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Kim Jong-un è morto, viva Kim Jong-un! – Ha davvero senso il regime change?

Aggiornato il: nov 14

(di Alessandro Vivaldi)

Il re è morto: il falso mito del solo al comando

L’ultima decade ha visto la stampa internazionale darsi a varie ipotesi circa la sorte del leader nord coreano, letteralmente scomparso dall’11 Aprile scorso, ultima data in cui sembra essere apparso in pubblico per un’esercitazione militare. Taluni – tra gli altri anche docenti universitari – lo hanno dato per morto con assoluta certezza. Al momento in cui questo articolo viene scritto non vi è sicurezza alcuna e, data l’esperienza di chi scrive, ci sarebbe da chiedersi perché molti si ostinino a usare il modo indicativo, piuttosto che un condizionale, che sarebbe d’obbligo nella formulazione di ipotesi, laddove non vi sia prova certa (è la base dell’Intelligence, ma in generale di qualsivoglia analisi).

Tuttavia ciò che più incuriosisce è la generale ossessione per le figure prominenti in ambito politico internazionale, soprattutto quando esse sono additate come mali assoluti. Chiariamoci: un’ossessione simile è comprensibile per chi fa propaganda, anche in ambito geopolitico, ma lascia piuttosto basiti che essa si manifesti anche negli analisti di professione, nonché in ambienti accademici che dovrebbero invece estendere le proprie analisi a ciò che dietro queste figure vi è di effettivamente agente. L’adagio che dietro un leader – soprattutto quando è di polso, ma non solo – non vi sia che la sua volontà (o follia) può andare bene nei film e nelle caricature dei regimi del secolo scorso, ma è ben lontano dall’avere qualsivoglia utilità pratica nel momento in cui si cerca di comprendere “ciò che potrebbe accadere” in un sistema complesso quale può essere una nazione, foss’anche di media grandezza come la Repubblica Popolare Democratica di Corea.

Da qui il titolo del presente articolo, sulla scorta del francese le roi est mort, vive le roi!, espressione utilizzata per affermare al popolo la continuità della monarchia, già soggetto dell’esteso saggio di Ernst Kantorowicz sulla scissione tra re e regalità, I due corpi del re, nonché simile al nostrano morto un papa, se ne fa un altro.


Realismo ed elitismo: le minoranze attive e organizzate al comando

A voler superficialmente sintetizzare, si tratta di comprendere la continuità delle istituzioni politiche e la necessità di preservare lo Stato, quale che sia, da vuoti di potere che potrebbero mettere a repentaglio il sistema. Tali vuoti negli stati di diritto sono evitati grazie a una giurisprudenza specifica e a un’interazione istituzionale (che trae origine e si alimenta di un’architettura di pesi e contrappesi il cui scopo è scongiurare la violazione dei principi costituzionali, nel caso italiano ad esempio), ma in generale in tutte le società prive di una simile giurisprudenza (o in cui essa è “acerba”) vi è un meccanismo di diseguaglianza sociale, che distingue delle elite – per potere, prestigio e ricchezza – rispetto al resto del corpo sociale (come già descritto da Max Weber), cui spetta di garantire tale continuità a discapito dei vuoti.

Ritratto di Gaetano Mosca

Fu l’italiano Gaetano Mosca a strutturare tra i primi la teoria delle classi politiche (le elite, appunto), e conseguentemente il realismo e l’elitismo nella scienza politica (e, di riflesso, nella sociologia politica come nell’antropologia politica). Seguirono, all’inizio del secolo scorso, Vilfredo Pareto e il tedesco (docente in Italia) Roberto Michels (allievo per altro di Max Weber), che articolarono il loro pensiero in parallelo a quello di Mosca: è il cosiddetto periodo ultraconservatore dell’elitismo, bollato di vicinanza alle idee fasciste, nonostante lo stesso Mosca fosse tra i firmatari del Manifesto degli intellettuali antifascisti di Croce (diversa fu la posizione di Michels, che aderì al fascismo, nonostante la posizione socialdemocratica di gioventù e la vicinanza ad Einaudi). Fu solo nel dopo guerra che, attraverso pensatori antifascisti (ancorché già ritirati) come Filippo Burzio (già direttore de La Stampa), la teoria elitista acquisì rilevanza anche nei circoli democratici e dignità scientifica (si cominciò cioè a parlare di elitismo democratico).


Nella scuola italiana non ultimo vi fu Giovanni Sartori, cui si deve la soluzione dell’apparente contraddizione della definizione “elitismo democratico”: egli sostenne che a fronte della reale situazione delle democrazie avanzate dominate da elite, è sostanzialmente importante quanto sulle minoranze governanti pesino i valori democratici, i quali comunque permettono un movimento del potere dal basso verso l’alto (in tal senso, andrebbe fatta una riflessione sull’importanza del consenso e, per riflesso, della comunicazione, soprattutto in età contemporanea). Non mancano ovviamente gli stranieri, tra cui spicca lo statunitense Robert Dahl, teorico della poliarchia (compartecipazione e competizione tra più minoranze al potere) e James Burnham.

L’elitismo come teoria politica sostiene che, indifferentemente dalle forme istituzionali, è sempre una minoranza che detiene il potere, minoranza che è in rapporto osmotico con altre minoranze che al potere aspirano. È l’avvicendarsi delle classi dirigenti: non a caso Michels, nel suo Corso di sociologia politica, trattava di come alla nobiltà di nascita si fossero affiancate un’aristocrazia dei titoli – i burocrati -, un’aristocrazia del denaro e un’aristocrazia del sapere; a voler integrare, oggi aggiungeremmo un’aristocrazia della comunicazione.

Questa lunga e noiosa disamina per centrare un concetto fondamentale: il capo che tutto decide è una narrazione irrealistica, se non per le forme sociali più semplici. Nella complessità delle nazioni contemporanee (e non solo… diciamo che la storia insegna che la complessità in questione va avanti da migliaia di anni per buona parte del globo) il centro – il leader – non è mai un onnipotente vertice isolato (non lo era neanche la lex animata in terris Federico II): esso è circondato da gregari, i quali sono la minoranza che esprime il leader stesso. Il processo di generazione di significati e conseguentemente di politiche e azioni, ancor prima di essere una manifestazione della volontà del leader, è manifestazione del pensiero della minoranza organizzata che gestisce il potere. Ne consegue che la minoranza – i gregari – provvedono sempre a esprimere un nuovo leader.

D’altronde, per quanto sia piaciuto a Chruščëv destalinizzare l’URSS, egli era dell’entourage di Stalin stesso e già Lenin era conscio della necessità di quella che chiameremmo una “aristocrazia di partito”. Molti resterebbero stupiti dal sapere che Imre Nagy, che guidò la rivoluzione ungherese del 1956, fu membro ungherese del Comintern prima, e agente della sicurezza sovietica poi, come a dire che ciò di cui si parla è più di uno scontro tra minoranze che non di rivoluzione. In effetti, a ben vedere la storia, le rivoluzioni vere sono poche, poiché tali non dovrebbero definirsi quelle azioni che non portano un totale cambio nella leadership del Paese, attraverso la sostituzione quasi completa delle minoranze al potere.

Se il re muore, ma viva il re: il regime change.

Tutto ciò per arrivare a chiederci: ma l’eventuale morte di Kim Jon-un, la morte del roi, è così importante? Anche ammettendo che la morte di un leader possa costituire un trauma sociale, sul piano dell’analisi della politica internazionale dovremmo rispondere negativamente. Quello che realmente è importante è comprendere il funzionamento del sistema che esprime il leader e da cui le politiche di quest’ultimo derivano. Vale a dire: poco cambierebbe in Corea del Nord se chi esprime il leader è l’espressione dello Juche (il socialismo nordcoreano) e del Songun, il principio politico che pone la classe militare nord coreana al vertice dello Stato a coadiuvare la famiglia di Kim Il-sung.

Conseguentemente, la domanda successiva dovrebbe essere: se la rimozione di un leader ha spesso un effetto di per sé limitato, che senso ha l’ossessione occidentale per coloro che incarnano il male politico e per i quali spesso si evoca il cosiddetto regime change? Ci sono due ordini di considerazioni da fare in merito: uno è inerente la meta narrazione politica rispetto alla realtà, l’altro tocca la realtà storica circa la tendenza delle potenze egemoni ad influenzare la politica delle nazioni vicine.

Cominciamo da quest’ultimo: la storia insegna che nel sistema complesso delle relazioni internazionali, laddove le superpotenze (storicamente intese) e le medie potenze non possono permettersi dei cambiamenti dello status quo manu militari (per mancanza di risorse, per questioni di politica interna, considerazioni diplomatiche o quant’altro), tendono a sviluppare un programma di influenza politica, mentre le piccole potenze vicine tendono ad aggregarsi a un perno più forte. Esempi validi vanno dalla Guerra del Peloponneso alla gestione del limes romano, passano per la gestione delle diatribe tra Ottoni e papato, financo al Rinascimento e all’Europa della Guerra dei Trent’anni e oltre. D’altronde, noi italiani, meglio di chiunque altro sappiamo cosa significhi far intervenire in nostra vece su suolo patrio altre potenze (europee prima e altre successivamente).

Vi è un’ampia gamma storicamente data di strumenti per ottenere un regime favorevole nello Stato vicino: dagli ostaggi di epoca antica e tardo antica (in fin dei conti, tanto Arminio quanto Teoderico – solo per citarne alcuni – erano stati cresciuti da Roma e da Costantinopoli) fino alla cosiddetta guerra non convenzionale (sulla cui valenza politica in ottica regime change vi è un’ampia disanima nel Field Manual 3.05.20 – Special Forces Operations dello U.S. Department of the Army, tanto per dire), passando ovviamente per quelle che tecnicamente si chiamano psychological operations – o banalissima propaganda. Posto quindi che l’egemonia politica su un Paese vicino è un’ovvietà storica, dobbiamo anche comprendere che questa può essere instaurata e resa permanente solo attraverso un complesso e raffinato gioco di forze interne ed esterne in cui la rimozione del leader gioca una parte minima nel cambio radicale degli indirizzi politici e geopolitici di un Paese, se non accompagnata da un cambio della minoranza organizzata al potere. La Rivoluzione d’Ottobre e lo stravolgimento dei gruppi dirigenti dei Paesi dell’Asse dopo la sconfitta sono un tipico esempio di come il cambiamento sia possibile solo attraverso la sostituzione o l’annichilimento di tali minoranze (nel caso del Giappone qualcuno potrebbe obiettare circa il permanere simbolico dell’Imperatore, ma de facto ad essere rimossa fu la classe dirigente militare, che era l’effettiva potenza politica interna).

Narrare il capo che muore: l’illusione.

Posto ciò, oggi si denota un problema di meta narrazione sulla morte del roi. Va detto che la rappresentazione del nemico come male assoluto non è certo una novità (potremmo fare una lunga digressione sugli epiteti riservati da Gregorio IX a Federico II di Hohenstaufen, ma sarebbe un esempio troppo lungo, ancorché divertente). Tuttavia, essa mai ha permeato tanto la cultura da diventare una meta narrazione totalmente avulsa dalla realtà, come è avvenuto in occidente a seguito del secondo conflitto mondiale. Complice la figura di Hitler, la narrazione che si è costruita (parzialmente per propaganda, quindi consapevolmente, e parzialmente per auto organizzazione, come fa qualsivoglia fenomeno culturale) dei nemici nel mondo post 1989 ha da sempre teso a identificare i regimi col volto pubblico del leader, portando progressivamente prima l’opinione pubblica, poi i decisori politici e infine gli esperti a pensare che la sola rimozione delle figure apicali bastasse a risolvere un problema regionale o locale.

Questo ha portato a due errori di non poco conto: da una parte il pensare che organizzazioni complesse, una volta acefale, collassassero (le organizzazioni jihadiste sono ancora lì a ricordarci quanto questo non sia vero), dall’altra il credere che tale decapitazione potesse essere sufficiente a portare il sistema su cui si è operato a una nuova stabilità. Per quanto concerne quest’ultimo punto credo sia ampiamente ovvio come Libia, Afghanistan, Iraq e in parte la Siria dimostrino quanto il caos generato da una poco lungimirante rimozione di un fattore di stabilità abbia delle conseguenze nefaste. Soprattutto se non si provvede al supporto o alla creazione di nuovi attori (l’avvicendamento delle minoranze attive di cui sopra) è inevitabile si arrivi a una situazione di caos che non garantisce la stabilizzazione del sistema (cosa che può avvenire ovviamente per il principio stesso di sistema adattivo, ma che ad esempio in Libia è impedito dall’inserirsi di fattori esterni a cui è ipotizzabile faccia più comodo un caotico stallo piuttosto che una stabilità controproducente).

Ultima considerazione, ma non per importanza: il fatto che la leadership sia espressa da una minoranza attiva non implica necessariamente che essa sia invisa alla maggioranza o comunque a una cospicua parte della popolazione, come oggi ben dimostrano non solo i partiti delle democrazie occidentali, ma anche strutture politiche non propriamente liberali come quella russa, quella iraniana, quella cinese e a dire il vero anche quella siriana.

Concludendo, la decapitazione frutto della politica del regime change ha degli effetti piuttosto controproducenti nella maggior parte dei casi, ed è forse frutto di letture poco profonde della realtà socio-politica del mondo contemporaneo, probabile conseguenza di un utilizzo rozzo della teoria dei giochi in politica estera, cosa che poteva funzionare durante la guerra fredda, ma che male si adatta a un mondo più fondato sulla teoria dei sistemi complessi.

E in un mondo complesso, che Kim Jong-un sia al mare, isolato per il COVID-19 o in attesa di essere sostituito dalla sorella, potrebbe dire veramente poco.

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