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Né amici, né nemici: riflessioni su un’Europa superpotenza

(di Alessandro Vivaldi)

Fotogramma dal video di Just Propaganda dei Kontrust, opportunamente modificato dall'autore.

1. Polemiche, colonna sonora e relazioni internazionali.

Quella che segue non intende essere un’analisi, anzi. La definirei più che altro una sveglia, o meglio ancora una sveja, quella del romanesco passare la sveja, nel senso figurato della locuzione dialettale: aprire gli occhi con un’azione brutale (questa vuole essere un’interpretazione “diplomatica”). Non potevo esimermi quindi di scrivere scegliendo una colonna sonora adatta, riassunta nei due brani Just propaganda, dei Kontrust, e Amerika, dei Rammstein.

Una sveglia che guarda all’Europa, ma che non può non toccare, con toni polemici, la visione delle relazioni internazionali degli italiani, della loro opinione pubblica e delle loro classi dirigenti. Essa gioco forza deve virare veementemente verso alcuni vizietti nostrani, che in un certo qual modo possono essere ben allargati anche all’ambito europeo. Tuttavia essendo italiano, mi sento più a mio agio a guardarmi in casa. Anche perché si sa, noi mediterranei siamo passionali, e questo rende i nostri vizi ben più palesi rispetto ai nostri cugini centro e nord europei, che invece tendono più verso una superficiale ipocrisia. Inoltre, va detto che alcune viziose sfumature sono peculiarmente italiane per via di vari accadimenti storici, in primis e più spiccatamente la nostra frammentazione preunitaria: queste rendono a tratti ridicolo (eufemismo!) il discorso pubblico italiano sulla politica estera, e con “discorso pubblico” non mi riferisco solo alla dialettica della classe politica.

2. Politica estera: realtà e narrazioni buffonesche.

Che la classe politica usi la politica estera come argomento di propaganda non stupisce, non è una novità, non è un’esclusiva della Terza Repubblica, anzi. Lascia invece maggiormente perplesso chi scrive che la cultura delle relazioni internazionali, con annessi e connessi (Intelligence, geopolitica, etc.) sia oggi trattata con non poco dilettantismo e con molto clickbaiting, anche e soprattutto dagli esperti[1].

Beninteso: gli argomenti antieuropei, soprattutto quelli lanciati a vanvera sui social media, lasciano il tempo che trovano, auspico che neanche i partiti che li propugnano credano che un paese di 60 milioni di abitanti possa avere speranze di negoziare con titani del calibro degli USA e della Cina senza il supporto del mercato europeo, che consta di oltre 400 milioni di consumatori.

Ma quello che veramente non va giù è la tendenza tipicamente italiana a chiamare in causa l’estero per fare propaganda inversa, si tratti di USA, Cina o Russia. Questa pessima abitudine è tipica di chi non ha – o non vuole avere – una visione realistica e pragmatica dello scacchiere internazionale. Questo è infatti costituito da conflitti, talvolta moderati, altre volte aperti, spesso e volentieri condotti sottobanco. L’arena internazionale è un tavolo di negoziazione dove bisogna portare potenze e leve di ogni tipo, circa le quali l’Unione Europea ad oggi è carente, e quindi parzialmente incapace di farsi valere, laddove, comunque, Francia, Germania e Italia prese singolarmente farebbero comunque peggio. In un tavolo di negoziazione, vale la pena ricordarlo, non esistono né amici, né nemici, ma soltanto potenziali partner/competitors.

3. Europa superpotenza: come?

Non mi interessa qui disquisire accademicamente sui concetti di superpotenza, superpotenza potenziale o grande potenza, non è questo l’argomento e, soprattutto, intendo essere breve e divulgativo. L’Unione Europea oggi è un mercato che fa gola a molti, contando su circa 450 milioni di abitanti, vale a dire consumatori e manodopera. Un mercato regolamentato, idea questa giudicata pazzerellona da americani e cinesi, ovvero che tende a difendere consumatori e aziende proprie: i cinesi non possono vendere prodotti qualitativamente bassi e gli americani non possono vendere il parmigggiano itagliano. Quindi una leva negoziale gli europei la hanno, ed è l’accesso a questo mercato. Il problema è che tale leva da sola non proietta potenza verso l’esterno, è cioè una leva che definiremmo difensiva, vale a dire che non permette agli europei di influenzare gli eventi nel resto del mondo (se non in minima parte). Per diventare superpotenza, e cioè proiettarsi su livello globale in materia attiva, l’Europa necessita di maggiori capacità militari, indipendenza tecnologica e indipendenza economica. Sono tre leve che mancano e mentre si fa polemica sulla tecnologia cinese, per lo più a tutti fa comodo dimenticare che queste tre leve mancano per via dell’intervento più o meno diretto degli americani.

Beninteso: un’UE forte non fa comodo a nessuno: né agli americani, né ai cinesi, né ai turchi, e ad oggi neanche ai russi, benché con questi ultimi in realtà i rapporti si siano “guastati” dopo l’Ucraina. Un’UE con capacità militari proprie e una politica estera integrata fa comodo esclusivamente agli europei e ai loro interessi, oggi mal posti da classi politiche che ancora ragionano in termini campanilistici (e questo non vale solo per i sovranisti).

4. Il problema NATO e le carenze militari europee.

Negli ultimi anni, grazie soprattutto a Trump, gli europei hanno cominciato a comprendere che né gli interessi americani né quelli NATO coincidono con quelli europei. Diciamo che solo alcuni vetusti atlantisti stentano a comprendere che la scissione tra Europa e USA è oramai ampia già da prima di Obama, ai quali si associano un po’ tutti coloro (anche in ambito militare) che tristemente leggono il mondo attraverso la propaganda hollywoodiana. L’Occidente non esiste più (forse non è mai esistito), le differenze culturali e tra interessi di Europa e USA sono oramai abissali e si uniscono, nel migliore dei casi blandamente, quando si tratta di limitare gli interessi altrui.

Ad oggi la NATO rimane uno strumento di sussidio alle operazioni americane nel globo (con tutte le conseguenze del caso, si veda la Libia), sulla quale questi mesi la Turchia ha posto – qualcuno direbbe finalmente – una bella pietra tombale. Essa è tuttavia anche il maggior ostacolo a una seria integrazione europea di tipo militare, se non altro per questioni organizzative e logistiche: integrare le FF.AA. europee comporterebbe un costante numero di unità operative a fronte, però, di un raddoppio dei comandi (UE e NATO) dalle quali dovrebbero dipendere (con palesi interessi divergenti).

Certo, abbandonare l’ombrello NATO/USA comporta dei problemi di non poco conto, visto che l’Europa perderebbe deterrenza militare e nucleare. Tuttavia sono problemi che dobbiamo affrontare: non esiste sovranità senza capacità militari, che piaccia o no – motivo che rende ulteriormente ridicoli i discorsi sovranisti quando poi vengono affiancati a mirabolanti dichiarazioni pro-USA. E finché non li affrontiamo sul piano organizzativo, discutere circa il Main Battle Tank franco-tedesco (tra le altre cose) è semplicemente inutile.

5. I cinesi ci spiano! L’errore dei due pesi, due misure.

Con la realizzazione del conflitto tecnologico ed economico tra americani e cinesi, finalmente qualcuno in Europa ha parlato di indipendenza tecnologica: era ora!

Certo, l’opinione pubblica in Italia è ancora indietro, visto che molti amano ciarlare di Huawei, ma tutti si guardano dal commentare quante aziende americane mettano il naso nei servizi informatici istituzionali e critici, servizi elettorali inclusi. Ho dovuto leggere opinioni scandalizzate su Huawei e il personale proveniente dalla Forze Armate cinesi, come se in Google e compagnia bella non ci siano ex contractors della CIA. A dire il vero anche in molte aziende italiane ci sono ex militari: quindi dove sarebbe la novità? Chiariamoci: non intendo sottovalutare il problema della tecnologia 5G e derivati. Intendo semplicemente dire che è tardi per svegliarsi, visto che il Department of Defense è praticamente il proprietario della tecnologia GPS presente in tutti i nostri smartphone (e checché piaccia dimenticarlo, lo spionaggio di massa per gli americani è un’ovvietà quanto, se non più, per i russi).

I cinesi ci spiano. Anche i russi. Invece gli americani no, tant’è che oramai perfino i pensionati di Via dei Monti Parioli a Roma notano quando arrivano i nuovi della CIA in zona. I cinesi e i russi fanno propaganda e controinformazione. Gli americani invece no: quando Biden nel 2017 disse che il referendum italiano del dicembre 2016 fu influenzato dai russi, che supportavano Lega e 5stelle, prontamente smentito dalla nostra intelligence, non stava facendo controinformazione, stava… raccontando barzellette.

Anche noi europei spiamo. Il problema è che dovremmo farlo meglio. Tutto questo per dire che sin dagli albori, l’arena internazionale è fatta anche d’Intelligence, e chi non la fa, semplicemente, non sopravvive. Chi si scandalizza, chi determina amici e nemici in base a due pesi, due misure, o è un incompetente (la maggior parte delle volte) o, ancor peggio, è in malafede (e in questo caso, che sia filoamericano, filorusso o filocinese, potremmo di certo definirlo non proprio un patriota, anzi).

6. UE e USA: ristrutturare il partenariato.

Nel 2018 l’Italia esportava verso gli USA il 9,38% circa di tutto il proprio export, la Francia il 7.9, la Germania circa il 9%. Questi dati, per quanto semplicistici, rendono bene l’idea di quanto gli statunitensi siano un partner importante a livello commerciale per l’UE. Come in tutte le negoziazioni, però, dovremmo chiederci: a che prezzo? La sola Italia, per via della politica statunitense, negli ultimi 10 anni (dal 2010), ha perso tre partner petroliferi (Siria, Iran, Libia), dai quali importavamo petrolio grezzo e verso i quali esportavamo prodotti petroliferi raffinati. Abbiamo dovuto rinunciare al progetto South Stream con la Russia per via delle sanzioni post Ucraina, ed ENI, al paro della francese Total, ha dovuto rinunciare ai propri progetti in Iran dopo l’uscita di Trump dall’accordo sul nucleare. In compenso negli ultimi anni abbiamo dovuto acquistare il poco conveniente shale oil americano. Allo stesso modo anche i tedeschi stanno subendo sanzioni per via del progetto Nord Stream coi russi. In breve, gli USA hanno il coltello dalla parte del manico grazie allo strumento sanzionatorio, per cui riescono a imporsi sulle politiche commerciali ed energetiche europee (le aziende europee non possono operare con soggetti sanzionati per il rischio di essere sanzionate a loro volta).

Questo spadroneggiare economico statunitense oggi non ha più senso di esistere: è un sistema che rimane in piedi per via della mancata politica estera europea, per i cavalli di troia atlantisti sparpagliati per tutta Europa e, soprattutto, per l’incapacità degli europei di emanciparsi da una cultura americanizzata oramai degenerata fino all’aver reso taluni degli schiavi che difendono il padrone (un po’ come essere dei filo borbonici o dei filo austriaci durante il Risorgimento…).

Questo non significa, si badi bene, che si debba andare a brutto muso contro gli statunitensi: significa comprendere, invece, che gli USA, come tutti gli altri, fanno i propri interessi e che questi divergono spesso da quelli europei, e per instaurare un partenariato che sia conveniente per tutti, è necessario cambiare politica e leve negoziali, come già detto sopra.


7. UE ed Eurasia: la Russia vicina e lontana, la tigre cinese.

I rapporti tra Europa e Russia sono tanto antichi quanto ambigui, probabilmente a causa della natura duplice della Russia (europea e asiatica). Chi ha un minimo di conoscenza della storia russa sa perfettamente che le critiche all’autoritarismo locale sono a dir poco buffe, poiché esso è parte integrante della storia russa sin dai tempi di Nevskij, è una connotazione inevitabile per i russi, che tendono a stimare la figura del difensore della Grande Russia soprattutto contro gli oligarchi locali (oligarchi e potentati locali dai quali tutta l’area ex sovietica non riesce a liberarsi). Sta di fatto che storicamente i russi, in particolare le classi colte, guardano all’Europa come una sorella maggiore, con occhio di riguardo verso Francia e Italia. E anche economicamente si potrebbe dire sia così: la Russia di oggi importa solo da Francia, Germania e Italia più di quanto non importi dalla Cina, e in particolar modo si tratta di prodotti di largo consumo, dall’elettronica alle auto, oltre ovviamente ai prodotti di lusso. Di contro, il suo export si regge sulle materie prime, in particolar modo petrolio e gas. Semplificando, la Russia ha bisogno dei partner europei. È antistorico pensare che essa possa rappresentare un pericolo militare per alcuni stati dell’Europa orientale: i russi avrebbero solo da perdere in termini economici. La presunta “minaccia russa” ai baltici e ai polacchi è uno spauracchio utile alla NATO, ma totalmente irrealistico (per quanto sia vero che i russi tendano a essere rancorosi, e ai polacchi ancora non perdonino l’assedio di Smolensk del 1609). I problemi veri nascono quando troppe basi militari NATO si avvicinano all’area ex sovietica, violando una serie di accordi che la NATO aveva preso negli anni ‘90, violazioni a cui i russi inevitabilmente rispondono con quello stile negoziale che loro stessi chiamano “del carro armato”, ovvero rispolverando la superiorità numerica delle forze corazzate e missilistiche.

Gli americani, come i britannici prima di loro, sono terrorizzati da una saldatura logistica eurasiatica; è il vecchio adagio delle potenze di terra contro le potenze di mare: un unico blocco economico basato su vie ferrate tra Europa centrale e Asia centrale sarebbe un incubo per il commercio marittimo, e le sanzioni a Nord Stream, insieme agli ostacoli posti alla Belt and Road initiative cinese sono lì a dimostrarlo.

Anche quest’ultima è un rischio per l’Europa, dove per rischio intendo un qualcosa di neutrale che, a seconda di come è gestito, può essere minaccia o opportunità: vale a dire che tutto dipende da come negoziamo a livello europeo i termini di adesione e condivisione del progetto. I mercati asiatici, cioè quelli che dal Mediterraneo orientale vanno fino all’estremo oriente, sono un’opportunità imprescindibile per l’Europa, purché essa agisca di concerto sul piano economico (regolamentazioni), militare (proiezione delle forze) e diplomatico (soprattutto in termini di soft power). La Cina è una tigre, è pericolosa (ricordo, a Pechino nel 2016, di aver distintamente avvertito un brivido nel notare l’implacabilità lavorativa e produttiva cinese). È un pericolo non tanto sul piano militare (problema che al massimo si pone sul Pacifico), quanto sul piano del know how, perché è lì che si rivolge in genere lo spionaggio cinese, soprattutto a livello industriale. Da questo dobbiamo difenderci, ma dobbiamo farlo senza mancare di sfruttare le opportunità che la Cina offre.

8. Concludendo…

La pace è assenza di conflitto. Sostanzialmente, non esiste. Ma conflitto non significa necessariamente guerra: al contrario, significa, come già ho detto più volte, realizzare pragmaticamente e realisticamente che il conflitto può essere mediato e portare opportunità, riconoscendo in ogni partner un potenziale competitor e in ogni competitor un potenziale partner. Purché la si smetta, oltre che di agire a livello europeo in modo frammentato, di anteporre ideologie irrealistiche (sovranismo nei Paesi europei, ultraliberalismo proiettato su culture che ad esso non possono aderire, almeno per ora) agli interessi nazionali ed europei.

In breve, dobbiamo smetterla di fare gli ultras in politica estera e cominciare a lavorare seriamente.

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