*Le opinioni espresse nelle analisi sono presentate dall’Autore a titolo personale e non riflettono necessariamente la posizione dell'Associazione sui temi affrontati.

Nicaragua: il Trait d’union tra le due Americhe si spacca all’interno

Aggiornato il: 4 giorni fa

(di Irene Piccolo)


Recentemente all’interno di questa Rubrica abbiamo aperto il filone dedicato all’America Latina, poco conosciuta e tanto trascurata, quasi come fosse marginale per i destini del mondo. Niente di più sbagliato. Oggi parliamo di Nicaragua, che da mesi preoccupa la comunità internazionale ma di cui i nostri media parlano poco.

Il Nicaragua è un Paese dell’America centrale, ex colonia spagnola e poi parte dell’Impero Messicano, divenuto definitivamente indipendente nel 1838. Attraversato l’Ottocento con diverse vicissitudini, il Nicaragua si affaccia nel XX secolo con l’occupazione da parte dell’esercito americano, iniziata nel 1912 e terminata nel 1933, occupazione avvenuta nella più ampia “guerra delle banane” di cui parleremo più avanti giacché ad oggi la faccenda, seppur sotto altre declinazioni, rimane viva più che mai.

Dopo l’assassinio del gen. Augusto Sandino, che aveva guidato la rivolta antiamericana, si susseguirono una dittatura ultraquarantennale di Anastasio Somoza e dei suoi figli (1936-79), una guerra civile in cui Fronte sandinista di liberazione nazionale (FSLN) prese il potere e gli USA aiutarono, finanziariamente e non solo, la guerriglia anticomunista (Contras), fino alla pace definitiva del 1988. A questo periodo risale una delle sentenze più importanti della Corte internazionale di giustizia in materia di responsabilità degli Stati, e nello specifico sulla responsabilità degli Stati terzi che intervengono in questioni interne di uno Stato, come vedremo infra.

Il Fronte sandinista perse tutte le elezioni dal 1990 in poi, per tornare al potere nel 2006 con l’attuale presidente, Daniel Ortega. Il mandato del Presidente della Repubblica secondo la Costituzione nicaguarense dura 5 anni e, prima, non poteva essere oltre i due mandati consecutivi. Come preludio a quello che sta avvenendo adesso - conseguenza naturale a quel preludio se lo si guarda col senno di poi - Ortega ha fatto modificare nel 2013 la Costituzione al fine di consentire anche la sua terza candidatura consecutiva ed elezione, a fine 2016, al suo quarto mandato (72% dei consensi all’interno però di un fortissimo astensionismo).


Quarto mandato perché Ortega, in realtà, era già stato presidente del Nicaragua negli anni ’80: dal 1979 era ai vertici del governo rivoluzionario e nel novembre 1984 il suo partito (l’FSLN) vinse le elezioni con oltre il 60% dei voti, legittimando di diritto un governo che di fatto già operava da alcuni anni. Dovendo fronteggiare anche l’embargo americano, oltre alla guerriglia dei contras, il governo Ortega, già di stampo marxista e d’ispirazione castrista, si avvicinò all’Unione Sovietica di Breznev perdendo in tal modo definitivamente qualunque appoggio da parte del Vaticano.

Fu nel 1987, sotto Ortega, che il Nicaragua promulgò la sua prima Costituzione, la stessa che il medesimo Ortega farà modificare nel 2013. Sempre nel 1987 fu istituita una Commissione di pace per la riconciliazione nazionale e il percorso di pacificazione si concluse con un’ampia amnistia concessa ai detenuti politici (perlopiù contras e guardie di Somoza). Le elezioni del 1991 non premiarono Ortega e videro la vittoria dell’ex alleata Violeta Barrios de Chamorro, a guida di un’alleanza (Unión Nacional Opositora) che riuniva sotto un unico ombrello ben 14 partiti, finanziata e appoggiata dall’amministrazione di Bush padre.

Questo trend si invertirà, come già detto, solo nel 2006 e da allora si arriva ai giorni nostri con Ortega a capo del Nicaragua, e la moglie Rosario Murillo alla vicepresidenza del Paese, mossa perfettamente coerente con la divisione “familiaristica” che Ortega sta portando avanti negli ultimi anni (ad es. moglie e figli si spartiscono il controllo della distribuzione della benzina a livello nazionale così come di alcuni gruppi editoriali).


2018: le rivolte e la repressione sanguinaria

A mettere in discussione il potere di Ortega è stata una “banalissima” riforma delle pensioni, necessaria secondo il governo per far fronte al deficit di oltre 75 milioni di dollari dell’istituto previdenziale ma percepita dalla popolazione come ingiusta in quanto aumentava i contributi e prevedeva anche una possibile tassazione delle pensioni.

Sono così iniziate, il 18 aprile 2018, le manifestazioni pacifiche di piazza cui, però, Ortega ha risposto con la repressione. O meglio, ha risposto in un duplice modo: sul versante ufficiale la polizia ha adottato contro i manifestanti il muso duro ma in genere senza andare oltre i parametri della legalità, sul versante ufficioso sono i gruppi paramilitari (le c.d. “turbas”) che hanno fatto il lavoro sporco. Ortega, ufficialmente, si è inizialmente dissociato dall’operato di queste ultime, ma nel corso delle settimane è stato evidente che queste bande armate erano libere di agire in ogni dove e in ogni modo senza che le forze governative intervenissero; anzi, per l’esattezza, il loro operato era decisamente tollerato. A fine luglio, in un’intervista televisiva, ha infine ammesso che questi gruppi incappucciati lavorano per il governo e li ha definiti “corpi di polizia volontari”.

Già il 19 aprile (all’indomani dunque dell’inizio delle manifestazioni) si contavano i primi tre morti; il 21 aprile la riforma pensionistica è stata ritirata ma ormai il meccanismo era stato avviato. Come quasi dovunque nel mondo i primi a protestare sono stati gli studenti universitari e nel corso dei mesi hanno portato avanti azioni eclatanti come l’occupazione delle due università più grandi del Paese, l’UNAN (Università nazionale autonoma del Nicaragua) e il Politecnico.

Tuttavia, sebbene le manifestazioni fossero pacifiche, l’utilizzo dello strumento repressivo da parte del governo le ha trasformate da richieste di ritiro della riforma previdenziale in richieste di dimissioni da parte di Ortega e sua moglie nonché di elezioni anticipate (previste, invece, per il 2021). Ortega viene accusato di dittatura e di somigliare in tutto e per tutto al Somoza contro cui aveva lottato per decenni.

Di fronte alla mutazione delle richieste della popolazione, la repressione governativa si è accresciuta: ad oggi si contano tra i 350 e i 400 morti, sebbene il Governo ne dichiari “solo” 197; oltre 2.500 sono i feriti e un numero ancora indeterminato (di sicuro oltre 600) sono i “desaparecidos”.

Il 29 maggio Amnesty International ha pubblicato il suo rapporto “Disparar a matar/Shoot to kill” (“Sparare per uccidere”), in cui si evidenziano le strategie della repressione messe in atto dal governo. Il giorno dopo, una marcia per la festa della mamma, ha fatto degenerare ulteriormente la situazione: la manifestazione pacifica, guidata dalle madri dei morti nelle proteste, si è conclusa con un maggior numero di morti.


Se la Chiesa diviene l’ultimo baluardo

Il 18 giugno Masaya, città simbolo dei sandinisti in quanto base da dove venne sferrato l'attacco decisivo ad Anastasio Somoza, annuncia di essersi staccata dal regime di Ortega proclamando l'indipendenza, dopo che gli abitanti si erano asserragliati dietro barricate per resistere alle forze di polizia e alle squadracce paramilitari della gioventù sandinista. La più che decisa risposta governativa non si è fatta attendere e perché si evitasse il massacro è stato necessario l’intervento della Chiesa: l’arcivescovo di Managua, card. Leopoldo Brenes, il suo ausiliare, mons. José Silvio Báez, e il nunzio apostolico, mons. Waldemar Stanisław Sommertag, accompagnati da alcuni sacerdoti dell’arcidiocesi di Managua, hanno fatto da “scudi umani” per impedire alla polizia di continuare a sparare.

La mattina del 21 giugno hanno preso un minibus che partiva da Managua (a 30 km da Masaya) e, giunti nella città, hanno portato in processione il Santissimo, al termine della quale sono entrati nella sede della polizia per parlare con il comandante, al fine di ottenere e la cessazione degli attacchi contro la popolazione e il rilascio delle persone che erano state arrestate nei giorni di scontro.

Due settimane dopo, davanti alla chiesa di San Sebastiano di Diriamba, l’epilogo è stato differente; infatti, i tre religiosi (il Nunzio, il Cardinale e il Monsignore) si recano a portare aiuto ai sacerdoti locali, che avevano accolto un gruppo di oppositori che si erano rifugiati all’interno della Chiesa. Tuttavia, in questo caso, l’inviolabilità delle loro persone (per via del ruolo religioso ricoperto) non è servita a nulla e i tre religiosi sono aggrediti e feriti, seppur non gravemente.

Tra il 18 e i 19 luglio è stato raggiunto l’apice tragico di quello che si può naturalmente vedere alla luce del sole: gli universitari che a maggio avevano occupato l’UNAN a Managua (la capitale) sono stati letteralmente messi sotto assedio dalle forze paramilitari che hanno iniziato a sparare letteralmente per uccidere. Qui il video di alcuni studenti, un video che ha fatto il giro del mondo in quei giorni, un video disperato rivolto ai loro genitori poiché convinti che sarebbero morti.


Uno degli studenti è morto sul colpo, un altro, invece, gravemente ferito sarebbe morto poche ore dopo nell’ospedale da campo improvvisato dai sacerdoti Raúl Zamora e Erick Alvarado all’interno della Chiesa della Divina Misericordia, che sta proprio di fronte all’università, dove gli studenti hanno cercato rifugio assieme al giornalista del Washington Post, Joshua Partlow, e al corrispondente di 100% Noticias, José Noel Marenco. Ma di misericordia i paramilitari non ne vogliono manco sentir parlare e per ben dodici ore trivellano di colpi anche la Chiesa e le effigie di Gesù misericordioso, colpendo altri due ragazzi.


Allertati dai video disperati sui social, parenti, amici e altri dimostranti si sono recati sul posto per tentare di liberare gli studenti, ma per loro è stato possibile solo mettersi a pregare giacché la polizia aveva circondato la zona, impedendo a chiunque di avvicinarsi, incluse le ambulanze chiamate per soccorrere i circa 14 studenti feriti. La svolta della vicenda è stata nuovamente segnata dall’intervento del Nunzio e del Cardinale che, dopo una nottata di mediazioni, si sono presentati alla parrocchia della Divina Misericordia per portare via i ragazzi, accompagnati da vari bus e dai rappresentanti dell’Onu e della Corte interamericana per i diritti umani e trasferiti nella cattedrale, in attesa di garanzie di sicurezza per poter andare a casa.


Dopo quest’evento, secondo il presidente Ortega il Paese è tornato alla normalità; invece, da un lato, le manifestazioni proseguono sebbene con maggiori paure e con numeri inferiori visti i numerosi arresti di manifestanti nei mesi precedenti e, dall’altro, le “turbas” hanno rastrellato soprattutto nel mese di agosto le abitazioni alla ricerca di chi aveva partecipato alle manifestazioni nei mesi precedenti e, negli ultimi giorni, gli arresti sono ufficialmente ripresi.

È stata creata una Commissione di Verifica e Sicurezza, formata al tavolo di Dialogo Nazionale, in cui la Chiesa continua a negoziare con il governo la liberazione dei detenuti politici e continua da parte dei vescovi e dei sacerdoti l’andirivieni dalle caserme per tentare di riportare nelle proprie case le persone arrestate. Si tratta di un’opera particolarmente complessa, tuttavia, giacché Ortega punta molto a delegittimare la Chiesa: ad esempio, nel suo discorso per il 39 esimo anniversario della rivoluzione sandinista (a fine luglio) ha dichiarato: "Lo dico con grande rammarico, perché la Chiesa cattolica è la mia chiesa ... Non ho smesso di credere in Dio, perché credo in Dio, figlio e Spirito Santo, ma ho smesso di credere negli uomini che gestiscono la Chiesa". Per il resto, si limita a dichiarare “golpista” o “terrorista” al servizio degli americani chiunque partecipi alle proteste. Ortega continua ad avere molti sostenitori, i quali ritengono che le manifestazioni degli ultimi tre mesi abbiano avuto il solo effetto di danneggiare l’economia e legittimano la reazione dura della polizia a fronte delle manifestazioni.

Questa situazione ha spinto, nelle ultime settimane, molti nicaguarensi a scappare verso il Costa Rica, confine varcato il più delle volte illegalmente e con il beneplacito delle autorità di frontiera. D’altronde, trattandosi questa di una delle tipiche situazioni di rifugiato politico, sarebbe paradossale che i fuggitivi si presentino all’ufficio statale preposto al rilascio dei visti se è proprio lo Stato il tuo persecutore e non ha, dunque, presumibilmente alcuna intenzione di lasciarti partire.

Il 29 agosto scorso l’Ufficio dell’Alto Commissario per i Diritti Umani delle Nazioni Unite ha rilasciato un rapporto (inglese, spagnolo) incentrato sul periodo 18 aprile – 18 agosto 2018 in cui si denuncia l’uso sproporzionato della forza da parte della polizia, provvedimenti extragiudiziali, sparizioni forzate, detenzioni arbitrarie, episodi di tortura. Il documento ipotizza la possibilità di una Commissione per la Verità, composta sia a livello nazionale che internazionale, con lo scopo di “assicurare la verità, la giustizia e la riparazione delle vittime”. In seguito a questo rapporto, la situazione in Nicaragua è stato inserita nell’ordine del giorno della prossima riunione del Consiglio di sicurezza in programma il 5 settembre, affinché valuti le misure da adottare.

Ad oggi l’Onu era intervenuta sulla questione con ben sedici raccomandazioni in cui si invitavano le autorità di Managua – com’è evidente, senza alcun successo - alla cessazione immediata di ogni minaccia, intimidazione e criminalizzazione, lo smantellamento delle milizie paramilitari, assicurazione di indagini indipendenti, cessazione degli arresti arbitrari e liberazione dei prigionieri politici arrestati ingiustamente e senza garanzie, far conoscere l’identità delle persone attualmente agli arresti, garanzia di libertà di manifestazione e autonomia del potere giudiziario, garanzia di accesso alle informazioni ai rappresentanti dell’Alto Commissariato Onu per i diritti umani e ai rappresentanti delle altre organizzazioni internazionali.

Quanto a quest’ultimo punto è significativo il fatto che, a due giorni dalla pubblicazione del rapporto, il 31 agosto il governo di Ortega abbia intimato ai funzionari ONU di lasciare il territorio nicaguarense entro due ore dalla comunicazione di espulsione. La situazione dunque è tutt’altro che sulla via della risoluzione pacifica.


Il ruolo strategico globale del Nicaragua: le storiche attenzioni degli Stati Uniti e i nuovi corteggiamenti cinesi

Questa “piccola striscia” di terra è sempre stata, assieme agli altri Staterelli centroamericani, molto interessante per gli Stati Uniti. Ripercorrendo in velocità le vicende storiche dell’ultimo secolo e mezzo, nell’aprile 1898 scoppiò la guerra ispano-americana, che terminò nell’agosto dello stesso anno: la potenza coloniale spagnola perse le Filippine, l’isola di Guam e Porto Rico che passarono agli Stati Uniti, mentre la causa scatenante del conflitto – ossia Cuba – portò all’indipendenza di quest’ultima che di fatto, però, divenne un protettorato americano.

Questa guerra è la prima di quelle che verranno chiamate “Banana Wars” (“le guerre della banana”) e molti storici individuano in questo momento la nascita dell’imperialismo americano attraverso l’espansionismo nel Pacifico (Filippine e Guam “vinte” in guerra contro

la Spagna e le Hawaii che aderirono agli Stati Uniti).


Da allora gli USA compirono diverse operazioni e, in alcuni casi, occupazioni nei Paesi latinoamericani, sotto la politica del “Big Stick” voluta dal presidente Theodore Roosevelt che aveva reinterpretato la Dottrina Monroe del 1823. Difatti, quest’ultima mirava a escludere l’interventismo europeo sul suolo americano ergendo gli Stati Uniti a potenza che avrebbe protetto le ex colonie appena resesi indipendenti dalle madrepatrie europee (quindi sosteneva una posizione USA in funzione anticoloniale). Ai primi del Novecento, invece, tale dottrina diviene (nell’interpretazione data dal c.d. “Corollario Roosevelt”) la base per sancire l’egemonia degli Stati Uniti sugli altri Paesi americani. Il suo successore Woodrow Wilson manterrà la tendenza interventista americana ma basandola su un altro convincimento, ossia sul fatto che l’intervento militare americano è legittimo se volto ad abbattere regimi dittatoriali.

Tutto ciò naturalmente influenzerà la geografia e la storia del centroamerica: ad esempio, Panama (come abbiamo approfondito nel modulo IV del Corso Blue Gold – The Water Games) è uno Stato che nasce proprio in seguito a una questione che coinvolgeva in pieno gli Stati Uniti. Infatti, l’allora Repubblica di Colombia rifiutava la richiesta statunitense di costruire il canale artificiale oggi esistente, per cui gli abitanti dell’attuale Panama si ribellarono, si staccarono dalla Colombia e crearono uno Stato panamense indipendente che siglò un pronto accordo con gli USA per la costruzione del Canale (1903). Il Canale vide la luce nel 1914 e solo all’alba del 2000, in ottemperanza agli accordi siglati nel 1977 sotto la Presidenza Carter, è cessata la sovranità americana sul Canale (dopo una nuova occupazione militare verificatasi dal 1989 in poi).


E’ necessario fare una precisazione storico-giuridica: tra fine Ottocento e primi del Novecento, il diritto internazionale tradizionale ammetteva ancora la guerra d’aggressione da parte di uno Stato creditore qualora lo Stato debitore rifiutasse di pagare i propri debiti, anche di natura commerciale. Pertanto, l’utilizzo della forza armata era un modo lecito e consolidato per risolvere la controversia commerciale. È proprio in una situazione simile che Theodore Roosevelt formula il “Corollario”, il quale testualmente recita: “comportamenti cronici sbagliati nel continente americano richiedono l'intervento di polizia internazionale da parte di una nazione civilizzata”. Ciò che era avvenuto nel caso concreto era che Germania, Regno Unito e Regno d’Italia avevano minacciato un intervento armato in Venezuela che si rifiutava di pagare il debito estero (si pensi che il solo Regno Unito possedeva la metà del debito venezuelano!) nonché il risarcimento dei danni che i cittadini di questi Stati, residenti in Venezuela, avevano subito per via della guerra civile nel Paese. Inizialmente questi Stati avevano posto in essere, dopo diversi tentativi di ottenere dal Venezuela quanto richiesto, un blocco navale finché il governo di Caracas non cedette, ma giacché esso aveva moltissimi creditori, i tre Stati rischiavano di ritrovarsi con un nulla di fatto; pertanto si rivolsero (1902) alla Corte permanente d’Arbitrato con sede all’Aja affinché valutasse se essi godevano o meno di un diritto preferenziale a riscuotere i crediti. Gli arbitri, il 22 febbraio 1904, diedero loro ragione ma questa decisione (Prefential Treatment of claims of blockading Powers against Venezuela, Germany, Great Britain and Italy v. Venezuela, Award of the Tribunal) preoccupò gli Stati Uniti che temettero che gli Stati europei potessero sentirsi incentivati a riscuotere i propri crediti per vie militari.


Sempre nello stesso periodo ben 32 Stati reclamarono i propri crediti nei confronti della Repubblica Dominicana, così nel 1905, per evitare un intervento dei paesi creditori europei, gli Stati Uniti si accollarono il debito di Santo Domingo – divenendone di conseguenza il principale creditore - e assunsero l’amministrazione delle sue dogane (fino al 1940). Negli anni successivi Washington accrebbe la propria influenza e, al fine di bloccare sul nascere un colpo di stato, occuparono militarmente il Paese (1916) fino a che, nel 1924, l’opinione pubblica statunitense non impose definitivamente il ritiro delle truppe. Solo nel 1947, esaurito il pagamento del debito, la Repubblica Dominicana avrebbe sostituito al dollaro una moneta nazionale e creato un proprio istituto di emissione.

Su questa scia, dettata da interessi economici, prevalentemente commerciali, ritroviamo anche altre occupazioni di Paesi centroamericani. Ed è proprio per questi interessi commerciali, in particolare quelli della United Fruit Company (che oggi conosciamo come “Chiquita”) che in quelle zone, così come in altre dell’America latina, aveva interessi specialmente per le piantagioni di banane, canna da zucchero e tabacco, che si parla di “Banana wars”..

Dopo la seconda guerra mondiale, addirittura, la multinazionale divenne uno dei modi utilizzati dalla CIA per combattere il diffondersi del comunismo nell’America centrale e meridionale; basti pensare al ruolo fondamentale che ha avuto nel colpo di stato in Guatemala (quando i principali azionisti della Chiquita erano i fratelli Dulles, uno Segretario di Stato americano e l’altro direttore della CIA che ordinò appunto l’operazione PB SUCCESS tra il 1952 e il 1954 e i cui documenti sono stati desecretati dalla CIA nel 1997) o addirittura nell’attacco alla Baia dei Porci il cui fallimento portò il presidente Kennedy a destituire Allen Dulles da capo della CIA. Questo trend ha solo più rafforzato il concetto di “Repubblica delle banane”, coniato in riferimento all’Honduras del 1901 dallo scrittore americano O. Henry, con cui ci si riferiva in realtà a tutti quegli Stati latino americani sfruttati dalle compagnie statunitensi e attraverso le quali si deteneva il controllo della politica e dell’economia di quei Paesi, spesso attraverso corruzione su larga scala.

Gli interessi commerciali non si limitavano però alle coltivazioni, bensì anche alle rotte marittime e, esattamente come avvenuto a Panama, gli Stati Uniti si interessarono al potenziale Canale di Nicaragua. Sebbene avesse rinunciato alla costruzione di questo Canale, dopo aver comprato i diritti francesi su quello di Panama all’inizio del Novecento, gli Stati Uniti volevano impedire a un qualunque altro Stato di costruirne uno in Nicaragua. Fu così che nel 1912 lo occuparono militarmente, sebbene già negli anni precedenti avessero fatto sul territorio nicaguarense operazioni mirate volte a insediare un governo filo-americano che applicasse nel Paese la c.d. “diplomazia del dollaro”. La campagna del 1912 funzionale a mantenere al potere il governo filo-americano si concluse con una vittoria sui ribelli proprio nella città di Masaya, che in questo scritto si è più volte nominata. Da allora, nonostante il ritiro del grosso delle truppe, 100 marines rimasero in Nicaragua per garantire la sicurezza degli interessi americani nel territorio.


Il Canale di Nicaragua, dagli Stati Uniti alla Cina

In questo contesto di “intesa” tra USA e governo in carica a Managua, nel 1914 venne siglato il Trattato Bryan-Chamorro (entrato in vigore nel 1916), con cui gli americani:

(a) s’impegnarono a versare al Nicaragua 3 miliardi di dollari per avere un’opzione perpetua per la costruzione del Canale (di modo da impedire nel concreto che altri Stati potessero realizzarlo), la cui eventuale gestione sarebbe poi stata esente da qualunque tassazione statale, e

(b) ottennero la possibilità di costruire una base navale nel Golfo de Fonseca (porzione di acqua su cui c’è stata una diatriba pressoché centenaria di cui abbiamo parlato nel Modulo I del nostro corso online).


Come ben si vede in questa cartina, il canale di Panama già aveva il vantaggio di più che dimezzare il trasporto via nave dalla costa atlantica a quella pacifica e viceversa. Al contempo, il Nicaragua è più a nord di Panama, e un eventuale Canale farebbe risparmiare alle rotte commerciali americane altri 800 km di tragitto.



Il Trattato fece sorgere – o per l’esattezza riemergere - una grossissima diatriba tra Nicaragua e i vicini Honduras ed El Salvador che tra l’altro non volevano la base americana, diatriba che fu portata davanti alla Corte di Giustizia interamericana, la cui sentenza (El Salvador v. Nicaragua, 9 Marzo 1917) tuttavia non pose fine alle controversie che si protrassero fino agli anni ’90, quando la Corte internazionale di Giustizia decise la precisa ripartizione delle acque, delle isolette e dei confini di terra (Honduras v. Salvador/Nicaragua, 11 settembre 1992).

Nel 1929 inizia la ribellione sandinista, guidata da Augusto César Sandino, e al contempo c’è la crisi di Wall Street, che porterà all’elezione di Franklin Delano Roosevelt il quale adotterà rispetto agli altri Stati americani la c.d. Politica di buon vicinato. Essa era motivata prevalentemente dalla difficoltà economica interna che non permetteva agli Stati Uniti di mantenere i propri militari in tutti i contesti in cui erano impiegati, ma – a livello di politica estera – era rivolto anche alla promozione di un riavvicinamento culturale tra tutti gli Stati americani. Pertanto, all’inizio del 1933 tutti i militari americani presenti sul suolo nicaguarense furono ritirati e nel 1934 si conclusero del tutto le “banana wars” con il ritiro da Haiti.

Superati gli effetti della Grande Depressione e divenuti, dopo la Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti protagonisti della scena globale nonché gli “strenui difensori” del mondo dal diffondersi dell’ideologia comunista, sotto quest’altra veste la politica estera americana, inclusa quella nel “cortile di casa” (come gli Stati Uniti chiamavano e consideravano l’America latina), divenne nuovamente interventista. E sebbene non si possa chiamarle più “banana wars” nonostante il coinvolgimento della United Fruit Company in molte di queste situazioni, i Paesi interessati da queste attenzioni furono sempre pressoché i medesimi e il Nicaragua non fece eccezione.

Fu così che si arrivò al fenomeno, menzionato all’inizio di questo scritto, dei Contras (abbreviazione di “contrarevolucionares”), gruppi paramilitari finanziati e armati dagli Stati Uniti in funzione anticomunista sul territorio nicaguarense dove dal 19 luglio 1979 i sandinisti avevano preso il potere rovesciando la dittatura della famiglia Somoza, dopo 42 anni. Essi erano un eterogeneo contenitore militare che, cementato dal riferimento simbolico al leader della rivolta del 1932, Augusto Cesar Sandino, conteneva sia i leaders storici sandinisti, da poco riconciliatisi grazie alla mediazione di Fidel Castro, sia comandanti militari indipendenti come Eden Pastora Gomez (noto come il "comandante Zero"), sia minoranze etniche, religiose e gruppi sociali emarginati. Nella loro rivoluzione furono facilitati anche dalla posizione espressa dall’Organizzazione degli Stati Americani (OAS) con la risoluzione del 23 giugno 1979 in cui si auspicava "la definitiva ed immediata sostituzione del regime di Somoza".

Inizialmente tutta la comunità internazionale, Stati Uniti inclusi, incoraggiava e aiutava sia politicamente sia economicamente il nuovo governo, ma Washington sostenne che a partire dal 1980 il Nicaragua, nonostante la mole impressionante di aiuti economici ricevuti dall'Occidente (1 miliardo e 600 milioni di dollari), aveva infranto il Piano di Pace negoziato con l'OAS nel 1979 e aveva istituito al proprio interno un sistema di potere totalitario e marxista che attuava persecuzioni su base religiosa (i cattolici non appartenenti alla Iglesia Popular), etnica (gli indios Miskitos) e politica. Nella valutazione statunitense, inoltre, vi era anche la proiezione estera del Nicaragua sul continente americano che, secondo Washington, stava destabilizzando lo scacchiere centramericano, con la sua politica di riarmo, la campagna di aiuti ai ribelli comunisti in El Salvador e Honduras così come con l’ingente numero di istruttori e consiglieri militari stranieri ospitati (dati non confermati parlavano di 8000 cubani, 250 sovietici e varie decine di libici, bulgari, tedeschi).

Come ormai abitudine per tutti i conflitti successivi alle seconda guerra mondiale, in cui erano coinvolte le superpotenze americana e sovietica o loro alleati, questi ultimi si sfidavano combattendo mediante l'appoggio di gruppi o bande di mercenari, terroristi, bande di irregolari che, rendendo difficoltosa l'imputabilità a uno Stato delle azioni militari svolte, non ne facevano sorgere la responsabilità. Naturalmente, l’Unione Sovietica foraggiava di approvvigionamenti il governo sandinista.

Sulla base di ciò, quando il Nicaragua citò gli Stati Uniti davanti alla Corte internazionale di Giustizia (CIG), l’organo giudiziario dell’ONU, il 9 aprile 1984, Washington difese la propria posizione affermando che le sue azioni a favore dei contras erano, da un lato, volte a costringere il Nicaragua ad adempiere agli impegni presi con l’OAS nel 1979 e, dall’altro, concretizzavano la legittima difesa collettiva prevista sia dalla Carta ONU (art. 51) che da quella istitutiva dell’OAS a protezione di El Salvador, Honduras e degli altri Stati centramericani. Naturalmente la versione nicaguarense non collimava, giacché il governo di Managua riteneva che gli Stati Uniti stessero tentando di creare un governo filo-americano o comunque non marxista attraverso una campagna di intervento armata e non armata, e attribuiva inoltre a Washington la creazione stessa dei contras, definendo invece gli aiuti inviati a partiti e gruppi insurrezionali nei Paesi confinanti come aiuti volontari dei cittadini nicaraguensi, non imputabili al governo e giustificabili in base al principio di autodeterminazione dei popoli.

Il 10 maggio 1984 la CIG accoglie la richiesta di misure provvisorie fatta dal Nicaragua e impone agli Stati Uniti di interrompere l'intervento a favore dei contras fino alla decisione finale, ma Washington risponde che così facendo la Corte si dimostrava non equa. Il 26 novembre dello stesso anno la Corte afferma la propria giurisdizione, ma gli USA – ritenendo che l’uso della forza nei conflitti in corso sia competenza del Consiglio di sicurezza e non della CIG – il 18 gennaio 1985 dichiarano che non avrebbero partecipato alla fase di merito del procedimento davanti alla Corte e non avrebbero attribuito alcun valore alla sentenza. D’altronde, l’argomento principale su cui basavano la non giurisdizione della Corte era che il Nicaragua non si era mai dichiarato vincolato alla giurisdizione della stessa, tuttavia è ormai prassi consolidata il fatto che nel momento in cui uno Stato ricorre alla CIG (come fatto dal Nicaragua) ne accetta implicitamente e per fatti concludenti la giurisdizione.

Nonostante l’assenza americana al dibattimento, il 26 giugno 1986 la Corte emette la sentenza definitiva in cui rifiuta la lettura data dagli Stati Uniti alla legittima difesa collettiva, giacché – anche nell’ipotesi in cui sia il governo di Managua stesso a fornire armi ai ribelli salvadoregni e non i singoli cittadini per donazione individuale – tale fornitura non concretizzerebbe un “attacco armato” che invece è richiesto dalla lettera dell’art. 51 della Carta ONU per attivare la legittima difesa. Pertanto, nella situazione di specie, gli Stati Uniti hanno violato il principio di non uso della forza ogni qualvolta personale americano ha compiuto azioni militari o paramilitari in Nicaragua e hanno violato il principio del non intervento negli affari interni di un Paese, aiutando e sostenendo le operazioni dei Contras. Questi ultimi, però, secondo la Corte, non sono stati "creati" dagli USA e quindi le loro azioni non sono imputabili a Washington, che su di loro non esercitava un “controllo effettivo”, inteso come controllo puntuale e dettagliato. Questa sentenza sarà molto importante nella giurisprudenza internazionale perché ammetterà la possibilità che gli Stati terzi siano internazionalmente responsabili per azioni compiute non solo da suoi organi de jure (come potrebbero essere componenti del suo esercito regolare) bensì anche da suoi organi de facto (quali ad esempio truppe paramilitari ai suoi ordini) purché a determinate condizioni (l’effective control di cui sopra). A questa sentenza si opporrà, circa dieci anni dopo, la sentenza Tadic del Tribunale per la ex Jugoslavia in cui si affermerà la responsabilità dello Stato terzo per atti compiuti da suoi organi de facto purché ne avesse un “controllo generale” (overall control), come ad esempio i militari della Republika Srpska guidati da Mladic all’interno della Bosnia Erzegovina ma su cui la Serbia operava un overall control. Se ad esempio al caso Nicaragua v. Stati Uniti si fosse applicato il criterio del controllo generale, più blando rispetto a quello effettivo, gli Stati Uniti sarebbero stati ritenuti responsabili per le attività dei contras.

Naturalmente la questione della responsabilità degli Stati, e il relativo percorso giurisprudenziale, sono una questione piuttosto complessa di cui qui si è voluto dare solo un accenno.

Mentre all’Aja si svolgeva il procedimento davanti alla Corte internazionale di Giustizia, parallelamente negli Stati Uniti lo scandalo Irangate minacciava la presidenza Reagan. In seguito a un’inchiesta giornalistica e agli accertamenti che ne susseguirono, si scoprì che i finanziamenti americani ai Contras nicaguarensi provenivano prevalentemente dai proventi della vendita di armi all’Iran, per il tramite di Israele. Difatti, il Paese guidato dall’Ayatollah Khomeini era in guerra contro l’Iraq di Saddam e, seppur fortemente antiamericano, necessitava degli armamenti di Washington. La cosa scosse indubbiamente non solo l’opinione americana, giacché la rivoluzione iraniana contro lo Scià di Persia e il tragico sequestro degli impiegati dell’ambasciata americana a Teheran erano ancora ricordi molto recenti, ma anche il Congresso che aveva esplicitamente votato l’embargo contro l’Iran. Pertanto la vendita di armi messa in evidenza concretizzava un traffico illegale (di Stato). Oltre a ciò i contras si autofinanziavano con i proventi del traffico di droga.

Come abbiamo già anticipato, l’esito del conflitto interno al Nicaragua è stato prima un governo presieduto da Ortega, poi la firma del trattato di pace e infine l’elezione alla presidenza di governi meno antiamericani, fino al 2006. Subito dopo la sua seconda rielezione consecutiva, Ortega darà il suo beneplacito a quello che è stato il punto di partenza del nostro percorso in questa analisi: la costruzione del Canale di Nicaragua, affidandola ai principali antagonisti economici degli Stati Uniti a livello globale, la Cina.

Infatti, la società Hong Kong Nicaragua Canal Development (HKND) del tycoon cinese Wang Jing ha ottenuto nel giugno 2013, dal parlamento nicagurense, la concessione di 50 anni (prorogabile per altri 50). Tale concessione è stata possibile perché il precedente Trattato Bryan – Chamorro che aveva attribuito la concessione perpetua agli Stati Uniti aveva cessato di essere in vigore nel 1970 per concorde volontà dei due Stati coinvolti. Tuttavia, nonostante il rinnovo nell’autunno 2017 dell’autorizzazione ambientale, il progetto sembra essersi al momento arenato per via delle difficoltà economiche in cui Wang Jing è incorso.

L’idea progettuale sviluppata in questi anni, ma riprendendo in parte i progetti francesi della fine dell’Ottocento, prevede la costruzione di un canale di circa 150 km (quindi il doppio della lunghezza di quello di Panama) che, sfruttando l’ampio lago Nicaragua (a sud della capitale Managua), avrebbe collegato Atlantico e Pacifico in una lunghezza complessiva di 277 km di percorso. Dal 2013 a oggi erano stati valutati diversi percorsi per il canale, ma alla fine le preferenze erano cadute sulla “ruta 3” (in cartina), che per ora rimarrà su carta. Secondo le prime stime una volta realizzato (in circa dieci anni e a fronte di una spesa equivalente a 40 miliardi di euro) potrebbe conquistare immediatamente il 4,5% del traffico navale mondiale per poi continuare a crescere, raddoppiando da subito il PIL del Nicaragua, una delle nazioni più povere del mondo.



Nel 2013, quando l’investimento cinese si palesò, si iniziò a parlare della “Strategia dei due oceani” che sarebbe stata sviluppata a Pechino e che avrebbe consentito il passaggio delle navi dal Pacifico all’Atlantico attraverso una via alternativa e, sotto certi aspetti più rapida, rispetto a quella che passa per l’Oceano Indiano e il Canale di Suez (nota anche come la “via della seta marittima”). Nonostante il passaggio del Canale alla totale sovranità di Panama avvenuto nel 2000, esso viene percepito come troppo interconnesso con gli interessi statunitensi, per cui Pechino avrebbe interesse a sviluppare un’opera concorrenziale in Nicaragua evitando al contempo di pagare il pedaggio per passare da Panama.


Nonostante la teoria sembri avere un suo senso, essa è stata negata da Pechino, forse perché così è o forse per non associare al governo cinese il fallimento nella realizzazione del progetto, collegando dunque la non riuscita dell’intento semplicemente a un investimento azzardato e visionario del tycoon.

Considerando però la corsa della Cina a investire in grandi opere in tutti i continenti e la particolare attenzione che sta riservando ultimamente ai Paesi del centroamerica (Panama inclusa), attenzioni da questi ricambiate con un rapido riconoscimento di Pechino come la “Cina legittima” a discapito della “ribelle Taiwan”, gli Stati Uniti molto a breve saranno costretti a tornare a occuparsi del loro “cortile di casa”, non in termini militari e politici bensì in termini di alleanze economico-commerciali.

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