Processo al “Mostro”: analisi sull’influenza dei bias cognitivi nella cronaca nera e nelle indagini

Aggiornamento: 16 apr

IL PRELUDIO

di Raffaele Lorenzetto, Alessio Briguglio e Davide Lauretta

1. Introduzione


Dietro ogni decisione umana risiedono emozioni, pareri e preconcetti che originano da fattori psicologici, in parte innati, in parte risultati di processi sociali. In letteratura, esiste un termine scientifico capace di riassumerli tutti: quello di “bias cognitivi”. In una loro analisi sulla valutazione dei casi criminali per il Journal of Police and Criminal Psychology, Vanessa Meterko e Glinda Kooper hanno definito il bias cognitivo come “[…] an umbrella term that refers to a variety of inadvertent but predictable mental tendencies which can impact perception, memory, reasoning, and behavior ”. O, ancora, sta ad indicare un tratto umano nato dal bisogno di classificare, mettere in ordine ed elaborare le informazioni per dare un senso al mondo. Questa creazione di schemi e “mappe mentali” avviene sotto il livello della coscienza. Al fine di attribuire una maggiore specificità a tale concetto, esso può essere inteso come una distorsione cognitiva o un pregiudizio. [1]


Non a caso, il termine “bias” sembra derivare dal francese, o meglio dal provenzale, “biais” (XVI sec.), verosimilmente a sua volta derivato dal greco “epikarsios”, che significa “obliquo”. [2] Tale vocabolo indica infatti una devianza, distorsione appunto, dalla razionalità dei processi mentali di giudizio. Tuttavia, è opportuno evidenziare come la valenza semantica di tale termine sia molto più complessa e sfaccettata di quanto sinora affermato. Quali siano gli effetti dei bias cognitivi in ambito giudiziario sarà oggetto di analisi più avanti. Ciò che al momento risulta necessario evidenziare è l’impatto che questi hanno altresì sulla più ampia popolazione umana. L’analisi in questione ha lo scopo di evidenziare come i bias cognitivi influenzino da sempre gli individui, accompagnando il lettore in alcuni casi di cronaca (anche giudiziaria) particolarmente significativi in tal senso, distanti tra loro nel tempo. Dalle strade alle aule di giustizia per poi ritornare alle piazze, anche nella loro dimensione virtuale, i bias cognitivi continuano a dominare i sentimenti e i ragionamenti della massa, anche quando la realtà dei fatti e le dimostrazioni probatorie smentiscono categoricamente le convinzioni di quest’ultima.


La giustizia popolare è emotiva, spesso persino isterica


Accanto ai legittimi e riconosciuti procedimenti giudiziari, è da sempre esistita una “giustizia popolare” e di massa, avente la forza dirompente non solo di esistere prima, durante e dopo l’apertura di un processo, ma anche di ignorare il suo verdetto o, peggio ancora, di influenzarlo. Nel caso del giudizio popolare, i bias cognitivi svolgono il pericoloso ruolo di produrre un effetto moltiplicatore: il responso finale non è altro che il frutto di una non quantificabile intersezione di pregiudizi, emozioni e antiche credenze, dove viene meno, o addirittura non esiste, alcun elemento di scientificità o di presunta certezza probatoria. Al contrario, la portata poco ordinaria di certi eventi ha da sempre scatenato una incontrollata isteria collettiva, a sua volta foriera di teorie cospirative e tesi ai limiti del racconto mitico.


2. Lo psicologo ingenuo