Modelli di accoglienza europei a confronto:

Aggiornamento: 31 gen

Quando non è possibile parlare di condivisione e uniformità


di Valentina Geraci e Francesco Bortoletto

Riace, il sindaco facente funzioni scrive allo Sprar: “Allontanate subito i migranti”, Gazzetta del Sud.

1. Introduzione


Già a seguito delle primavere arabe e delle cosiddette “crisi migratorie” che hanno interessato l’Europa negli anni 2015-16, l’allora Alto Commissario per i rifugiati António Guterres sottolineò la necessità di un approccio umano alla gestione del fenomeno migratorio: “Le migrazioni forzate hanno una grande influenza sui nostri tempi. Toccano le vite di milioni di esseri umani come noi – sia quelli costretti a fuggire che quelli che forniscono loro riparo e protezione. Non c’è mai stato così tanto bisogno di tolleranza, compassione e solidarietà con le persone che hanno perso tutto”.


Tuttavia, in Europa come altrove, il discorso politico sulle migrazioni si è sviluppato negli anni in una direzione sempre più securitaria. I temi congiunti, politicamente bollenti, della difesa dei confini nazionali e dell’identità culturale hanno giocato un ruolo non indifferente nell’evoluzione delle politiche migratorie, anche con riguardo nello specifico all’accoglienza delle persone che, per i motivi più disparati, si trovavano a varcare (dentro e fuori dalla legalità) le frontiere dei Paesi europei. Questo approccio, che privilegia la sicurezza a scapito dell’accoglienza (o meglio, che concede l’accoglienza solo a determinate condizioni), si è spesso tradotto in un’accresciuta difficoltà per tanti migranti di raggiungere l’Europa in maniera regolare e si è posto alla base di parecchie conseguenze negative, tra le quali il deterioramento del diritto alla mobilità.


Come ricorda Voci Globali[1] in un recente appello promosso con Antonella Sinopoli e Articolo 21, il diritto alla mobilità è “un diritto che trova riconoscimento nelle carte costituzionali dei Paesi occidentali, nella Carta dei diritti dell’Unione Europea e nella stessa Dichiarazione dei diritti dell’uomo ma che, di fatto, consente solo ai cittadini dei Paesi ricchi, per lo più nell’emisfero occidentale del pianeta, di viaggiare, prendere aerei e spostarsi liberamente”. Di fronte a queste impossibilità, tuttavia, la scelta (spesso obbligata) di emigrare permane: a cambiare, talvolta, sono state le modalità. Sono nati così i moti in direzione del Mediterraneo, passando per il deserto e da lì su barconi sovraffollati, con l’incolumità di moltissime persone messa a rischio, oppure le lunghe rotte terrestri (tra tutte la famigerata rotta balcanica) che spesso s’infrangono su muri con filo spinato e guardie armate eretti da alcuni Stati membri dell’Unione Europea (UE) – il più delle volte in contravvenzione alle stesse normative comunitarie.


2. Analisi di contesto: le basi comuni


Sullo sfondo di basi giuridiche comuni, in riferimento al diritto internazionale (vedi la Convenzione di Ginevra sullo status dei rifugiati del 1951) e al diritto UE (vedi la Carta dei diritti fondamentali, ma anche lo stesso Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, TFUE, e il pacchetto di direttive riguardanti accoglienza, qualifiche e rimpatri), è chiaro che non esiste ad oggi un sistema d’accoglienza comune tra i gli Stati membri e neppure esiste la possibilità per tutti di beneficiare del diritto alla mobilità allo stesso modo.


Per essere più precisi, va osservato che i tentativi in questa direzione ci sono stati, ma i risultati sono stati finora deludenti. In mancanza di aggiornamenti sostanziali, la normativa europea sul tema rimane fondamentalmente ancorata al cosiddetto sistema Dublino, che prende nome dalla città dove nel 1990 è stato per la prima volta negoziato il regolamento relativo alla questione migratoria. Nonostante diversi sforzi di rifo