cittadini europei residenti nello UK dovranno fare domanda di visti e/o di cittadinanza come se fossero cittadini Messicani, Giapponesi o Sauditi.

La fine della libertà di movimento di capitali e servizi implica altresì il collasso del sistema bancario britannico con un effetto domino su tutti i mercati europei difficilmente immaginabile per le tremende ripercussioni su tutte le piazze del continente. Un effetto domino che presto si riverbererebbe su tutti i principali mercati mondiali.


Bilancia commerciale europea

Nel 2017, ultimo anno nel quale sono riuscito a reperire dati aggregati[4], le importazioni del Regno Unito ammontavano a 360 mld USD, il 58.7% del totale. Le esportazioni del Regno Unito verso la UE e la sua unione doganale ammontavano a 198 mld. Il 50.6% del totale.

I principali partner europei per volume di importazioni nello UK sono Germania, Francia, Olanda, Belgio e Italia. I principali paesi di destinazione per le merci britanniche sono invece Germania, Francia, Olanda, Irlanda e Belgio.

Lo stabilimento di una frontiera doganale comporterebbe un’applicazione dei dazi MFN (che la UE applica a tutti i paesi con i quali non possiede accordi commerciali) che impatterebbe in media per il 4.7% del prezzo di ogni prodotto inoltre il Regno Unito sarebbe assoggettato a 8509 tariffe doganali ad valorem per ogni bene esportato verso la UE.


Gli altri partner

I principali partner commerciali britannici extra UE sono la Cina e gli Stati Uniti, tuttavia la quota di esportazioni ed importazioni che scambiano con lo UK oscilla tra il 5.6% e l’11%, numeri importanti ma ben lontani da quelli dei partner continentali.


Tempistiche degli accordi commerciali

In molti asseriscono che un Hard Brexit permetterebbe allo UK l’ottenimento in tempi rapidi di nuovi accordi commerciali con paesi terzi con i quali commerciare. Ebbene, nonostante la metà del commercio britannico si concentri sui paesi membri della UE, la cui perdita sarebbe un salasso economico, è altresì molto difficile che il Regno Unito possa negoziare accordi commerciali in tempi brevi. La UE ha impiegato in media 14 anni per negoziare i trattati con i paesi del MERCOSUR[5], Singapore, Giappone, Messico e Vietnam.

Vorrei inoltre sottolineare una certa ironia nelle negoziazioni della UE. Nel momento in cui il Canada entra in un accordo con la UE e Nuova Zelanda ed Australia ne negoziano uno, lo UK abbandona la UE, de facto rinunciando a preziosi accordi con alcuni dei gioielli dell’antico impero.


Effetti economici

La Bank of England stima che nel primo anno ci sarà un crollo del PIL compreso tra -8% e -9%. Un vero e proprio tracollo che si ripercuoterebbe subito sulla situazione occupazionale con un raddoppio della disoccupazione sino all'8% in un anno, 2 milioni di persone perderanno il lavoro. Ci sarà inoltre un crollo della sterlina che dilapiderà ulteriormente il potere di acquisto britannico oltre che una paralisi del mercato immobiliare.


Perdita di attrattività

Come più volte accennato nelle pagine precedenti Londra non sarà più l’Hub finanziario d’Europa. La migrazione verso lidi interni alla UE si stima comporterà la perdita di un giro di affari di 38 miliardi, la perdita di 10 miliardi in tasse versate all’erario britannico e la scomparsa di 70.000 posti di lavoro nel solo settore finanziario, senza considerare dunque l’indotto.



[1] A meno che non si avvalga della possibilità di revocare unilateralmente il procedimento di uscita come sancito dalla Corte Europea di Giustizia nella sua sentenza inerente il caso C-621/18 del 10 dicembre 2018

[2] Che sono diventati 574 mentre scrivo questo articolo a seguito della condanna da parte dell’Alta Corte di Giustizia inglese a carico dell’EMA che le impone di pagare la locazione per l’immobile londinese sino al 2039.

[3] Numeri che comunque da italiano mi sento di non poter non invidiare.

[4] Che è possibile reperire autonomamente nel portale https://atlas.media.mit.edu/en/

[5] Mercado comun del Sur, Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay e Venezuela.

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