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Il mito dell’argentinidad è giunto al tramonto?

Aggiornamento: 4 set 2021

Figura 1: Fernández alla conferenza stampa per l’incontro con il premier spagnolo, (NurPhoto/ Matias Baglietto)

1. Introduzione


Il 9 giugno il presidente argentino Alberto Fernández, durante un incontro con il premier spagnolo Pedro Sánchez, ha dichiarato, convinto di citare lo scrittore messicano e premio Nobel per la letteratura Octavio Paz[1] : “I messicani vengono dagli indios, i brasiliani vengono dalla foresta, ma gli argentini vengono dalle barche. Barche che venivano dall’Europa”.


L’intervento, un tentativo quanto meno maldestro, di spiegare il suo essere europeista e celebrare il contributo della migrazione europea alla storia argentina del XIX e XX secolo, ha sollevato un polverone sui social. In poche ore si sono moltiplicati i post con accuse di razzismo accompagnate dagli hashtag #VerguenzaNacional e #AlbertoRacista.


Le dichiarazioni del presidente sono state giudicate xenofobe e offensive da centinaia di persone in Messico, in Brasile e in Argentina. Le sue parole[2] sono state etichettate come l’ennesima manifestazione di “arroganza argentina”. Una recente dimostrazione di un antico e radicato sforzo dello Stato argentino (o quanto meno della sua classe politica), di sostenere un legame unico e peculiare con i Paesi europei, differenziandosi dai vicini Paesi latinoamericani.


In patria Fernández è stato accusato di continuare a “dimenticare” colpevolmente i discendenti delle popolazioni native e degli africani portati in schiavitù nel Paese, e tutti coloro che non si sentono rappresentati da quest’idea di Argentina essenzialmente bianca ed europea.


2. Le critiche dall’estero


L’episodio potrebbe avere contribuito ad accendere i riflettori sulla necessità di discutere criticamente il mito dell’“eccezionalità argentina”. Non è la prima volta che un politico argentino di spicco fa un commento considerato razzista[3]. Eppure, frasi di questo genere rispecchiano un’idea dominante per una parte importante della società argentina. Un pensiero comune soprattutto nella regione di Buenos Aires, riassumibile nella frase: “gli argentini sono europei, diversamente dal resto dei latinoamericani”.

Figura 2: Titoli di quotidiani latinoamericani (Infobae)

Jorge Luis Borges, scrittore, poeta, filosofo argentino del XX secolo, era solito dire che gli argentini erano “europei in esilio”. Bartolomé Mitre, il primo grande storico argentino scrisse che il carattere europeo della nazione argentina era un tratto distintivo che la differenziava dalla “barbarie” dei suoi vicini.


Come scrive Sylvia Colombo sul New York Times “La frase razzista rivela la negazione profonda delle radici nere e miste della società argentina, su cui si è modellata l’identità culturale nazionale”. Il presidente ha solo dato voce a una resistenza di gran parte della società a capire che il paese si è formato con un processo di fusione, spesso brutale, di popoli e culture, al pari del resto della regione.

Il presidente si è scusato sul suo profilo Twitter, ma senza ritrattare del tutto, scrivendo che “la nostra diversità è un orgoglio”, e che in diverse occasioni era stata già pronunciata la frase “gli argentini vengono dalle barche”, perché nel XX secolo il Paese ha accolto più di cinque milioni di migranti.


La reazione con maggior eco sui media è stata quella del presidente Bolsonaro che ha twittato: “Selva”! (cioè foresta) sotto una sua foto con abitanti dell’amazzonia. Sempre dal Brasile viene però anche un commento più riflessivo. Il giornale la Folha de Sao Paulo ha definito la frase razzista e rivelatrice di un atteggiamento culturale radicato che minimizza o nega le radici meticce degli argentini.


3. La costruzione del mito nazionale


È opinione comune che i 6,6 milioni di immigrati europei sbarcati al porto di Buenos Aires tra il 1857 e il 1940[4] si trovarono davanti le pampas pressoché vuote. Tuttavia, i territori che costituiscono l’odierna Argentina non erano affatto disabitati. Anche se non ci sono tracce di un impero centralizzato e strutturato comparabile con quello inca in Perù o l’azteco in Messico, all’arrivo dei conquistadores spagnoli erano presenti circa 40 popoli diversi nei territori collocati tra il bacino del fiume Paranà e lo stretto di Magellano, tra i quali i querandí, guaranies, mapuche e tehuelche.


Molto prima dell’ondata migratoria europea (tra il XVI e il XIX secolo), costituita soprattutto da italiani, sono stati condotti in schiavitù nei porti di Buenos Aires e Montevideo[5], più di 200.000 africani, ovvero circa la metà del numero di schiavi destinati agli Stati Uniti. Soldati africani, afrodiscendenti e creoli inoltre, erano numerosi tra le truppe indipendentiste nella guerra contro la Spagna (1810-1825).


Tuttavia, a partire dal XIX secolo, la politica argentina ha negato e cancellato la presenza e l’eredità culturale delle popolazioni indigene e afrodiscendenti. Si è trattato di uno sforzo concertato delle istituzioni per creare l’immagine di un paese senza colori, senza neri e senza nativi, rendendo invisibile chiunque non avesse ascendenza europea. L’attuazione di vere e proprie politiche attive di “sbiancamento”.

Figura 3: 9 giugno 2019, manifestazione per la giornata dei popoli indigeni (Telam/Raul Ferrari)

L’origine di queste politiche risale al gruppo d’intellettuali noti come la “generazione del 1837”. Questi padri fondatori della repubblica crearono il mito dell’Argentina bianca, di origini solo europee, con l’obiettivo dichiarato di unificare la nazione, durante i lavori preparatori della prima Costituzione della repubblica argentina, ratificata nel 1853.


Tra di loro c’erano Domingo Faustino Sarmiento, e Juan Bautista Alberdi che consideravano neri ed indios “razze inferiori” e auspicavano un ingente flusso di persone europee per “migliorare la razza aargentina”. Sarmiento, nel suo celebre libro Facundo Civilización y Barbarie[6], del 1845 scrive della necessità di blanquear cioè letteralmente “sbiancare” il Paese per svilupparlo.


Per creare un’identità nazionale argentina o argentinidad, le élite dominanti decisero di “omogeneizzare” la popolazione identificandola con l’etichetta di “discendenti degli immigrati europei”, portatori di “civiltà”, trascurando le differenze sociali, culturali ed economiche degli abitanti dell’epoca.


Scrissero addirittura nel testo costituzionale che: “il governo federale promuoverà l’immigrazione europea”, e questo passaggio dell’art. 25 è ancora oggi vigente[7]. La contraddizione si manifesta proprio qui: se da un lato l’Argentina repubblicana si apre da subito agli immigrati, dall’altro rinnega gli indios, gli africani e i loro discendenti, che già vivevano nella neonata repubblica.


4. Il lato oscuro dell’argentinidad


La sovrapposizione delle categorie civiltà-barbarie con europei-indios ha giustificato l’espansione territoriale violenta del neonato Stato argentino nelle aree considerate “selvagge”. Nel 1878 il generale Julio Argentino Roca[8] guidò la cosiddetta “conquista del deserto”, una serie di campagne militari nelle regioni meridionali e nordorientali del Paese. Dichiarando di voler portare la civiltà anche nelle zone più remote del Paese, l’esercito ha ucciso migliaia di indios o li ha “assimilati” forzatamente, per appropriarsi delle loro terre fertili, promuovere l’agricoltura di esportazione e con esse la “modernità”. Si trattò di pulizia etnica e genocidio culturale, eppure celebrato per anni come un evento storico fondativo della nazione.


Inoltre, è stato diffuso un certo discorso pubblico secondo il quale nel Paese non esisterebbe il razzismo, un fenomeno esclusivo di Paesi in cui la popolazione afro-discendente è più presente, come gli Stati Uniti o il Brasile. Al contrario, come teorizza l’INADI[9], in Argentina esiste il razzismo ma è più “sottile” e peculiare al contesto nazionale. Questo viene definito dal suo direttore Federico Pita racismo criollo[10], cioè razzismo creolo, che si fonda su tre pilastri: l’invisibilizzazione, la negazione e l’alienazione o extranjerizacion dei gruppi vittime di razzismo o colectivos racializados.


Si procede all’invisibilizzazione dei gruppi presenti nelle terre che vengono raccontate come “vergini”, improduttive, disabitate, mentre sono dimora di popoli nativi da secoli. Inoltre, si nascondono anche gli afrodiscendenti presenti nelle aree urbane, manipolando registri statistici e censimenti[11].


Negazione significa minimizzare dal punto di vista culturale questi gruppi, e celebrare al contrario nuove figure, prima fra tutte quella del gaucho. Alienazione significa attribuire all’estero, ad altri Paesi, presenze e culture non riconosciute dall’idea dell’Argentina europea. Per esempio, nel parlare comune si dice che i pochi afrodiscendenti che vivevano in Argentina si sono massicciamente trasferiti in Paraguay o che le popolazioni mapuche del Nord del Paese in realtà siano cileni che avrebbero “sconfinato”.


Questo processo di costruzione dell’argentinidad, ha diffuso in tutto il territorio, soprattutto attraverso il sistema scolastico, l’idea che l’Argentina intera fosse come Buenos Aires e la regione della pampa: fiorite con l’arrivo degli immigrati europei). In questa cornice gli argentini indigeni, meticci e afrodiscendenti non trovavano spazio.


5. Le altre voci argentine


Il mito della nazione bianca ed europea si mantiene forte nella capitale[12], ma è sufficiente visitare le altre regioni del Paese per rendersi conto di una realtà differente.

Un esempio di resistenza a questa argentinidad escludente viene dagli attivisti mapuche[13]. La coordinatrice del parlamento Mapuche Tehuelche di Rio Negro ha dichiarato che l’intervento di Fernandez “rappresenta il razzismo nascosto dietro la negazione, perché contemporaneamente nega il genocidio dei popoli nativi e cerca di camuffare la costruzione di uno Stato razzista, discriminatorio, escludente, ingiusto, nazionalista e patriarcale”.


Secondo le interpretazioni dei leader mapuche, le parole del presidente dimostrano che il genocidio avvenuto in Patagonia, ha avuto e continua ad avere una forte componente culturale. Non si negano o nascondono solo le uccisioni di uomini e donne indigene durante la conquista del deserto, ma si cerca di cancellare la loro stessa presenza nella storia del Paese. Oggi in Argentina vivono ancora i discendenti di popoli e culture che esistevano molto prima dell’arrivo delle barche di cui parla Fernandez. E al di là dei meme e delle critiche apparse sulla stampa e su altri media, è ormai evidente che bisogna approfondire la conoscenza del mondo indigeno all’interno del sistema educativo nazionale.



Figura 4: Giovane donna argentina afrodiscendente (Ministerio de la cultura argentina)

Allo stesso tempo, si registrano sforzi per sensibilizzare l’opinione pubblica sul lascito storico e la presenza della diaspora africana nel contesto argentino. Un esempio è l’associazione Diáspora africana de la Argentina o Diafar. Infatti, oggi non è più pensabile negare la componente afro nella cultura nazionale e l’apporto della comunità afro-argentina nella storia e nel presente del Paese.


Nel 2013 una legge promossa dall’Asamblea Permanente de Organizaciones Afrodescendientes de Argentina ha proclamato l’8 novembre Giornata nazionale degli afro-argentini e della cultura afro in onore dell’eroina e Madre della patria María Remedios del Valle[14]. Il ministero della cultura argentino ha dichiarato che l’idea “che il paese sia stato forgiato da immigrati bianchi europei è un mito che viene pian piano demolito”.


6. Conclusioni


Molti Paesi dell’America Latina hanno adottato da tempo o stanno costruendo una narrazione nazionale di mestizaje o meticciato. Una difesa della natura ibrida della cultura e delle genti di un Paese, prodotto di secoli di meticciato, provandone orgoglio. Si può rintracciare in Messico, Bolivia, Cile, Ecuador un comune “mestizo nationalism” o nazionalismo meticcio, che celebra un approccio “latino” di coesistenza e fusione tra popoli, in opposizione alla segregazione razziale e al razzismo del Nord America[15].


L’Argentina si è sempre tenuta separata da questi approcci, difendendo una sua “eccezionalità”. La massiccia immigrazione europea in un territorio considerato pressoché disabitato l’avrebbe resa una nazione bianca ed europea, seppure geograficamente sudamericana. Questa omogeneità dell’idea di un’Argentina europea, caso unico nel continente americano, è foriera di una versione semplificata e ridotta di una storia più complessa. Una storia di politiche nazionali tese a eliminare o a nascondere le popolazioni non bianche.


L’intervento presidenziale dimostra che oggi si continuano a negare le radici meticce ed africane della società argentina e che l’Argentina sia un Paese nato da una fusione non pacifica di popoli. D’altro canto, però, la pioggia di meme critici ha dato visibilità al dibattito sul razzismo nel Paese e alla questione storica pendente della pulizia etnica in Patagonia, mai riconosciuta dallo Stato argentino. Né afrodiscendenti né indios sparirono dall’Argentina all’indomani della liberazione dal dominio spagnolo, semplicemente si smise di riconoscerle come comunità. Insieme andarono a far parte di non meglio definite “classi popolari”[16].


L’Argentina ha per così dire “un problema di immagine”. L’augurio è che questo spinga la classe politica contemporanea a intraprendere una nuova lettura del passato argentino, riconoscendo i contributi di persone e gruppi la cui esistenza è stata finora negata o minimizzata.

Come dimostrano Paesi come Bolivia, Perù, Brasile Canada, non è mai troppo tardi per riformulare l’identità nazionale riconoscendo il patrimonio storico-culturale dei popoli nativi e le radici africane, e per fare di argentine e argentini odierni una cittadinanza più consapevole e includente.


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Note

[1] La corretta citazione di Paz sarebbe stata: “i messicani discendono dagli aztechi, i peruviani dagli inca e gli argentini dalle barche”, ironicamente sottolineando la mancanza in Argentina di un impero comparabile con quelli azteco e inca. [2] Le parole del presidente riprendevano in realtà una canzone dell’argentino Lito Nebbia. [3] Nel 2018 l’allora presidente Mauricio Macri, al Forum economico di Davos disse: “Sono convinto che l’associazione tra il Mercosur e l’Unione Europea sia naturale perché in Sudamerica siamo tutti discendenti di europei”. [4] Tra il 1830 e il 1930 gli immigrati costituiscono tra il 25 e il 30% della popolazione totale (Limes 2003) e circa la metà della popolazione immigrata viene dall’Italia. Più di 4 milioni di migranti arrivarono solo tra il 1881 e il 1914, nella fase più acuta dell’esplosione migratoria. [5] Capitali delle attuali Argentina e Uruguay, erano le città principali e capitali del Vicereame del Rio de la Plata. [6] Il libro è considerato una pietra miliare della letteratura latinoamericana, con un notevole impatto sulle idee di sviluppo, modernizzazione e cultura all’interno della regione. [7] L’articolo non è stato modificato dagli emendamenti alla Costituzione del 1994. Cfr. http://servicios.infoleg.gob.ar/infolegInternet/anexos/0-4999/804/norma.htm . [8] Il generale divenne in seguito presidente. [9] L’INADI è l’Instituto Nacional contra la Discriminación, la Xenofobia y el Racismo. [10] F. Pita «De que hablamos cuando hablamos de racismo? » in INCLUSIVE « No hay racismo en Argentina? Debates y reflexiones sobre el racismo estructural ». [11] Secondo i censimenti ufficiali fino all’indipendenza dalla Spagna nel 1816, africani e afrodiscendenti costituivano circa il 37% della popolazione totale, e per decenni dopo l’indipendenza questi costituivano circa il 30% degli abitanti di Buenos Aires. Però improvvisamente i dati sull’origine dei cittadini non sono stati più raccolti dai censimenti. Solamente nel censimento del 2010 riapparve un’opzione per gli Argentini di identificarsi come afrodiscendenti. [12] Tradizionalmente gli abitanti di Buenos Aires amano considerarla la città “più europea” di tutto il continente americano. [13] Le comunità mapuche reclamano da anni il diritto alle terre ancestrali e alla tutela della propria lingua e identità culturale. [14] María Remedios del Valle, morta l’8 novembre 1847, fu una protagonista afroargentina della guerra d’indipendenza. Ottenne per i suoi meriti come patriota il grado di sergente maggiore dell’esercito e il titolo di “Madre della patria”. [15] P.L. Alberto e E. Elena, 2018 «The shades of the nation, introduzione di Karem Roitman, «Rethinking race in modern Argentina». [16] Fu così ad esempio che il termine negro inizialmente associato solo al colore delle pelle, finì per perdere i connotati razziali e assumere quelli di classe , e ancora oggi viene usato in Argentina come sinonimo di povero, umile, popolare.


Bibliografia/Sitografia

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