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La creazione dello Stato-nazione in Asia centrale

Aggiornato il: 21 dic 2020

di Riccardo Cattaneo

In foto: Nur-Sultan, capitale del Kazakistan

Secondo la visione del Cremlino, lo spazio post-sovietico ha una duplice dimensione: una culturale e una geopolitica. Storicamente, l’espansione in Asia centrale è avvenuta lungo entrambe le direttrici, con l’avanzata dell’impero russo in funzione e la contemporanea colonizzazione di vaste porzioni dell’attuale Kazakistan settentrionale. La colonizzazione di tali territori è continuata anche sotto l’Unione Sovietica, tanto da per-mettere ai russi etnici di raggiungere la maggioranza della popolazione della repubblica kazaka. Al contrario, il resto dell’Asia centrale è stato sostanzialmente risparmiato alla russificazione. La storia recente in Georgia e Ucraina ci ha insegnato che le popolazioni russofile che vivono al di fuori dei confini della Federazione Russa rappresentano una formidabile leva di influenza politica per il Cremlino.


Il rientro in Russia di milioni di persone e il maggior tasso di crescita della popola-zione musulmana ha oggi permesso al Kazakistan di ribaltare i rapporti numerici di epoca sovietica. Ciononostante, la popolazione russa continua a rappresentare un quarto del to-tale, ma il sostanziale allineamento del Kazakistan alla politica del Cremlino ha permesso di evitare conflitti come quelli avvenuti in Georgia e Ucraina. Se in Asia centrale il peso delle istituzioni euro-atlantiche è pressoché nullo, la Russia compete con la crescente in-gerenza della Cina, interessata principalmente alle vaste risorse energetiche della regione.

Con il presente contributo si conclude la panoramica sulle dimensioni culturali e politiche che caratterizzano le relazioni internazionali nello spazio post-sovietico.


1. Cenni storici


La distribuzione dei russi etnici nella regione rende il Kazakistan l’unico Paese che si presta all’affective geopolitics russa. Questa regione, terra di nomadi fino al XIII secolo, si consolidò politicamente sotto l’Impero mongolo, a cui seguì il dominio del Khanato dell’Orda d’oro e, infine, di quello del Khanato di Kazach[1]. L’espansione russa in Asia centrale iniziò nella prima metà del XVIII secolo, quando l’Impero costruì diverse fortificazioni e città – tra le quali Semej, Pavlodar e Petropavl, oggi in territorio kazako – allo scopo di impedire le incursioni verso la Russia delle popolazioni turche dell’Asia centrale[2]. Nel corso del XIX secolo, la regione fu interessata dalla rivalità anglo-russa (c.d. “Grande Gioco”) che si concluse con l’Intesa del 1907 sulle sfere di influenza, che garantisce all’Impero russo il controllo dell’Asia centrale, fino al confine con l’Afghanistan[3].


Il crollo del governo centrale a Pietrogrado nel novembre 1917 significò per i kazaki un breve periodo di indipendenza – l’“Autonomia di Alash” – terminato sotto l’avanzata dell’Armata Rossa. Nel 1920 fu istituita la Repubblica sovietica socialista autonoma del Kirghiz, che fu successivamente suddivisa nei territori delle repubbliche sovietiche di Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan[4]. Il dominio sovietico si è contemporaneamente reso responsabile di milioni di morti causati dalla collettivizzazione forzata, nonché dell’industrializzazione della regione, intensificatasi con l’evacuazione in Asia centrale di molte industrie dell’Unione Sovietica europea[5]. Dopo la morte di Stalin nel 1953, il Kazakistan fu teatro dei test nucleari di Semipalatinsk, della costruzione del cosmodromo di Baikonur e di grandi reti di irrigazione per i campi dell’Asia centrale. Molti di questi progetti hanno causato gravi danni ambientali (come la scomparsa del Mare d’Aral e l’inquinamento radioattivo) che vaste aree del Kazakistan non hanno ancora superato[6].


2. Demografia e cittadinanza


A differenza delle regioni del Baltico e del Caucaso, i leader delle repubbliche dell’Asia centrale parteciparono fino all’ultimo al fianco di Gorbačëv ai negoziati per rinnovare l’Unione Sovietica, vedendo con sfavore la sua dissoluzione[7]. Nella degenerazione degli eventi successivi al fallito colpo di stato dell’agosto del 1991, il Kazakistan divenne l’ultima repubblica sovietica a dichiarare l’indipendenza (dicembre 1991). Nel 1997, il governo kazako trasferì la capitale dalla meridionale Almaty (Alma-Ata in epoca sovietica), maggiore città del Paese, ad Astana, città settentrionale scelta per scoraggiare le spinte irredentiste dei russi nel nord del Paese[8]. Il nome della capitale del Paese è stato modificato nel 2019 in Nur-Sultan, in onore del dimissionario trentennale presidente Nursultan Nazarbaev. La colonizzazione sofferta dal Kazakistan è stata tra le più penetranti dell’esperienza sovietica, tanto da portare al sorpasso della popolazione russa etnica (arrivata al 45% di quella totale) su quella kazaka. L’inversione di tendenza, iniziata negli anni Sessanta, si è velocizzata con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, che ha spinto milioni di russi a migrare verso la Federazione Russa, riducendo la loro presenza al 22% della popolazione totale (figura 2). Anche la penetrazione linguistico-culturale è stata particolarmente forte, tanto da fare del russo non solo la lingua ufficiale del Paese (al fianco del kazako), ma anche quella primaria del 42% della popolazione[9]. Nelle altre repubbliche dell’Asia centrale, invece, le comunità russe sono esigue e non si presentano in concentrazioni rilevanti (figura 1).


Ottenuta l’indipendenza il Kazakistan concesse la cittadinanza a tutti i residenti permanenti di epoca sovietica, indipendentemente dalla loro etnia. Al contempo, il Paese vieta rigorosamente la doppia cittadinanza, imponendo entro trenta giorni dall’acquisizione della nuova nazionalità di scegliere quale mantenere, pena la privazione di quella kazaka[10]. I russi etnici del Paese furono dunque obbligati a scegliere se appartenere al Kazakistan, lo Stato in cui vivevano, magari da generazioni, o alla Russia, quello a cui erano culturalmente legati. La scelta della prima cittadinanza avrebbe reso i russi etnici stranieri nel loro Stato d’origine, mentre la seconda avrebbe reso gli stessi stranieri nel Paese in cui vivevano e lavoravano[11].

Sebbene con lentezza e cercando di promuovere l’armonia interetnica del Paese, si sostituì la narrativa sovietica con una storiografia che esaltasse i miti storici e le radici culturali dell’era prezarista[12]. Nonostante la frammentazione dell’Impero mongolo avesse comportato la divisione militare dell’attuale territorio kazako tra tre orde, essa sottolinea come si siano sviluppate pochissime differenze linguistiche e culturali, tanto da poter considerare i tre popoli come parte della medesima etnia, gli Zhuz. L’appartenenza a una di queste orde, formalmente divise, è stata legata all’idea di avere un’unica secolare etnia kazaka. Ne consegue che il dominio zarista anziché come portatore di civiltà, venga ora descritto come la fine dell’età dell’oro che i popoli centro-asiatici stavano vivendo[13]. Questa nuova narrazione entra in conflitto con la composizione multietnica del Paese, con le grandi comunità russe etniche che rappresentano un pericoloso rischio di fedeltà all’ex-impero[14].


La legge fondamentale del Kazakistan, in vigore dal 1995, costituzionalizza il concetto di territorialità statale basato sull’etnia, citando nel preambolo come lo Stato kazako sia sorto sulle terre delle popolazioni indigene kazake[15]. La multietnicità del Paese, dunque, non viene percepita come spontanea, bensì come il risultato dell’emigrazione da parte di gruppi stranieri nei territori abitati dai kazaki. Dunque, non sorprende che le autorità abbiano intrapreso una serie di azioni in promozione della lingua, della cultura e dei simboli kazaki, sebbene al russo sia stato riconosciuto lo status di coufficiale, anche all’interno dalle istituzioni statali[16]. Nursultan Nazarbaev, Presidente kazako dall’indipendenza fino al 2019, ha deciso di introdurre l’alfabeto latino per la lingua kazaka entro il 2025. Non sono mancate le controversie tra i sostenitori della decisione, che citano il successo della latinizzazione operato da altre lingue turche (quali il turco e l’azero), e chi vi si oppone, sottolineando che ciò scoraggerebbe l’apprendimento della lingua kazaka, soprattutto da parte della popolazione russa del Paese[17]. Tuttavia, la Costituzione riconosce al contempo la delicatezza dell’equilibrio interetnico del Paese, affermando che qualsiasi azione che possa sconvolgere la concordia interetnica sia incostituzionale[18]. Ad esempio, è vietata la creazione di partiti politici su base etnica[19], ma, paradossalmente, si è mantenuta la prassi dei passaporti interni sovietici di registrare sui documenti di identità l’etnia del possessore[20]. Infine, nonostante la grande maggioranza della popolazione sia musulmana, a differenza di altri Paesi della regione, il Kazakistan non ha utilizzato simboli religiosi per rafforzare la propria narrativa nazionale[21].


Nel 1995 è stata istituita anche l’Assemblea dei Popoli del Kazakistan, un organo consultivo previsto dalla Costituzione per rappresentare gli interessi di tutti i gruppi etnici nel Paese. La sua importanza politica è cresciuta a seguito degli emendamenti costituzionali del 2007, che hanno reso nove membri dei 98 della Mazhilis – camera bassa del Parlamento kazako – eleggibili dall’Assemblea[22], in modo da favorire un’armoniosa convivenza interetnica anche a livello parlamentare. Tuttavia, nonostante questa retorica di inclusione e armonia tra le diverse etnie, una lenta campagna di kazakizzazione è in corso dall’indipendenza, con i kazaki etnici che ormai detengono tutte le posizioni di vertice a livello politico e di sicurezza. Questo, unito all’emigrazione dei russi etnici verso la Federazione Russa e alla maggiore natalità della popolazione kazaka, ha completamente spostato l’equilibrio demografico a favore di quest’ultima. Il governo del Kazakistan sembra, dunque, aver riciclato il modello nazionale sovietico, dove un insieme di popoli vive in pace e armonia, ma dove il gruppo etnico dominante assume il ruolo di “fratello maggiore” di quelli minoritari[23].


3. Nation-building in Asia centrale


Anche le altre repubbliche dell’Asia centrale, culturalmente legate alle popolazioni turche della regione, rappresentano un fenomeno nazionale estremamente recente. Tuttavia, a differenza del Kazakistan, esse non hanno subìto una profonda russificazione, rendendo i propri territori molto meno rilevanti agli occhi dell’affective geopolitics russa. Solo l’Uzbekistan possiede una notevole presenza di russi etnici, comunque estremamente minoritaria se comparata alla popolazione totale[24]. A seguito dell’indipendenza, il consolidamento delle istituzioni statali ha portato tutti i Paesi della regione, eccetto il Kirghizistan, a una rapida deriva autoritaria, specialmente in Turkmenistan, dove la durezza del regime compete con quello dell’età sovietica. Il caso turkmeno, in effetti, rappresenta un esempio di come le politiche di costruzione nazionale possano essere utilizzate per accentrare il potere nelle mani del Presidente. La narrativa nazionale del Paese, infatti, è stata costruita basandosi sul culto della personalità del Presidente Saparmyrat Nyýazowin – autodefinitosi come “Padre di tutti i turkmeni”[25] –, a cui il suo successore non ha posto rimedio[26].


Il dominio russo-sovietico in Asia centrale si strutturò come un potere coloniale, portando nella regione politiche di secolarizzazione, russificazione e denazionalizzazione. I migranti russi, in quanto colonizzatori, non si mescolavano con la gente locale, non imparavano la lingua e non si inserivano nella società. Per tale ragione, l’Asia centrale del 1991 si presentava come la regione più etnicamente eterogenea dello spazio post-sovietico[27]. I gruppi etnici che le autorità sovietiche riconobbero come “nazioni titolari” delle repubbliche federative sovietiche dovettero fare i conti con l’eredità delle decisioni di Mosca, che hanno creato alcune situazioni paradossali, quali i confini della valle di Fergana. Inoltre, più che in ogni altro luogo dello spazio post-sovietico, in Asia centrale è osservabile il fenomeno del “nazionalismo nazionalizzante” descritto da Rogers Brubaker. Questi “Stati nazionalizzanti”, infatti, hanno operato per rafforzare, se non addirittura creare, la propria identità nazionale, così come le sue istituzioni i suoi simboli e le sue pratiche. Tutto a spese delle altre minoranze, che dovrebbero preferibilmente assimilarsi al gruppo maggioritario. Nonostante alcuni gravi episodi di sangue, quali la guerra civile in Tagikistan (1992-97), gli scontri di Andijan (2005, in Uzbekistan) e le due rivoluzioni in Kirghizistan (la prima, “dei tulipani”, nel 2005 e la seconda nel 2010), la stabilità politica della regione è stata mantenuta[28].


4. Conclusioni


Se da un lato Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan, Uzbekistan ne sono stati risparmiati, dall’altro il Kazakistan ha subìto la russificazione più profonda di qualsiasi altro Stato post-sovietico. Per gran parte della storia dell’Unione Sovietica, i russi hanno infatti rappresentato la maggioranza della popolazione della repubblica kazaka. Tuttavia, le conseguenze della dissoluzione dell’Unione Sovietica hanno ribaltato di equilibri, con la popolazione russa ridottasi a un quarto di quella totale. Contrariamente a quanto visto nelle regioni baltiche, europee sud-orientali e caucasiche, la massiccia presenza di russi non ha comunque causato lo scoppio di tensioni etniche e territoriali. Le buone relazioni tra Russia e Kazakistan sono garantite dal sostanziale allineamento dei due Paesi in politica estera, con il secondo che partecipa a tutti i processi di integrazione regionale proposti dal Cremlino. Il Kazakistan è infatti membro dell’Unione economica eurasiatica e dell’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva. Nella regione, solo il Kirghizistan partecipa a entrambe, mentre il Tagikistan è membro solo della seconda. In generale, gli eventi che hanno scosso maggiormente la regione sono stati di natura domestica e non internazionale, permettendo al Cremlino di mantenere salda la propria influenza su gran parte dei Paesi della regione.


Se sul fronte europeo la Russia deve competere con le istituzioni euro-atlantiche, in Asia centrale il rivale è la Cina. A seguito della crisi in Ucraina, Mosca si trova contemporaneamente alleata e rivale di Pechino. Nella lotta contro l’unipolarismo statunitense, la Cina risulta essere un grande, ma scomodo alleato. Sebbene nel breve termine Pechino possa aiutare Mosca a perseguire i propri obiettivi, nel lungo diventerà infatti il principale competitor della Russia tanto in Estremo oriente quanto in Asia centrale. In quest’ultimo scenario, la Cina sta già tessendo importanti legami politici ed economici attraverso l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai e gli investimenti per la Nuova Via della Seta. A preoccupare Mosca, però, è principalmente il gigantesco peso economico di Pechino, schiacciante se paragonato a quello russo. Inoltre, se oggi le esportazioni di risorse energetiche verso Oriente stanno aiutando il Cremlino a sopperire alle restrizioni commerciali occidentali, la crescita dell’influenza cinese sul settore energetico russo solleva molte preoccupazioni. Sebbene non ci si aspetti una rapida crescita dell’ingerenza cinese negli affari estremo-orientali russi, quando il futuro (dis)equilibrio di forze diventerà conflittuale, il Cremlino sarà costretto a ripensare completamente la propria dottrina di sicurezza.


In conclusione, i principali fattori che hanno condizionato la geopolitica della Federazione Russa nello spazio post-sovietico sono stati la perdita di influenza (soprattutto verso i Paesi del near abroad, divenuti indipendenti), la presenza di milioni di russi etnici all’estero e la rivalità con l’Occidente. In definitiva, è importante riflettere sull’equilibrio che si è venuto a creare dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica. La Russia ha perso il suo status di superpotenza ed è improbabile che riesca a riottenerlo. Il massimo che potrà conseguire, in futuro, sarà di divenire uno dei principali centri militari del nuovo ordine multipolare che si sta configurando sotto la spinta dei Paesi emergenti, Cina in primis. La Russia, infatti, non può realisticamente pensare di ricostruire un potere di influenza pari a quello sovietico. L’Occidente, che ha già guadagnato molto distruggendo il modello comunista ed espandendo il proprio su scala globale, non può però credere di potere allargare all’infinito le proprie istituzioni senza incorrere in una forte opposizione da parte del Cremlino. La Russia ha infatti dimostrato di essere pronta a lottare per impedire che il fronte euro-atlantico avanzi, utilizzando anche la forza militare per ricordare ai suoi vicini quale sia l’orientamento di politica estera da seguire.


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Note

[1] Cfr. Pritsak O., Moscow, the Golden Horde, and the Kazan Khanate from a Polycultural Point of View, in “Slavic Review”, vol. 26, n. 4, Cambridge University Press, 1967, pp. 577-583. [2] Cfr. Saray M., The Russian conquest of central Asia, in “Central Asian Survey”, vol. 1, n. 2-3, Taylor & Francis Ltd., 1982, pp. 1-30. [3] Cfr. England and Russia in Central Asia, in “The American Journal of International Law”, vol. 3, n. 1, Cambridge University Press, JSTOR, 1909, pp. 170-175 [4] Cfr. Sabol S., The creation of Soviet Central Asia: The 1924 national delimitation, in “Central Asian Survey”, vol. 14, n. 2, Taylor & Francis Ltd., 1995, pp. 225-241. [5] Davis. T., Leftovers of a Dissolved Empire: Assessing the Political Stability of the Former Soviet Republics of Kazakhstan, Georgia, and the Ukraine, in “Showcase of Text, Archives, Research & Scholarship” (STARS), University of Central Florida, 2017, pp. 17. [6] Bakytzhanova B. N., Kopylov I. S., Dal L. I., Satekov T. T., Geoecology Of Kazakhstan: zoning, environmental status and measures for environment protection, in “European Journal of Natural History”, n. 4, Perm State National Research University, 2006, pp. 17-21. [7] Batsaikhana U., Dabrowski M., Central Asia – twenty-five years after the breakup of the USSR, in “Russian Journal of Economics”, n. 3, 2017, p. 298. [8] Cfr. Wolfel R. L., North to Astana: Nationalistic motives for the movement of the Kazakh(stani) capital, in “The Journal of Nationalism and Ethnicity”, vol. 30, n. 3, 2002, pp. 485-506. [9] Ministry of National Economy of the Republic of Kazakhstan Committee on statistics: https://tinyurl.com/y96lslnv [10] Legge sulla cittadinanza della Repubblica del Kazakistan, Legal information system of Regulatory Legal Acts of the Republic of Kazakhstan, 2017. Disponibile su: http://adilet.zan.kz/eng/docs/Z910004800_ [11] Burkhanov A., Kazakhstan’s National Identity - Building Policy: Soviet Legacy, State Efforts, and Societal Reactions, in “Cornell International Law Journal”, vol. 50, n.1, Cornell University Law Library, 2017, p. 7. [12] Kurzio T., History, memory and nation building in the post-soviet colonial space, in “Nationalities Papers”, vol. 30, n. 2, Routledge, Taylor & Francis Ltd., New York, 2002, pp. 257-258. [13] Melich J., Adibayeva A., Nation-building and cultural policy in Kazakhstan, in “European Scientific Journal December”, vol. 2, 2013, pp. 266-267. [14] Kurzio T., History, memory and nation building in the post-soviet colonial space, cit., p. 258. [15] Preambolo della Costituzione della Repubblica del Kazakistan, Constitute Project, 2011. Disponibile su: https://www.constituteproject.org/constitution/Kazakhstan_2011.pdf?lang=en [16] Burkhanov A., Kazakhstan’s National Identity - Building Policy: Soviet Legacy, State Efforts, and Societal Reactions, cit., pp. 5-6. [17] Melich J., Adibayeva A., Nation-building and cultural policy in Kazakhstan, cit., pp. 272-273. [18] Art. 39 della Costituzione della Repubblica del Kazakistan, cit. [19] Legge della Repubblica del Kazakistan sui partiti politici, Legal information system of Regulatory Legal Acts of the Republic of Kazakhstan, 2002. Disponibile su: http://adilet.zan.kz/eng/docs/Z020000344_ [20] Burkhanov A., Kazakhstan’s National Identity - Building Policy: Soviet Legacy, State Efforts, and Societal Reactions, cit., pp. 4-5. [21] Melich J., Adibayeva A., Nation-building and cultural policy in Kazakhstan, cit., pp. 268-269. [22] Art. 51 della Costituzione della Repubblica del Kazakistan, cit. [23] Burkhanov A., Kazakhstan’s National Identity - Building Policy: Soviet Legacy, State Efforts, and Societal Reactions, cit., p. 13. [24] Uzbekistan, The World Factbook, Central Intelligence Angency. Disponibile su: https://www.cia.gov/library/publications/the-world-factbook/geos/uz.html [25] Cfr. Kaiser R. G., “Personality Cult Buoys ‘Father of All Turkmen’”, in The Washington Post, 2002. Disponibile su: https://www.washingtonpost.com/archive/politics/2002/07/08/personality-cult-buoys-father-of-all-turkmen/353aacc9-45d7-4df7-a6e9-e65bf8a15696/?noredirect=on&utm_term=.e438f55f 9786 [26] Isaacs R., Polese A., Between “imagined” and “real” nation-building: identities and nationhood in post-Soviet Central Asia, in “Nationalities Papers”, vol. 43, n. 3, Routledge, Taylor & Francis Ltd., New York, 2015, p. 375. [27] James D. Fearon, Ethnic and Cultural Diversity by Country, in “Journal of Economic Growth”, vol. 8, n. 2, Springer, 2003, pp. 216. [28] Isaacs R., Polese A., Between “imagined” and “real” nation-building: identities and nationhood in post-Soviet Central Asia, cit., pp. 372-374.


Bibliografia/Sitografia


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Art. 39 della Costituzione della Repubblica del Kazakistan, cit.

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Bakytzhanova B. N., Kopylov I. S., Dal L. I., Satekov T. T., Geoecology Of Kazakhstan: zoning, environmental status and measures for environment protection, in “European Journal of Natural History”, n. 4, Perm State National Research University, 2006, pp. 17-21.

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