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Ma ‘ndo vai se l’OSINT non ce l’hai

Aggiornato il: giu 22

Ovvero perché (scherzando e ridendo) per fare analisi bisogna essere un po’ felini, un po’ molossoidi.


(di Alessandro Vivaldi)


Il titolo di questo articolo è sarcastico. L’idea di scriverlo nasce da alcuni stimoli, per lo più critici, e in particolar modo dalla moda dell’OsInt che oggi imperversa nella consulenza e tra i Security Manager. Tuttavia, il suo scopo è di illuminare soprattutto i più giovani, che sulla base di termini come questo e come “sicurezza”, “Intelligence”, e altri, investono le proprie risorse economiche per una formazione che nella maggior parte dei casi è scadente, impartita spesso da persone che non hanno esperienza sul campo. Nasce, last but not least, dalla necessità di spiegare a chi viene da una formazione nelle Relazioni internazionali, l’importanza di un approccio più pratico all’analisi geopolitica.


Perché sempre quest’Intelligence?

Quando scrissi i miei primi Ossum (Open Sources Summaries) e Intsum (Intelligence Summaries), in italiano – per gli interlocutori nazionali – e in inglese – per gli interlocutori esteri -, avevo 20 anni. Mi ero arruolato volontario al secondo anno di università, e mentre li scrivevo, dall’altra parte dell’Adriatico, preparavo esami universitari, nonostante il poco tempo a disposizione. Mi era stato insegnato a dire ai colleghi che il mio lavoro consisteva nel “fare le fotocopie”. Era effettivamente strano: in genere i volgari “spioni reggimentali” (gli incarichi 30/B, gli “addetti alla situazione operativa”), in forza alle Compagnie Comando e Servizi, nonostante i corsi SIOS (Servizio Informazioni Operative e Situazione, l’articolazione di Intelligence delle FF.AA. che in quegli anni veniva smantellata e riformata), generalmente non accedevano all’analisi. Disprezzati dai pochi colleghi che ne conoscevano l’incarico, venivano per lo più usati, nei reparti di fanteria meccanizzata, come una sorta di organo di controllo sulla truppa, nonché come “aiutanti” della sezione I dell’Ufficio OAI del Comando di Reggimento (per cose che ai più apparirebbero ridicole, nel loro essere classificate come Riservate o Riservatissime).

Tuttavia ai tempi, dalla mia parte, oltre alla fortuna di aver trovato ufficiali e sottufficiali consci delle mie capacità*, avevo una buona conoscenza dell’inglese (rara, ai tempi), una fortissima predisposizione per le relazioni interculturali (avendo speso parte dell’infanzia in paesi come l’Iran e il Mozambico), ed ero abituato sin dai 12 anni a leggere mattoni tipo le Memorie d’impiego delle Grandi Unità (per i profani: erano i vecchi manuali della c.d. Scuola di Guerra – oggi sostituita dall’ISSMI). Se vi state chiedendo come si faccia a leggere a 12 anni roba simile, la risposta è nella proverbiale asocialità di chi scrive, ancorché essa confligga con il suo amore per la HumInt.

Nella foto: L’Autore, agente del KGB travestito da piccolo, sfigato, malefico nerd con fondi di bottiglia. Teheran, 1990.

Dicevo: allora l’Intelligence non andava certo di moda. I primi Security Manager (diciamo forse i primi due) provenienti dall’Intelligence vennero sì e no assunti allora, mentre gli altri provenivano per lo più dal Tuscania e dalla Folgore. Al massimo, nelle aziende, andavano di moda gli investigatori privati per scovare dipendenti infedeli. Questa breve nota biografica per spiegare la “formazione inversa” che il sottoscritto ha ricevuto: pratica prima e teorica dopo.

L’Intelligence di quei giorni era già in fibrillazione per il terrorismo islamico (erano passati poco più di 6 mesi dall’11/9, e stavamo su una delle direttive della c.d. Dorsale verde balcanica), e in loco c’era molto traffico di armi. E di droga. E di donne. Insomma, in loco si trafficava un po’ tutto; una parte del tempo si spendeva a cercare di capire la localizzazione degli UXO (gli ordigni inesplosi) di origine serba, e dove fossero finiti i campi minati (messi dai serbi e spostati dai trafficanti albanesi). Ricordando quei tempi, non mi capacito di come io abbia dovuto spiegare l’Intelligence a un ex del Tuscania – oggi nella Travel Security -, che mi chiedeva “ah, ma perché nei reggimenti di fanteria si fanno queste cose?”. No, un po’ tutte le unità amano andare allo sbaraglio fregandosene del concetto di “consapevolezza della situazione”: quale comandante non opererebbe alla cieca per il semplice amore del rischio?

Il punto è che sin da allora, dagli albori della mia strana relazione con l’Intelligence, avevo intuito che l’uomo in quanto tale non può astrarsi da essa, perché è integrata nei nostri processi decisionali. Per questo, quando la spiego in aula, faccio due esempi specifici.

Il primo concerne il nostro cervello e la sua innata capacità di fare Intelligence, intesa come collezione e analisi di informazioni utili a prendere una decisione. In pratica, quando io decido di uscire da una stanza, il mio cervello si affida a delle informazioni acquisite in precedenza o sul momento. Condizioni di luce, ostacoli, tragitti più brevi o più lunghi, cose da fare lungo il tragitto, e in base a tutte queste informazioni e ulteriori specifiche decide cosa fare e come farlo. Per spiegare quanto sia importante l’Intelligence, a fronte del suo essere innata in un processo così rapido, successivamente chiedo agli studenti di uscire dalla stanza completamente oscurata. Va da sé che chi di loro non ha memorizzato le informazioni necessarie, uscirà facendo un po’ di rumore. In passato ero aduso anche al mettere silenziosamente degli ostacoli lungo il tragitto, per spiegare che l’Intelligence deve sempre essere il più possibile aggiornata. Tuttavia, essendo quest’ultima variante contraria al Testo unico sulla sicurezza sul lavoro, ho dovuto rimuoverla dalle lezioni. Purtroppo: era molto efficace. Si sa, la sofferenza tempre lo spirito, l’attenzione e la conoscenza.

Il secondo esempio, utile per far capire quanto l’Intelligence sia spesso presente nelle attività umane, ancorché non riconosciuta, sono le cartine geografiche. Un esempio che uso per far capire che quanto più l’Intelligence è precisa e puntuale, tanto più l’attività del decisore ne risulta facilitata: credo sia ovvio quanto sia più semplice muoversi con Google Maps rispetto a una carta del ‘600. Durante questo esempio, tuttavia, ribadisco sempre quanto sia importante l’aggiornamento: vi sarà infatti capitato di trovarvi di fronte a un senso vietato che il vostro navigatore non segnala. Questo avviene perché il navigatore e le mappe non sono aggiornate in tempo reale.

L’Intelligence, quindi, è un’attività imprescindibile che andrebbe fatta a monte di ogni decisione, a meno che non si sia dei pazzi amanti del rischio. Cosa che sicuramente è romantica, bella, affascinante, ma che nella realtà ci porterebbe a operazioni tipo quelle di Willy il Coyote (si può anche sostituire la T con una N, per rendere meglio l’idea).


Dal cervello alle organizzazioni: come le cose si complicano.

Uscire da una stanza può sembrare un’azione relativamente semplice agli occhi di un profano. Agli occhi di un neuro scienziato, invece, apparirebbero probabilmente miliardi di informazioni e di variabili. Chi si occupa di logistica potrebbe dire benissimo che movimentare una persona è semplice, ma movimentarne mille comincia ad aumentare esponenzialmente le variabili. Gli animali, in particolar modo quelli sociali e soprattutto l’uomo, si organizzano per gestire questa complessità. In ogni organizzazione di questo tipo c’è qualcuno delegato ad acquisire le informazioni necessarie affinché essa possa operare nelle migliori condizioni. Il problema nasce quando un contesto diventa tanto complesso da non permettere all’organizzazione, per vari motivi, di trovare e gestire le informazioni utili a operare.

Nella foto: uno dei testi sacri venerati dall’Autore, fondamento per la Cultural Intelligence. Arriveranno le fotocopiatrici?

Ora, l’intenzione di questo articolo non è fare una pappardella sui concetti fondamentali dell’Intelligence: l’ho già fatto altrove e, soprattutto, c’è chi lo ha fatto in maniera migliore[1]. Taglierò quindi corto e in modo brutale: sembra paradossale, ma nell’attuale società dell’informazione le organizzazioni non fanno Intelligence, o la fanno in modo viziato.

Fare Intelligence in modo viziato, per esempio non vagliando l’affidabilità delle fonti e ignorando dei segnali di rischio, o senza la necessaria profondità predittiva, è peggio che non farla. Semplicemente perché è il miglior modo per ottenere quello che in gergo si chiama Intelligence failure. Che, sia chiaro, è connaturato alla stessa Intelligence, ma c’è una bella differenza tra l’incappare in un fallimento e il fare di tutto per trovarlo.

Questo avviene perché a un certo punto, nella nostra storia educativa e culturale, si è creata una frattura: da una parte aumentavano in maniera terrificante i dati prodotti, dall’altra diminuivano le competenze sia degli individui che delle organizzazioni.

Blandamente, si può dire che più un’operazione è complessa, più è grande l’investimento in Intelligence necessario per supportarla. Questo investimento spesso – erroneamente – non è ritenuto necessario. Tale mancanza, grave, è giustificata il più delle volte, a livello manageriale, con frasi come “ma tanto non serve” o “non lo abbiamo mai fatto”, e tutto va bene finché un evento apparentemente imprevisto (un rapimento, un’esplosione, un partner inaffidabile, un’instabilità politica ignorata, una tensione socioculturale sfuggita, etc.) non rompe le uova nel paniere con somma gioia della magistratura (e spesso con sommo dolore dei dipendenti e delle loro famiglie, che ne pagano le conseguenze).

Peggio ancora è pensare che si possa fare Intelligence risparmiando (d’altra parte, al sottoscritto fu proposto di creare delle Schede paese in ambito Travel Security copiandole da terzi, per tagliare i costi).

Nonostante tutto, la bolgia peggiore è quella di coloro che credono di fare Intelligence, senza neanche sapere realmente cosa sia.


La Sora Lella e l’OsInt: ah, ‘nnamo bene, proprio bbene.

L’agente del Controspionaggio Sora Lella, del SIM.

Chi ha fatto consulenza sa perfettamente che essa è molto trendy. Anche un po’ pezzente a dire il vero, perché molti credono che la consulenza sia vendere fumo ai committenti (i quali spesso ci cascano con tutte le braghe, e altrettanto spesso lo fanno consapevolmente, tango paga l’azienda). Per essere trendy bisogna essere aggiornati, bisogna seguire la moda del momento. Una volta c’era la resilienza. Di dieci consulenti, forse solo uno sapeva quanto il concetto fosse mutuato dalla teoria dei sistemi complessi, dalla seconda cibernetica, dalla biologia e dalla psicologia. Poi c’è stato il terrorismo, e vai di esperti di terrorismo, con tanto di gente che si vendeva traduzioni delle riviste dello Stato Islamico come proprie, copiandole in realtà dal SITE. Alla fine è arrivata la piaga: le cavallette, gli esperti di Open Sources Intelligence.

Ora, è necessario chiarire alcuni punti fondamentali, sia su cosa sia l’OsInt, sia su quanto essa, da sola, abbia una portata ben limitata. Per amore di brevità ed efficienza, lo farò attraverso un elenco opportunamente introdotto da una citazione romanesca di un amico con molta più esperienza di me nel campo:

i giornali? I giornalisti? E che ce voi fa, quelli non sanno gnente, copiano e basta”

- Open Sources Intelligence non significa fare una banale rassegna stampa;

- Open Sources non significa gratis;

- Open Sources non significa solo social media;

- Open Sources non significa solo internet;

- Open Sources non significa fare copia incolla;

- Open Sources non significa rapido, semplice, economico grazie a Google.


Se faccio questo elenco, il perché è semplice: la maggior parte degli esperti OsInt che ho incontrato hanno un’idea di essa totalmente distorta. E da quello che mi hanno confermato anche molti studenti, chi dovrebbe insegnarla, è evidente che non l’ha mai fatta.

Poiché questa non è comunque una lezione sull’OsInt, ma una commedia virulenta, basterà qui dire che casualmente, quando per fare OsInt bisogna “pomparsi” centinaia e centinaia di pagine di carta, per le quali sono necessari anni di studio nei campi più disparati (dalla psicologia sociale all’islamistica, dalla comunicazione interculturale alla statistica), gli esperti spariscono.

Con questo non voglio dire che gran parte delle attività informative non possano essere fatte attraverso le fonti aperte, tutt’altro. Il problema è che la disponibilità delle informazioni, di per sé, non è sufficiente per produrre Intelligence. Questa è infatti un processo che richiede una capacità di analisi che si fonda su competenze, approcci, talento. E che deve essere sostenuta anche da altre branche (la HumInt, la ImInt, etc.), oltre che da un processo ben assettato.


Si, ok, ma quindi che avemo da fa’? E che c’entra con la Geopolitica?

Una delle prime domande che pongo durante i corsi ai neolaureati è: “tenendo conto che se non avete tre cognomi, certe carriere vi sono precluse, che cosa volete fare da grandi?”. Il mondo del lavoro non ha molte posizioni per chi viene da Relazioni internazionali. La Geopolitica, come disciplina, crea pochi posti. Quello che cerco di fargli capire è che l’analisi, soprattutto quella geopolitica, ha un valore aggiunto solo quando è di supporto a un decisore, sia esso istituzionale o non governativo o aziendale. E quel valore aggiunto sta nella sua capacità di offrire non solo un quadro del presente, ma soprattutto un quadro delle potenziali evoluzioni. In questo senso, la Geopolitica deve farsi predittiva e quindi deve avvalersi degli strumenti dell’Intelligence.

Per creare quel valore aggiunto, bisogna comprendere come oggi il mondo sia un sistema che esplode di complessità, e l’unico modo di affrontare quest’ultima è approcciarsi a essa attraverso un sistema di competenze olistico, multidisciplinare.

Nella foto: l’Uomo Intelligence più sexy del mondo. No, non Saruman, ma l’attore Christopher Lee. Uomo dalla cultura infinita, conosceva inglese, italiano, francese, tedesco. Servì nell’Intelligence della RAF durante le campagne d’Africa e d’Italia. Noto in Italia anche come amatore raffinato. Vorremmo essere tutti come lui, ma siamo sempre un po’ più sfigati.

Le due metafore animali usate nel titolo non sono casuali, e nella mia mente rappresentano un po’ le buone qualità di un analista, fermo restando che come disse un amico, “per fare Intelligence devi essere predisposto”. Con questo non voglio dire che per fare Intelligence bisogna avere uno score sulla WAIS-IV[2] superiore alla media… No, non è vero, sto mentendo: voglio dire proprio questo, bandiamo il politically correct. L’Intelligence richiede specifici processi cognitivi, soprattutto il fare collegamenti complessi, che sono propri di chi ha uno score sopra la media, non me ne vogliano gli altri.


Ma, a parte questa poco comune caratteristica, bisogna essere come dei felini. Avete presenti quei grossi quadrupedi generalmente sornioni, che passano buona parte del loro tempo a dormire? Ne trovate alcuni dentro casa, altri nella savana, a dormire sotto (talvolta sopra) i baobab. Ecco, se vi capita di osservarli mentre cacciano (sì, anche quelli dentro casa), noterete che nonostante il tempo passato a dormire, hanno una perfetta, assoluta, incredibile conoscenza dell’ambiente in cui si muovono e dei comportamenti della preda. Possono passare ore a osservarla, senza muoversi. Per poi “giocarci”, attività che in realtà sottintende lo studio delle sue reazioni. Ecco, un analista deve essere come quei felini: la sua conoscenza non deve porsi limiti, deve padroneggiare l’ambiente e immaginare ogni possibile evoluzione nel comportamento degli attori presenti sulla scena.


Avete presenti i molossoidi? Sono cani che sin dagli albori erano usati come mastini da guerra. Alcuni di essi, come il Rottweiler, il Dogo, l’American Staffordshire Terrier, sono ritenuti cani pericolosi. Questo perché, come detto, spesso i giornali prendono fischi per fiaschi. Nella realtà furono selezionati non solo per la loro capacità di cooperare con l’uomo, ma anche per la difesa dei bambini. Ad ogni modo, chi li conosce sa che hanno questa simpatica caratteristica: una volta che gli avete lanciato un gioco (o un braccio, se siete ostili), difficilmente lo molleranno. Un analista deve essere come un molossoide: afferrato un soggetto, non deve più mollarlo, deve stringere più forte; deve andare in profondità, morderne l’osso: per comprendere il terrorismo islamico, dovete studiare sociologia dell’Islam, con i libri sullo Stato Islamico ci fate poco, a parte i copia incolla. Se dovete comprendere i conflitti etnici, dovete avere una padronanza dell’antropologia culturale e della psicologia dell’identità culturale che sia assoluta. Se dovete supportare l’internazionalizzazione di un’azienda, dovete conoscere il management interculturale e le culture organizzative aliene a menadito. Se dovete analizzare le dinamiche socioculturali delle élite di un paese estero, dovete mangiare pane e psicologia sociale.

Se non avete queste caratteristiche, se il vostro tempo non lo spendete a conoscere, a comprendere, a studiare, il mestiere di analista non fa per voi, ancorché abbiate sette master in Intelligence e Security.


>>> Alessandro Vivaldi sarà uno dei docenti della prossima edizione, online, del corso "RISIKO! Strumenti e pratiche per l'analisi geopolitica e l'OsInt", i cui dettagli saranno resi noti a breve.

*Mi rendo conto, a distanza di anni e rileggendo la dedica «finalmente potrai entrare nella ristretta cerchia di chi può dire “conosco qualcuno all’O.C.S.”», che quelle persone sono state determinanti per la mia evoluzione, e che non ho mai avuto modo di ringraziarle davvero. Quindi, anche se non leggeranno, voglio ricordarli:

· il Tenente The Rock, che alternava lunghe lastrine sul SIOS (in cui mi fece una capa tanta con la Convenzione di Ginevra) all’ascolto di Dream Theater, Steve Vai e Yngwie Malmsteen. Ho ancora il suo cd in cui suona la chitarra come una bestia;

· il Maresciallissimo Pilone, veterano di Bosnia e Afghanistan, che mi ha insegnato l’istinto per la HumInt;

· il Capitano: immaginate essere un fante piuttosto basso in un reggimento dove chi scrive (182cm) era il più nano, e generare il terrore in chiunque; una volta mi disse: «se Dio ti ha dato l’intelligenza, hai il dovere di farla fruttare».



Note [1] Il Colonnello Giovanni Conio, già in forza al II Reparto di SMD e alla Scuola Interforze di Formazione Intelligence, ha estensivamente trattato i fondamenti dell’Intelligence; i suoi scritti sono disponibili sul suo profilo Academia. [2] Wechsler Adult Intelligence Scale, IV Ed. (2008, 2013 in versione italiana). Attualmente una delle metodologie maggiormente in uso nella comunità scientifica per misurare le abilità cognitive degli adulti. L’edizione V è attualmente in fase di test e dovrebbe essere rilasciata nel 2021.


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