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OMS e abusi sessuali in Congo: l’indagine

Aggiornamento: 23 nov 2021

È stato pubblicato il final report redatto dall’apposita Commissione interna istituita presso l’Organizzazione Mondiale della Sanità (World Health Organization) e relativo agli atti di abuso sessuale e sfruttamento sessuale [1] compiuti da parte di staff, collaboratori [2] e partner della stessa, durante gli interventi previsti e disposti a contrasto del dilagare della decima epidemia di ebola nel continente africano.


Frutto di un imponente lavoro di indagini, ricostruzioni e raccolta di deposizioni (tra cui le testimonianze dirette delle vittime), si tratta di un documento ufficiale a mezzo del quale l’istituto, che fa capo all’Organizzazione delle Nazioni Unite, adotta la strategia della pubblica ammissione di colpa, oltre a promettere serie risposte in contrasto al fenomeno. Queste – si legge – non si limiteranno alla sola applicazione delle sanzioni all’uopo previste a carico degli accertati colpevoli, ma consisteranno in una profonda revisione dell’intero sistema di policy interna posta alla base della selezione del personale e della gestione delle segnalazioni [3]; su quest’ultimo fronte, in maniera particolare, vale la pena precisare fin da ora che gli appositi correttivi nella pratica già esistenti, si sono in realtà rivelati, proprio in questo caso, caratterizzati da profonde criticità.


Nella breve analisi che segue verranno ripercorse le principali problematiche messe in luce dalla stessa Commissione, e ciò al fine di comprendere la portata degli avvenimenti e di contestualizzarli nel filone dei recenti scandali che hanno investito le Nazioni Unite; per far questo si ricorrerà anche a parti originali del report, di volta in volta segnalate da apposita numerazione (la stessa che compare nel documento ufficiale).


1. I fatti


L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha da sempre ricoperto un ruolo centrale nella risposta internazionale alla diffusione del virus dell’ebola, a mezzo dello stanziamento di fondi e apposito materiale sanitario, ma anche attraverso lo schieramento sul campo, a più riprese, di personale qualificato durante l’intero ultimo decennio.


Dall’agosto 2018 al giugno 2020 un nuovo focolaio diffusosi negli stati centrali dell’Africa – con epicentro presso la Repubblica Democratica del Congo – ha causato 3.481 nuovi contagi e registrato un tasso di mortalità addirittura superiore al 60% dei casi totali, rendendo di conseguenza ancora una volta necessario l’intervento della massima autorità globale in materia sanitaria.


Ciò che verrà in seguito accertato è che, durante questi due anni, parallelamente all’apparato di mutuo soccorso era stata allestita anche una vera e propria macchina di abusi sistematici perpetrati a danno di un numero imprecisato di donne – per lo più del luogo – e caratterizzata da coercizione, minacce, cortocircuiti burocratici e presunti insabbiamenti.


In particolare, accadeva che giovani in cerca di lavoro venissero adescate da uomini senza scrupoli previa promessa di impieghi retribuiti nell’organizzazione stessa, ma solo dietro corrispettivo di natura sessuale. Dai racconti emergerebbe che alcune di queste donne finivano in effetti per essere ricompensate a seguito della “disponibilità” [4] dimostrata, come in un distorto meccanismo di do ut des che spesso si traduceva nel lavorare gomito a gomito con il proprio carnefice, in una spirale di molestie senza fine5; ma per la maggior parte di loro, minorenni comprese, anche un netto rifiuto diveniva il preludio di episodi di violenza brutale e gratuita.


1.1 I legami con l’OMS prima e dopo


Ma l’aspetto centrale intorno a cui ruota l’intero accaduto (nonché il presupposto alla base dell’istituzione da parte dal direttore generale dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus, di un’apposita Commissione imparziale dotata di ampi poteri d’indagine sugli avvenimenti) è rappresentato dal fatto che, come accertato, coloro che hanno commesso gli abusi avrebbero agito facendo leva proprio sul loro status di collaboratori, a vario titolo, con la suddetta organizzazione. Legame in alcuni casi e per certi versi evanescente che però, stando alle testimonianze raccolte, ha svolto un ruolo tutt’altro che secondario nella vicenda, rappresentando di fatto l’astuto stratagemma a mezzo del quale i colpevoli carpivano in primo luogo fiducia, e in seconda battuta credibilità agli occhi delle vittime.


Proprio in merito a quest’ultimo aspetto il team d’indagine ha più volte ribadito che – indipendentemente dal ruolo, rapporto o contratto di lavoro del singolo individuo – il solo fatto di aver preso parte attivamente e a pieno titolo nelle attività di intervento riferibili alla World Health Organization giustifica la giurisdizione di quest’ultima sui fatti e, per certi versi, ne fonda anche in parte la responsabilità.


“117 The results of the review team's investigations suggest that while the alleged perpetrator was not strictly an employee of the organisation, he was at least a service provider to WHO. The review team not only compared the list of WHO staff deployed in the field, but also extended its search to all WHO partners and contractors during the response.”
“121. The review team obtain the identity of 83 alleged perpetrators. In 21 cases, the review team was able to establish with certainty that the alleged perpetrators were WHO employees during the response. This was verified through human resources records, organisational charts and emails. The alleged perpetrators include both Congolese nationals and foreigners. The majority of the alleged perpetrators were Congolese staff hired on a temporary basis who took advantage of their apparent authority to obtain sexual favours.”

Ad oggi l’OMS ha provveduto ad interrompere i contratti di 4 dei 21 presunti colpevoli ancora impiegati presso l’organizzazione. Inoltre ha fatto sapere che inoltrerà le accuse di stupro alle autorità nazionali della Repubblica Democratica del Congo e ai paesi di origine degli accusati perché vengano avviate le indagini necessarie per l’accertamento delle rispettive responsabilità penali.


1.2 La portata degli eventi


La Commissione è stata in grado di ricostruire che gli “incidenti” si sarebbero verificati soprattutto durante l’apice della pandemia (ovvero nell’arco del 2019), ai danni di donne dai 13 ai 43 anni d’età, per lo più del luogo. Tuttavia, il meccanismo così come ricostruito appariva talmente tanto consolidato dal punto di vista territoriale, da interessare uniformemente l’intera zona di intervento esteso alle province di North Kivu e Ituri.


Infine, stando alle deposizioni delle vittime, emergerebbe un altro aspetto davvero drammatico: ad essere coinvolti nello scandalo sarebbero da ultimo tutti i gruppi d’azione impiegati nelle attività sul campo di contrasto al virus, in quanto trasversalmente bersagliati da accuse senza eccezioni di sorta con riguardo alla mansione operativa concretamente svolta dai presunti assalitori. Quest’ultimo dato ha oltretutto decisamente complicato il quadro delle indagini.

“136. The Independent Commission makes this observation in the light of the list of alleged perpetrators identified, which clearly indicates that the phenomenon of sexual exploitation and abuse was not confined to one group. Indeed, all categories of workers, both national and international, regardless of their contractual status, engaged in acts that could be described as sexual exploitation and abuse.”
“123. Allegations of sexual abuse and sexual harassment were made against WHO doctors, consultants and senior staff, some national and some international, as well as other medical staff who were deployed by the Ministry of Health and others. […]”
“124. Accusations of sexual exploitation and abuse have also been made against staff in the immunisation and risk communication team. […]”
“125. There have been accusations against people who have functions within human resources, or who have pretended to have such functions, in particular against people in charge of recruiting local day labourers and short-term subordinate workers. […]”
“126. A number of allegations of abuse have been made against suspected drivers. Allegations of abuse and sexual harassment were also made against security staff. […]”

2. Le criticità del sistema


Oltre al diretto coinvolgimento del personale dell’organizzazione, un altro aspetto emerso all’esito dell’indagine e sicuramente degno di nota, si ha con riguardo ai molti, moltissimi limiti riscontrati proprio in materia di prevenzione e contrasto a qualunque forma di abuso. Su questo punto si è a più riprese soffermata la Commissione indipendente, la quale ha ribadito in diversi passaggi l’esigenza di interventi celeri e mirati alla risoluzione di tali criticità.


2.1 Gender gap


Tanto per cominciare, sulla base delle informazioni raccolte, il rapporto donna-uomo nel personale impiegato dall’OMS presso i distretti congolesi dal 2018 al 2020 sarebbe stato di uno a tre. Con solo il 25,2% totale di rappresentanza, le donne impiegate nella missione venivano inoltre per lo più indirizzate allo svolgimento di mansioni di mero supporto e coordinamento, rimanendo pertanto di fatto escluse dalle posizioni decisionali e di leadership dell’equipe di soccorso [6].


Questa assoluta predominanza maschile riscontrata nella composizione delle squadre d’intervento avrebbe determinato già di per sé un impatto pregiudizievole sulla natura della missione, concorrendo ad una tendenza a sua volta profondamente insediata a livello internazionale e – soprattutto – locale: vale a dire la sopraffazione dalla componente maschile della popolazione a danno della restante parte.


2.2 Reclutamento


Non va poi ignorato che il diffondersi della nuova ondata di contagi e il conseguente intervento in loco dell’Organizzazione Mondiale, ha avuto importanti ripercussioni anche economiche sulle province interessate, determinando un inusuale aumento delle possibilità d’impiego in un’area normalmente classificata come economicamente svantaggiata; l’immediata conseguenza si è riscontrata nel riversamento di centinaia di persone in cerca di occupazione provenienti anche da fuori regione.

Questo straordinario incremento nella ricerca di forza lavoro non sarebbe stato però efficientemente bilanciato dagli opportuni processi selettivi. Addirittura, la Commissione è stata in grado di appurare che molti ingaggi venivano fatti senza previa verifica dei precedenti: un vero e proprio reclutamento selvaggio.


2.3 Mancanza di preparazione


La stessa Commissione, nel suo report finale, avanza un’ulteriore lucida ammissione di colpa, relativa ad un aspetto apparentemente molto banale ma allo stesso tempo sicuramente decisivo. L’organizzazione, all’epoca dei fatti principalmente occupata sul fronte del contrasto all’emergenza sanitaria, era completamente impreparata ad affrontare incidenti su vasta scala come quelli appunto occorsi. Mancavano adeguati protocolli di risposta, mezzi e opportunità per compiere indagini sul campo e, soprattutto, risorse alternative da impiegare su questo versante in particolare.

Tale ulteriore considerazione spiega (ma non giustifica) tra l’altro il perché dell’assenza di risposte concrete ed effettive che, con il senno di poi, si sarebbero dovute adottare già all’indomani delle primissime denunce sollevate.


2.4 Framework normativo


Eppure non si può certo ritenere che nella cornice giuridica che fa da sfondo alle agenzie riconducibili al sistema dell’ONU manchino momenti di riflessione appositamente dedicati alla lotta di ogni forma di discriminazione e di violenza (anche sessuale) di genere. Tant’è che, come spesso avviene in queste realtà, anche presso l’Organizzazione Mondiale della Sanità sono previsti appositi training, indirizzati prima di tutto al relativo personale, e aventi scopo di sensibilizzazione e prevenzione circa le tematiche di riferimento [7].


Ma su questo punto in particolare si assiste all’ennesimo, e forse principale, cortocircuito rilevato dal team investigativo perché – come lo stesso ha avuto modo di appurare – l’addestramento dei lavoratori, specie quelli destinati all’azione sul campo, non sarebbe stato adeguato. In particolare, non solo queste attività di formazione avrebbero scontato diversi ritardi (con ogni probabilità dovuti all’emergenza in atto) ma sarebbero state oltretutto capaci di raggiungere solo una minima parte del personale effettivamente impiegato [8].


Vale pertanto la pena precisare che, nonostante le difficoltà del caso, gli sforzi dedicati alle attività di prevenzione e risposta agli abusi non siano considerabili in alcun modo prescindibili; e ciò soprattutto al netto dei già numerosi incidenti che si sarebbero verificati durante precedenti operazioni targate Organizzazione delle Nazioni Unite in varie parti del mondo.


A maggior ragione – continua la Commissione [9]– la questione della formazione è da ritenere di massima urgenza ed importanza quando si opera in contesti ove ci si confronta con situazioni di particolare vulnerabilità, oltretutto se a loro volta gravate da significativi deficit di considerazione e consapevolezza in merito alle tematiche di genere.


3. L’impatto degli eventi


I fatti sopra descritti hanno avuto luogo presso una realtà già di per sé profondamente provata, oltre che provante. Questi abusi vanno infatti sommandosi alle crescenti sensazioni di paura e stress ingenerate dall’aumento progressivo dei contagi di ebola, a un complessivo bilancio di vittime molto alto e ad una diffusa instabilità del senso di coesione, benessere e sicurezza localmente avvertita. Pertanto, non stupisce che gli eventi abbiano causato delle ricadute psicologiche davvero devastanti sia sulle vittime che sulla comunità nel complesso.


Nelle sue osservazioni, la Commissione d’inchiesta ha infatti appurato che l’entità degli abusi sessuali concomitanti all’epidemia avrebbe da ultimo contribuito ad aumentare la vulnerabilità delle presunte vittime, alle quali non è stata tra l’altro nemmeno riconosciuta l’opportunità di beneficiare in alcun modo di meccanismi di assistenza e di sostegno psicologici resisi evidentemente necessari.


Oltre alle prevedibili conseguenze mentali, molte donne hanno poi dovuto fronteggiarne altre di natura fisica. Un numero non indifferente di vittime ha finito con il rimanere incinta [10] a seguito della violenza, aspetto anche questo tutt’altro che secondario nella già drammatica situazione in atto, e che ha finito a sua volta per ripercuotersi negativamente anche sulle rispettive relazioni famigliari delle giovani.


4. Il piano degli interventi


A seguito di tutte le criticità ampiamente analizzate come risultato di uno sforzo davvero senza eguali, la Commissione è stata in grado di indicare nelle parti finali del report una serie di manovre correttive caldamente auspicate. Queste misure tengono opportunamente conto non solo dell’eventualità d’intervento sul campo mediante il ricorso a personale occasionale, ma anche e soprattutto dell’esistenza di quell’apparato stabile nella vita dell’organizzazione stessa, e investe su di esso per il rilancio delle buone pratiche di condotta presenti ma soprattutto future.


Tra queste si annoverano: la necessità d’adozione di meccanismi di reclutamento più trasparenti, ivi compresi sistemi competitivi di accesso per i dipendenti locali; la valorizzazione di apposita formazione e sensibilizzazione del personale come punto di partenza delle misure preventive all’abuso in tutte le sue forme; la fissazione di una linea dura di tolleranza zero relativamente a qualunque ipotesi di violenza, sfruttamento e abuso, con la precisazione che eventuali segnalazioni da parte delle vittime saranno fortemente incoraggiate, seriamente valutate e sempre accettate siano esse scritte o orali; l’imposizione di sanzioni chiare, puntuali e sufficientemente afflittive, da corrispondere in seguito ad accertati atti di abuso commessi da chiunque agisca per conto dell’organizzazione stessa; l’istituzione di specifiche misure disciplinari per chi si esime dal riportare qualunque incidente, specie se riconducibile alla categoria degli atti di sfruttamento sessuale e violenza; la realizzazione di sistemi diindagine interna per l’identificazione dei responsabili coinvolti nei predetti atti; l’allocazione di risorse e personale qualificato a presidio delle iniziative di prevenzione e risposta alle ipotesi di abuso sessuale, con particolare attenzione rivolta alle persone poste in condizione di vulnerabilità come donne e bambini; istantaneo allineamento delle policy dell’OMS a quelle fissate presso l’Organizzazione delle Nazioni Unite per la protezione dei civili.


Da questi propositi – che, se portati a termine, assumerebbero la veste di una vera e propria rivoluzione interna senza precedenti – emerge in definitiva la crescente necessità di un intervento di natura trasversale, frutto della combinazione di forza impiegata da più fronti, il cui approccio è oltretutto testimoniato nell’Agenda 2030 sottoscritta dai principali leader mondiali. Proprio tra gli obiettivi di sviluppo sostenibile è stato infatti inserito quello della parità di genere (Goal n. 5: Gender Equality) che si prefigge l’ambizioso limite di superare in tutti i campi della vita le ingiustizie e i vincoli che la componente femminile della popolazione si trova ancora oggigiorno ad affrontare come conseguenza a quella tradizione che le assegna un suolo di subordine nella società.


5. I precedenti


Notizie di questo tipo ai giorni nostri non stupiscono poi molto, fino al punto di non causare nemmeno più tanto rumore. A dispetto dei nobilissimi intenti di solidarietà, cooperazione e promozione dei diritti umani, la storia recente dell’ONU è infatti ricca di scandali legati a crimini sessuali commessi dai funzionari dell’organizzazione, tra cui i tristemente noti caschi blu.


Secondo il rapporto di valutazione sugli sforzi di assistenza legati al personale delle missioni di pace del 2015, sono state registrate 480 denunce di abusi dal 2008 al 2013, ma tutto porta a ritenere che si tratti di numeri ampiamente sottostimati. Dopo Bosnia, Timor Est, Cambogia, Liberia, Guinea e, più di recente, Haiti, Repubblica Centrafricana e Repubblica Democratica del Congo (Rdc), la lista potrebbe continuare ad estendersi perché uno dei maggiori limiti che le Nazioni Unite scontano nei propri interventi è quello del controllo delle operazioni sul campo, soprattutto quando queste richiedano il coinvolgimento delle forze armate.


Oltretutto – al di fuori delle tassative ipotesi dei crimini internazionali – l’ONU non esercita una vera e propria giurisdizione penale, per cui conterebbe per lo più sui singoli apparati e legislazioni nazionali al fine di punire gli aggressori: vale a dire che pende sui paesi d’origine il compito di perseguire i presunti colpevoli attraverso i mezzi interni all’uopo stabiliti. Tuttavia, l’assenza di inquirenti internazionali, di protocolli trasversalmente riconosciuti per la raccolta di prove ed il loro utilizzo presso i tribunali nazionali, nonché la sostanziale irrealizzabilità del contraddittorio tra le parti rendono da ultimo inverosimile l’accertamento dei fatti contestati, causando paradossalmente una sorta di garanzia d’impunità.


6. Conclusioni


Dalla prevenzione alla condanna, le procedure sono lunghe e faticose, e si svolgono in una zona grigia di diritto e politica in cui è molto complicato cogliere le regole del gioco: sorge pertanto spontaneo chiedersi se gli sforzi di uno solo degli attori coinvolti in questo panorama possa bastare.


Il dubbio appare legittimo, tuttavia non si possono non apprezzare gli imponenti interventi che i vertici dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (e delle singole agenzie che vi fanno capo) stanno mettendo in campo, con la forza di chi è consapevole del problema ma è deciso a scendere a patti con il proprio passato alla ricerca di un futuro più giusto.


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OMS e abusi sessuali in Congo. l’indagine - Claudia Morelli
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Note


1: Ai sensi della presente indagine con il termine abuso sessuale si è provveduto ad inquadrare qualunque tentata o perpetuata intrusione di natura sessuale, sia essa caratterizzata dall’apporto di forza o dalla presenza di condizioni coercitive. Per sfruttamento sessuale si intende qualunque tentato o effettivo abuso che faccia leva su condizioni di vulnerabilità, fiducia o differenza di potere, avente carattere sessuale e finalizzato – ma non limitato – al profitto monetario, sociale o politico in seguito allo sfruttamento altrui.

2: Nel report si precisa che con il termine “collaboratore” ci si riferisce a persone che lavorano per l’OMS senza però essere membri del suo staff, compresi consulenti, prestatori di servizi speciali e periodici, collaboratori temporanei, stagisti e volontari; così come anche terze parti come subappaltatori, fornitori o partner tecnici.

3: Ciò lo si ricava dalle raccomandazioni poste in chiusura del report, per la cui consultazione si rimanda ai paragrafi numerati 137 e seguenti del documento stesso.

4: Più che di disponibilità sarebbe forse corretto parlare in questo caso di vera e propria disperazione e di più o meno generalizzata arrendevolezza nei confronti di un sistema di sopraffazioni ancora al giorno d’oggi tutt’altro che inusuale in diverse parti del mondo.

5: È questo il caso di Lina (passaggio 110), Grace (111), Jeanne (114 e 115).

6: Per approfondire i dati relativi all’occupazione, si rimanda ai paragrafi 26 e 27 del report.

7: A livello interno spicca prima di tutto l’International Policy on Protection from Sexual Exploitation and Abuse and Child Protectionand adottato in seno alla WHO nel marzo del 2017, e in secondo luogo il Code of Ethics and Professional Conduct of April 2017.

L’attività di sensibilizzazione esterna dell’OMS conta a sua volta numerosi rapporti e campagne di sensibilizzazione appositamente susseguitesi in numero sempre crescente negli ultimi anni.

8: Dei 2.800 agenti impiegati dell’OMS nella risposta alla decima epidemia di ebola, solo 371 persone hanno partecipato all’apposito training. Il team investigativo è inoltre stato in grado di appurare che nessuno degli assalitori denunciati aveva portato a termine la formazione.

9: “72. The Independent Commission notes that the formality of checking precedents is envisaged in the March 2017 Policy as a measure to prevent sexual exploitation and abuse and as such is an essential step in recruitment. In this regard, the Independent Commission believes that an emergency, even one of the magnitudes of the response to the tenth Ebola outbreak, cannot justify the failure to comply with such an important formality in the recruitment of staff within the United Nations system.”

“78. In conclusion, the Independent Commission regrets that more attention has not been paid to training, which remains one of the most effective tools for preventing sexual exploitation and abuse […].”

10: “118. Some alleged victims reported that no protection was used during sex. In some cases, the alleged perpetrator of sexual exploitation and abuse refused to use a condom. Six alleged victims claimed to have suffered miscarriages. Other alleged victims told investigators that some of the men who abused them also coerced them into having an abortion when they became pregnant, if necessary, by giving them drugs or even injections.”.

“119. […] Many of the allegations analysed by the review team concern women and girls who became pregnant as a result of SEA (29 cases), the majority (22 cases) having carried their pregnancies to term.”


Bibliografia

  • K. NEUDORFER, Sexual Exploitation and Abuse in UN Peacekeeping An Analysis of Risk and Prevention Factors, 2014


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