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La lotta per il sostentamento – La dipendenza energetica italiana

Aggiornamento: 26 lug 2022

Figura 1 credit: QualEnergia

Il nostro Paese ha un intrinseco problema quando si parla di materie prime energetiche, ne è sprovvisto. Per poter quindi soddisfare le nostre necessità, ci siamo resi fortemente dipendenti da nazioni sia affacciate sul bacino Mediterraneo che al di fuori dei confini dell’UE.


L’ultimo biennio è stato, ed è, particolarmente rilevante sotto questo punto di vista sia a causa della pandemia da Covid-19 che per la recente esplosione del conflitto tra Russia e Ucraina. Da un lato, la pandemia ha imposto grossi blocchi al movimento in generale, mentre il conflitto iniziato da Vladimir Putin ha fatto sì che, nel tentativo di fermare la macchina da guerra di Mosca, l’Unione Europea varasse delle sanzioni volte a colpire l’export di quelle materie prime sulle quali più si basa la bilancia commerciale russa, ovvero quelle energetiche. Ciò ha comportato, e comporterà, un crescente aumento dei prezzi, che avranno inevitabilmente le ricadute maggiori su quei Paesi europei che di più dipendono da fonti estere per il loro fabbisogno.


Il fatto che la Russia, per l’Italia e per l’Unione, sia il principale fornitore di gas (circa il 45% delle importazioni europee) oltre che di carbone (45%) e di petrolio (25%), ci espone a potenziali oscillazioni dei prezzi decisamente pericolose e, nell’ipotesi di un blocco totale delle forniture, agli scenari peggiori. Il settore energetico è tra i più remunerativi per la Russia. Secondo le stime di Igor Makarov, ricercatore alla Higher School of Economics di Mosca, i combustibili fossili pesano per il 14% della sua produzione economica, e le entrate da questi derivanti rappresentano più del 40% del bilancio della Federazione. Ciò ha permesso a Mosca, nel corso degli ultimi anni, di accumulare circa 630 miliardi di dollari in riserve estere.


Guardando al nostro interno, secondo i dati del Ministero dell’Economia, l’attuale tasso di crescita italiano vede un aumento per il 2022 pari al 2,9%, ma un blocco totale del gas russo potrebbe portarlo sotto la soglia del 2,3% registrato nel 2021. Le fonti rinnovabili sono in forte crescita nel nostro Paese, ciononostante si è assistito a un rallentamento dal 2014 ad oggi, con solamente un aumento del 3% tra il 2015 e il 2019, a fronte di una media europea del 13%.


Il fatto che la dipendenza europea vada di pari passo con quella russa[1], in maniera reciproca, non deve trarre in inganno relativamente alla nostra strutturale mancanza di alternative, vero e proprio tallone d’Achille sì europeo, ma soprattutto italiano: la mancanza di lungimiranza nostrana ha infatti portato ad aumentare l’import di combustibili fossili piuttosto che a sviluppare le potenzialità territoriali relativamente alle fonti di energia rinnovabile.


1. Il grado e il costo della dipendenza


Prima di determinare le criticità dal punto di vista strategico, è bene andare a definire a quanto ammonta, e per quali settori, il consumo energetico italiano. Secondo dati del 2020, la potenza installata nel nostro Paese si assestava a circa 120,4 GW (GigaWatt), con i consumi che erano attribuibili per circa il 44,1% all’apparato industriale, per il 30,2% a quello dei servizi, per il 23,3% dall’uso domestico e per il 2,2% per l’agricoltura. Tra i settori maggiormente richiedenti, da citare quello manifatturiero, responsabile del 39% dei consumi, seguito da quello metallurgico e commerciale (7,4%).


Nello stesso anno Terna ha rilevato un fabbisogno annuale di circa 301,2 TWh (TeraWattora, ovvero potenza elettrica necessaria misurata nell’arco di un’ora), in riduzione del 5,8% rispetto all’anno precedente, la quale è stata soddisfatta per circa l’89,3% (269 TWh) dalla produzione interna, mentre il restante è stato compensato attraverso l’importazione estera. Per sostenere la produzione interna, nel 2021 è stata importata una quantità di combustibili fossili pari a circa ¾ della domanda energetica italiana, con il restante quarto soddisfatto dalla produzione nazionale, la quale è rappresentata principalmente da fonti rinnovabili. Tra i principali fornitori di fonti fossili troviamo la Russia (25%), l’Algeria (15%), l’Azerbaijan (13%) e la Libia (9%). A queste si affianca la nostra produzione nazionale che è pari a 5% del totale.

Figura 2 I principali fornitori di combustibili fossili (CREDIT: Italy for Climate)

La nostra relazione con la Russia è di particolare interesse, essendo l’unico Paese dal quale dipendiamo per tutte le risorse fossili che utilizziamo (per il gas è il nostro primo fornitore). Nello specifico, i principali Paesi da cui importiamo petrolio, gas e carbone sono in numero limitato. Oltre al colosso euroasiatico, tra gli altri troviamo:

  • Stati Uniti (per il carbone);

  • Algeria, Azerbaijan e Qatar (per il gas);

  • Azerbaijan e Libia.

Secondo i dati del Ministero dello Sviluppo economico, attualmente l’Italia possiede riserve accertate di gas e petrolio pari rispettivamente a 46 miliardi di metri cubi e 73 milioni di tonnellate (che alimenta il 7% della produzione interna), le quali garantirebbero un’autonomia energetica variabile tra i 7 e i 30 mesi circa, nell’ipotesi di uno stop totale alle importazioni.


Secondo i dati del Ministero dello Sviluppo economico, attualmente l’Italia possiede riserve accertate di gas e petrolio pari rispettivamente a 46 miliardi di metri cubi e 73 milioni di tonnellate (che alimenta il 7% della produzione interna), le quali garantirebbero un’autonomia energetica variabile tra i 7 e i 30 mesi circa, nell’ipotesi di uno stop totale alle importazioni.


Guardando all’Europa, la sua dipendenza da fonti esterne è causa sia del ridotto utilizzo di fonti rinnovabili che a fattori di carattere tecnico, come lo spegnimento di alcuni reattori nucleari e un minor output nei parchi eolici offshore presenti nel Nord Europa. In aggiunta, pur essendo una parte minoritaria, la produzione europea di gas naturale ha registrato un calo sia a causa del graduale esaurimento del giacimento di Groningen, in Olanda, che da una minore estrazione nei pozzi del Mare del Nord. Come registrato dall’ARERA (Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente), il prezzo del gas in Europa, nel 2021, è passato da 21 a 120 euro a MWh, con un rincaro pari al 500%. Se si considera che oggi l’energia elettrica, sul suolo europeo, viene prodotta utilizzando per l’appunto il gas è facile osservare la correlazione con il recente aumento dei prezzi che la popolazione sta affrontando, e questo è vero soprattutto per il nostro Paese, che ne è più dipendente.


2. Quali possibilità?


Sebbene la situazione odierna sia fortemente caratterizzata da fattori esterni, permane il fatto che la nostra dipendenza non sia più sostenibile. Uno dei primi passi da attuare è puntare maggiormente sulla produzione nazionale, oggi ferma al 5% del nostro fabbisogno di fossili e soprattutto incentrata sull’estrazione del petrolio, benché le nostre riserve siano molto contenute. Il tutto, avendo ben chiaro che, nel breve termine, una soluzione volta alla quasi indipendenza energetica sia impossibile.


2.1 Partner alternativi


È notizia recente che, a seguito dell’intesa raggiunta tra il governo italiano e quello algerino, l’Amministratore Delegato di ENI, Claudio Descalzi, e il presidente dell’algerina Sonatrach, Toufik Hakkar, abbiano firmato un accordo relativamente l’aumento delle forniture di gas, con un target di 9 miliardi di metri cubi aggiuntivi (rispetto ai 22,6 del 2021) da raggiungere nel 2024, il cui scopo è chiaramente quello di ridurre la dipendenza italiana da Mosca. Il piano iniziale prevedeva un aumento considerevole già nell’anno corrente, con un’entrata a regime nel 2023, ma l’accordo finale è stato trovato su tempistiche più lunghe.


L’entrata a regime sarà progressiva, con circa tre miliardi di metri cubi di gas aggiuntivi per il 2022 e sei nell’anno successivo, per poi raggiungere la piena capacità appunto nel 2024. L’operazione permetterà di ridurre di circa un terzo le importazioni dalla Russia, e il gasdotto Transmed, che collega Algeria e Italia passando per la Tunisia, sarà il fulcro degli equilibri energetici mediterranei.

Figura 3 Il gasdotto Transmed (credit: ENI-Sonatrach)

Sulla stessa scia, si sono affiancati anche gli accordi con Congo, Angola e Mozambico, con l’obiettivo di stabilire nuovi accordi per forniture aggiuntive a medio/lungo termine.


Nello specifico, l’accordo con Kinshasa, firmato dal ministro congolese per gli idrocarburi Bruno Jean-Richard Itoua e l’entourage italiano precedentemente citato, garantirà all’Italia una fornitura addizionale superiore alle 3 milioni di tonnellate di Gas Naturale Liquefatto, con la piena capacità che verrà raggiunta nel 2023. Questo accordo di fornitura è particolarmente interessante soprattutto perché, come contropartita, ENI lavorerà con il governo dello Stato africano per promuovere varie iniziative, tra le quali l’adozione di fonti di energia rinnovabile, un aiuto nello sviluppo della filiera agricola e la cattura, impiego e immagazzinamento della CO2.


Relativamente al Mozambico, di particolare interesse è il bacino di Rovuma, a largo delle coste del Paese, dove è situato il giacimento di Coral. Lì ENI è presente con una gigantesca piattaforma galleggiante di liquefazione del GNL, la Coral-Sul FLNG, la quale ha il compito di estrarre e gestire il gas proveniente da quell’area.


Infine, dall’Angola è prevista una fornitura complessiva pari a un miliardo di metri cubi (capacità che sarà raggiunta nel 2023).


Nonostante questi risultati con partner storici e nuovi, è bene considerare anche i vari fattori di rischio. Benché questi nuovi accordi diano una concreta possibilità allo sviluppo di un empowerment della popolazione locale, parallelamente rischiano una destabilizzazione dell’area dovuta alla sete di materia prima. È appunto il caso della zona di Cabo Delgado proprio in Mozambico, letteralmente presa d’assalto non soltanto da ENI, ma anche da altri colossi come ExxonMobil o dalla Total[2]. Di fatto si è avviato un conflitto a bassa intensità che ha portato, dalla fine del 2017, a circa tremila morti e ottocento sfollati. A ciò si sono aggiunti i disagi generati alla popolazione locale toccata direttamente e forzatamente dislocata per permettere l’espansione dei centri d’estrazione. In queste aree e in queste situazioni, particolarmente alto è il rischio di infiltrazione di gruppi terroristici che mirano direttamente alla popolazione per reclutare i loro seguaci. È quindi da valutare il rischio relativo all’investire in zone ad alto rischio come quelle in cui il governo italiano si sta addentrando.


Infine, è recente la notizia relativa alla missione in Israele del Premier Draghi per portare ulteriori forniture di gas naturale attraverso il gasdotto EastMed-Poseidon tramite un accordo con Israele. La fornitura proverrebbe dai giacimenti Leviathan e Tamar, che hanno una capacità totale combinata di circa 900 miliardi di metri cubi, per la maggior parte destinati all’export verso l’Egitto. Questo nuovo gasdotto, che collegherà le acque di Egitto, Cipro e Israele con Italia e Grecia, immetterebbe nella nostra rete circa 12 miliardi di metri cubi all’anno di gas, con un picco raggiungibile di circa 20. Così facendo, i già stretti rapporti italo-israeliani nell’ambito tecnologico vedrebbero un ulteriore approfondimento anche in quello energetico.


2.2 Rinnovabili

Indipendentemente dagli accordi con altri Paesi, le fonti rinnovabili costituiscono, e costituiranno, la miglior arma sia per contrastare i cambiamenti climatici e la riduzione dell’effetto serra, che per arrivare alla neutralità climatica fissata al 2050 dall’UE. Le sfide di carattere tecnico-tecnologico sono comunque importanti, soprattutto se si considera che, nel 2020, su un totale di 280,5 TWh di elettricità prodotta, 260 TWh sono stati generati dai produttori (92,8%), 20,3 TWh dagli autoproduttori (7,2%). Inoltre, è da considerare che l’energia termoelettrica ha coperto il 66,7% della produzione, seguita da quella idroelettrica con il 17,6%, quella fotovoltaica con l’8,9% e infine l’eolica con il 6,7%.


L’aumento degli impianti green è sicuramente importante, con circa 948.979 installazioni raggiunte nel 2020, in aumento del 3,8% per il fotovoltaico (per un totale di 21,65 GW), dell’1,8% per l’eolico (10,91 GW) e dello 0,7% per l’idroelettrico (19,11 GW). Parallelamente, il GSE [3]riporta, in un report del 2019, che il fabbisogno nostrano di fonti rinnovabili ha toccato il 35% della produzione totale di energia in Italia. Di questo, la quota maggiore, pari al 35%, è rappresentata dall’energia idroelettrica, alla quale fa seguito il fotovoltaico (20,4%), seguito dall’eolico (17,4%) e dalle bioenergie (16,9%).


Parallelamente alle classiche fonti appena citate, proprio allo scopo di colmare il fabbisogno attuale del nostro Paese, sono in via di sviluppo nuove e innovative tecnologie, volte a sfruttare fonti di energia marina, basate sia sulle correnti sottomarine, che da moti ondosi o di marea. Lo sfruttamento dell’energia marina non è, in realtà, una ricerca prettamente nuova, dato che vari apparati sono già in via di sviluppo da alcuni anni, specialmente nell’ottica del Working Group Ocean Energy[4] del SET Plan europeo, che ha concepito una roadmap per il suo sviluppo. Quest’ultima fissa il 2025 come termine temporale per lo sviluppo dei dispositivi che abbiano superato la fase di dimostrazione tecnica e finanziaria, per essere poi utilizzati su larga scala entro il 2030. L’obiettivo è ricavare energia meccanica dal movimento dell’acqua, per poi convertirla in energia elettrica. L’energia marina comprende l’energia dal moto ondoso, dalle correnti marine e dalle escursioni di marea, e l’Italia è una delle nazioni più attive nello sviluppo di queste tecnologie. Basti pensare che è tra i sei Paesi europei ad aver adottato politiche specifiche per lo sfruttamento di questa “fonte”, con ben 5 progetti che hanno un “Livello di Maturità Tecnologica” pari o superiore a 7 (TRL7+ nello specifico) su una scala da 1 a 9. Tra questi possiamo annoverare:

  • Il Pewec - Pendulum Wave Energy Converter, un sistema galleggiante, simile a uno scafo semicircolare, in grado di produrre energia elettrica sfruttando l’oscillazione delle onde.

  • Le centrali mareomotrici, le quali sfruttano i movimenti delle maree tramite turbine reversibili. Queste centrali sono efficaci nelle zone dove le variazioni tra bassa e alta marea sono elevati. Durante l’alta marea, l’acqua scorre verso un bacino di accumulo, passa attraverso una serie di condotti e aziona una serie di turbine collegate a dei generatori, e durante quella bassa il ciclo funziona al contrario. Esempio di questo tipo di centrali è presente in Francia, sull’estuario del fiume Rance in Bretagna. La centrale è entrata in funzione nel 2010, tuttavia la sua costruzione ha comportato un fortissimo impatto sull’ecosistema locale, uccidendo quasi completamente la flora e fauna marina. Solo recentemente si è assistito a un ritorno a una situazione di normalità.

  • I sistemi a turbina, i quali possono essere orizzontali o verticali, sfruttano le correnti sottomarine, le quali fanno girare il rotore delle turbine che vanno a produrre elettricità. In Italia, le tecnologie arrivate alla fase di sperimentazione con prototipi di grandi dimensioni sono due: KOBOLD, nello Stretto di Messina, e GEM, nella laguna veneta.

Questi nuovi sistemi devono però essere visti in un ecosistema d’insieme, in particolare la sinergia con l’eolico offshore è di particolare interesse, dato che tutte queste applicazioni condividono elementi di carattere tecnico-tecnologico, infrastrutturale, di approvvigionamento e sottostanno alle stesse politiche di incentivazione e autorizzative. Nello specifico, tre sono i progetti relativi all’eolico offshore attualmente in via di sviluppo:

  • Il parco eolico offshore di Taranto, con il progetto che solo nel 2019 ha ottenuto tutte le autorizzazioni e ha avuto avvio. Questo conterà 10 turbine, per una produzione annuale stimata in circa 80 GWh.

  • Il 7Seas Med, nel Canale di Sicilia, il quale avrà una potenza stimata di 250 MWh, sufficienti per il fabbisogno annuale di 80.000 abitazioni.

  • Il progetto di Energia Wind 2020 Srl, in fase di discussione al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, datato marzo del 2020, il quale prevede la costruzione di un impianto eolico a largo della costa tra Rimini e Cattolica. Il progetto dovrebbe avere una potenza prevista di 330 MW e una produzione annua di circa 703 GWh.

Conclusioni


È chiaro che si debba invertire questa spirale che ci lega indissolubilmente ad altri Stati per soddisfare il nostro fabbisogno, ed è stato dimostrato che con interventi straordinari, l’ottimizzazione energetica e una forte spinta alle rinnovabili potremmo renderci meno dipendenti nel giro di pochi anni. Seguendo questa strada, sarebbe possibile raggiungere gli obiettivi di transizione energetica previsti dalla Roadmap per la neutralità climatica italiana, arrivando nel 2030 a coprire più della metà del nostro fabbisogno (il 54%) con fonti energetiche nazionali (ad oggi al 23%). Benché nuove tecnologie siano già presenti e in funzione, è necessario valutarne bene i costi e gli impatti che possono avere sulla flora e fauna locale, considerando anche il lato delle tempistiche burocratiche, che da sempre sono un nostro triste primato, e l’abbattimento dei costi di queste. Il nostro Paese, e in generale l’intera Unione Europea, si trovano a fronteggiare un’immensa sfida, dettata da circostanze altrettanto particolari, che non si verificavano da decenni. È e sarà vitale proseguire sulla strada dell’interdipendenza e delle fonti rinnovabili, per riuscire a raggiungere tutti gli obiettivi prefissati.

(scarica l'analisi)

La dipendenza energetica italiana_Alessandro Galbarini
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Note

[1] Si parla di introiti per Mosca pari a 700 milioni di euro al giorno [2] https://www.africarivista.it/cabo-delgado-o-cabo-dimenticato-il-rebus-delleldorado-mozambicano/187506/ [3] Gestore dei servizi energetici, società italiana statale che ha il compito di promuovere e sviluppare le fonti di energia rinnovabili [4] Il quale è, per altro, presieduto dall’ENEA, ente operante nei settori energetico, ambientale e tecnologico



Bibliografia/Sitografia

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