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Le disfunzionalità socio-economiche del modello consociativo libanese

(di Francesco Cavalluzzo)

1. Introduzione

Dall’ottobre 2019 il Libano è attraversato da un forte movimento di protesta che ha raggiunto livelli inediti e senza precedenti. Le proteste sono il risultato di una situazione di profonda crisi economica e sociale che negli ultimi mesi del 2019 ha raggiunto il suo apice. Il Paese ha toccato allarmanti livelli di deficit e un debito pubblico pari all’incirca al 150% del PIL. Esso deve inoltre far fronte a livelli di povertà e di disoccupazione in costante crescita. Si stima che circa un terzo della popolazione libanese viva al di sotto della soglia di povertà definita di 1.90 dollari al giorno. Nel frattempo la forbice delle disuguaglianze sociali continua ad allargarsi. Recenti dati mostrano che il 10% della popolazione libanese possiede circa il 55% della ricchezza del Paese. Inoltre questa stessa percentuale di popolazione ha visto un aumento delle proprie disponibilità economiche, che sono passate dal 5% al 15% tra il 2005 e il 2014. A ciò si aggiunge un servizio pubblico e un sistema infrastrutturale al collasso e un sistema finanziario che testimonia una costante contrazione della liquidità. I depositi di dollari nelle banche si stanno prosciugando a causa di fughe di capitali e la valuta statunitense diventa sempre più irreperibile. Ciò è particolarmente dannoso per un Paese che importa gran parte dei beni che consuma.

Questa grave situazione socio-economica è il risultato di una fallimentare e disfunzionale governance che ha rafforzato meccanismi clientelari e corruttivi, così come una cultura dello spreco, i quali hanno ostacolato lo sviluppo di un processo razionale di police-making. A ciò si aggiungono meccanismi di politica economica che, soprattutto a partire dalla fase della ricostruzione post-guerra civile, sono stati guidati da una classe politica che ha perseguito politiche che andavano ben oltre le proprie disponibilità economiche, contribuendo così a generare gli insostenibili livelli di debito attuale.

Al fine di far fronte a questa grave situazione economica, nell’aprile 2018 un gruppo di investitori internazionali, composto da governi occidentali a cui si aggiunge l’Arabia Saudita e organizzazioni internazionali come il Fondo Monetario Internazionale, hanno accordato al Libano un prestito dal valore di circa 10 miliardi di dollari. La concessione del prestito è subordinata ad una riduzione del deficit del 5% entro 5 anni. Pertanto il governo libanese è stato chiamato ad adottare drastiche misure di austerity e di aggiustamento fiscale e strutturale al fine di assicurare una progressiva riduzione del deficit. Le misure intraprese si sono basate principalmente su aumento delle tasse, riduzione dei sussidi e contrazione degli stipendi. Tutto ciò ha portato ad un ulteriore peggioramento delle condizioni di vita della popolazione libanese e ha costituito la miccia delle proteste che dall’ ottobre 2019 infiammano il Paese.

In questo quadro, il presente lavoro si propone di analizzare i limiti e le disfunzionalità socio-economiche del sistema settario libanese. Esso ha condotto alla nascita di un sistema caratterizzato da forte corruzione e clientelismo. Queste dinamiche hanno accentuato l’inefficienza dell’apparato statale e contribuito al progressivo deterioramento delle condizioni socio-economiche. Dunque partendo da questa considerazione, si intende evidenziare come il modello libanese abbia portato all’istituzionalizzazione di dinamiche corruttive e clientelari, che da un lato sono i principali responsabili del peggioramento del quadro socio-economico libanese, dall’altro hanno innescato la reazione e la denuncia da parte della società civile. Pertanto dopo una breve disamina del ruolo svolto dal modello consociativo libanese, un modello basato su un sistema di power-sharing tra i differenti gruppi etnico-religiosi, mi concentrerò sull’impatto socio-economico di questo modello e la sua tendenza a perpetuare e rafforzare pratiche corruttive e clientelari. Infine, concluderò soffermandomi sulla natura delle proteste che dall’ottobre 2019 attraversano il Paese.


2. Il settarismo libanese

I meccanismi di governance del sistema politico libanese si basano su un modello consociativo di condivisione del potere strutturato intorno ai diciotto principali gruppi etnico-religiosi che compongono la società libanese. Questo sistema ha lo scopo di assicurare equa rappresentazione politica a tutte le comunità e garantire una sorta di convivenza pacifica che dia stabilità allo Stato.

Il modello politico attuale trae le proprie origini nei preesistenti modelli socio-politici settari stabiliti durante i periodi Ottomano e Coloniale. Successivamente è stato istituzionalizzato nel sistema politico libanese attraverso due accordi principali: il National Pact del 1943 e il Taif Agreement del 1989 con il quale si è posto fine alla guerra civile iniziata nel 1975.

Il National Pact è un accordo verbale tra gli allora leader delle confessioni maronita e sunnita siglato all’indomani della fine del dominio coloniale francese. Esso segna la nascita della prima repubblica libanese e riafferma il principio di power-sharing e il ruolo del confessionalismo quali elementi centrali della futura repubblica libanese. Il National Pact stabilisce tra le altre cose che, indipendentemente dal numero di voti ottenuti, il Presidente della Repubblica sia sempre di confessione cristiano-maronita, il Primo Ministro sunnita e lo Speaker del Parlamento di religione sciita. Gli accordi di Taif del 1989 apportano alcune modifiche di carattere istituzionale, quale ad esempio una differente distribuzione dei seggi in Parlamento. I cristiani vedono ridursi la percentuale di seggi dal 60% al 40% mentre i musulmani vedono aumentarla dal 40% al 50%.

Dunque, il National Pact e gli accordi di Taif istituzionalizzano il modello consociativo che è alla base dello Stato libanese. Molto si è discusso sull’impatto di questo modello sugli assetti democratici dello Stato. Alcuni sostengono che esso abbia consentito allo Stato libanese di garantire la convivenza tra i vari gruppi e preservare dunque la stabilità degli assetti politico-istituzionali. Altri invece affermano come tale sistema non abbia fatto altro che indebolire le già precarie strutture democratiche dello Stato del Cedro ed inibire ogni tentativo di superamento del modello consociativo e confessionale, come d’altronde previsto nell’articolo 95 della Costituzione. In aggiunta, tale modello avrebbe acuito le fratture intra-statali e inter-settoriali e portato alla creazione di un sistema oligarchico e gerarchico che avrebbe ostacolato ogni forma di partecipazione democratica della società civile o di rinnovamento del sistema politico.

Dunque è posizione condivisa da molti e ribadita durante le proteste, che l’istituzionalizzazione del confessionalismo avrebbe contribuito alla nascita di un sistema politico ingessato dove i partiti politici, espressione di chiari gruppi etnico-religioso, perseguirebbero interessi particolaristici anziché politiche nazionali di ampio raggio. In questo quadro i partiti politici sarebbero divenuti registi e protagonisti di un sistema caratterizzato da una perenne collusione tra attori politici e attori economici. Essi inoltre avrebbero monopolizzato il potere politico ed economico assicurandosi una sostanziale impunità. Tutto ciò sarebbe stato facilitato dagli assetti istituzionali, che nel riconoscere il ruolo politico di gruppi etnico-religiosi avrebbero impedito la nascita di forti alternative politiche. Tali pratiche avrebbero condotto, a detta dei critici del modello libanese, alla nascita di un élite politico-economica trasversale ai vari schieramenti politici che si sarebbe caratterizzata per una gestione privatistica della res publicae che avrebbe contribuito alla diffusione di pratiche clientelari e corruttive. Queste pratiche avrebbero poi consentito la preservazione del potere e del controllo attraverso la duplice funzione di accrescimento del potere e della ricchezza delle elites al comando e l’indebolimento di ogni tentativo di sovversione sociale.


3. Impatto socio-economico del modello libanese

Il modello consociativo libanese costruito all’indomani della fine della guerra civile si caratterizza per la presenza di deboli istituzioni democratiche ed inefficienti meccanismi di controllo. Il processo negoziale, essenziale di ogni modello istituzionale consociativo, ha dato vita ad una struttura oligarchica composta da elites politiche, economiche e religiose che trovano protezione e sostegno nei vari partiti politici. Tutto ciò non fa altro che indebolire ulteriormente le già fragili istituzioni democratiche libanese e rafforzare pratiche clientelari e corruttive. Quest’ultime hanno trovato terreno fertile in un contesto in cui i vari partiti si assicurano impunità reciproca. Ciò ha innescato un circolo vizioso in cui i vari partiti politici non soltanto sono i principali responsabili del progressivo indebolimento delle istituzioni statali, ma contrastano ogni tentativo di reversione del declino politico-istituzionale in quanto ciò andrebbe ad indebolire il loro potere. Infatti deboli istituzioni statali, assicurano i vari gruppi etnico-religiosi e ai partiti politici che ne sono espressione forti network sociali. Tali attori si presentano come un’alternativa credibile alle deboli istituzioni statali e in grado di soddisfare i bisogni e i servizi che lo Stato non è grado di assicurare. Tutto ciò ha contribuito alla creazione di un modello relazione paternalistico e di inamovibile subalternità della società civile, modello le cui conseguenze economiche e sociale hanno costituto terreno fertile per il seme del malcontento popolare.

Sul piano economico, il sistema libanese ha portato alla nascita di una forte oligarchia composta da potere politico, economico e religioso. Tale oligarchia utilizza il processo negoziale del modello consociativo al fine di perseguire i propri interessi, protetta e tutelata dai vari partiti politici. Quest’ultimi, espressione dei vari gruppi etnico-religiosi, si assicurano una sostanziale impunità piegando gli organi statali alle loro volontà particolaristiche.

Tutto ciò ha legittimato politiche economiche fallimentare, ostacolato ogni tentativo di inversione e portato alla diffusione di pratiche clientelari e corruttive, radicate in ogni strato del tessuto socio-economico libanese. Tali pratiche sono state alimentate da politiche economiche liberiste sviluppate in un contesto di falsa concorrenza, dove l’accesso alle quote di mercato viene garantito unicamente a quegli attori economici e finanziari legati al sistema politico. Ciò ha portato alla creazione di un sistema stagnante, restio ad ogni cambiamento, che ha invece perpetuato politiche economiche fallimentari e sperpero di ricchezza pubblica. Si stima che l’impatto della corruzione sull’economia libanese ammonti a circa il 10% del PIL con miliardi di dollari sprecati ogni anno. Tali dinamiche hanno inoltre condotto alla nascita di un sistema caratterizzato da forti disuguaglianza e da una pressoché inesistente mobilità sociale. Infatti la ricchezza viene distribuita tra coloro che hanno la possibilità di accedere o entrare in contatto con il potere politico.

Dal punto di vista sociale, il sistema istituzionale libanese ha creato una sorta di subalternità della società civile al potere politico e ai vari gruppi etnico-religiosi. A tal punto è opportuno sottolineare come il modello consociativo non abbia soltanto indebolito le istituzioni democratiche, ma anche danneggiato i meccanismi di welfare e di protezione sociale. Infatti, i vari partiti politici si sono sostituiti allo Stato nella distribuzione di beni pubblici e servizi. Pertanto la società civile al fine di accedere a servizi quali la concessione di sussidi, cure mediche, sovvenzioni statali o nel quadro di pratiche concorsuali per lavori nel settore pubblico deve fare appello ai partiti politici di appartenenza, i quali fungono da intermediario. Tali dinamiche assolvono alla duplice funzione di accrescere il controllo e il potere dei partiti sulla comunità di riferimento e inibire ogni tentativo di sovversione da parte della società civile, la quale altrimenti perderebbe la preziosa intermediazione del proprio referente politico.


4. Le proteste sociali

Il modello politico istituzionale del Paese levantino ha portato alla creazione di un circolo vizioso in cui le elites politico-finanziarie hanno tratto giovamento da un debole quadro istituzionale e dall’assenza di effettivi meccanismi di checks and balances. Esse hanno così progressivamente accresciuto il loro potere e le loro ricchezza. In questo quadro, i partiti politici si sono presentati come i garanti di questo status quo, piuttosto che avviare politiche riformatrici in grado di invertire il progressivo indebolimento degli assetti politico-istituzionali. Anzi i partiti politici, protetti dal sistema esclusivistico della struttura settoriale della società libanese, hanno perpetuato dinamiche politiche volte al progressivo indebolimento degli assetti statali, alimentando questo circolo vizioso al fine di auto-rafforzarsi. Tutto ciò ha condotto, come detto in precedenza, alla creazione di un sistema disfunzionale caratterizzato da forti disuguaglianze e cattiva gestione della res publica.

Tuttavia, dall’ottobre 2019 la società civile libanese è scesa in piazza chiedendo una revisione di tali assetti politico-istituzionali e delle dinamiche che regolano il sistema. I manifestanti denunciano l’insostenibile condizione economica, la crescente disoccupazione, le misure di austerity che affliggono una classe media già profondamente danneggiata da anni di cattiva amministrazione, la totale impunità della classe politica e la corruzione dilagante. Essi imputano tali fallimenti ad un sistema oligarchico colluso e corrotto che, protetto dagli assetti istituzionali del modello consociativo libanese, avrebbe perseguito politiche particolaristiche che hanno progressivamente danneggiato il progressivo quadro socio-economico e allargato la forbice delle disuguaglianze sociali.

Tuttavia se è vero che tali proteste rappresentano una critica forte a limiti del modello istituzionale libanese, non bisogna ritenere che esse aspirino ad un suo superamento. La denuncia dei limiti del modello settario libanese è più che altro una critica dei suoi limiti socio-economici, della corruzione che ha generato e alimentato e più in generale una critica dei fallimenti delle politiche economiche adottate, piuttosto che una denuncia completa del modello confessionale. Infatti i manifestanti denunciano, ad esempio, la collusione tra potere politico ed economico, le misure di austerity e domandano un rafforzamento dello Stato di diritto e un maggior controllo sulla classe politica. A questo fine, i dimostranti chiedono ad esempio la nascita di un governo tecnico e competente in grado di traghettare il Paese fuori dalla crisi economica e dare avvio ad una fase di crescita che sia più egalitaria. D’altronde mettere in discussione le basi confessionali dello Stato levantino potrebbe portare alla riapertura di quel vaso di Pandora chiuso dopo quindici anni di guerra civile.


5. Conclusioni

Il presente lavoro ha voluto illustrare i fallimenti e i limiti del modello consociativo libanese e il ruolo che tale modello ha avuto nell’innescare le proteste che dall’ottobre 2019 infiammano il Paese. Si è visto come il modello consociativo abbia creato un sistema politico caratterizzato da pratiche clientelari e corruttive e alla nascita di un potere oligarchico composto da leader politici, economici e religiosi. In questo quadro, i vari partiti politici si presentano come i garanti dello status quo e come i principali artefici di politiche economiche che mirano al soddisfacimento di interessi personalistici a discapito dell’interesse nazionale. Ciò ha portato ad una situazione economica e sociale disastrosa che ha innescato le proteste.

Tuttavia, sebbene la crisi economica che affligge il Paese levantino sia dovuta anche ad altri fattori come ad esempio la guerra in Siria, la destabilizzazione regionale o l’eredità della guerra civile, è innegabile che la classe politica abbia un ruolo di primo piano in una situazione economica divenuta agli occhi della maggioranza dell’opinione pubblica nazionale, insostenibile.

Nel presente lavoro si è voluto porre l’accento sul fatto che le attuali proteste, nella fase attuale, non mirano ad un superamento del modello confessionale, ma principalmente ad un maggiore trasparenza e responsabilità della classe politica, nonché cambiamenti reali e sostanziali delle regole politiche. Infatti sebbene non manchino nelle proteste voci che auspicano la scomparsa della struttura confessionale è opportuno notare come tali voci siano del tutto minoritarie.

I ricordi della guerra civile sono ancora vividi e anche i manifestanti sanno benissimo che mettere in discussione il confessionalismo potrebbe far risprofondare il Paese nell’incubo della guerra civile. Ecco perché il confessionalismo libanese, almeno per il momento non è in discussione, e la società civile libanese auspica, più che altro, la definizione di un nuovo contratto sociale tra governanti e governati che gli riesca a dare nuova dignità.


RIFERIMENTI

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