La crisi anglofona in Camerun

Aggiornato il: mar 1

di Elisa Chiara

Introduzione


Dal 2016 in Camerun è in corso una crisi che ha più volte sfiorato la guerra civile, che oppone principalmente le province anglofone e quelle francofone. Secondo l’International Crisis Group, dall’inizio degli scontri sono morte oltre 3.000 persone, altre 600.000 hanno lasciato le loro case e tre dei quattro milioni di cittadini delle due province colpite necessitano di assistenza umanitaria. In quest’analisi ripercorreremo le radici del conflitto, focalizzandoci su come la diaspora e la Chiesa cattolica hanno avuto, e potrebbero avere, un ruolo chiave nei negoziati futuri. Per un maggiore approfondimento della questione vi rimandiamo alla precedente analisi "Camerun: destino di una Nazione vincolata alla Francia e guerra civile interlinguistica".


2. Genesi del conflitto


Il conflitto in Camerun ha radici molto lontane, che risalgono all’epoca delle spartizioni coloniali: in base a quanto stabilito nella Conferenza di Berlino del 1884-85, il Camerun era diventato una colonia della Germania, in seguito al protettorato firmato tra i capi tradizionali douala e Berlino. La sconfitta della Germania durante la Prima guerra mondiale causò una ripartizione di territori. La Società delle Nazioni concesse la parte orientale alla Francia e quella occidentale all’Inghilterra.


Nel 1960, il Camerun francese conquistò l’indipendenza. Nel frattempo, nella parte occidentale francofona, si instaurò un primo esempio di federalismo, con une divisione tra il Southern Cameroons, posto sotto la Repubblica del Camerun proclamata nel 1972, e il Northern Cameroons, confluito sotto la Nigeria.


Già al momento dell’indipendenza il Southern Cameroons bramava autonomia, in un progetto molto remoto e scongiurato dal Regno Unito. Nel luglio del 1961 a Foumban, nella parte francofona orientale del paese, il Southern Cameroons si rivolse alla neonata repubblica nel tentativo di concludere una negoziazione piena di promesse, ma che di fatto si concludeva con il conferimento di pieni poteri all'esecutivo dello stato centrale e praticamente nessuno ai governi federati.


Il 20 ottobre 1961 il primo presidente Ahidjo firmò un decreto portante la riorganizzazione del territorio federale in sei regioni amministrative, tra cui il Camerun occidentale, nominando in ognuna delle sei regioni un ispettore, che di fatto avrebbe dovuto dargli conto. L’anno successivo, il presidente firmò altre ordinanze strettamente mirate alla limitazione delle libertà civili e all’introduzione del Franco CFA come moneta nazionale; questo cambiamento fu l’artefice dell’importante perdita del potere di acquisto delle popolazioni anglofone, aggravata dalla chiusura quasi totale di qualsiasi relazione commerciale con i paesi del Commonwealth.


Nel 1984 il Camerun divenne una Repubblica Unita, richiamando il nome della vecchia parte francofona. Questo desiderio di spazzare via il federalismo fu tradotto anche graficamente sulla bandiera nazionale, privata della seconda stella, un tempo simbolo del Camerun occidentale.


Negli anni ‘90, gli anglofoni cominciarono a costituirsi in associazioni volte a tentare una ribellione concreta alla cancellazione definitiva dello spicchio inglese del paese. Nacque allora il Social Democratic Front, un nuovo partito di opposizione promotore del federalismo, che partecipò alle elezioni presidenziali del 1992, sfiorando la vittoria.


Il governo centrale aveva nel frattempo concepito l'uniformazione del sistema scolastico inglese a quello francese, nonché lo smantellamento di strutture economiche salde ed importanti, come la West Cameroon Marketing Board, la Cameroon Bank et Powercam e l’abbandono dei lavori al porto di Limbe e agli aeroporti di Bamenda e Tiko. Tutti gli investimenti vennero indirizzati al Camerun francofono.


Quando l’attuale presidente, Paul Biya, successe a Ahidjo nel 1982, il centralismo divenne ancora più marcato, e questo processo culminò con la divisione della regione anglofona in due province: il Nord Ovest e il Sud Ovest. Nel 1996, Ahidjo creò l'Unione Nazionale Camerunense (UNC) come partito unico, accentuando la centralizzazione e sopprimendo il federalismo.


Nel 1995 il Social Movement prese un’andatura più politica, con la creazione del partito Southern Cameroons National Council, che chiese la divisione del paese e la creazione dello stato dell’Ambazonia di cui Sisiku Ayuk Tabe divenne presidente autoproclamato.


3. La crisi del 2016


Dal novembre 2016 la minoranza anglofona ha ripreso la protesta contro la sua marginalizzazione, diventata, dagli anni 2000, sempre più persistente. Le associazioni di avvocati ed insegnanti si ribellavano al non rispetto del Common Law nelle province del Nord Ovest e Sud Ovest, criticandole di progressiva francofonizzazione. Si creò quindi il Cameroon Anglophone Civil Society Consortium (CACSC), che mobilitò la folla a Bamenda, approfittando per chiedere la restaurazione del federalismo. Con la rivolta degli insegnanti, la crisi inizialmente dilagata nel Nord Ovest; si estese al Sud Ovest.


Tra il dicembre 2016 e il febbraio 2017, a causa delle tensioni e della loro repressione da parte del governo centrale, il primo ministro creò un comitato ad hoc incaricato di procedere alle negoziazioni nelle province in rivolta. La città di Bamenda fu al centro di questo processo, ma il 13 gennaio, quando ormai il governo centrale era sul punto di cedere a qualche rivendicazione, gli scontri tra civili e forze di sicurezza fermarono il dialogo e dettero vita all’operazione Ghost Town nelle due regioni. Il CACSC fu messo al bando e i suoi leader furono arrestati. Per tre mesi le città furono private di internet e Yaoundé prese una posizione molto severa nei confronti dei secessionisti, accusandoli di terrorismo. Qualche tentativo di dialogo è da segnalarsi il 23 gennaio 2017, quando il presidente concepì una commissione nazionale per la promozione del bilinguismo e del multiculturalismo. Gli attivisti anglofoni, tuttavia, criticarono la misura come tardiva e solo di facciata, rammaricandosi del fatto che nove dei quindici membri della Commissione fossero francofoni.


Il governo annunciò altre misure il 30 marzo, tra cui la creazione di una sezione di Common Law presso la Corte Suprema e presso la National School of Administration and Magistracy (ENAM), un aumento del numero di insegnanti di lingua inglese, il reclutamento di magistrati anglofoni, la creazione di dipartimenti di Common Law nelle università francofone e l’autorizzazione provvisoria per gli avvocati di lingua inglese a continuare ad esercitare le funzioni di notaio nel Nord Ovest e nel Sud Ovest.


Il 20 aprile la connessione internet fu ripristinata, dopo 92 giorni di interruzione. Sebbene queste misure tecniche siano state un primo passo apprezzabile verso l’inclusione della parte anglofona, a distanza di cinque anni possiamo affermare che non abbiano affrontato le reali preoccupazioni politiche delle minoranze. Ancora, la rielezione nel 2018 di Paul Biya ad un settimo mandato, non ha facilitato il processo.


Gli ultimi due anni sono stati altrettanto complicati, con dapprima un passo in avanti di Biya che ha annunciato a settembre 2019 la scarcerazione di secessionisti, e dopo con l’adozione di un progetto di legge che prevederebbe uno status speciale per le regioni anglofone. L’epilogo delle misure è stata la rinnovata delusione delle fazioni anglofone che continuano a invocare l’indipendenza come sola via percorribile.


4. La questione etnica


Accanto all’annoso problema di rappresentanza politica e istituzionale delle minoranze, il Camerun si caratterizza per le tensioni etniche che hanno raggiunto un punto di non ritorno dopo l’elezione di Biya. La rivalità maggiore oppone l’etnia dei bamileke, maggiormente diffusa nella parte occidentale del paese, che intrattiene forti legami culturali con le regioni anglofone, e quella dei bulu e dei beti, abitante soprattutto le regioni centrali e meridionali, e al potere da decenni.


Le tensioni economiche, causate dal fatto che i bamileke detengono la maggior parte della produzione manifatturiera del paese, vanno a braccetto con quelle politiche. Infatti, nel 2018 la rivalità tra Maurice Kamto, principale sfidante di Biya e di etnia bamileke, e il presidente candidatosi per un settimo mandato, ha scatenato messaggi xenofobi spesso mediatizzati. Le tensioni sono peggiorate alla vittoria di Biya, denunciata dai sostenitori di Kamto come scandita da brogli e corruzione. Questa contestazione sfociò in violenti scontri, attacchi ad ambasciate camerunensi in Europa e infine con l’arresto di Kamto.


5. Il ruolo della diaspora e della chiesa


Nel teatro degli scontri della crisi anglofona, due sono gli attori maggiori che hanno assunto un ruolo chiave nella mediatizzazione e nell’andamento delle ostilità: la diaspora e la chiesa cattolica.


Possiamo dire che a partire dalla dissoluzione del CACSC del 17 gennaio 2017 e dell’arresto della sua leadership, la diaspora camerunense ha saputo dare un’enorme visibilità alla crisi, fino ad allora apparentemente sconosciuta alla comunità internazionale. Di fatto, la diaspora ha assunto il controllo delle manifestazioni di piazza, anche nei paesi occidentali, rimpiazzando la vecchia richiesta di un federalismo a due stati con quella più rigida e determinante della costituzione di una nuova statualità: la repubblica di Ambazonia. La sua promozione virtuale, tramite i social media, fu uno degli aspetti caratteristici del ruolo della diaspora in questa vicenda. La neonata repubblica introdusse una propria bandiera e una valuta virtuale, l’Ambacoin.


In seguito alla sua nascita, gruppi di opposizione e indipendentisti proliferarono, non solo sul territorio dello stato africano, ma anche in Europa e negli Stati Uniti. La popolarità delle nuove rivendicazioni fu facilitata dalla diffusione di messaggi di odio e disinformazione sui social media, che finirono per incoraggiare le popolazioni sul campo alla lotta armata.


Dal canto suo, la Chiesa cattolica è una delle istituzioni più solide in Camerun. Rispettata e influente, essa è l’istituzione nazionale che rappresenta più di un terzo della popolazione sparsa nelle dieci regioni del Paese. Si fa portatrice di una parte importante di servizi sociali di base in molte aree del paese, specialmente nel settore dell'istruzione e della salute.

Per queste ragioni, fin dal 2017 ha voluto proporsi come mediatrice del conflitto. Secondo l’International Crisis Group, la crisi anglofona ha però avuto un impatto anche nella scissione tra chiesa anglofona e francofona e, in qualche misura, la stessa scissione vi ha giocato un ruolo determinante.


Il Camerun si organizza in cinque regioni ecclesiastiche collegate alla Conferenza episcopale nazionale del Camerun (CENC): quattro di loro sono di lingua francese e una di loro, la provincia di Bamenda, è prevalentemente di lingua inglese. Durante la 42a Assemblea dei Vescovi del Camerun nell'ottobre 2017, il clero ha preso posizioni divergenti sui temi centrali della crisi. Alcuni vescovi della provincia di Bamenda hanno, infatti, ritenuto che l'assemblea, composta principalmente da vescovi francofoni, non tenesse sufficientemente conto delle richieste delle popolazioni anglofone.


Il clero di lingua inglese non è unanime nella posizione e nel comportamento da adottare. Alcuni preti anglofoni hanno posizioni estreme in materia, invocando senza metafore la creazione di un nuovo stato. Nel suo rapporto, l'International Crisis Group prende come esempio padre Wilfred Emeh, della diocesi di Kumba, che vuole l'indipendenza del Camerun meridionale, e ritiene che il federalismo sia un passo obbligato verso l'indipendenza. Padre Gerald Jumbam, da parte sua, sostiene la piena indipendenza delle regioni anglofone, ritenendo che l'indipendenza parziale non sia sufficiente e definendo "codardi" i federalisti.


I tentativi di apertura al dialogo non sembrano tuttavia portare a grandi progressi. Proprio per sostenere questa opera di riavvicinamento tra le parti, nel mese di gennaio 2021 il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato della Santa Sede, ha avviato una visita di cinque giorni in Camerun, visita che lo ha portato dapprima a Bamenda, e poi nella capitale dal presidente Biya per un faccia a faccia cruciale. Il cardinale ha portato con sé un messaggio di pace del Papa che, fin dagli inizi, segue con apprensione questa crisi politica. Sembra proprio che il Papa voglia lasciare un messaggio forte rispetto agli eventi degli ultimi anni. A Babenda, mons. Parolin ha consegnato il pallio (il simbolo dell’unione dei prelati con il Pontefice) all’arcivescovo mons. Andrew Nkea, molto coinvolto a livello locale nel dialogo tra belligeranti.


Non lontano da Bamenda, lo scorso novembre il cardinale Christian Tumi, arcivescovo emerito di Douala, anch’egli molto impegnato per l’instaurazione di un dialogo duraturo, era stato rapito per breve tempo dai separatisti anglofoni. A fine settembre 2019, era stato organizzato un grande dibattito nazionale sulla grave crisi anglofona, a cui il cardinale aveva contribuito con un documento di 400 pagine.


Nel luglio 2020, il governo camerunense aveva incontrato in segreto il leader separatista Julius Sisuku Ayuk Tabe, in carcere per atti di secessione, ostilità contro la patria, ecc. Questo incontro non ufficiale ha segnato il primo contatto pacifico tra le due parti, impegnate da quasi 4 anni in una guerra fratricida nelle regioni del Nord-Ovest e del Sud-Ovest.

Secondo la radio francese RFI, la Chiesa cattolica ha svolto un ruolo importante nell’andamento di questo incontro.


La Chiesa cattolica ha facilitato il recente contatto tra i separatisti di lingua inglese imprigionati a Yaoundé e gli emissari del governo. È anche presso la sede episcopale di Mvolyé, nella capitale del Camerun, che si è tenuto questo incontro. Nell'occasione, Julius Ayuk Tabe, l'autoproclamato presidente dell'Ambazonia e alcuni dei suoi sostenitori erano stati appositamente prelevati dalle loro celle per avviare discussioni con le autorità governative. Monsignor Andew Nkea era stato “un testimone privilegiato” come si legge sulla piattaforma digitale RFI.


I media francesi precisano che la mediazione della Chiesa cattolica è apprezzata da diversi osservatori nazionali e internazionali, che vedono in quest’ultima un modo per accelerare il riavvicinamento delle due parti in conflitto.


6. Conclusioni


Abbiamo visto come negli ultimi anni il Camerun abbia affrontato un conflitto che, seppur sconosciuto alla comunità internazionale, rappresenta un’annosa questione relativa alla protezione delle minoranze. In questa vicenda si mischiano diplomazia, democrazia, digitalizzazione dell’opinione pubblica, imperativo umanitario e promozione culturale. La presenza di attori chiave importanti è stata fondamentale, ma il dialogo politico e istituzionale sembra ancora lontano dalla risoluzione pacifica del conflitto. Anche la Commissione per la promozione del bilinguismo e il multiculturalismo, il cui bilancio per il 2021 ammonta a 4,5 milioni di euro, sembra una macchina da soldi nascosta dietro il pretesto dell’integrazione. Occorrerebbe quindi spostare la questione su un piano più elevato, probabilmente fino a coinvolgere le Nazioni Unite e l’Unione Africana.


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La crisi anglofona in Camerun - Elisa Ch
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Bibliografia/Sitografia


https://www.crisisgroup.org/fr/africa/central-africa/cameroon/250-cameroons-anglophone-crisis-crossroads


https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/elezioni-camerun-un-voto-uscire-dalla-crisi-25027


https://www.internazionale.it/notizie/yuhniwo-ngenge/2019/08/23/camerun-tre-crisi


https://www.osservatoriodiritti.it/2020/01/31/camerun-guerra-civile-anglofono-crisi-cosa-succede/


https://www.difesa.it/SMD_/CASD/IM/CeMiSS/DocumentiVis/Osservatorio_Strategico_2018/02_2018_ITA/OS_02_ITA.pdf


https://www.rfi.fr/fr/afrique/20210130-le-vatican-s-engage-dans-la-crise-au-cameroun-anglophone


https://iari.site/2021/02/09/i-nodi-irrisolti-del-camerun-allorigine-della-crisi-anglofona/

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