La diaspora senegalese: De-colonizzare una visione che oscilla tra luci e ombre

Aggiornato il: 21 dic 2020

di Valentina Geraci

1. Introduzione


Il Senegal, vantando un’ottima posizione strategica, è stato oggetto di forte interesse da parte delle principali potenze europee sin dell’epoca delle esplorazioni e delle scoperte geografiche. Portoghesi, olandesi, inglesi e, soprattutto, francesi godettero a partire da quel momento dei benefici derivanti dalla terra del teranga, dando voce ai rispettivi interessi. La storia del Paese e, più nello specifico, quella che interessa l’evoluzione della sua diaspora, è dunque inevitabilmente collegata e influenzata dalle varie fasi storiche che ha vissuto. La sua storia ricorda infatti la successione di momenti di apprezzabile emancipazione a fasi di incertezza e instabilità sullo sfondo di una economia in sviluppo ma, allo stesso tempo, per lungo tempo fortemente influenzata da legami con l’ex potenza coloniale.


Aspetto tipico della migrazione senegalese è oltretutto il ruolo giocato dall’associazionismo migrante. In considerazione di queste reti in Italia e altrove, si nota che la presenza senegalese all’estero abbraccia la volontà di formazione professionale e personale, oltre che di potenziamento economico così che, una volta tornato in patria, il ritorno (seppur inizialmente temporaneo) rappresenti l’occasione per realizzare nel lungo periodo un progetto imprenditoriale e di sviluppo economico locale oltre che un mantenimento di canali di relazione e di scambio reciproco tra Paese d’origine e Paese di destinazione.


2. Le origini e l’evoluzione della diaspora senegalese


Tanto prima che dopo l'indipendenza, raggiunta nel 1960 con Léopold Sédar Senghor che divenne Presidente della Repubblica del Senegal, il Paese si contraddistinse per un importante tasso di mobilità, tanto interno quanto esterno. Oltre a divenire una delle mete principali per altri migranti africani, il Senegal registrò costantemente un alto livello di mobilità tra i suoi stessi cittadini.


I primi contatti che questo Stato ebbe con il continente europeo iniziarono nell’età moderna, quando i portoghesi si interessarono all’Africa. La tratta atlantica, in particolar modo, colpì il Paese per lungo tempo e città senegalesi come Saint Louis e Saly e isole quali Carabane e Gorée ne furono la prova[1]. In questa sede, importante appare la posizione assunta appositamente dall’ultima, divenendo uno dei maggiori porti commerciali all’epoca della tratta e dal quale partirono numerosi schiavi in direzione delle Americhe. Tuttavia, gli interessi europei nell’area in esame non si estinsero di certo con la soppressione della tratta e con quella della schiavitù; il regime coloniale può in tal senso essere letto come una fase ulteriore che sottolinea il ruolo delle potenze europee nel Paese[2].


3. Il periodo coloniale: il caso interessante dei Quattro Comuni senegalesi


La Francia ottenne il riconoscimento del controllo sul Senegal a seguito della Conferenza di Berlino (1884-1885) e, a partire da quel momento fino all’indipendenza del Paese, ne supervisionò l’economia con ripercussioni sulla crescita delle città e affrontando le questioni legate alla coltivazione delle arachidi più nello specifico. Il desiderio di guadagni maggiori, non garantiti in patria a causa delle frequenti crisi che colpirono la produzione agricola, nonché il bisogno di fuggire dai vincoli dettati dalla Francia, fecero sì che tanti senegalesi optassero per la strada della migrazione fin da allora. Molti giovani e altrettanti lavoratori iniziarono così a muoversi in direzione dei più grandi centri urbani senegalesi, maggiormente coinvolti e favoriti dalle politiche del sistema coloniale.


In questo quadro, interessante fu anche lo sviluppo di quattro Comuni senegalesi che, per la rispettiva situazione e considerato il rapporto di cui godettero con lo Stato francese, passarono alla storia come un’eccezione di quella che fu l’implementazione del sistema coloniale più in generale. L’attuale capitale Dakar e le città di Saint Louis, Rufisque e Gorée furono infatti gli unici centri i cui abitanti beneficiarono del titolo di cittadini, seppur ancora sotto il controllo francese[3].


La mobilità senegalese quindi, volontaria o forzata, è realmente di vecchia data e comprendere le sue più moderne evoluzioni non esime dal dover ripercorrerne la storia e intuire in tal modo quali siano state le cause prioritarie che resero certe destinazioni preferite rispetto ad altre.


4. Un salto da una “migrazione militare” alla fase neo-coloniale


Analizzare le dinamiche proprie del periodo coloniale testimonia come, nella sua più stretta organizzazione, il Senegal fu notevolmente condizionato dalla storia e dai legami che lo unirono allo Stato francese. Un esempio, nello specifico, fu quello di una migrazione legata a questioni strettamente militari che vide nella figura dei tirailleurs sénégalais (e nelle operazioni a cui essi presero parte) la lettura principale. I soldati dovettero prestare servizio per l’esercito francese tanto sul territorio nazionale quanto ovunque fosse necessario per la difesa dei maggiori interessi della Francia nel corso dei due grandi conflitti mondiali. La migrazione come forma di resistenza alla coscrizione, seppur comportando una violazione della Legge sulla coscrizione del 1919, divenne un fattore significativo nel corso della Seconda guerra mondiale, interessando i più giovani e coloro che temevano di essere a questi sostituiti. L’ulteriore forma di migrazione che si sviluppò nell’ambito militare fu consequenziale all’organizzazione delle truppe e alla rispettiva distribuzione all’interno del continente africano e sui campi ove i francesi ne ebbero bisogno nelle più grandi battaglie europee[4].


Il raggiungimento dell’indipendenza nel 1960 segnò poi le successive evoluzioni per la diaspora senegalese, mantenendo forti connessioni con la potenza europea qui in esame. Numerosi studiosi attribuiscono infatti a questa fase il nome di neo-colonialismo proprio a indicare la continuità delle relazioni tra una potenza coloniale e una ex colonia a seguito del raggiungimento di uno status di indipendenza.


5. I legami continui con la Francia: una migrazione oltreoceano


In questa fase, seppur un legame con lo Stato europeo continuò a esserci e la Francia assunse un ruolo classico rispetto ai desideri della popolazione migrante, è doveroso far presente che destinazioni più vicine furono altrettanto interessanti. La migrazione interna al continente africano è difatti sempre stata notevole, seppur spesso poco conosciuta e nel corso degli anni Sessanta e Settanta, alcuni Stati dell’area dell’Africa subsahariana furono tra le mete principali della mobilità senegalese. Tuttavia, a causa di problematiche interne di varia natura che interessavano alcuni di questi Stati, i senegalesi qui migrati furono presto costretti a re-indirizzare i loro percorsi in direzione di altri Stati o, appunto, oltreoceano. Fu quindi proprio nel corso degli anni Sessanta che la Francia assunse la posizione di meta privilegiata tra quelle extra-africane.


La mobilità verso il Paese fu supportata, oltre che dai legami coloniali, storici e linguistici, da una serie di accordi che favorirono il reclutamento di personale africano per rispondere alle richieste di mano d’opera francese, soprattutto nel settore dell’industria automobilistica[5]. Nel corso degli anni Settanta, tuttavia, i continui flussi migratori senegalesi trovarono una Francia particolarmente colpita dalle conseguenze della crisi petrolifera del 1973. La ricerca di mano d’opera straniera, in tal quadro, diminuì notevolmente e l’ex potenza coloniale decise allora di procedere con l’emanazione di direttive e di nuovi regolamenti volti a limitare l’arrivo dei migranti. In tal contesto, questi ultimi poterono appellarsi al diritto internazionale che riconosceva nel ricongiungimento familiare un diritto fondamentale di ciascun individuo e che, pertanto, fu consentito loro di esercitare. Fu poi nel 1985 che i flussi migratori in Francia furono nettamente più limitati tramite l’introduzione dell’obbligo di un visto di ingresso per ciascun migrante desideroso di entrare nel Paese[6].


6. La diaspora senegalese verso l’Italia: una meta ambita o indotta?


L'analisi della cronologia delle misure adottate per favorire un maggiore controllo alle frontiere permette di giungere alla constatazione che la scelta delle destinazioni della diaspora senegalese in una fase più recente è stata consequenziale alla costituzione dell’Unione Europea, agli accordi Schengen e, in particolar modo, alle scelte francesi. A fronte delle difficoltà di stabilirsi in quella che era stata a lungo una meta classica delle emigrazioni senegalesi, tenendo conto dell’ambiguità di alcune leggi sul territorio nazionale italiano e della posizione geografica del nostro Paese,emerge come l’Italia possa essere considerata un luogo di approdo sicuramente più immediato.


Il primo insediamento di migranti senegalesi in Italia, nel corso degli anni Ottanta, si era sviluppato in un contesto che, come dimostrava l’ambiguità della legislazione del tempo, rivelava difficoltà nel gestire il fenomeno migratorio e nel ritrovarsi a passare da Paese di emigrati a uno di immigrazione[7]. Tendenzialmente, fino agli anni Novanta, il migrante che arrivava in Italia dal Senegal era chiamato a presentare un visto turistico, il biglietto di ritorno e una somma di denaro come garanzia di supporto nel corso del soggiorno. Una volta scaduto il permesso, tuttavia, molto spesso, il migrante continuava a soggiornare in Italia in una condizione non regolare. A partire dal 1990, però, i migranti che pensarono di raggiungere l’Italia per bisogni personali o in risposta al cosiddetto année blanche[8], si ritrovarono a dover gestire nuove difficoltà, introdotte essenzialmente a seguito dell’adozione di nuove leggi e dell’adesione dell’Italia agli accordi Schengen. I senegalesi conobbero infatti maggiori complicanze tanto nell’adeguarsi ai nuovi requisiti di legge quanto, molto spesso, nell’inserimento nel mondo lavorativo.


7. L’associazionismo senegalese in Italia: un fulcro tra la diaspora e il Paese d’origine


Ad ogni modo, il numero complessivo dei senegalesi che raggiunsero il Bel Paese nel corso degli anni Novanta segnò un notevole aumento; ciò specialmente in virtù di alcuni scioperi sul territorio italiano grazie ai quali ottennero la possibilità di snellire i processi legati alla regolamentazione delle proprie condizioni, oltre al fatto che ciascun senegalese divenne più consapevole delle opportunità offerte della rete della diaspora senegalese in Italia. I migranti senegalesi sono infatti soliti organizzarsi in associazioni sul territorio nazionale ove soggiornano e, nel corso della loro permanenza all’estero, le associazioni diventano un canale di assistenza e supporto tanto per i membri delle stesse quanto per i migranti senegalesi che, per la prima volta, si avvicinano al luogo dove ha sede l’associazione. Inoltre, l’associazionismo senegalese gioca un impatto non indifferente nella produzione di nuovi beni e di altrettanti servizi a favore della crescita del Paese d’origine, oltre che per la formazione e l’investimento anche nel Paese d’accoglienza.


Analizzando le attività portate avanti dalle diverse associazioni si evince infatti l’esistenza di tre diversi livelli in cui esse operano e rispetto ai quali prefigurano determinati obiettivi o soddisfano altrettante richieste: quello affettivo, quello economico e quello religioso.


8. I livelli su cui nasce e si organizza l’associazionismo senegalese migrante


Considerando l’ultimo punto, appare qui utile far presente che, oltre ai cari o al villaggio, spesso sono state le confraternite a investire inizialmente nei viaggi dei migranti; uno sguardo all’ambito affettivo permette di vedere come un’organizzazione di questo tipo all’interno di un sistema diasporico non risponda necessariamente a un carattere di urgenza o di obbligo per il migrante. Egli è spesso membro di più associazioni, sentendosi libero di vivere a pieno un sistema di reti che nasce esclusivamente come espressione di vicinanza e condivisione tanto in Italia che per il Senegal. Del resto, un tipico tratto della cultura senegalese è la solidarietà che lega i membri del gruppo e, in effetti, il sistema di reti creato rappresenta proprio una delle vie che meglio garantisce il supporto nei confronti dell’altro, oltre che l’aiuto costante nel permettere il raggiungimento di determinati obiettivi e dei desideri di ciascuno[9].


Terzo livello, non per importanza, è quello economico che è anch’esso alla base delle azioni che impegnano il mondo dell’associazionismo senegalese. I migranti senegalesi sono infatti oggi spesso ritenuti dei veri e propri attori di promozione, per l’investimento che apportano nel loro Paese, sia esso economico, mediante le rimesse, o culturale, in termini di nuovo sapere e nuova formazione. Basti pensare che le rimesse che oggi giungono in Senegal sono spesso la sola fonte di reddito per le famiglie, superano altrettanto spesso gli aiuti internazionali e, ancora, sono fonte di investimento per la crescita del Paese in progetti imprenditoriali e settoriali locali[10]. Alle rimesse inviate dall’Italia, si aggiungono oltretutto quella parte di risparmi che il migrante porta con sé ogni volta che rientra in Senegal.


9. Conclusioni


Questo punto è interessante per fare emergere come è solito per i senegalesi visitare il Paese d’origine in maniera cadenzata attraverso viaggi circolari Italia - Senegal e Senegal - Italia. Nel corso di questi soggiorni il migrante gode infatti di primi contatti con progetti di investimento per il quale lavora e spesso risparmia (e investe) in Italia e altrove. Una lettura di questo tipo permette di considerare le rimesse come una porta aperta verso un ritorno definitivo in Senegal, spesso desiderio iniziale del migrante che parte per l’Europa. Ovviamente, la garanzia di un ritorno non è spesso facile e nel mondo accademico le migrazioni di ritorno sono oggetto di studio relativamente recente che si scontra con le difficoltà nella raccolta di dati tanto in Italia quanto in Senegal.


Leggere secondo una prospettiva transnazionale la diaspora senegalese, superando quindi la logica che vede la migrazione come fuga definitiva dal Paese di origine per tener conto invece dei legami continui che legano il migrante alla sua terra, permette una lettura più realistica e accurata del fenomeno. Osservare ai contatti costanti tra il Senegal e l’Italia - siano essi diretti con viaggi periodici o tramite trasferimenti monetari- permette di riflettere su obiettivi quali l’investimento in Senegal, la crescita del Paese d’origine e di destinazione e, altrettanto spesso, il ritorno del migrante a casa come occasione di sviluppo e di mantenimento di relazioni proficue.


Porsi di fronte al fenomeno migratorio superando una visione della migrazione come flusso di sola andata, permette di capire che l’evolversi di forme di migrazione tipicamente circolari, che legano tra loro Paesi diversi, migranti, competenze e saperi, è ormai un tratto sempre più tipico di un mondo globalizzato di cui potremmo beneficiare.


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ARTICOLO DIASPORA SENEGALESE- VALENTINA
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Note

[1]M. Diouf, Histoire du Sénégal, Paris, Maisonneuve & Larose, 2001, p. 95. [2]B. Davidson, Madre nera: l'Africa nera e il commercio degli schiavi, Torino, Giulio Einaudi, 1961, p. 295. [3]B. Cannelli, Inventare la Nazione. Gli elementi fondativi dell’opera politica di Senghor in A. Piga (a cura di), Senegal: culture in divenire nell'Africa Occidentale, Serravalle (Repubblica di San Marino), Aiep, 2013, pp.23-35. [4]M. Echenberg, Colonial Conscripts: The Tirailleurs Sénégalais in French West Africa, Portsmout, Heinemann, 1991, pp. 71-89. [5]S. Toma, E. and Castagnone, and C., Quels sont les facteurs de migration multiple en Europe? Les migrations sénégalaises entre la France, l’Italie et l’Espagne in “Population”, 70.1, 2015, pp. 75-76. [6]C. Severino, Uno sguardo oltrape. Aspetti problematici della disciplina dell'immigrazione in Francia in “federalismi.it Rivista di diritto pubblico italiano, comparato e europeo”, Numero speciale 2, 2019, pp.81-98. [7]Riccio B., “Toubab" e"vu cumprà”: transnazionalità e rappresentazioni nelle migrazioni senegalesi in Italia, Padova, Cleup, 2007, pp. 30-35. [8] Con questa espressione si fa riferimento all’anno 1989 che segnò un flusso di migrazioni dal Senegal all’Italia davvero notevole. A seguito di alcune rivendicazioni e scioperi che interessarono il Paese, numerosi studenti abbandonarono le loro famiglie e i rispettivi villaggi per raggiungere alcune città italiane e continuare qui i propri studi o procedere con la ricerca di un impiego. L’espressione annéeblanchefu impiegata per indicare la sospensione totale, eccetto per alcuni istituti privati, di esami come risposta alle rivendicazioni e agli scioperi che interessarono la società di allora. M. Tall, Les émigrés sénégalaisen Italie. Transferts financiers et potentiel de développement de l’habitat au Sénégal in M. C. Diop (a cura di), Le Sénégal des migrations. Mobilités, identités et societies, Paris, Khartala, 2008 p.156. [9] O. S. Di Friedberg, L’immigration africaine en Italie: le cas sénégalais in “Etudes internationales”, n°24.1, 1993. [10] G. Daffé, Les transferts d’argent des migrants sénégalais. Entre espoir et risque de dépendance, in M. C.Diop (a cura di), Le Sénégal des migrations, Paris, Khartala, 2008, p. 114.


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- Toma S., Castagnone E. and Richou C., Quels sont les facteurs de migration multiple en Europe? Les migrations sénégalaises entre la France, l’Italie et l’Espagne in “Population”, n° 70.1, 2015, pp. 69-101.

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