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Namibia-idrogeno: il connubio perfetto per la transizione energetica

Aggiornamento: 15 apr 2022

Il deserto del Namib: la risorsa naturale più preziosa (credit: Times Of India)

1. Introduzione


La Namibia, stato dell’Africa Australe, è un crogiolo di paesaggi e culture differenti, popoli, animali e deserti in contrasto tra loro. Il deserto del Namib, unico nelle sue alte dune e nella sua desolazione, è un immenso open-space caratterizzato da una media di 300 giorni di sole all’anno, i quali hanno reso la Namibia uno tra i Paesi più rilevanti al mondo in termini di irraggiamento solare. L’attuale obiettivo in ottica nazionale è quello di sviluppare un’industria dell’energia locale efficiente e strutturata, con infrastrutture specializzate per la produzione ed il trasporto dell’idrogeno. La Namibia mira a convertire una cittadina portuale ed il suo circondario in un avanzato hub per la produzione dell’idrogeno “verde”, l’energia prodotta da fonti rinnovabili con emissioni di gas serra fortemente ridotte. La capitale Windhoek, che letteralmente significa “angolo di vento”, declina un’altra peculiarità fondamentale del territorio locale: l’incessante esposizione a forti ed incessanti venti.


Se tutte queste caratteristiche vengono integrate da una posizione strategica identificata nello sbocco sull’Oceano Atlantico, il risultato finale è Lüderitz: una cittadina di 15 mila abitanti che potrebbe presto diventare pivotale in seguito all’afflusso di investimenti che sta ricevendo. Gli occhi della Cina e dell’UE, sotto la leadership tedesca, si sono posati su questo ‘paradiso terrestre energetico’ che, da un lato, comporta costi apparentemente proibitivi, mentre dall’altro, sottolinea come la Namibia abbia tutte le carte in regola per smentire lo scetticismo internazionale in tale ambito. Nel corso degli ultimi trent’anni, il panorama politico-economico della Namibia è mutato vertiginosamente in senso positivo. L’attuale governo ha già stipulato alcuni accordi finanziari rilevanti in merito che, tuttavia, necessiteranno di ulteriori investimenti per poter garantire un futuro roseo alla popolazione locale ed adempiere agli impegni globali di riduzione delle emissioni di carbonio. Sarà in grado Windhoek di dare seguito ad annunci e dichiarazioni altisonanti?


2. Namibia: l’antica storia di un Paese giovane


La storia della Namibia è legata indissolubilmente al deserto del Namib, il più antico del mondo, dal quale ne deriva il nome. Il suo entroterra arido e ostile, unito a una conformazione costiera frastagliata, non permise una colonizzazione europea nel XV° secolo da parte dei primi navigatori portoghesi. L’isolamento namibiano terminò solamente a partire dal 1800, quando commercianti sudafricani e missionari tedesco-svedesi decisero di esplorare l’Africa australe.


Nel 1883, il commerciante di tabacco Lüderitz acquisì un territorio da un capo tribù locale e formalizzò, grazie al supporto del governo di Otto Von Bismark. l’annessione della Namibia alla Germania che, successivamente alla conferenza di Berlino, venne denominata Africa del Sud Ovest. La sconfitta tedesca nella Prima Guerra Mondiale determinò il trasferimento di tutti i possedimenti al Sud Africa, sotto il protettorato britannico. Il periodo dell’apartheid ebbe notevoli ripercussioni anche in questa provincia dell’Unione Sudafricana che riuscì ad ottenere l’indipendenza il 21 marzo 1990 con la risoluzione 435 (1978) dell’ONU.


Proprio Lüderitz, la cittadina del sud-ovest namibiano, che ha ereditato il nome del commerciante che l’ha acquisita e rinominata successivamente “Monaco del Deserto” per le sue strutture tipicamente bavaresi, ha l’obiettivo di diventare il polo attrattivo di tutti gli investimenti nel settore energetico previsti dal governo di Windhoek. Lüderitz ha trainato l’economia locale fin XIX° secolo, beneficiando di ingenti quantità di diamanti da commerciare e un’attività di pesca commerciale fiorente; attraverso la trasformazione di quest’ultima in un hub innovativo per la produzione del cosiddetto idrogeno verde, l’attuale governo mira a fare della Namibia un modello per i Paesi in via di sviluppo interessati ad investire nella decarbonizzazione.

Lüderitz, la Rotterdam namibiana? (credit BBC)

3. L’integrazione tra conformità del territorio e decarbonizzazione


Il processo di transizione energetica mondiale sarà inevitabilmente basato sul cosiddetto “idrogeno verde”, la forma più pulita di questa risorsa in grado di generare benefici socio-economici e ambientali rilevanti. Gli altri tipi di idrogeno, quello “grigio” prodotto principalmente dal gas naturale, e quello “blu” prodotto dai sistemi di cattura del carbonio, generano ingenti quantità di emissioni climalteranti, tra cui metano nell’atmosfera, rendendosi di fatto risorse non sostenibili al 100%. L’unica variazione commercialmente praticabile in questo ambito risulta dunque essere l’idrogeno verde, ottenibile attraverso la separazione dall’acqua con un processo di elettrolisi alimentato da energia rinnovabile. Nello scenario sviluppato da Hydrogen Roadmap Europe: Un percorso sostenibile per la transizione energetica europea, questa risorsa energetica ad impatto zero potrebbe coprire entro il 2050 fino al 24% della domanda finale di energia e ridurre di circa 560 milioni le tonnellate di CO2 a livello globale.


Nell’agosto 2021, il Ministro della Ricerca tedesco Anja Karliczek dichiarò che “c’è già una corsa in tutto il mondo per le migliori tecnologie dell’idrogeno e le migliori località per la sua produzione. Dal nostro punto di vista, la Namibia ha delle possibilità particolarmente buone in questa competizione”. La partnership per l’idrogeno verde tedesco-namibiana è sicuramente emblematica: Berlino investirà circa 40 milioni di euro in progetti pilota, studi di fattibilità e formazione di esperti e del settore. L’obiettivo è quello di produrre un chilo di idrogeno (la risorsa con maggiore densità energetica: 1 kg contiene la stessa energia di 2,4 kg di metano o di 2,8 kg di benzina) “made in Namibia”, il cui prezzo si aggirerebbe intorno a 1,50 euro e 2 euro, un costo difficilmente immaginabile oggigiorno visti gli elevati costi degli attuali impianti di produzione.


Tra questi ultimi, spicca Hyphen Hydrogen Energy, una società costituita da un’azienda di sviluppo di progetti rinnovabili tedesca e da un fondo d’investimenti situato nelle Isole Vergini Britanniche che dovrebbe garantire una produzione di idrogeno verde puro pari a 300 mila tonnellate all’anno a partire dal 2026. Per comprendere la rilevanza di tali progetti, basti pensare al valore del progetto che ammonta a circa 9.4 miliardi di euro, una cifra simile al PIL nazionale del 2020 pari a 10.7 miliardi di euro.


Si prevede che in pochissimi anni il parco nazionale Tsau/Khaeb, nel deserto Namib a sud-ovest del Paese, entrerà nell’élite mondiale degli impianti per la produzione di idrogeno a basso costo con costi di esportazione irrilevanti grazie alla posizione marittima strategica di Lüderitz.

Un potenziale hub energetico (credit: The New York Times)

4. Namibia e Sudafrica: due amici in continua rivalità alleanza con Pechino sullo sfondo


Nel corso degli ultimi trent’anni, la rilevanza geopolitica di Windhoek è notevolmente cresciuta rispetto agli altri attori dell’Africa Australe grazie alla sua storica connessione con Berlino ed all’intensa collaborazione con Pechino per quanto concerne l’industria mineraria. Di conseguenza, non solo Lüderitz, ma anche Walvis Bay, dove la società cinese China Harbour Engineering Company Ltd (CHEC) ha costruito il porto tra marzo 2014 e agosto 2019, risultano essere le località simbolo di una trasformazione dal punto di vista geopolitico dell’ex colonia tedesco-britannica. Tale progetto ha permesso alla Namibia di ottenere una posizione centrale nell’area circostante in quanto risulta essere oggigiorno l’unica porta commerciale per i Paesi dell’Africa australe senza sbocco sul mare, come Zambia, Zimbabwe e Botswana.


Un altro elemento di notevole rilevanza è la produzione di uranio da parte della Namibia nelle sue due più importanti miniere – Husa e Rössing – controllate dalla China National Uranium Corp (CNUC) rispettivamente dal 2016 e dal 2019. Lungi dall’essere una relazione unilaterale con Pechino, una partnership sull’uranio con la più importante potenza commerciale al mondo può costituire una leva geopolitica per la Namibia che, oggigiorno, rappresenta l’11% della produzione mondiale di questo minerale e, di conseguenza, di superare alcuni dei produttori storici e più attivi nel settore come Canada e Australia.


La “baia delle balene” è solamente uno degli infiniti tasselli sviluppati nel progetto cinese della Nuova via della seta; essendo uno degli hub logistici meglio attrezzati dell’Africa, che permette a Pechino di evitare la forte tassazione sulle merci in entrata imposta da Pretoria, Città del Capo e Bloemfontein, non risulta essere sorprendente come la Namibia sia ormai un partner strategico dal quale non si può prescindere quando si interagisce con la parte più meridionale del continente. Parimenti, gli investimenti previsti nel settore energetico e la conseguente produzione di elettricità da fonti rinnovabili saranno talmente cospicui che la Namibia potrà esportare energia e rendersi indipendente dalle importazioni di quest’ultima prodotta col carbone in Sudafrica.


5. Il (ricercato) protagonismo di Bruxelles


La Namibia è una di quelle nazioni, insieme a Cile, Marocco e Australia, che più potrà sfruttare la crescita dell’idrogeno tra le grandi fonti di energia pulita del futuro. I drammatici sviluppi del conflitto russo-ucraino, scoppiato a fine febbraio 2022, hanno ulteriormente evidenziato come l’Unione Europea (UE) non può più essere totalmente dipendente da Mosca per quanto concerne l’approvvigionamento di gas naturale. Bruxelles difficilmente potrà costruire un futuro senza il Cremlino dal punto di vista energetico; tuttavia, ci sono ampi margini di manovra per quanto concerne, oltre alla riduzione delle importazioni di gas russo e la conseguente diversificazione delle rotte energetiche, la sostituzione di quest’ultimo (in molte applicazioni) con l’idrogeno verde protagonista della rinascita namibiana. Non solo il sopracitato accordo con la Germania: anche Paesi Bassi, Belgio e i Paesi Scandinavi hanno approcciato Windhoek al fine di stipulare eventuali partnership bilaterali. La missione congiunta degli Stati Membri dell’UE e della Namibia è proprio quella di offrire uno sviluppo sostenibile attraverso l’impiego dell’idrogeno, creando un hub energetico totalmente affidabile per chiunque ricerchi, nell’Africa australe, una piattaforma di energia rinnovabile.


Gli investimenti più importanti dovranno essere necessariamente volti a ridurre i costi di produzione, in quanto la Namibia parte avvantaggiata rispetto a numerosi concorrenti emergenti (tralasciando i più strutturati tra cui l’Egitto), quali Mali e Costa d’Avorio, data la posizione marittima di Lüderitz e la conformazione territoriale. Questo ‘paradiso’ per la produzione dell’idrogeno verde ha attirato non solo attenzioni a livello nazionale, sfociate ad esempio in un incontro tra il PM Belga Alexander De Croo e il presidente namibiano Hage Geingob ad Anversa, ma soprattutto (lo scorso 18 febbraio) i migliori auspici da parte della Presidente della Commissione Europea, Ursula Von der Leyen, di instaurare una partnership con la Namibia a 360 gradi. Nell’ambito della nuova strategia europea lanciata a fine 2021, rinominata Global Gateway”, Bruxelles mobiliterà per l'Africa oltre 150 miliardi di euro in investimenti fino al 2027, una cui cospicua percentuale verrà dedicata proprio a progetti nell’ambito energetico, di cui la Namibia sarà necessariamente tra le principali protagoniste.


6. Conclusioni


L’idrogeno verde è ancora oggi una tecnologia ‘immatura’ che procede di pari passo con le importanti ambizioni namibiane. L’impegno del Paese volto a decarbonizzare i cluster industriali locali, regionali e globali per combattere il cambiamento climatico ha catturato recentemente l’attenzione delle più importanti potenze globali. Il comune di Lüderitz, sconosciuto ai perlopiù, molto probabilmente potrà diventare uno dei prossimi poli attrattivi più prosperi e floridi a livello economico. Lo dimostrano i circa 20mila posti di lavoro previsti, 90% dei quali ricoperti dagli abitanti locali; l’ammodernamento e lo sviluppo portuale, che ammonterà all’1% dell’intera spesa totale, da cui l’idrogeno verrà redistribuito internamente ed esportato; le nuove abitazioni inclusive e l’espansione di servizi essenziali, tra cui l’accesso universale all’acqua potabile.


La Namibia ha tutto il potenziale per diventare un hub energetico di primo livello, come annunciato dal presidente Geingob durante la scorsa Cop26 di Glasgow. Superare il vicino Sudafrica per quanto concerne la produzione di energie rinnovabili non è più utopia: ne è ben consapevole il Presidente sudafricano Cyril Ramphosa tanto che, parallelamente all’aumento degli sforzi di produzione dell’idrogeno verde nella zona speciale di Boegoebaai, l’auspicio è proprio quello di instaurare una collaborazione duratura nel tempo tra i due Paesi confinanti. Ma ancor di più lo hanno capito la Cina e l’UE, ancora una volta pronte a confrontarsi in questo angolo remoto dell’Africa che ha conquistato, dal punto di vista energetico, il centro della scena mondiale.


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