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Pandemia e guerra petrolifera: la tempesta perfetta sul mercato energetico?

(di Greta Zunino)



Il più grande shock nella storia del mercato petrolifero”. Così l’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) ha definito la situazione attuale nel mondo dell’energia. La combinazione della caduta dell’accordo tra i maggiori produttori di greggio (OPEC+, che raggruppa i paesi membri dell’OPEC e la Russia) a inizio marzo e l’impatto del Coronavirus ha provocato un boom di produzione, e quindi offerta, a fronte di un drastico calo della domanda, con numerose conseguenze per l’intera economia globale.

Analizziamo con ordine quanto accaduto.


Mancato accordo

Il 6 Marzo, l’OPEC+ non riesce a trovare un accordo sui tagli alla produzione necessari per adeguare l’offerta alla domanda in declino, di fronte all’avanzare del Coronavirus. Da una parte, i membri dell’OPEC, capitanati dall’Arabia Saudita, chiedono un ulteriore taglio alla produzione di 1.5 milioni di barili al giorno (bbl/d) e domandano alla Russia un contributo più sostanziale di quanto offerto fino a quel momento, equivalente ad una riduzione del proprio output di ulteriori 300.000 bbl/d. La Russia, dall’altra parte, preferirebbe attendere per comprendere l’impatto del Coronavirus sulla domanda, proponendo di estendere i tagli in vigore (-1,7 milioni bbl/d) per un ulteriore trimestre. Le due parti non convengono ad un accordo e lasciano Vienna nella convinzione che nonostante ciò, la produzione non subirà variazioni.

Così non è stato.

L’Arabia Saudita, come già fatto in passato, compie una mossa radicale: aumenta drasticamente la propria produzione di greggio, nel contesto di un mercato globale sempre più ridotto. La monarchia Saudita, che ad inizio Marzo pompa intorno ai 9.7 milioni di barili al giorno, accelera la produzione: ad inizio Aprile, il paese supera i 12 milioni bbl/d. In parallelo, un numero crescente di paesi entra in lockdown, i trasporti sono fortemente limitati, la produzione industriale pure. La domanda globale di greggio diminuisce di 30 milioni di barili al giorno, l’equivalente della produzione di USA, Arabia Saudita e Russia – i maggiori produttori mondiali - messi insieme.

Il mercato assiste ad un’eccesso di offerta in un contesto di scarsissima domanda. Il risultato èuna quotazione del greggio che raggiunge i minimi storici: 20.09 US$ (WTI[1]) al barile il 30 Marzo, il prezzo più basso registrato negli ultimi 18 anni.


Impatto sui paesi produttori

Le conseguenze a livello globale sono di portata storica.

In primo luogo, l’impatto sugli altri paesi produttori. Un prezzo del petrolio così basso rende l’attività estrattiva della maggior parte dei produttori a perdere, essendo il prezzo di vendita sul mercato globale inferiore al costo di produzione. Nel grafico sottostante, sono rappresentati i cosiddetti breakeven pricesprezzi di pareggio - di une serie di aree geografiche e tipo di greggio: si tratta del prezzo di vendita necessario a pareggiare i costi di produzione. Per ciascuna realtà geografica, è indicato un range di prezzo (la barra colorata), che può variare a seconda delle caratteristiche geologiche, e il costo medio (rappresentato dalla linea tratteggiata blu). La linea tratteggiata rossa indica invece il minimo storico dei 20 US$ al barile raggiunti il 30 Marzo di quest’anno. Tutti i centri di produzione che hanno un costo superiore a quanto rappresentato dalla linea rossa, stanno sostanzialmente producendo a perdere. Ad oggi, domenica 5 Aprile, con il WTI a 28US$ al barile, solamente il greggio mediorientale è estratto con un margine – seppur ridotto – di profitto. La consapevolezza di poter trarre guadagno anche con un prezzo così basso e che i propri principali concorrenti – gli Stati Uniti e la Russia – abbiano bisogno di prezzi più sostenuti per produrre a profitto, hanno convinto l’Arabia Saudita a cominciare questa ennesima guerra commerciale.


Gli Stati Uniti, il maggiore produttore mondiale di greggio, si trova nonostante ciò in grande difficoltà: la maggioranza del petrolio statunitense è non convenzionale, il cosiddetto tight oil la cui produzione ha avuto una crescita esponenziale nel decennio passato (“Nam Shale” - in viola, nel grafico). Questa risorsa non convenzionale ha un costo di pareggio medio molto elevato, tra i 50 e i 70 US$ a seconda della collocazione del giacimento. Con un prezzo del greggio che fatica ad arrivare a 30 US$ al barile, le compagnie operative negli Stati Uniti si trovano in grande difficoltà.



La situazione è ancora più drammatica per quei paesi la cui economia regge sull’esportazione di greggio, per esempio l’Angola e la Nigeria. Quest’ultima, per esempio, aveva elaborato il proprio budget per il 2020 basandosi sugli introiti derivanti dalla vendita del greggio a 57$ al barile. Un prezzo che si attesta ormai da settimane anche sotto i 30$, ha obbligato il paese, la cui metà delle entrate statali dipendono dalle rendite petrolifere, ad annunciare la recessione imminente, con una caduta del PIL prospettata nel migliore dei casi al -2.5%, nel peggiore a -8.8%

Non solo problemi di costi, ma anche di spazio. L’aumento della produzione in un mercato già saturo e con una domanda in ulteriore declino ha condotto sulla soglia dell’esaurimento dei siti di stoccaggio: senza un taglio alla produzione, è stato calcolato che tutti i volumi disponibili sarebbero stati saturati a metà maggio.


Un nuovo accordo tra i paesi OPEC+

Resasi conto dell’insostenibilità di aumentare la produzione in un mercato già saturo e con una domanda in ulteriore declino, l’Arabia Saudita ha accettato di portare avanti nuovi colloqui tra l’OPEC e la Russia, che si sono tenuti giovedì 9. Un accordo temporaneo è stato raggiunto: l’OPEC+ si è impegnato a tagliare la produzione di 10 milioni bbl/d – equivalenti al 10% della produzione mondiale – a partire da Maggio 2020. Russia e Arabia Saudita contribuiranno a metà della riduzione; i rimanenti 5 milioni bbl/d saranno spartiti tra gli altri membri del cartello.

L’accordo prevede una diminuzione graduale dei tagli fino ad esaurirsi ad Aprile 2022, ma è certo che il piano subirà modifiche, alla luce dell’andamento della pandemia, della risposta economica ad essa e a possibili nuovi attriti tra i firmatari.

Appena 24 ore la firma dell’accordo, un incontro dei ministri dell’energia dei paesi del G20 ha dato il proprio endorsement alla decisione dell’OPEC+, in particolare... Donald Trump.

Gli Stati Uniti, messi a dura prova dalla caduta del prezzo del greggio, hanno caldeggiato una riduzione della produzione petrolifera mondiale senza impegnarsi ufficialmente ad alcun taglio. La superpotenza americana, restia all’intervenzionismo in campo economico, ha lasciato che il mercato trovasse il proprio equilibrio: i produttori con i costi più elevati hanno dovuto chiudere le valvole. Secondo il Segretario all’Energia statunitense, le leggi di mercato da sole porteranno ad una diminuzione dell’output di ben 2 milioni bbl/d – o almeno il 10% della produzione nazionale - senza alcun intervento da parte del governo.


Una vittoria a metà

Almeno su carta, gli Stati Uniti – e il loro Presidente in particolare – escono vincitori dalla guerra, con la prospettiva di una diminuzione globale della produzione senza alcun impegno formale a cui adempiere. La realtà dei fatti pone in ogni caso gli USA e gli altri Paesi produttori in una situazione di forte tensione: non è possibile sapere se i tagli previsti dall’accordo saranno sufficienti a far fronte alla drastica diminuzione di domanda e quindi di prezzo.

Tutto dipenderà dall’andamento della pandemia e dalla risposta al disastro economico da essa causata. La buona notizia é che dei due problemi alla radice della caduta libera del prezzo del greggio – la pandemia e la guerra petrolifera – almeno uno sembra essere stato tamponato, almeno per il momento.

[1] Quando si parla di prezzo del greggio, solitamente si fa riferimento a due indici principali : il Brent, che é il prezzo di riferimento del petrolio estratto nel Mare del Nord, e il WTI, l’equivalente per il petrolio statunitense. Nella stessa data, anche il Brent ha registrato un minimo storico : US$ 22.76 al barile.


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