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La partita energetica del Mediterraneo Orientale - Parte II

di Fiorella Spizzuoco

Il mar Mediterraneo è sempre stato oggetto di dispute e contese. Bacino chiuso nel quale si affacciano tre continenti, confine, fonte di risorse, teatro di battaglie e scambi commerciali. Se i popoli antichi godevano delle proprietà preziose delle sue acque, del clima mite e della posizione geografica favorevole, oggi sono le risorse energetiche ad attrarre gli interessi degli Stati. In quest’ottica, durante l’estate si è aperto un nuovo conflitto nell’area del Mediterraneo orientale; un conflitto che tuttavia, come visto nel contributo precedente, ha radici profonde e antiche. Si tratta di un conflitto regionale che però si sta espandendo a macchia d’olio, raggiungendo il cuore dell’Unione europea e coinvolgendo attori europei e non.


1. La situazione odierna nell’area


In quell’area di mare è in corso una disputa tra Stati europei – in primis la Grecia e Cipro -, Turchia e altri attori mediorientali, tra cui Israele e Egitto. Indirettamente però, il confronto è tra molti più Stati, da quando nel 2011 il governo di Cipro annunciò di aver trovato dei ricchi giacimenti di gas naturale nelle sue acque territoriali. Da allora, le zone di sfruttamento dei giacimenti sono divise in blocchi, ciascuno assegnato a compagnie europee (prime fra tutte Eni e Total), israeliane ed egiziane. Alcuni blocchi sono competenza esclusiva del governo cipriota. La controversia con la Turchia riguarda il versante settentrionale dell’isola, l’area marittima che condivide con la costa meridionale della Turchia. Ma, in particolare, è una piccola isola a due chilometri dalla costa turca ma appartenente alla Grecia da un punto di vista politico a far salire la tensione nell’Egeo meridionale. Si tratta di Kastellorizo, parte delle isole del Dodecaneso che furono riconosciute alla Grecia con il Trattato di Parigi del 1947 con grande disappunto della Turchia.


Nel corso dei mesi estivi, la Marina greca ha dovuto mantenere alta l’allerta dato che Ankara ha inviato una missione navale di esplorazione energetica al largo di Kastellorizo, per ricercare giacimenti di gas in una zona che rivendica da tempo. Secondo il ministero degli esteri turco “è assurdo che quella piccola isola così vicina alla costa turca abbia una giurisdizione marittima che si estende per 200 miglia nautiche in tutte le direzioni”. Infatti Ankara ritiene l’isolotto parte della sua piattaforma continentale, e ha portato avanti esplorazioni energetiche nonostante gli avvisi di Atene e di Bruxelles di violazione del diritto internazionale e della Convenzione di Montego Bay, documento che regola la ripartizione delle acque territoriali ma che la Turchia non ha mai sottoscritto. Kastellorizo rientra nella più ampia partita della definizione delle Zone Economiche Esclusive (ZEE) nel Mediterraneo orientale, dello sfruttamento dei giacimenti energetici. Inoltre, imporre la propria supremazia nell’area rientra nella strategia turca per imporre il proprio ruolo di potenza regionale, per la ridefinizione dei suoi rapporti in Medio Oriente e con l’Unione Europea.


2. Il progetto EastMed che tiene fuori la Turchia


Il “caos mediterraneo” che negli ultimi mesi ha tenuto sulle spine l’Unione europea e i suoi partner, è causato principalmente dall’esclusione della Turchia dal progetto di un gasdotto che passa attraverso il Mediterraneo orientale per arrivare in Europa, attraverso la Grecia e l’Italia. Infatti, la scoperta dei giacimenti intorno a Cipro, come i più noti Calipso e Zohr, ha fatto ipotizzare la creazione di un East Mediterranean Gas Forum (abbreviato EastMed) per poter diversificare l’approvvigionamento energetico dell’Europa, la quale al momento dipende quasi esclusivamente dalla Russia. Il paese guidato da Putin è d’altronde il primo esportatore mondiale di gas naturale, detiene dunque un grande potere di influenza che già in passato ha messo in pericolo l’autonomia dell’Unione e minacciato la sua politica. Insomma, la possibilità di svincolarsi da Mosca è allettante. In quest’ottica, le rivendicazioni su Kastellorizo, così come l’accordo firmato con il governo di accordo nazionale (GNA) di Tripoli nel novembre 2019, si rivelano mosse strategiche di Ankara per affermare la propria presenza in quell’area marittima e mettere in difficoltà i progetti dei paesi rivieraschi che l’hanno tenuta fuori da tutti i progetti.


3. L’Accordo Ankara-Tripoli sancisce l’approdo della Turchia in Nord Africa


L’accordo Ankara-Tripoli per la gestione delle ZEE e la cooperazione militare ridisegna parzialmente la zona di competenza libica, che si incrocia con quella greca rivendicata dalla Turchia. In questo modo, in cambio di supporto nella guerra civile contro il Generale ribelle Haftar, il presidente libico al-Sarraj garantiva a Erdogan la possibilità di ampliare l’area di esplorazione. Inserendosi inoltre nel conflitto libico, il “sultano” voleva mandare un messaggio all’Unione europea: la Turchia è la potenza egemone nell’area MENA e garantisce la sua presenza dove l’Europa è invece assente. Nel gennaio la Conferenza di Berlino sul cessate il fuoco in Libia è stata di fatto un fallimento della Germania e di tutta l’Europa, non riuscendo a garantire neanche pochi mesi senza scontri armati. Intanto Atene, fortemente preoccupata dalla politica aggressiva di Ankara, ha pensato di unire le forze con Il Cairo e a inizio agosto 2020 Egitto e Grecia hanno firmato un loro accordo sulla delimitazione delle ZEE per poter cercare di arginare le mire espansionistiche turche. Nonostante il ministro degli esteri greco Dendias abbia affermato che l’intesa è il riflesso delle buone relazioni tra i due paesi, l’area circostante la linea di demarcazione tra le due ZEE sarà difficilmente sfruttabile. Non vi sono state ancora condotte esplorazioni e, anche se dovessero trovare giacimenti di idrocarburi, la crisi economica che stiamo attraversando non sarebbe un momento propizio per iniziare a estrarre.


4. In politica estera e interna, la Francia e la Turchia sono ai ferri corti


Non è una novità che Parigi mantenga un atteggiamento di freddo distacco da Ankara. Se quando il paese venne accettato come stato candidato alla membership europea, nel 1999, il governo Chirac era cauto ma ottimista rispetto a una “Turchia europea”, dall’elezione di Sarkozy in poi la Francia si è dichiarata contraria a quest’idea: è iniziato un periodo di relazioni stabili, con qualche dichiarazione avversa da entrambe le parti ma nessuna escalation in nome dell’appartenenza di entrambe le parti alla Nato, di cui la Turchia è anche il secondo esercito per grandezza dopo gli Stati Uniti. Ma, da quando il caos mediterraneo è diventato una realtà, gli interessi divergenti tra Parigi e Ankara sono venuti a galla. Durante il conflitto in Libia che ha causato la morte di migliaia di civili, la Francia ha sempre sostenuto il generale Haftar e le sue truppe ribelli della Cirenaica, inviando armi. Il supporto francese a Bengasi è secondo solo a quello di Egitto, Emirati Arabi e Russia, e quindi la firma di un accordo tra Ankara e Tripoli e l’ingente sostegno turco ad al-Sarraj sono stati visti come un’intromissione inaspettata da parte di Parigi. Il GNA di al-Sarraj, abbandonata la speranza di un intervento italiano in suo aiuto, ha lasciato che la Turchia trasformasse Tripoli nella sua base in Libia, mettendo l’Unione europea nella posizione di dover trattare con la Turchia visto che è proprio da Tripoli che partono i flussi migratori provenienti da Nord Africa e Africa subsahariana.


5. L’episodio della nave Courbet


Tutta questa complessa situazione ha portato a un’escalation senza pari nella storia della Nato il 10 giugno scorso, quando la fregata francese Courbet è stata illuminata tre volte dal sistema lanciamissili di una nave della marina turca che stava soccorrendo un cargo, sempre turco, diretto in un porto libico. Con molta probabilità il cargo stava violando l’embargo internazionale che impedisce di portare armi in Libia, rendendo la questione ancora più spinosa e da verificare.

A port bow view of the recently commissioned Turkish frigate TRAKYA (F-254) tied up at the Norfolk Naval Station.

Oltre al conflitto sulla terra ferma, nelle acque del Mediterraneo orientale la Francia non ha mancato di esprimere il proprio sostegno all’alleanza creatasi tra Cipro, Grecia ed Egitto in chiave anti-turca. Parigi ha spalleggiato la loro richiesta di sanzioni alla Turchia in seno al Consiglio europeo, e il presidente Macron si è espresso molto duramente sulla vicenda durante il vertice dei leader mediterranei ad Ajaccio, in Corsica, il 24 e 25 settembre. Infine, nel mese di ottobre un fatto di cronaca ha scosso l’opinione pubblica francese facendo tornare alta l’allerta per il terrorismo: un professore di storia, Samuel Paty, è stato ucciso da un giovane radicalizzato di religione musulmana dopo aver mostrato ai suoi studenti le vignette della rivista satirica Charlie Hebdo. Macron ha risposto all’attacco affermando che la Francia darà la caccia al separatismo islamico in nome di libertà e laicità dello stato, suscitando la reazione di Erdogan che ha parlato di musulmani in Francia sotto attacco.


6. Possibili scenari futuri


Gli sviluppi recenti hanno mescolato ulteriormente le carte in tavola. La situazione nel Consiglio europeo è destinata a cambiare in virtù dei nuovi equilibri creatisi durante il vertice di Ajaccio e come reazione naturale alle provocazioni turche. Parigi, Atene e Nicosia premono non mancheranno di imporre il veto su qualsiasi decisione riguardante la Turchia e i negoziati di adesione, congelati formalmente dal 2016. Solo la Commissione europea sembra premere ancora affinché vi sia una loro rivitalizzazione: quando nel 2019 il presidente Erdogan, con una mossa inaspettata, ha ordinato il “rilascio” di migliaia di richiedenti asilo ospitati in Turchia al confine con la Grecia, Bruxelles ha dimostrato di dipendere totalmente da Ankara per la gestione dei flussi migratori. Infatti, invece di sottolineare l’enormità della crisi umanitaria di quel gesto, la Commissione ha ribadito la necessità di contenere gli arrivi, priorità ribadita il 23 settembre scorso durante la presentazione del nuovo patto sulle migrazioni e l’asilo, e di promuovere delle buone relazioni con la Turchia. I prossimi mesi si prospettano di grande instabilità e irrequietezza da parte europea. Gli Stati membri sono sempre più distanti dalle posizioni della Commissione, hanno interessi politici e di sicurezza interna che rischiano di creare una spaccatura con quelli comunitari. La Francia e la Grecia giocheranno un ruolo centrale, e ora bisogna aspettare per i prossimi sviluppi e le posizioni di altri membri, come Italia e Germania.


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Gas nel mediterraneo orientale - Spizzuo
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Bibliografia/Sitografia


https://ecfr.eu/rome/publication/rivali_in_alto_mare_europa_turchia_e_le_nuove_rotte_di_conflitto_nel_medite/


https://www.ecfr.eu/rome/post/views_from_the_capitals_il_conflitto_nel_mediterraneo_orientale


https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/la-matassa-del-mediterraneo-orientale-e-il-ruolo-dellitalia-27848


https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/italy-eastern-mediterranean-between-continuity-and-new-challenges-27357


https://www.balcanicaucaso.org/aree/Turchia/Turchia-UE-tentazioni-di-sospensione-193529


https://www.linkiesta.it/2020/09/grecia-turchia-mediterraneo/


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