*Le opinioni espresse nelle analisi sono presentate dall’Autore a titolo personale e non riflettono necessariamente la posizione dell'Associazione sui temi affrontati.

Migrazione e immaginari sociali

Aggiornato il: 5 giorni fa

(di Stefano Pellegrini)

1. L’immaginario dell’Occidente

L’Occidente cosmopolita è un sogno che ispira molti giovani. L’immaginario di esso, che muove la migrazione verso il cosiddetto Nord del Mondo, è derivato da due fonti principali: i mass media e i ritorni dei migranti[1]. Questi ultimi, durante i periodi di permanenza nel Paese, diventano l’incarnazione degli ideali di modernità e successo.

Nella rituale distribuzione di regali alla famiglia allargata e nel loro bagaglio di esperienze, i giovani e le famiglie vedono accresciuto il loro capitale economico e sociale. Oltre a ciò, i media giocano un ruolo chiave nella creazione del desiderio, mostrando vite agiate nelle serie televisive occidentali, i cui protagonisti sono circondati da un lusso sfrenato. Lusso che rappresenta uno sfregio verso la condizione quotidiana di molti giovani africani.

Al flusso di informazioni derivante dai mass media tradizionali e dai loro siti Internet si aggiungono oggi immagini e video scambiati attraverso i nuovi media: Facebook, gli altri social network, WhatsApp e, in generale, tutto ciò che viaggia tramite gli smartphone.

Questo tipo di comunicazione è più incisivo e potente nella creazione di immaginari in quanto mostra le testimonianze dirette di un futuro che diventa, all’istante, possibile. Tramite le storie, le immagini su Internet e il flusso informativo soggetto a scambi sui social media, il panorama delle migrazioni diventa familiare per un sempre più ampio pubblico ed entra a far parte del campo del possibile.


2. Ostentazione, successo e riuscita sociale

I profondi cambiamenti che hanno conosciuto le società africane negli ultimi quindici anni hanno portato a capovolgimenti dei codici morali e degli immaginari sociali. Questo ha svalutato alcuni modelli di riuscita sociale a vantaggio di altri.

La figura dell’intellettuale diplomato (évoloué), ad esempio, negli ultimi anni ha ceduto il passo a un ideale di riuscita che valorizza l’ascesa sociale tramite gli averi materiali (auto di lusso, abbigliamento firmato, case a più piani, mobili sontuosi). Si sono affermate nuove traiettorie di ascesa sociale, facendo spazio a valori differenti, come l’astuzia, la malizia e la legge del più forte. In questa nuova economia morale della débrouille, lo spirito del capitalismo, la dottrina della prosperità, la soggettività e l’affermazione di sé diventano caratteristiche essenziali.

Ci si ispira, quindi, a una forma di successo legato a uno stile di vita moderno e consumista[2]. La riuscita si materializza attraverso oggetti emblematici: smartphone, laptop, accessori di marca. Si mira a una sorta di reificazione del prestigio sociale. Tutto ciò allo scopo di veicolare l’idea del successo personale, anzitutto economico, ma che trascina con sé il prestigio e la realizzazione sociale.

Le immagini di Facebook mostrano appieno questa cultura materiale del successo in cui moltissimi giovani sono inseriti. I media, in generale, secondo le parole dell’antropologo Appadurai[3], sono risorse per la sperimentazione di costruzioni del sé in tutti i tipi di società: consentono di intrecciare, sul telaio della propria esperienza personale, sceneggiature di vite possibili (derivate da trame cinematografiche o televisive).

A differenza delle serie tv, le immagini dei propri “amici” di Facebook, assieme alle storie dei migranti di ritorno, facilitano l’immaginazione di quella vita, infondendo fiducia nella possibilità di realizzarla.

I social media creano una condizione insolita di vicinato, non più fisico ma ugualmente forte, che permette di concepire un più vasto repertorio di vite possibili: è un mezzo efficace per dimostrare a se stessi e alla società circostante di abitare quella modernità tanto agognata. Gli scatti su Facebook vanno ad alimentare l’immaginario che i giovani hanno sull’Occidente e danno sostanza ai racconti dei migranti che tornano a casa più educati, distinti e sempre ben vestiti all’occidentale.


2.1 Bello Figo e l’incarnazione dell’idea di successo

Per capire l’ideale condiviso di successo e realizzazione personale è necessario indagare il modello di riuscita, da dove esso derivi e il legame che ha con la modernità e con l’acquisizione degli oggetti che ne sono il simbolo; intesi non solo nella loro accezione materiale ma anche come stili di vita e appartenenze culturali.

Bello Figo, nome d’arte di Paul Yeboah, è un rapper italiano di origine ghanese, residente in Italia da quindici anni. Dallo stile eccentrico e provocatorio, a tratti osceno e sessista, è salito alla ribalta grazie alle sue canzoni che ricalcano gli stereotipi relativi ai migranti di cui parte della società italiana è portatrice. In questa sede non ritengo importante capire in che misura il suo sia un personaggio consapevolmente sarcastico, costruito per sottolineare gli stereotipi e metterli alla berlina.

Il nodo centrale sta nel fatto che questo personaggio incarna ciò che per molti si configura come modello di riuscita sociale. Non tanto l’individuo in sé, per le sue qualità, ma il traguardo a cui è arrivato: il successo economico, la fama, l’ostentazione del lusso in cui vive.

Da quello che mi è stato possibile esperire e vedere, Bello Figo rispecchia l’ideale di realizzazione di molti ragazzi, soprattutto dei più giovani. Dalle foto relative al suo personaggio pubblico appare evidente che il simbolo centrale della sua comunicazione è l’ostentazione e che il valore che vuole comunicare è la ricchezza (i soldi, di cui fa materialmente sfoggio). Sono esattamente i dettagli materiali, gli articoli costosi e luccicanti – come orologi, bracciali e anelli – a fare da padroni nella sua immagine pubblica.

I simboli dell’Occidente sono considerati dunque come la scorciatoia più sicura verso la riuscita sociale, spesso pensata come istantanea.


2.2 Modernità

Durante il periodo della decolonizzazione la modernità aveva un significato ben preciso e comprendeva elementi abbastanza definiti: economia industriale, avanzamento tecnologico e scientifico, concezione democratica dello Stato, secolarizzazione del pensiero e una rielaborazione del concetto di famiglia in chiave nucleare che avrebbe influito anche sullo spostamento dal collettivo all’individuale[4].

Oggi gli aspetti della modernità che vengono selezionati e veicolati sono uno stile di vita confortevole, la possibilità del successo lavorativo e, conseguentemente, l’opportunità di accumulare quei beni di consumo che coloro i quali vivono nelle aree disagiate dell’Africa possono solo guardare da lontano.

Tramite l’esposizione delle immagini pubblicate sui social media, che raffigurano ricchezza, successo e prestigio sociale, la migrazione internazionale è quindi percepita come la principale e spesso l’unica via per il miglioramento della propria condizione di vita e per autorealizzarsi.

I membri del vicinato sociale che risiedono all’estero diventano un modello di riferimento e alimentano l’immaginario dei ragazzi “rimasti a casa”, stimolando in loro il desiderio di emigrare. Nella loro ricerca di capitale simbolico, di stima e riconoscimento tramite l’ostentazione del benessere raggiunto all’estero, diventano fonte e selezionatori di informazioni. Con ciò si rendono complici del perpetrarsi di rappresentazioni spesso enfatizzate, distorte e menzognere di ciò che significa emigrare.


3. Stigma del fallimento

Il migrante vive dunque sulla propria pelle la pressione della riuscita, che assumerà forme diverse a seconda della società e del periodo storico. Ciò che rimane invariato è che l’avventura deve seguire un rientro eroico, caratterizzato dal successo, dall’investimento economico e dalla costruzione di una carriera. Il fallimento, quindi, è uno stigma familiare e sociale enorme. Le motivazioni di tale percezione sono da rintracciare nell’immaginario condiviso nel quale l’Europa sarebbe un luogo in cui si può trovar lavoro facilmente e lavorando poco si possono avere guadagni elevati.[5]

In molti non riescono a comunicare alla famiglia le difficoltà che stanno affrontando, sapendo che sarà arduo scalfire la convinzione che sia facile trovare lavoro in Europa e che, quindi, se una persona non riesce ad avere successo è per sua inettitudine e pigrizia.

Inoltre, nel successo del componente all’estero sono riposte tutte le speranze della famiglia e le aspettative per un futuro migliore, che ripagherà il grande investimento effettuato. Numerosi sono coloro i quali preferiscono tener duro più che tornare in Africa. Quindi, poiché sarebbe molto difficile accettare il giudizio della comunità e la possibile emarginazione familiare e sociale qualora si tornasse senza aver raggiunto l’obiettivo, non è ancora frequente che il “mito dell’Occidente” sia demistificato agli occhi dei giovani africani e delle loro famiglie.

Anche il solo fatto di trovarsi in uno Stato europeo provoca l’ammirazione di coloro che sono a casa, a cui si dovrà sempre dare l’impressione di essere riusciti. In altre parole, il migrante non vive solo di pane, ma anche di prestigio[6].


Note

[1] N.B. SALAZAR, The Power of immagination in transnational migration, “Identities”, 18:6, pp. 576-598, 2011.

[2] R. BANEGAS, J-P. WARNIER, Nouvelles figures de la réussite et du pouvoir, “Politique africaine”, 82:2, pp. 5-23, 2001.

[3] A. APPADURAI, Modernità in polvere: dimensioni culturali della globalizzazione, Raffaello Cortina, Milano 2001.

[4] J. FERGUSON, Global Shadows: Africa in the Neoliberal World Order, Duke University Press Books, Durham 2006.

[5] R. WILLEMS, Local realities and global possibilities: deconstructing the imaginations of aspiring migrants in Senegal, vol. 21, 2014/3, pp. 320-335.

[6] L. LADO, L’imagination africaine de l’Occident, Études 2005/7-8, pp. 17-27.

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