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La teoria della pace democratica: se vuoi la pace, prepara la guerra

Aggiornato il: mag 2

(di Laura Santilli)

Fonte: Pulgarías

I concetti di difesa e sicurezza vengono immaginati solitamente, in termini di potenza militare e capacità tattiche di eserciti, o in chiave di grandi strategie operative capaci di impiegare le più sofisticate tecniche di combattimento nei teatri di guerra. Tuttavia, come Sun Tzu e il suo volume L’arte della guerra insegnano, l’abilità maggiore di uno stratega è proprio quella di vincere una battaglia senza combatterla. È in quest’ottica che il presente articolo intende analizzare la teoria statunitense della pace democratica secondo la quale le democrazie, non dichiarandosi guerra l’una con l’altra, garantiscono pace e sicurezza su scala internazionale. La democrazia quindi, e non la guerra, diviene lo strumento più importante per la difesa esterna di un paese.


1. La teoria della pace democratica: la sua formulazione e il suo utilizzo da parte delle amministrazioni statunitensi.

Tra gli studiosi di relazioni internazionali, il primo a formulare la teoria della pace democratica fu il politologo statunitense Michael Doyle nel 1983, con il suo articolo: "Kant, Liberal Legacies and Foreign Affairs"[1] e lo fece prendendo in considerazione quella che molti politologi e analisti considerano come la prima formulazione della teoria della pace democratica: l’opera di Immanuel Kant Per la pace perpetua scritta nel 1795.

Nel mondo accademico contemporaneo, il dibattito su cosa intendere per “pace democratica” e soprattutto su come attuarla, è ancora molto acceso. Tra le varie correnti di pensiero si può tuttavia riuscire ad estrapolare diversi fattori comuni a ciascuna di esse. Ciò che accomuna ciascuna visione della pace democratica è il concetto che ne è alla base: i sistemi democratici tendono a non dichiarare guerra a quelli che riconoscono come propri simili, quindi altre democrazie. Inoltre, i leader democratici non possono non tenere in conto che l’opinione pubblica, dopo la seconda guerra mondiale e nel caso statunitense ancor di più dopo la guerra del Vietnam, difficilmente è propensa a vedere il proprio paese coinvolto in una guerra. La classe politica dei sistemi democratici ragiona anche in termini di rielezione, una meta dura da raggiungere se, oltre ad aver condotto il proprio paese in guerra, magari si ottiene anche una sconfitta. Un altro elemento comune alle varie correnti di pensiero sulla teoria della pace democratica è che per risolvere dispute a livello internazionale, i regimi democratici preferiscono ricorrere allo strumento della diplomazia e sono fermi sostenitori delle istituzioni internazionali, prima fra tutte l’ONU. Un’ulteriore affinità tra le diverse visioni sulla pace democratica poi, è che i paesi democratici difficilmente si considerano in modo ostile tra di loro e inoltre, i loro governi tendono ad investire maggiormente su spese di welfare, quelle che vengono chiamate spese di social spending piuttosto che sulle spese di military spending; questo, sia perché le spese per lo stato sociale sono utili in termini di rielezione politica, sia perché gli stessi governi democratici dovrebbero avere interesse nel sostenerle, dato che esse generano un sistema migliore di democrazia inteso come confronto tra le persone a differenza delle spese militari, che al contrario, non nascono con il fine di generare più democrazia.

Fonte: Financial Times

La teoria della pace democratica iniziò ad essere considerata dalla classe politica statunitense, in modo particolare dall’amministrazione del presidente Ronald Reagan (1981-1989), come una possibile e valida alternativa alla teoria del contenimento dell’Unione Sovietica, impiegata durante la guerra fredda. Secondo gli accademici e i politici statunitensi, infatti, la teoria della pace democratica avrebbe potuto aiutare gli Stati Uniti a garantirsi la stabilità e la sicurezza necessarie sia durante gli ultimi decenni della guerra fredda, sia e soprattutto, nella delicata fase di passaggio da essa, quindi da un sistema internazionale basato su una divisione del potere bipolare tra Stati Uniti e Unione Sovietica, a un mondo che sarebbe stato caratterizzato invece, dal multipolarismo e, da un punto di vista economico, dalla globalizzazione. Durante gli anni Ottanta la strategia statunitense di sicurezza passò da una nozione difensiva di contenimento ad una attiva di allargamento, in cui gli Stati Uniti si impegnavano a creare e sostenere una “comunità di democrazie”. Il concetto di pace democratica, dal momento in cui venne accolto dall’amministrazione Reagan, è sempre stato un ideale condiviso da entrambi i partiti statunitensi. Sia il partito repubblicano che il partito democratico infatti, hanno utilizzato la teoria della pace democratica come punto di partenza per sviluppare le proprie politiche di sicurezza e difesa, impiegandola con modalità non poi così concretamente differenti.

L’utilizzo di questa dottrina divenne evidente e centrale durante l’amministrazione di Bill Clinton (1993-2001), con la pubblicazione della Strategia nazionale di sicurezza del 1993: National Security Strategy of Engagement and Enlargement. Secondo questa strategia: “Tutti gli interessi strategici americani- dalla promozione della prosperità in America al controllo delle sfide all’estero, prima che queste arrivino sul nostro territorio- sono basati sull’allargamento della comunità delle democrazie e sul libero mercato tra le nazioni”[2]. Come creare dunque, una “comunità di democrazie”? In primo luogo, secondo la strategia del 1993, attraverso una cooperazione con gli altri paesi democratici su tematiche economiche, come la condivisione di un libero mercato e la promozione dei diritti umani, due aspetti considerati una parte essenziale della strategia di sicurezza degli Stati Uniti all’inizio degli anni Novanta, un periodo in cui, dopo il crollo del muro di Berlino, il desiderio di diffusione della democrazia era vivo e crescente nell’opinione pubblica mondiale. La messa in atto della teoria della pace democratica avvenne soprattutto attraverso la costruzione di agenzie governative statunitensi e istituzioni indipendenti che avrebbero avuto il compito di diffondere, supportare e difendere l’ideale democratico statunitense nel mondo. Tra queste agenzie nel 1983, nacque la National Endowment for Democracy (NED) una fondazione privata, no-profit, fondata dal presidente repubblicano Reagan e dal rappresentante democratico Carl Gershman, con l’intento di sviluppare e rafforzare le istituzioni democratiche nel mondo, attraverso una diffusione della libertà e dei diritti umani. Nel 1999, il Dipartimento di Stato americano ribadì che la diffusione della democrazia che avrebbe avuto come fine ultimo quello di una stabilità e sicurezza internazionale, non era soltanto una scelta giusta, ma una scelta necessaria. La stessa sicurezza nazionale statunitense sarebbe dipesa infatti, dall’espansione democratica nel mondo. Questo concetto fu ben presto traslato anche sul piano militare, quando, attraverso le pratiche di peace-keeping e peace enforcement, l’esercito statunitense agì su vari teatri di guerra degli anni Novanta: da Haiti nel 1994 fino al conflitto in Kosovo che vide un incisivo intervento statunitense e della NATO nel 1999. Fu così che il collegamento tra democrazia e pace fu trasformato in campo operativo in un collegamento tra democrazia e operazioni militari di stabilizzazione della sicurezza e mantenimento della pace. Le pratiche di diffusione della democrazia si spostarono a mano a mano dall’avere il compito di diffondere l’ideale democratico attraverso istituzioni e partnership anche se prevalentemente in campo economico, al compito di garantire difesa e sicurezza in modo sostanziale fino al punto di legittimare l’utilizzo della forza in chiave di un’esportazione della democrazia là dove era scoppiato il conflitto con il fine di rendere sicuro e stabile il paese nel contesto internazionale.


2. L’evoluzione della teoria della pace democratica dopo l’11 settembre 2001.

Gli attacchi terroristici che colpirono gli Stati Uniti l’11 settembre 2001 hanno segnato un importante e decisivo cambiamento nella postura strategica e difensiva che il paese ha impiegato a partire da quel momento. Dopo la guerra dichiarata all’Afghanistan come rivendicazione per gli attentati compiuti da Al-Qaeda l’11 settembre, l’amministrazione presieduta da George W. Bush adottò una nuova teoria difensiva: la guerra preventiva. Gli Stati Uniti infatti, avrebbero attaccato preventivamente il paese che avrebbe minacciato direttamente il territorio americano o gli interessi statunitensi nel mondo, senza aspettare di subire un’aggressione. Si considerava necessario evitare un altro attacco terroristico e bisognava agire d’urgenza e quindi, preventivamente. Per garantirsi sicurezza e in chiave di difesa, gli Stati Uniti avrebbero dovuto esportare anche la democrazia in modo preventivo: democratizzando i paesi arabi ritenuti più pericolosi, gli Stati Uniti si sarebbero garantiti una sicurezza nazionale a lungo termine, allargando la “comunità delle democrazie”. Il primo paese verso cui venne rivolta questa strategia fu l’Iraq, supposto detentore di armi chimiche e armi di distruzione di massa. Tuttavia, secondo le norme del diritto internazionale, gli Stati Uniti non avrebbero potuto attaccare un paese che, seppur considerato pericoloso per la propria sicurezza, non li aveva attaccati. È in questo contesto che la teoria della pace democratica tornò ad essere utilizzata dall’amministrazione Bush, sebbene con degli importanti cambiamenti proprio a quella che era la natura stessa della teoria. Essa infatti, per come era stata formulata all’inizio, non prevedeva una diffusione della democrazia attraverso lo strumento militare. Al contrario, la democrazia avrebbe dovuto essere rafforzata e non esportata, nei paesi in cui essa era già presente, o avrebbe dovuto essere diffusa tramite azioni di peacekeeping o peace enforcement che rientrano nel quadro degli interventi appoggiati dalle Nazioni Unite. Tra le motivazioni della guerra che gli Stati Uniti iniziarono nel marzo 2003 in Iraq, ci fu invece, proprio la diffusione della democrazia e la volontà di far crollare il regime dittatoriale di Saddam Hussein, sostituendolo con una democrazia liberale guidata dal governo scelto dalla popolazione irachena attraverso libere elezioni democratiche. Con il caso iracheno, la teoria della pace democratica ha cambiato oltre che la sua natura strategica anche il suo nome: si può immaginare di utilizzare la teoria della pace democratica attraverso la guerra? Oltre che da un punto di vista umanitario e di quello che potrebbe essere un giudizio di opinione personale, esportare una forma di governo verso un paese che non possiede delle basi socio-politiche tali da supportarlo, può essere una scelta strategicamente valida? A sedici anni dall’inizio della guerra in Iraq, si può parlare di una stabilizzazione democratica del paese? La democratizzazione dell’Iraq è servita a costruire una pace democratica in Medioriente e tra il Medioriente e gli Stati Uniti? Per cercare di rispondere a queste domande, si può guardare alla situazione in cui l’Iraq si trova dopo sedici anni dall’invasione della coalizione guidata dagli Stati Uniti. L’Iraq è ancora uno dei paesi più pericolosi, instabili e corrotti del mondo. Soffermandosi a considerare solo l’aspetto della democratizzazione del paese e non prendendo quindi in considerazione l’analisi della sicurezza del paese, dello stato del suo tessuto sociale e umanitario, il peggioramento delle condizioni del paese è stato dovuto anche alle mancanze strutturali, legali e politiche della Costituzione irachena, il primo strumento che avrebbe dovuto garantire stabilità democratica al paese. Essa, elaborata in mancanza di esperti costituzionali iracheni e scritta prevalentemente da responsabili americani in modo vago e ambiguo, ha creato più problemi di quelli che avrebbe dovuto risolvere. Il primo leader iracheno Nuri al-Maliki, eletto nel 2005 e fortemente sostenuto dagli Stati Uniti, ha operato tra il 2010 e il 2014 una centralizzazione del potere che è divenuta a mano a mano autoritarismo e ciò è stato possibile anche perché la costituzione irachena è molto vaga in termini di spartizione del potere e di attribuzioni delle competenze politiche tra i membri di governo. La corruzione di ogni ambito governativo e sociale del paese, la disoccupazione in aumento insieme con l’aumento dei prezzi dei beni primari hanno portato anche l’Iraq nel febbraio 2011, a far parte dei paesi in cui sono esplose le Primavere arabe. Nelle zone di Baghdad, Kirkuk, Bassora, Falluja e Nassiria sono nati movimenti contro la corruzione, la miseria sociale e desiderosi di un riscatto della dignità del popolo iracheno, stanco delle politiche del governo democratico di al-Maliki. È un paradosso che proprio il governo democratico instaurato dagli Stati Uniti abbia brutalmente represso con l’esercito queste rivolte. Le elezioni del 12 maggio 2018, che dovrebbero costituire uno dei primi indici di partecipazione politica all’interno di un paese, sebbene non siano che la fine del processo democratico di un paese, hanno avuto oltre il 55 per cento di astensione da parte degli elettori.


3. Critiche alla teoria della pace democratica

Le critiche alla teoria della pace democratica si sono rafforzate senza dubbio dopo la guerra in Iraq del 2003. Esse, tuttavia, hanno sempre costituito un terreno di dibattito tra gli accademici e i politici statunitensi, fin da quando la teoria venne elaborata. Secondo alcuni infatti, la teoria della pace democratica ha come scopo primo e ultimo quello di garantire agli Stati Uniti una stabilità economico-commerciale che poco ha a che fare con la volontà di esportare valori democratici e tutelare i diritti umani nel mondo. Da qui nasce la definizione di market democracy: la strategia di diffusione della democrazia è in realtà una strategia puramente economica che serve ai governi statunitensi a stabilire vincoli commerciali con altri paesi ed espandere quindi il proprio mercato, in modo da avere un ruolo centrale anche nel processo di globalizzazione. Questa strategia è più facile da realizzare se i paesi coinvolti sono delle democrazie che presentano delle economie di mercato già sufficientemente liberalizzate. L’importante è dunque che siano rispettati e garantiti i parametri economici che indicano una certa liberalizzazione del mercato, la salute delle regole democratiche e a volte, il rispetto dei diritti umani, passano in secondo piano. L’interesse degli Stati Uniti è quindi, che la promozione della democrazia sia sufficiente quanto basta a garantire un libero mercato economico: quella che viene esportata è una low-intensity democracy, una democrazia a bassa intensità appunto, dove il popolo quando può permetterselo, è un consumatore più che un attore protagonista della vita politica e sociale del proprio paese. La democrazia non è più uno scopo della politica estera, ma diviene più uno strumento di politica economica.

Secondo altri autori, anche se si volesse ritenere la teoria della pace democratica una strategia di sicurezza e difesa e quindi non con un carattere prettamente economico, si potrebbe stimare che essa non sia stata molto vincente soprattutto quando è stata applicata al contesto regionale Mediorientale. Se si riflette sulle guerre che gli Stati Uniti hanno condotto in Medioriente, considerando soltanto quelle post 11 settembre 2001, a partire dall’attacco all’Afghanistan nell’ottobre dello stesso anno, i costi che gli Stati Uniti hanno dovuto sopportare nell’immediato e che pagano ancora oggi sono molto ingenti. Il debito del paese è cresciuto a dismisura a seguito della guerra in Afghanistan e della guerra in Iraq, ma il costo più grande è stato in termine di vite umane: il numero di soldati e civili uccisi durante le guerre e il lunghissimo periodo di post-conflitto hanno duramente colpito gli Stati Uniti. Inoltre, gli Stati Uniti hanno pagato la loro decisione anche in termini di un bassissimo consenso da parte dell’opinione pubblica mondiale e di una postura unilaterale che li ha visti isolarsi dalle istituzioni internazionali e quindi dalle regole del diritto internazionale. Se si considera che ad oggi, i paesi coinvolti dal processo di democratizzazione statunitense in Medioriente non possono dirsi né sicuri, né con un livello quantomeno sufficiente di democratizzazione, né soprattutto prosperi da un punto di vista economico, si può probabilmente convenire che la teoria della pace democratica abbia subito una dura battuta d’arresto.


Bibliografia

-William I. Robinson, Promoting Poliarchy. Globalization, US Intervention and Hegemony, (Cambridge: Cambridge University Press, 1996).

-G. John Ikenberry, America senza rivali?, (Bologna: il Mulino, 2004).

-Michael Cox, G. John Ikenberry, Takashi Inoguchi, American Democracy Promotion, (Oxford: Oxford University Press, 2000).

-Thomas Carothers, “The Clinton record on Democracy Promotion”, in The Carnegie Endowment for International Peace-Democracy and Rule of law Project, n. 16, settembre 2000.

-Christian Büger e Trine Villumsen, “Beyond the gap: relevance, fields of practice and the securitizing consequences of democratic peace research”, in Journal of International Relations and Development, Vol. 10, (2007), pp. 417-448.

[1] Michael W. Doyle, “Kant, Liberal Legacies, and Foreign Affairs”, in Philosophy and Public Affairs, vol. 12, n. 3, (estate 1983), pp. 205-235.

[2] Si veda il documento: http://nssarchive.us/NSSR/1993.pdf



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