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Il Libano al buio: panoramica sull’attuale crisi del settore energetico libanese

Aggiornamento: 20 gen 2022

1. Introduzione


Il Libano attuale è ciò che si potrebbe definire una nazione in via di fallimento. La crisi economica e politica che ha portato ai recenti scontri di piazza a Beirut, nei quali sette persone hanno perso la vita, ha radici profonde. Un timido tentativo di attribuirle una cronologia potrebbe partire dalle ormai decennali proteste che, nell’autunno 2019, portarono alle dimissioni del primo ministro Sahed Hariri. All’epoca, sotto la lente d’ingrandimento dei manifestanti finirono alcune iniziative del governo volte a ridurre il disavanzo pubblico e fronteggiare una stagnazione economica che, complice anche la crisi migratoria che ha coinvolto la vicina Siria e che ha portato, secondo i dati dell’UNHCR, almeno 1,5 milioni di richiedenti asilo in Libano, è peggiorata a tal punto che, sempre secondo le Nazioni Unite, i tre-quarti della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà. Tra le misure adottate, l’aumento delle imposte sui carburanti fu percepita in maniera marcatamente negativa dalla popolazione libanese data la grande importanza che diesel e benzina ricoprono nel settore energetico nazionale, e non solo quindi per quanto concerne il trasporto pubblico e privato.

Figura 1 Il Libano soffre le conseguenze di diffusi e prolungati blackout che costringono molte famiglie al buio

Pur non segnalando un gran numero di casi, almeno inizialmente, da più di un anno la crisi pandemica da COVID 19 ha ottenuto il duplice risultato di mettere a dura prova il sistema sanitario nazionale e spegnere le, comunque, flebili speranze di ripresa del cosiddetto paese dei Cedri. Speranze che hanno subito un altro scossone il pomeriggio del 4 agosto 2020 in seguito alla detonazione di quasi tre tonnellate di nitrato d’ammonio che azzerò il porto di Beirut e con esso la principale porta commerciale del Libano. Per molti aspetti, l’evento fu un vero e proprio colpo di grazia tanto a livello economico quanto sociale.


Tuttavia, appare quantomeno azzardato riconoscere a tale – seppur drammatico – evento la genesi di tutti i mali.


Guardando più da vicino al settore energetico, appaiono evidenti i numerosi elementi di fragilità e scarsa efficienza che ne costituiscono i tratti salienti sin dalla fine della guerra civile (1990) e anche successivamente alla Rivoluzione dei Cedri (2005). Questa analisi mira a tracciare un identikit delle principali criticità che, tenendo conto del particolare momento storico, non fanno che gravare sulla vita quotidiana e contribuiscono a rendere il Paese suscettibile ai cambiamenti di tipo geopolitico che interessano la regione mediorientale.


2. Il settore energetico libanese


Contrariamente a quanto si possa pensare per una nazione mediorientale, ad oggi, non è possibile conferire al Libano il titolo di petro-Stato, e tantomeno annoverarlo tra le nazioni produttrici di gas naturale. Il motivo è molto semplice: finora, gli studi effettuati sul sottosuolo libanese non hanno evidenziato altro che “tracce” di un qualsivoglia sistema petrolifero, ovvero di quegli elementi e processi tipici della geologia petrolifera[1]. Per i suoi approvvigionamenti energetici il Libano è, dunque, quasi esclusivamente dipendente dalle importazioni rintuzzando la sua sete di combustibili fossili dal mercato internazionale del petrolio e del gas naturale. Nel 2014, le importazioni di greggio e prodotti derivati ammontavo a circa 4,7 miliardi di dollari, un quarto delle importazioni totali e circa il 10 % del PIL del Paese[2]. Secondo i dati offerti dall’Observatory of Economic Complessity (OEC), circa il 40% delle importazioni di prodotti petroliferi raffinati proviene dalla Grecia, un partner economico e strategico fondamentale per gli equilibri del Mediterraneo orientale. Tuttavia, questo dato è il segno evidente che il Paese non solo non possiede risorse proprie, ma non è neppure dotato delle strutture necessarie a trasformare le materie prime che importa in prodotti energetici immediatamente consumabili. Significativamente, anche l’Italia partecipa per un volume totale di esportazione di petrolio raffinato verso le coste libanesi pari a poco meno di 500 milioni di euro.


Dal 2012, la Lebanese Petroluem Administration (LPA), ente pubblico autonomo incaricato della pianificazione, supervisione e gestione delle attività cosiddette upstream (estrazione e produzione) all’interno della Zona Economica Esclusiva (ZEE) libanese, è responsabile della concessione dei permessi estrattivi. La sua istituzione avvenne in seguito a una serie di studi sismici che stimarono la presenza di ingenti riserve di gas naturale, circa 720 bmc (miliardi di metri cubi), a largo delle coste mediterranee libanesi.

Figura 2 Mappa dei blocchi esplorativi al largo delle coste libanesi. Credits: Lebanese Petroleum Administration

Dei 10 blocchi estrattivi in cui è stata suddivisa la ZEE, le uniche allocazioni hanno finora interessato il blocco 4 e il blocco 9 entrambi andati a un consorzio internazionale formato dalla francese Total, la russa Novatek e l’italiana ENI. Tuttavia, le prime attività estrattive condotte all’interno del blocco 4 non hanno ancora condotto a nessuna scoperta commerciale degna di nota. Tanto che, alla luce della attuale situazione di estrema volatilità dei prezzi del greggio, in molti si domandano quando e se il Libano diventerà mai una nazione produttrice di idrocarburi[3].


La questione acquista ancora più importanza alla luce del fatto che la generazione di elettricità è altresì fortemente dipendente dai combustibili fossili. Secondo i dati raccolti dal Regional Centre for Renewable Energy and Energy Efficiency (RCREER), l 94% del consumo totale di energia primaria è di origine fossile, così come l’88 % della capacità installata di energia nel Paese deriva dalla combustione di idrocarburi. Il restante 12% è parzialmente coperto dalla produzione proveniente da fonti di energia rinnovabile, idroelettrico su tutti, ma anche fotovoltaico.

Figura 3 Sede dell’Électricité du Liban (EDL), ente pubblico che regola il settore energetico libanesi.

Dal lato amministrativo-burocratico, l’Électricité du Liban (EDL) è l’ente pubblico responsabile per la generazione, trasmissione e distribuzione di circa il 90% dell’energia elettrica in Libano ed è sotto diretto controllo del Ministero dell’Energia e dell’Acqua (Ministère de l’Énergie e de l’Eau). Il settore, dunque, risulta fortemente centralizzato con l’EDL che esercita un quasi-monopolio; la maggior parte della capacità energetica installata è concentrata in sette centrali termiche concentrate lungo la costa e dunque in prossimità delle aree più popolose e importanti, da un punto di vista economico, del Libano. Dal 2018 ad oggi, la capacità reale di queste centrali ha subito un forte ridimensionamento frutto delle difficoltà nei rifornimenti di idrocarburi e di importanti deficit strutturali che sin dagli anni ’50 del secolo scorso penalizzano la produzione e distribuzione dell’elettricità nel Paese. Si stima infatti che circa un quarto della generazione elettrica si “perda” a causa della scarsa efficienza infrastrutturale dell’EDL[4].


3. Una questione di sicurezza energetica


Un tema centrale quando si guarda al settore energetico libanese, e in particolare alla produzione di elettricità, è quello della sicurezza energetica.

Dati: varie fonti tra cui la Banca Mondiale

Secondo dati raccolti dalla Banca Mondiale, nel 2018, appena il 67% della domanda di elettricità in Libano è stata soddisfatta a causa delle marcate insufficienze infrastrutturali che ne caratterizzano il (mal) funzionamento del settore. Il cosiddetto power gap ovvero la differenza tra domanda e offerta di elettricità ancora oggi si attesta a circa 1 GW e sta alla base delle interruzioni di corrente che periodicamente, e in maniera più intensa dal 2020, lasciano al buio per ore parte della popolazione. Si calcola che questi “singhiozzi” possano variare dalle 3 alle 20 ore al giorno a seconda della regione e della località. Negli ultimi mesi, in alcune aree si sono verificate interruzioni fino a 22 ore consecutive[5].


La matrice di tale problematica è duplice. In primis, l’anacronistico fissaggio dei prezzi dell’elettricità a valori stabiliti nel 1994 rende il prezzo al consumatore quasi la metà – 9 cent/kWh – di quello necessario per produrla – 17 cent/kWh. Condizione favorita dall’ancoraggio della Lira libanese (LBP) al dollaro statunitense, ma che nel tempo ha alimentato perdite per le casse dello Stato pari a svariati miliardi di dollari. Nel 2018 soltanto, questo deficit si è attestato a $ 1,4 miliardi secondo le stime[6].


In secondo luogo, ma strettamente legato all’impossibilità di reperire risorse utili, l’inconsistenza degli investimenti infrastrutturali che sarebbero necessari per garantire al Paese un’adeguata fornitura energetica. La razionalizzazione dell’elettricità ha dato luogo a un fiorente mercato dei generatori, o gruppi elettrogeni. In realtà, queste fonti alternative – e autonome- di energia sono iscritte nel contesto socioeconomico libanese sin dai tempi della guerra civile. All’epoca i continui boicottaggi delle reti elettriche perpetrati ai danni delle fazioni opposte alimentarono il ricorso a sistemi compensatori per poter fornire di elettricità i centri abitati. All’indomani della Rivoluzione dei Cedri (2005), l’utilizzo dei gruppi elettrogeni è tutto fuorché diminuito, tanto che nel 2019, secondo la Banca Mondiale, i generatori hanno rifornito di energia ben l’84% delle famiglie libanesi durante le ore di razionamento.


Il sistema dei generatori rappresenta un vulnus economico e amministrativo in quanto operante al di fuori del controllo statale; un vero e proprio secondo strato infrastrutturale, parallelo a quello ufficiale dell’EDL. Per usufruire di questi generatori di quartiere è necessario, infatti, sottoscrivere un “abbonamento” con il proprietario, molto spesso una persona politicamente vicina ai quadri dirigenziali che dominano in quell’area. Un sistema di questo tipo, evidentemente, non fa che favorire l’affiliazione per religione, ceto o gruppo politico di riferimento con episodi che possono sfociare nella coercizione in cambio dell’accesso all’elettricità. Attualmente, il 66% delle abitazioni in Libano si rifornisce di elettricità da un gruppo elettrogeno e, secondo le stime, la spesa media per il rinnovo di un abbonamento raggiunge l’8,4% del reddito per il 46% di queste.


L’attuale funzionamento del settore energetico libanese acquisisce un’aurea ancor più paradossale se ci si concentra sul fatto che i cittadini sarebbero, in linea teorica, tenuti a pagare non una, ma ben due bollette per l’elettricità: quella destinata all’EDL e quella per l’utilizzo del generatore a diesel.


Nel frattempo, il paese sta soffrendo quello che secondo gli esperti è il peggiore collasso economico degli ultimi 150 anni. Il particolare momento storico attraversato dal Paese è contrassegnato da un’inflazione galoppante che a ottobre ha registrato il 173,6% rispetto all’anno precedente e prosciugato le riserve monetarie libanesi bloccando le importazioni, fondamentali per l’approvvigionamento di generi alimentari e di prima necessità, carburante incluso[7]. Un’emergenza che sembra non conoscere soluzioni di continuità e che si manifesta con vere e proprie zuffe tra i corridoi dei supermercati e correntisti che prendono d’assalto gli sportelli bancari non appena si sparge la notizia di nuove liquidità. A peggiorare ulteriormente la situazione, lo scorso settembre il governo del Primo Ministro Najib Mikati ha deciso per lo smantellamento dell’imponente catafalco di sussidi sul quale poggiava la vendita del carburante. La decisione ha pesantemente contribuito all’aumento esponenziale del prezzo dei carburanti. In particolare, quello del diesel che, nell’arco di appena due mesi, è cresciuto del 220% passando da poco meno di 100 LBP/20 l a più di 300 LBP/20 l. Il confronto con lo stesso periodo dell’anno precedente, poi, appare ancora più impietoso: + 2022%.

Fonte: Ministero dell’Energia e dell’Acqua
Figura 4 Variazione dei prezzi del carburante Q2-Q3 del 2021 (LBP/20 l). Fonte: Ministero dell’Energia e dell’Acqua.

Con l’obiettivo di calmierare gli aumenti, il governo libanese ha aperto alle importazioni di petrolio dall’Iraq attraverso l’emiratina ENOC (Emirates National Oil Company) in virtù della già citata mancanza di strutture per la raffinazione richiesta dalle centrali termiche controllate dall’EDL. Tuttavia, quelli di Baghdad non sono gli unici barili che stanno confluendo all’interno del Paese. Negli ultimi mesi si è rinvigorito infatti il contrabbando di greggio e altri idrocarburi provenienti dall’Iran, Paese sciita e finanziatore di Hezbollah. Lo scorso 16 settembre, nel pieno della crisi energetica libanese, il confine nord-orientale con la Siria è stato teatro del transito di venti camion trasportanti ciascuno 50 mila litri di petrolio che lo stesso ministro degli esteri Iraniano aveva annunciato in precedenza con un video poi ripubblicato dai canali Twitter istituzionali di Teheran. Il governo di Beirut, dal canto suo, da anni collabora con gli Stati Uniti per garantire il rispetto del regime sanzionatorio che Washington ha imposto nei confronti di Iran e Siria. Tuttavia, la grande influenza che Hezbollah riesce a imporre a livello istituzionale con la presenza di propri ministri all’interno del governo, rende difficili le operazioni di controllo.


Il puzzle geopolitico che si sta delineando attorno alla fornitura di idrocarburi e più in generale il settore energetico vede aggravarsi la spaccatura all’interno della cosiddetta “Alleanza 8 marzo” (taḥāluf 8 adhār), coalizione politica sostenitrice dell’attuale esecutivo e, come detto, comprendente fazioni riconducibili alle componenti libanesi cristiano-maronita, sunnita e sciita tra cui Hezbollah. Da un lato, il ruolo di quasi egemone che quest’ultima ricopre in vaste aree del Paese, in particolare nelle regioni nord-orientale e meridionale al confine con Israele. Dall’altro, vi è la volontà neppure troppo convinta delle altre fazioni governative di rispettare l’ancoraggio occidentale, con gli Stati Uniti in primis, ma anche con la Francia che sotto l’impulso del Presidente Emmanuel Macron ha riallacciato i legami col Paese dei Cedri in particolar modo dopo gli eventi dell’Agosto 2020.


4. Conclusioni


L’attuale strategia del governo libanese per dotare il Paese di un sistema produttivo e distributivo in grado di azzerare il power gap corre lungo un doppio binario: favorire lo sviluppo delle rinnovabili e proseguire con le attività d’esplorazione nel Mediterraneo orientale. Per quanto riguarda il primo punto, il Libano è una delle poche nazioni mediorientali ad aver fissato un target di riduzione a 0 delle emissioni entro il 2050. Per raggiungere tale obiettivo, nel 2016 il National Renewable Energy Action Plan (NREAP), il documento che delinea il piano quinquennale del governo in materia di energia sostenibile, prevedeva di raggiungere entro il 2020 il 12% di energia rinnovabile. Secondo dati ufficiali, alla fine del 2019, la quota di energia proveniente dallo sfruttamento di risorse rinnovabili oscillava tra il 4% e il 6%. Ad oggi, il nuovo NREAP 2025 non è ancora stato pubblicato, ma secondo recenti dichiarazioni del ministro Fayyad, il Paese ha tutte le intenzioni di concentrare gli investimenti sul fotovoltaico.


Sul versante delle esplorazioni nel Mediterraneo orientale, la pandemia ha segnato un rallentamento nelle operazioni. L’allocazione dei restanti otto blocchi è stata posticipata a data da destinarsi nonostante il piano del Ministero – e dell’EDL - sia quello di sostituire il petrolio utilizzato per la generazione elettrica con il gas naturale. Tuttavia, le prime trivellazioni non hanno dato i risultati sperati e gli investimenti potrebbero ben presto virare su altri e più incoraggianti obiettivi. Realisticamente, la migliore speranza per il Libano di trovare le risorse di cui necessita per garantire la sicurezza degli approvvigionamenti energetici risiede nella sua capacità di attrarre aiuti internazionali[8]. Allo stato attuale, appare però difficile ipotizzare che il governo riesca nell’intento di scardinare lo status quo e apportare le riforme necessarie a modificare l’impianto amministrativo che regola il settore, almeno nel breve-medio periodo.


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Note

[1] Gli studi risalirebbero al 2020, mentre di “tracce” parlò l’allora ministro dell’Energia e dell’Acqua, Raymond Ghajar, sostituito lo scorso settembre da Walid Fayyad. [2] Calcolo effettuato su dati forniti dalla Banca Mondiale. [3] L. HAYTAYAN e A. SAYNE, Oil and Gas in Lebanon: Time to Rethink Expectations, Natural Resource Governance Institute, novembre 2021 [4] H. L. MOORE e H. COLLINS, Decentralised Renewable Energy and prosperity for Lebanon, Energy Policy, Elsevier, Volume n.137, febbraio 2020 [5] France 24, Lebanon power station to restart after fuel delivery, 10 luglio 2021 [6] J. OBEID, Lebanon’s new electricity plan, Executive Magazine, 7 maggio 2019 [7] Dato sull’inflazione da Central Administration of Statistics, Republic of Lebanon [8] Reuters, Lebanon's PM says IMF talks progressing well, Reuters, 8 novembre 2021


Bibliografia/Sitografia

  • A. AHMAD, Distributed Power Generation for Lebanon: Market Assessment and Policy Pathways, World Bank, Washington DC, 2020

  • J. OBEID, Lebanon’s new electricity plan, Executive Magazine, 7 maggio 2019

  • France 24, Lebanon power station to restart after fuel delivery, 10 Luglio 2021

  • France 24, Lebanon raises fuel prices as subsidies are phased out, 10 Luglio 2021

  • International Crisis Group, Managing Lebanon’s Compounding Crises, International Crisis Group, Middle East Report N.228, 28 ottobre 2021.

  • L. HAYTAYAN e A. SAYNE, Oil and Gas in Lebanon: Time to Rethink Expectations, Natural Resource Governance Institute, novembre 2021

  • H. L. MOORE e H. COLLINS, Decentralised Renewable Energy and prosperity for Lebanon, Energy Policy, Elsevier, Volume n.137, febbraio 2020

  • Reuters, Lebanon's PM says IMF talks progressing well, Reuters, 8 novembre 2021

  • R. SALAMEH e R. CHEDID, Economic and geopolitical implications of natural gas export from the East Mediterranean: The case of Lebanon, Energy Policy, Elsevier, Volume 140, maggio 2020.

  • United Nations, Lebanon: almost three-quarters of the population living in poverty, UN, 3 settembre 2021

  • UNDP-CEDRO, Energy Efficient Home Appliances: Perspectives from Lebanese Consumers, UNDP-CEDRO, Beirut, Lebanon, 2018

  • UNHCR, Global Trends: Forced Displaced in 2019, UNHCR, Ginevra, Svizzera, 18 giugno 2020

  • World Bank. Lebanon Electricity Transmission Project P170769, World Bank, 2019

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