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Regina Elisabetta II - Sette punti per ricordarla

Aggiornamento: 10 ott 2022


Oggi la comunità internazionale, degli Stati e degli individui, ha detto addio a Elisabetta II, una presenza familiare per molti di noi che negli anni in cui è stata regina sono nati e cresciuti. Molti gli assenti e molti i presenti durante la cerimonia funebre, molte le luci e molte le ombre sui suoi settant’anni di regno, ma era inevitabile: il Novecento, definito “secolo breve”, è in realtà complesso, veloce, ricco di avvenimenti e di trasformazioni, ed Elisabetta ne era una degli ultimi testimoni viventi.


Le guerre così come le crisi cui ha assistito sono moltissime: non solo la II guerra mondiale, ma anche i fatti di Suez del 1956, la guerra delle Malvinas del 1982, il crollo del muro e la fine della Guerra Fredda, lo smembramento della ex Jugoslavia e l’attentato alle Torri Gemelle che fece ritornare il terrorismo anche sul suolo inglese. Altrettanto numerosi e in parte traumatici i cambiamenti collegati alla decolonizzazione: Elisabetta salì al trono con Churchill primo ministro, sicuramente l’ultimo rappresentante di quello che era il grande Impero britannico, e ha dovuto traghettare i suoi “sudditi” verso il nuovo Millennio. Si potrebbe continuare a lungo questo elenco, ma non è questa la nostra intenzione: senza l’ambizione di essere esaustivi, gli analisti Valentina Geraci, Federico Pani e Marco D'Amato del Centro Studi hanno isolato alcuni punti su cui porre l’accento, guardando al suo rapporto con il Regno Unito (punti 1-2) e con la Comunità internazionale (punti 3-5), ma anche al futuro della Corona (punti 6-7).


1. Elisabetta II: La regina del ‘900

Elizabeth Alexandra Mary nasce a Londra il 21 aprile 1926 e dal febbraio del 1952 è stata la regina del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord e degli altri reami del Commonwealth. Il suo attivismo nella politica del Regno lo si nota sin da giovane quando nel 1943, a 17 anni, Elizabeth compì la sua prima apparizione pubblica da sola, durante una visita alle Grenadier Guards, delle quali era divenuta colonnello l'anno precedente. Due anni più tardi, con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, si unì all’Auxiliary Territorial Service, dove venne addestrata come autista e meccanico, divenendo Comandante onorario junior cinque mesi più tardi.


Nonostante venga riconosciuta (quasi) universalmente come una Regina vicina e amata dai propri sudditi, questa devozione non è stata sempre così netta. Un primo esempio è la frana del 1966 nel villaggio di Aberfan in Galles che causò la morte di 144 persone, la maggior parte dei quali erano bambini rimasti sepolti sotto la loro scuola. La regina venne accusata di freddezza e distanza dai suoi sudditi per via del ritardo ad apparire e a far visita agli abitanti del posto. Simili accuse le vennero rivolte a seguito della morte di Diana Spencer, amatissima dal popolo britannico che accusò la corte di un coinvolgimento nella vicenda.


Il suo Regno è stato fortemente influenzato dall’innovazione tecnologica. Infatti, la sua incoronazione fu la prima trasmissione ‘in Eurovisione’ con la BBC che per la prima volta diffuse le immagini in simultanea ad altre reti televisive europee, mentre il 24 ottobre 2014 in occasione di un evento speciale al Museo della Scienza di Londra inaugurò il suo profilo Twitter ufficiale.


2. Regina in un mondo che cambia: uno sguardo ai Diritti

Negli oltre 70 anni di Regno, Elisabetta II ha vissuto in prima persona tutta la stagione di riforme che riguardavano i diritti.


Con riguardo ai diritti economici e sociali, si pensi ai cambiamenti avvenuti: dalle manifestazioni studentesche del 1968 al progressivo allontanamento dal modello Beveridge, che aveva messo il principio universalistico alla base del Welfare State britannico. Quest’ultimo aspetto aveva sempre più ristretto garanzie e diritti riconosciuti ai lavoratori per dare prevalenza a riequilibrare i bilanci nazionali, tagliando la spesa pubblica. Sul tema dei diritti dei lavoratori, fu particolarmente conflittuale il rapporto con Margareth Thatcher: Elisabetta II ad esempio espresse amarezza sullo storico sciopero dei minatori britannici del 1984-1985, mandando un chiaro segnale alla Lady di Ferro.


Rispetto ai diritti civili, invece, nonostante la critica per la mancata opposizione all’articolo 28 del Local Government Act del 1988 il quale introdusse l’obbligo per le autorità locali a "non promuovere intenzionalmente l'omosessualità” sono note le prese diposizioni a favore delle istanze LGBTQ+ come l’approvazione del “Marriage Bill” del 2013 che legalizzava le nozze tra persone dello stesso sesso, e la successiva presa di posizione contro le cosiddette «terapie riparative», o di riconversione sessuale. Ma al contempo, particolarmente difficile fu il periodo degli attentati dell’IRA che dilaniarono il Regno Unito e portarono anche all’uccisione, nel 1979, di Lord Mountbatten, cugino della regina. Come noto la Tatcher rispose con le leggi speciali e la creazione dei c.d. Blocchi H, da molti definiti veri e propri lager in violazione dei diritti dei detenuti, su cui la regina non prese una posizione decisa. Appare perciò doppiamente significativa la storica foto in cui nel 2011 Elisabetta II, formalmente capo delle forze armate britanniche, e Martin McGuinness (soprannominato il “macellaio di Derry”), capo delle milizie nazionaliste irlandesi responsabili degli attentati, si stringono la mano.


3. I rapporti con l’Europa: dall’ingresso alla CEE alla Brexit

Con Elisabetta II il Regno Unito è entrato nel 1973 nella Comunità europea, dopo una tortuosa fase di avvicinamento, ma bisognerà aspettare fino al 12 maggio del 1992 per assistere a un atto di formale adesione della Corona inglese alle istituzioni comunitarie. L’evento risale al discorso tenuto da Elisabetta al Parlamento europeo per celebrare l’avvenuta firma del Trattato di Maastricht, che diede vita ufficiale all’Unione Europea.


Il rapporto tra Elisabetta II e la Comunità europea si è sempre caratterizzato da relazioni pacate, rispettose e dialoganti in cui vi è un sentito interesse nella partecipazione al progetto europeo pur rimarcando la necessità di salvaguardare e tutelare le “personalità diverse” che compongono la “famiglia europea” da cui trarre forza.


Sul capitolo finale di questo travagliata storia d’amore, ossia la c.d. “Brexit”, fonti vicino alla casa Reale hanno fatto trapelare la delusione verso l’allora classe politica per come sia stato gestita l’intera vicenda, tanto che ha suscitato curiosità il vestiario adottato durante il tradizionale "Queen's speech", avvenuto due giorni dopo l’apertura del negoziato ad opera del governo May, caratterizzato dai colori dell’UE con un cappello che ricordava le stelle della bandiera europea.


Sicuramente la regina aveva chiaro in mente quanto la BREXIT avrebbe riaperto “vecchie ferite” che potevano minare l’unità nazionale: da un lato, l’amata Scozia, che aveva scelto di non dichiarare l’indipendenza - quando ne aveva avuto l’occasione col referendum del 2014 - proprio in virtù dell’appartenenza del Regno Unito all’UE; dall’altro, la tormentata questione irlandese che si era conclusa con gli Accordi del “Venerdì Santo” rischiava di riaprirsi con la chiusura delle frontiere tra EIRE (appartenente all’UE) e Irlanda del Nord (che ne usciva).


4. L’Africa che non celebra la regina

La memoria della regina Elisabetta II è stata onorata anche in Africa, tra condoglianze ufficiali e il ricordo dei suoi viaggi nel continente durante i settanta anni del regno. La sua morte ha però puntato i riflettori anche sui ricordi di quei faticosi, lunghi e sanguinosi processi di decolonizzazione tra oppressione e conflitti. Infatti, l’'ascesa al trono della regina (Kenya, 1952) coincide temporalmente con i reclami di indipendenza da parte di tanti Paesi africani e con la ridefinizione del c.d. Commonwealth of Nations che doveva rapportarsi con i Paesi nel loro post-indipendenza.


Il dibattito è ancora aperto tra studiosi, ricercatori e persone interessate nel trattare le relazioni tra la corona inglese e alcuni Paesi africani. Da un lato, tanti riconoscono la regina come simbolo dell’unità del Commonwealth con poteri formali rispetto a determinate scelte politiche e d’azione: si ricordi, ad esempio, la sua difesa del Commonwealth e lo scontro con Margaret Thatcher, che non prese una posizione decisa sull’apartheid in Sudafrica, facendo temere la corona rispetto a una crisi vera e propria del Commonwealth.


Dall’altro lato, in molti hanno mosso critiche e accuse rispetto ai tentativi d’arresto di movimenti indipendentisti (es. la rivolta dei Mau Mau in Kenya, 1952-1960), alle violenze commessi dal Regno Unito e agli interessi della corona (es. negligenza della corona in Nigeria in occasione della guerra del Biafra, 1967-1970 e visita della regina in Ghana nel 1961) e rispetto al silenzio della regina su quanto accadeva nei Paesi africani sotto il controllo inglese nel corso del suo regno (Operazione Legacy e documentazione del periodo coloniale).


5. Una “presenza stabile” nelle relazioni Londra - Washington

La regina Elisabetta II ha incontrato tutti i presidenti americani degli ultimi sette decenni, contribuendo a facilitare la “special relationship” tra Stati Uniti e Regno Unito, costruita attraverso decenni di alleanze, condivisione e compatibilità linguistica. Il modus regnandi di Elisabetta, decisamente apolitico, è riuscito, infatti, ad affascinare gli americani. Come principessa ed erede al trono ha reso visita al presidente Harry S. Truman a Washington. “Gli uomini liberi di tutto il mondo guardano agli Stati Uniti con affetto e con speranza”, disse la sovrana in questa circostanza. Una fitta corrispondenza contraddistinse i rapporti tra la regina prima con il presidente Eisenhower e poi con il presidente Kennedy: all’indomani della morte di quest’ultimo la regina creò un memoriale e un fondo per borse di studio in onore del defunto presidente.


Nixon "coltivò" un ambizioso progetto: far sposare una delle sue due figlie, Tricia, con il primogenito di Elisabetta, il principe Carlo, il quale "distintamente infastidito" declinò la corte della primogenita del presidente.


Elisabetta sviluppò poi uno stretto rapporto con il presidente Ronald Reagan: nel 1989 la regina gli concesse il titolo di cavaliere onorario, la più alta onorificenza che il Regno Unito assegna agli stranieri, in riconoscimento dell’assistenza fornita dal presidente agli inglesi durante la guerra delle Falkland. Dopo la morte di George H. Bush nel dicembre 2018, la regina ha rilasciato una dichiarazione in cui encomiava l’ex presidente come “un grande amico e alleato del Regno Unito”. Elisabetta impressionò Clinton per le sue qualità di “politico e diplomatico”, come riporta lo stesso presidente nelle sue memorie.


Durante l'incontro con Trump, la spilla a fiore d'agata indossata da Elisabetta, dono di Obama, e l'elogio che la regina riservò all’importanza delle istituzioni internazionali, un chiaro riferimento, pur senza citarle, a Nato e Onu, che Trump aveva più volte criticato, sottolineavano lo scarso feeling tra la monarca e il tycoon (a Trump non fu nemmeno concesso l'invito in Parlamento). Emblematiche le parole dell’attuale capo della Casa Bianca, Joe Biden, che definivano Elisabetta “una presenza stabile e una fonte di conforto e orgoglio per generazioni di britannici”.


6. Il mondo dopo Elisabetta: Il futuro della Corona. Che sovrano sarà Carlo?

Carlo, l’erede al trono più longevo nella storia britannica, è ora divenuto re. Il suo periodo di ‘apprendistato’ come erede al trono è durato ben settant’anni. Ma il “salto” di ruolo da principe a sovrano non sarà del tutto semplice. Fu lo stesso Carlo ad ammetterlo nel 2008: “L'idea che in qualche modo andrò avanti esattamente allo stesso modo è una totale sciocchezza”.


Il Paese su cui re Carlo III regnerà è molto più vario di quello ereditato da sua madre e il nuovo sovrano si dovrà misurare con un Regno Unito multiculturale e multiconfessionale. Proprio su quest’ultimo versante è lecito attendersi che il neo sovrano imprimerà alla sua azione una forza unificante, compiendo sforzi più visibili verso le minoranze etniche e i gruppi svantaggiati. Il nuovo monarca arriva in un momento di crescente sentimento nazionalista in Scozia, Galles e Irlanda del Nord, mentre un quarto della popolazione del Galles sostiene l'indipendenza. Del tutto peculiare l'atteggiamento degli scozzesi, maggiormente attaccati al carattere e alla costanza della regina piuttosto che all'istituzione della monarchia.


D’altra parte è plausibile che Carlo decida di rifornire di linfa alcune sue prerogative che hanno caratterizzato il suo impegno sociale durante l’attesa da erede al trono: questioni come, ad esempio, il cambiamento climatico e l'agricoltura biologica. Proprio su questi punti Carlo potrebbe raccogliere maggiori consensi tra i suoi sudditi, sensibili alle problematiche ambientali. Si pensi anche al vertice sul cambiamento climatico di Glasgow nel 2021, dove Carlo è riuscito a raccogliere i consensi anche del presidente degli Stati Uniti Biden. Le sue opere di beneficenza hanno inoltre incluso tanto la protezione del patrimonio quanto la conservazione delle abilità artigianali tradizionali ma al tempo stesso ha incoraggiato l'innovazione e il cambiamento.


7. Il Commonwealth ai tempi di Carlo III (...e di William e Kate)

Al di fuori del Regno Unito, una sfida importante per Carlo sarà ridefinire un rapporto più moderno con il Commonwealth, composto da 56 Stati, di cui però 41 (6 monarchie e 35 repubbliche) sono indipendenti da Londra. Il nuovo sovrano è dunque divenuto Capo di stato di 14 Paesi, oltre al Regno Unito. Ma il numero sembra destinato a diminuire: la Giamaica e l’Australia probabilmente imiteranno la decisione presa dalle Barbados che sono diventate una repubblica nel 2021. Ma alcuni di questi Paesi, pur volendo diventare repubbliche, desiderano rimanere membri del Commonwealth: proprio su questo versante Carlo ha già chiarito che è pronto ad avviare il dialogo. Un portavoce del Primo Ministro delle Bahamas ha affermato che un referendum sulla repubblica “non è un punto all’ordine del giorno”. Di diverso avviso il primo ministro di Antigua e Barbuda, Gaston Browne, il quale ha annunciato la convocazione entro tre anni di un referendum che stabilirà il destino del Paese.


Durante il suo regno, la regina ha svolto un ruolo fondamentale nel difendere il Commonwealth e la sua rilevanza. Il ruolo di Capo di questa comunità delle Nazioni non implica nessun potere politico né decisionale, è perciò fondamentale il carisma esercitato dal monarca nel porre l’accento sulle tematiche ritenute rilevanti: se per Elisabetta queste erano democrazia, stato di diritto e buon governo, è probabile che re Carlo si concentrerà sulla risposta ai cambiamenti climatici che, per molti Paesi del Commonwealth, costituisce un tema particolarmente sensibile (si pensi al discorso che il Ministro di Tuvalu ha tenuto, con l’acqua fino alle ginocchia, per denunciare l’innalzamento del livello del mare in occasione della COP26).

In occasione del Giubileo di platino della Regina Elisabetta, nel marzo di quest’anno, sono partiti per un tour nelle Bahamas, in Belize e Giamaica il principe William e la moglie Kate, figlio e nuora di re Carlo III, da questi annunciati come “il nostro nuovo principe e principessa del Galles”: entrambi sono, secondo alcuni sondaggi, molto più amati del nuovo re. L’affetto dei sudditi nei loro confronti è dimostrato dal fatto che quasi un inglese su due riteneva che Carlo dovesse fare un passo indietro e consentire a William di salire al trono: non è dunque un caso che siano stati scelti loro per effettuare questa missione di “diplomazia del sorriso” nel tentativo di tenere uniti i 15 Reami del Commonwealth.

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