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Radicalizzazione: comprenderne il processo

Aggiornato il: nov 14

(di Eleonora Corsale)


Nel linguaggio comune, per radicalizzazione si intende “l’azione di radicalizzare, il fatto di radicalizzarsi, come spostamento verso le punte estreme, verso posizioni o soluzioni radicali, di là da ogni compromesso”.[1]

Il termine radicalizzazione è frequentemente utilizzato per spiegare e studiare i fenomeni del terrorismo islamico. Ciononostante, non ne esiste una corretta e condivisa definizione. Non è ad oggi provato, ad esempio, che un’ideologia radicalizzata sia una premessa necessaria per abbracciare il terrorismo. Esistono infatti percorsi e meccanismi di coinvolgimento differenti a seconda dei soggetti e dei contesti.[1]Avere idee radicali e abbracciare ideologicamente una causa non significa impegnarsi concretamente in atti terroristici.[2]

Inoltre, al termine radicalizzazione viene spesso affiancata la qualificazione di “violenta”, portando così ad una distinzione naturale tra “radicalizzazione violenta” e “radicalizzazione non violenta”. Quest’ultima viene percepita come un’alternativa al terrorismo, fungendo da deterrente e allontanando gli individui dalla strada della sua controparte violenta.[3]

La radicalizzazione può quindi concepirsi come un vettore e il processo di radicalizzazione stesso può incentrarsi sull’idea di mobilitazione piuttosto che su quella di estremismo e/o terrorismo. Una tale idea richiama la definizione offerta da Jonathan Githens-Mazer per cui la radicalizzazione sarebbe “a collectively defined, individually felt moral obligation to participate in direct action".[4]


Le fasi della radicalizzazione

Non essendo la radicalizzazione un processo lineare, ciò che occorre comprendere sono le fasi attraverso cui certi individui adottano determinate credenze che giustificano la violenza e come passino dal pensiero all’azione.[5] Bisogna pertanto fare riferimento ad un quadro interpretativo che integri i meccanismi micro (individuali) con quelli macro (sociali/culturali).[6]

Per fare ciò, ci si può riferire al modello proposto dal Dipartimento di Polizia di New York, per cui il processo di radicalizzazione si compone di quattro fasi fondamentali[7]:

I. “Pre-radicalizzazione”

II. “Identificazione”

III. "Indottrinamento”

IV. “Manifestazione”

La prima fase, quella della pre-radicalizzazione, viene associata a meccanismi personali scatenanti, ossia quei fattori contestuali che rendono un individuo ricettivo all’estremismo. Si tratta del punto di partenza, la condizione individuale e soggettiva da cui tutto il processo ha origine. E’ in questa fase che risiedono le cause sociologiche, collettive e individuali, che predispongono la persona ad essere vulnerabile di fronte alle narrative radicali.[9]

La fase dell’identificazione è quella attraverso cui singoli individui, influenzati da fattori sia esterni che interni, iniziano a esplorare le narrative radicali, allontanandosi così dalle loro identità precedenti.[10]

La fase dell’indottrinamento vede un’intensificazione nell’approfondimento delle ideologie radicali da parte dei singoli individui, i quali giungono alla necessità di agire per la causa. I potenziali estremisti cominciano ad alimentare la convinzione che la società sia sbagliata e debba essere cambiata. Mentre le prime due fasi sono processi sostanzialmente individuali, questa terza fase implica l’associazione con altre persone, la condivisione delle stesse idee.[11]

L’ultima fase, quella della manifestazione, consiste nell’impegno personale dell’individuo a passare all’azione violenta, allo scopo di promuovere la sua ideologia e di trasformare conseguentemente la società. L’estremismo violento consiste nel promuovere, sostenere o commettere atti che sono finalizzati a difendere un’ideologia che invoca una supremazia razziale, nazionale, etnica o religiosa o che si oppone ai principi ed ai valori fondamentali della democrazia e che può portare anche alla pianificazione, preparazione e esecuzione di atti terroristici.[12]



Punti di rottura e proselitismo

Comunemente si ritiene che alla base della decisione di un individuo di integrarsi in un gruppo terrorista vi sia un “punto di rottura” personale che comporta una rivalutazione dello status sociale dell’individuo, comprese le idee politiche, religiose e una più generale rivalutazione di sé.[13]

A tal proposito, il sociologo americano Quintan Wiktorowicz ha elaborato un modello di sviluppo quadripartito della radicalizzazione. La prima parte del suo modello è quella della “cognitive opening”. In essa le certezze personali e le credenze precedentemente assimilate vengono meno, rendendo così l’individuo più ricettivo a nuovi punti di vista e prospettive alternative.[14] Le cause scatenanti il punto di rottura e la conseguente crisi cognitiva sono due. La prima riguarda l’esperienza dell’esclusione e la discriminazione vissuta o percepita da parte della società in cui si vive. La seconda causa riguarda il generale senso di alienazione dalla società scaturito da un conflitto con i valori e credenze della cultura di appartenenza, che sembrerebbe non offrire più le risposte necessarie o nella quale non ci si riesce più ad identificare. In questo tipo di situazione può darsi che l’ideologia islamista rappresenti quella nuova identità, l’alternativa che consente all’individuo di ricostruire e ritrovare sé stesso. In questo quadro entra in gioco la seconda parte individuata da Wiktorowicz, il “religious seeking”.

Superata la fase dell’apertura cognitiva, le nuove reclute o adepti sono sottoposti ad un periodo di apprendimento noto come “frame alignment”, in cui essi danno senso alla realtà attraverso la narrazione e l’etica del movimento.

I gruppi estremisti si insinuano in questi punti di rottura sfruttandoli per la loro azione di proselitismo e a volte provocandoli essi stessi attraverso la diffusione di messaggi di indignazione e umiliazione.[15] Lo scopo di questo processo è di raggiungere una convergenza tra la visione dell’individuo e la narrativa del gruppo.[16]Per questo motivo, ogni nuova idea o principio insegnati risultano essere incontrovertibili e indiscutibili. Il tutto viene rafforzato da un invito se non obbligo all’isolamento, motivato dal fatto che la società in cui si vive è impura perché non aderisce all’ideologia e ai principi professati dal movimento.

Il processo di apprendimento culmina con l’accettazione e giustificazione della violenza. Il jihad, presentato esclusivamente in termini militari, è dipinto come un dovere religioso che ogni musulmano deve rispettare. Esso è uno strumento difensivo il cui scopo è difendere la ‘umma (comunità di fedeli) sotto costante attacco. Di conseguenza è doveroso, wajibat, per ogni individuo di fede musulmana partecipare alla lotta contro il takfir (l’infedele) per proteggere la ‘umma e la terra musulmana.[17]


Reclutamento differenziale

Nel tentativo di comprendere il processo di radicalizzazione occorre anche tenere presente e dare una spiegazione a quello che McAdam ha definito “reclutamento differenziale”.

Quali sono gli elementi per cui un individuo è coinvolto nell’azione jihadista mentre un altro rimane inattivo?[18] McAdam sostiene che la selezione di un numero relativamente piccolo di attivisti da un gruppo molto più ampio di simpatizzanti dovrebbe essere spiegata principalmente da una storia precedente di attivismo e integrazione nelle reti piuttosto che nell’identificazione ideologica.[19] Se si deve riconoscere la complessità del fenomeno di radicalizzazione, non si può sostenere che una sola dinamica sia alla base dell’adesione a qualsiasi tipo di attivismo. I costi e i rischi ad esso legati devono essere presi in considerazione poiché potrebbero essere la causa dell’insieme dei fattori che portano o meno alla partecipazione.[20]Su questa linea McAdam distingue tra “low” e “high risk/cost activism” enfatizzando l’importanza dei fattori strutturali e individuali in entrambe le forme. Il termine cost si riferisce alla spesa in fattori di tempo, energia e denaro richiesta a una persona coinvolta in qualsiasi forma di attivismo. Il termine risk, invece, si riferisce ai pericoli anticipati (siano essi sociali, legali, politici, fisici) dovuti alla partecipazione a una determinata azione. Partendo quindi dal presupposto che esistano costi e rischi associati ad ogni forma di attivismo, bisogna considerare come questi influenzino la partecipazione e determinino forme differenti di essa.

Un’accresciuta partecipazione in forme di attivismo “low risk/cost” potrebbe progressivamente ingrandire la rete d’integrazione, l’affinità ideologica al movimento così come la recettività verso forme più rischiose di partecipazione. Ciò non sta comunque a significare che forme di attivismo “low risk/cost” comportino necessariamente un passaggio a forme di “high risk/cost”. Una molteplicità di altri fattori prettamente individuali, spiega McAdam, fa sì che certi individui risultino immuni al ciclo di radicalizzazione come spiegato nel diagramma che segue [21].


Conclusione

Nessuno dei fattori sopracitati può, da solo, spiegare il passaggio alla violenza radicale e i meccanismi alla base del processo di radicalizzazione. Per questo motivo è fondamentale distinguere tra radicalizzazione ideologica e coinvolgimento nel terrorismo. La radicalizzazione non equivale necessariamente al terrorismo: la maggior parte delle persone che abbracciano idee radicali non si impegnano poi in azioni terroristiche, e molti terroristi non sono profondamente ideologizzati.[22] Radicalizzare sviluppando o adottando credenze estremiste che giustificano la violenza è un possibile percorso nel terrorismo, ma certamente non è l’unico.[23]L’obiettivo nel lungo periodo è capire come i soggetti si coinvolgano, rimangano coinvolti e talvolta si disimpegnino in organizzazioni terroristiche.


[1] Treccani vocabolario http://www.treccani.it/vocabolario/radicalizzazione/ [2] Patrizia Laurano and Giuseppe Anzera: “L’analisi sociologica del nuovo terrorismo tra dinamiche di radicalizzazione e programmi di de-radicalizzazione [3] Ibidem [4] Ken Reidy: “Radicalization as a Vector: Exploring Non-Violent and Benevolent Processes of Radicalization [5] Ibidem [6] Patrizia Laurano and Giuseppe Anzera: “L’analisi sociologica del nuovo terrorismo tra dinamiche di radicalizzazione e programmi di de-radicalizzazione [7] Ibidem [8] Il modello di NYDP è consultabile in: Silber M.D., Bhatt A., (18 January 2015) Radicalization in theWest: The Homegrown Threat, NTPD Jihadist Report [9] Augusto Zaccariello, “Il fenomeno della radicalizzazione violenta e del proselitismo in carcere [10] Ibidem [11] Ibidem [12] Ibidem [13] Francesco Bergoglio Errico: “Il processo della radicalizzazione jihadista: dalla definizione alla narrativa [14] Wiktorowicz Q., Joining the Cause: al-Muhajiroun and Radical Islam, Department of InternationalStudies, Rhodes College. [15] Francesco Bergoglio Errico: “Il processo della radicalizzazione jihadista: dalla definizione alla narrativa”. [16] Ibidem [17] Ibidem [18] Patrizia Laurano e Giuseppe Anzera: “L’analisi sociologica del nuovo terrorismo tra dinamiche di radicalizzazione e programmi di de-radicalizzazione”. [19] Jonas Toubøl: “Differential Recruitment to and Outcomes of Solidarity Activism: Ethics, Values and Group Style in the Danish Refugee Solidarity Movement [20] McAdam, Doug. “Recruitment to High-Risk Activism: The Case of Freedom Summer.” American Journal of Sociology, vol. 92, no. 1, 1986, pp. 64–90. JSTOR, www.jstor.org/stable/2779717. Accessed 29 Feb. 2020. [21] McAdam, Doug. “Recruitment to High-Risk Activism: The Case of Freedom Summer.” American Journal of Sociology, vol. 92, no. 1, 1986, pp. 64–90. JSTOR, www.jstor.org/stable/2779717. Accessed 29 Feb. 2020 [22] Patrizia Laurano e Giuseppe Anzera: “L’analisi sociologica del nuovo terrorismo tra dinamiche di radicalizzazione e programmi di de-radicalizzazione [23] Ibidem

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