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Modelli di accoglienza europei a confronto:

Aggiornamento: 31 gen 2022

Quando non è possibile parlare di condivisione e uniformità


Riace, il sindaco facente funzioni scrive allo Sprar: “Allontanate subito i migranti”, Gazzetta del Sud.

1. Introduzione


Già a seguito delle primavere arabe e delle cosiddette “crisi migratorie” che hanno interessato l’Europa negli anni 2015-16, l’allora Alto Commissario per i rifugiati António Guterres sottolineò la necessità di un approccio umano alla gestione del fenomeno migratorio: “Le migrazioni forzate hanno una grande influenza sui nostri tempi. Toccano le vite di milioni di esseri umani come noi – sia quelli costretti a fuggire che quelli che forniscono loro riparo e protezione. Non c’è mai stato così tanto bisogno di tolleranza, compassione e solidarietà con le persone che hanno perso tutto”.


Tuttavia, in Europa come altrove, il discorso politico sulle migrazioni si è sviluppato negli anni in una direzione sempre più securitaria. I temi congiunti, politicamente bollenti, della difesa dei confini nazionali e dell’identità culturale hanno giocato un ruolo non indifferente nell’evoluzione delle politiche migratorie, anche con riguardo nello specifico all’accoglienza delle persone che, per i motivi più disparati, si trovavano a varcare (dentro e fuori dalla legalità) le frontiere dei Paesi europei. Questo approccio, che privilegia la sicurezza a scapito dell’accoglienza (o meglio, che concede l’accoglienza solo a determinate condizioni), si è spesso tradotto in un’accresciuta difficoltà per tanti migranti di raggiungere l’Europa in maniera regolare e si è posto alla base di parecchie conseguenze negative, tra le quali il deterioramento del diritto alla mobilità.


Come ricorda Voci Globali[1] in un recente appello promosso con Antonella Sinopoli e Articolo 21, il diritto alla mobilità è “un diritto che trova riconoscimento nelle carte costituzionali dei Paesi occidentali, nella Carta dei diritti dell’Unione Europea e nella stessa Dichiarazione dei diritti dell’uomo ma che, di fatto, consente solo ai cittadini dei Paesi ricchi, per lo più nell’emisfero occidentale del pianeta, di viaggiare, prendere aerei e spostarsi liberamente”. Di fronte a queste impossibilità, tuttavia, la scelta (spesso obbligata) di emigrare permane: a cambiare, talvolta, sono state le modalità. Sono nati così i moti in direzione del Mediterraneo, passando per il deserto e da lì su barconi sovraffollati, con l’incolumità di moltissime persone messa a rischio, oppure le lunghe rotte terrestri (tra tutte la famigerata rotta balcanica) che spesso s’infrangono su muri con filo spinato e guardie armate eretti da alcuni Stati membri dell’Unione Europea (UE) – il più delle volte in contravvenzione alle stesse normative comunitarie.


2. Analisi di contesto: le basi comuni


Sullo sfondo di basi giuridiche comuni, in riferimento al diritto internazionale (vedi la Convenzione di Ginevra sullo status dei rifugiati del 1951) e al diritto UE (vedi la Carta dei diritti fondamentali, ma anche lo stesso Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, TFUE, e il pacchetto di direttive riguardanti accoglienza, qualifiche e rimpatri), è chiaro che non esiste ad oggi un sistema d’accoglienza comune tra i gli Stati membri e neppure esiste la possibilità per tutti di beneficiare del diritto alla mobilità allo stesso modo.


Per essere più precisi, va osservato che i tentativi in questa direzione ci sono stati, ma i risultati sono stati finora deludenti. In mancanza di aggiornamenti sostanziali, la normativa europea sul tema rimane fondamentalmente ancorata al cosiddetto sistema Dublino, che prende nome dalla città dove nel 1990 è stato per la prima volta negoziato il regolamento relativo alla questione migratoria. Nonostante diversi sforzi di riforma (1999, 2003 e 2013), il principio cardine che regola i flussi in entrata nell’UE è rimasto quello del “Paese di primo arrivo”: il Paese dove i migranti entrano quando varcano la soglia dell’Unione è responsabile dell’esame della loro situazione e deve valutare le eventuali richieste di protezione internazionale.


Ad oggi, per quel che concerne l’immigrazione regolare, spetta all’UE “definire le condizioni di ingresso e soggiorno dei cittadini di Paesi terzi che entrano e soggiornano legalmente in uno degli Stati membri, anche per quanto concerne il ricongiungimento familiare. Gli Stati membri conservano la facoltà di stabilire i volumi di ammissione per le persone provenienti da Paesi terzi in cerca di lavoro”. Sul tema dell’integrazione, l’Unione si impegna a “fornire incentivi e sostegno a favore di misure adottate dagli Stati membri al fine di promuovere l'integrazione di cittadini di Paesi terzi che vi risiedono legalmente; tuttavia, il diritto dell’UE non prevede alcuna armonizzazione degli ordinamenti e delle regolamentazioni degli Stati membri”. Infine, nella lotta all’immigrazione irregolare, Bruxelles “è tenuta a prevenire e a ridurre l'immigrazione irregolare, in particolare attraverso un’efficace politica di rimpatrio, nel rispetto dei diritti fondamentali”.


Data la mancanza di coordinamento efficace a livello comunitario è dunque utile analizzare in termini comparativi le diverse pratiche adottate dagli Stati membri in tema di politica migratoria evidenziandone punti di forza e di debolezza, addentrandosi anche nelle società accoglienti per comprendere le difficoltà legate all’integrazione delle comunità migranti.

Map of the Mediterranean Sea from west to east, calimedia/Shutterstock

3. Alcuni modelli a confronto


Pensare ai modelli d’accoglienza europei vuol dire andare a ritroso tra passaggi storici che interessano l’evolversi delle società accoglienti stesse e che, per certi versi, rispondono alle dinamiche proprie del periodo coloniale. Da un altro punto di vista, invece, la letteratura accademica di riferimento permette di osservare le varie esperienze d’accoglienza nazionali per identificare come elemento di differenza il grado di tutela della sfera identitaria e privata di una persona migrante e, in questo, l’esercizio di determinate libertà e il mantenimento delle proprie tradizioni.


Il caso francese, ad esempio, è conosciuto per il suo modello assimilazionista. Si tratta di una vera e propria immersione a tutto tondo del migrante nella culturale del Paese accogliente, che porta il migrante stesso ad acquisire i comportamenti, la cultura e la lingua francese.


Da questo si differenzia il modello del multiculturalismo che interessa maggiormente la Svezia (fino al 2017 più o meno, a seguito dell’attentato terroristico del 7 aprile a Stoccolma) e il Regno Unito nel cosiddetto modello del multicultural framework. Alcuni studiosi ritengono che questo modello abbia un potere ambivalente: da un lato garantisce il mantenimento della propria sfera culturale e tradizionale non tanto come singoli quanto all’interno del gruppo di appartenenza nel quale si alimenta la propria identità; dall’altro lato, può produrre la creazione di ghetti o quartieri che si auto-organizzano in un contesto socio-culturale differente da quello di origine, con il rischio seppur indiretto della marginalizzazione degli stessi e della creazione di società non comunicanti e poco interessate alla reciproca interazione.


Interessante è anche il modello tradizionalmente attribuito alla Germania, che si lega a una logica meramente strumentale e utilitaristica. In questo contesto, le persone migranti si inseriscono in realtà funzionali alla società da un punto di vista strettamente economico che incoraggia un loro soggiorno temporaneo esclusivamente nelle vesti di lavoratore-ospite (modello Gastarbeiter), sullo sfondo di un’integrazione più carente sotto il profilo socio-valoriale.


Per quel che riguarda invece i Paesi del sud Europa, “penalizzati” in termini quantitativi dal cosiddetto “sistema Dublino” rispetto alle richieste d’accoglienza a cagione della propria posizione geografica (che li rende la “porta d’Europa”), qui si individuano espressioni piuttosto provvisorie e accomodanti. In particolare, per approfondire il modello italiano rimandiamo a questo lavoro, ritenendo interessante soffermarci in questa sede su quello che è diventato noto come il modello Riace, tenendo conto delle ultime vicende giudiziarie ed evidenziandone alcuni aspetti positivi che lo hanno reso agli occhi di molti un modello di successo in termini di accoglienza e integrazione.


4. Il caso Riace e la condanna a Mimmo Lucano


Il procedimento penale a carico dell’ex sindaco di Riace Domenico “Mimmo” Lucano, emesso dal Tribunale di Locri lo scorso settembre, ha fatto discutere molto. A carico dell’amministratore, le accuse di associazione a delinquere, abuso d’ufficio, truffa e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Il modello, nato a cavallo degli anni 2000 nel piccolo comune calabrese, ha le sue origini nella necessità di rispondere al declino demografico e socio-economico che ha interessato e ancora interessa il sud della penisola e, dall’altro, è nato come risposta a forme di caporalato e sfruttamento che interessano tanti migranti nel sud Italia (si ricorda il caso Rosarno in Calabria). Grazie al “modello Riace”, i migranti ricoprivano le vesti di attori socio-economici in una fitta rete di scambi all’interno della comunità.


Non potendo approfondire in questa sede, ci soffermiamo brevemente sugli effetti che riteniamo positivi del modello, invitando a una riflessione sui dati relativi allo spopolamento di un territorio – quello di Riace – che attraverso l’accoglienza ha ottenuto un tessuto sociale rinvigorito e più attivo.


Nel corso degli anni, il modello ha permesso di sostenere e promuovere servizi essenziali. Volendo fornire qualche esempio, grazie al coinvolgimento delle comunità migranti in una città in cui la popolazione è maggiormente anziana e grazie al lavoro di tanti mediatori culturali, la collaborazione con le comunità straniere ha reso possibile la ripresa di varie attività nelle scuole e di laboratori artigianali, la promozione di attività commerciali e, ancora, la creazione di un servizio svolto dai migranti per diffondere la raccolta differenziata nel comune di Riace.


Il modello si riconosce anche per la creazione e l’uso di una moneta alternativa circolante esclusivamente nelle attività commerciali del comune – insieme all’euro – con la quale i migranti avrebbero potuto acquistare beni di prima necessità all’interno dei negozi del paese.


In breve, a prescindere dal caso Riace, quel che emerge nel parlare d’accoglienza è che di fronte all’impossibilità per i migranti di viaggiare regolarmente perché privati di determinati diritti o vittime di politiche e scelte di Paesi terzi, i flussi migratori continueranno comunque a esserci e, siano essi regolari o non regolari, la sola risposta oggi necessaria è la volontà e l’impegno nell’ accogliere.


Del resto, le migrazioni sono fenomeni complessi e frutto di molteplici fattori socio-economici, ambientali e/o personali, che cambiano costantemente nella loro natura, nelle cause, nei numeri, nelle rotte. In questa loro naturale evoluzione, un punto fermo è il loro essere saldamente legati alla sfera dei diritti di ciascuno: quella di muoversi liberamente.

“Riace paese dell’accoglienza”, il sindaco rimuove il cartello, Strill.it.

5. Conclusione


Dove si va da qui? Come detto, finora i tentativi di riformare il sistema di gestione dell’immigrazione nell’UE sono risultati in un sostanziale buco nell’acqua. L’ultimo episodio in questo romanzo senza fine scritto sulla pelle di milioni di persone che rischiano la vita per arrivare in Europa è rappresentato dal Nuovo patto sulla migrazione e l’asilo, un pacchetto legislativo proposto dalla Commissione nel settembre 2020 e che deve ora passare l’esame del Parlamento per poi approdare in Consiglio. Tra le novità che il nuovo testo introdurrebbe, si annoverano: una forma di “solidarietà istituzionalizzata” più organica, per cui gli Stati membri possono decidere tra l’accoglienza dei migranti, il sostegno agli altri Stati membri che vogliano impegnarvisi, o la “sponsorizzazione” degli schemi di rimpatri; un sistema di screening per i migranti irregolari in ingresso; delle procedure d’asilo “accelerate”, da eseguirsi direttamente alle frontiere e seguite, in caso di esito negativo, dal rimpatrio; infine, un rafforzamento della cooperazione con i Paesi terzi, attraverso una “condizionalità” che lega il rilascio di visti da parte di Bruxelles agli accordi di riammissione dei migranti.


Come appare evidente, la proposta muove l’impianto normativo europeo verso una stretta securitaria, ostacolando il cammino dell’accoglienza e dell’integrazione dei migranti nel tessuto sociale degli Stati europei. Gli eurodeputati sembrano aver capito questa tendenza, che hanno criticato insieme, tra le altre cose, al fatto che il principio base di Dublino (quello del Paese di primo ingresso) non sia stato rimodulato. Se questo è valido a livello comunitario, la vicenda giudiziaria intorno al modello Riace è emblematica della scarsa volontà da parte dei singoli Paesi (persino quelli di primo arrivo) di fare passi avanti sul medesimo percorso, spostando il tema dell’accoglienza dal campo dei diritti umani e dell’inclusione a quello della battaglia politica.


(scarica l'analisi)

Modelli di accoglienza a confronto - Geraci e Bortoletto
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Note

[1] Gruppo italiano del network internazionale Global Voices, Voci Globali è una testata giornalistica online che dà spazio a voci, storie e opinioni spesso ignorate dall’informazione ‘mainstream’.


Bibliografia/Sitografia


  • ARTICOLO 21, Passaporti, basta privilegi. Rivedere politica dei visti e garantire libertà di movimento a tutti i cittadini del mondo, appello online, 17 novembre 2021 (articolo21.org)

  • D. FACCHINI, Alla deriva. I migranti, le rotte del Mar Mediterraneo, le Ong: il naufragio della politica, che nega i diritti per fabbricare consenso, Altra Economia soc. coop., Milano, 2018.

  • M. D’AMATO, È il momento di superare il Regolamento di Dublino, su AMIStaDeS, 14 novembre 2020 (amistades.info)

  • L. LIMONE, Il sistema d’accoglienza in Italia tra criticità e “riforme”, su AMIStaDeS, 17 aprile 2019 (amistades.info)

  • L. LIMONE, Il Patto europeo sull’immigrazione e l’asilo: verso un approccio sempre più securitario, su AMIStaDeS, 21 dicembre 2020 (amistades.info)

  • Migrazioni forzate, più di 60 milioni, su Vita, 18 dicembre 2015 (vita.it)

  • PARLAMENTO EUROPEO, Nuovo Patto sull’immigrazione: reazioni degli eurodeputati, comunicato stampa, 28 settembre 2020 (europarl.europa.eu)

  • PARLAMENTO EUROPEO, Politica di immigrazione, factsheet, 2021 (europarl.europa.eu)

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