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L’Europa in guerra, recensione dell’ultima opera del Gen. Mini

Aggiornamento: 25 mar 2023

di Stefan Mrdak*


*Nato a Belgrado, ha successivamente studiato e lavorato negli Stati Uniti e in Italia, laureandosi in Architettura presso la Sapienza di Roma. Dal 2016 è inviato per l’Italia della Radio Televisione Serba.

L’Europa in guerra, pubblicato dalla PaperFIRST, si può definire come una sintesi di tutte le idee a cui il generale Mini ci ha abituati nel corso degli ultimi anni: dalle sue posizioni sulla politica nazionale, alla spesso feroce critica di ciò che la UE è rispetto a ciò che avrebbe dovuto essere, così come le sue controverse posizioni sulla NATO, istituzione che ha servito per svariato tempo in modo esemplare e con non poco successo (sia come comandante di KFOR che Capo di Maggiore delle forze NATO per il Sud Europa). Queste idee sono veicolate sotto una forma di breve analisi in punti, che in tutto e per tutto richiamano il celebre Arte della Guerra di Sun-zi, con il quale condivide anche la semplicità di espressione, così come l'immediatezza delle idee.


In circa duecento pagine, Mini analizza lo stato della guerra in Europa e nello specifico in Italia, usando il conflitto in Ucraina come espediente per mettere a nudo una serie di falle del sistema, che vanno dalla prontezza istituzionale della UE “vittima volontaria della guerra”, fino alla preparazione materiale delle truppe. Tuttavia, come è sua abitudine, l’analisi abbraccia la situazione in maniera molto più ampia, ponendo dubbi pragmatici su aspetti macroscopici e concettuali come la stessa natura della NATO, accusata di essere “soltanto un brand, un nome di fantasia, di marketing… una sorta di holding”, fino agli aspetti molto più specifici, come fare i conti in tasca all'Esercito Italiano.


Il quadro che ne esce è un guazzabuglio economico-istituzionale, la cui posizione è resa ancora più complicata “dalla falsa ideologia del Bene e del Male, alla quale si appigliano tutti coloro che non hanno né argomenti, né voglia di discutere”, in cui la spesa militare aumenta di continuo, anche in conformità con gli impegni verso la NATO, ma i risultati tardano ad arrivare o in molti casi si rivelano essere pessimi. La tesi ricorrente è che, in mancanza di una visione complessiva e di obiettivi precisi da parte delle istituzioni europee, i vari governi operino sotto pilota automatico seguendo il vecchio principio "intanto è fatto, come non importa".


Infine, il punto di forza e ciò che dà sicuramente maggior prestigio all’opera, è la solita spregiudicatezza nell’uso delle parole - “L’invasione russa dell’Ucraina iniziata il 24 febbraio del 2022 è stata preceduta da trent’anni di provocazioni NATO (…)”. Mini di certo non le manda a dire e conferma ancora una volta di essere un uomo con gli scarponi, abituato a parlare ai soldati e per i soldati: un uomo che non si perde in chiacchiere, non addolcisce la realtà, e che non conosce retorica, solo duri e crudeli fatti, e che, in finale, resta culturalmente ed emotivamente vicino a coloro che sono in prima linea e che affrontano le conseguenze dei fatti da lui enunciati tutti i giorni.


Forse, proprio in questo, sta l’universalità del messaggio del generale Mini: in un Occidente ormai orfano della pax americana, bulimico di retorica da bar, dove tutti sono improvvisamente un po’ più vicini al fronte, “morire per la patria ha ancora un certo fascino (…)”; eppure, se proprio dobbiamo farci male, almeno meritiamo di farci dire le cose come stanno. Fabio Mini, a prescindere da come la si pensi, lo fa.

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