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Kazakistan: tra proteste e speranze nel contesto eurasiatico

Aggiornamento: 17 feb 2022

1. Introduzione


Con circa 225 morti attestati, più di 2.600 feriti e circa 12.000 arresti, le inizialmente pacifiche proteste scoppiate in Kazakistan il 2 gennaio scorso hanno ben presto lasciato il posto a violenze inaspettate, che hanno portato a cambiamenti interni e future implicazioni a livello regionale. Le proteste sono state significative non solo perché il Paese è stato a lungo considerato come un pilastro della stabilità politica ed economica nella regione, ma anche per il supporto e il ruolo che la Russia ha avuto nel placarle. Il suo intervento nel quadro dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO), infatti, è da considerarsi il primo nel suo genere dall’entrata in vigore dell’accordo che regola l’organizzazione. È, quindi, fondamentale capire le implicazioni geopolitiche delle recenti vicende e dell’intervento russo in terra kazaka sia a livello interno che regionale.

Fonte: Al Jazeera

2. Motivo ed evoluzione delle proteste


Le proteste sono scoppiate in Kazakistan il 2 gennaio 2022 nella regione occidentale del Mangystau, una delle regioni più ricche di petrolio. L’eliminazione, da parte del governo, dei controlli sul prezzo del gas di petrolio liquefatto (GPL) all’inizio di quest’anno ne ha generato un preoccupante aumento, che ha allarmato i cittadini kazaki. Contrariamente alle proteste scoppiate nella stessa zona nel 2011 (duramente represse e risultate in almeno 16 morti), quelle scoppiate qualche settimana fa si sono ben presto diffuse in tutto il Paese. Tuttavia, se inizialmente pacifiche, esse sono diventate estremamente violente nei giorni successivi a causa dell’infiltrazione, secondo il governo, di gruppi terroristici provenienti da e addestrati all’esterno dei confini nazionali. Il 5 gennaio, secondo quanto riferito dai media locali, i manifestanti hanno preso d'assalto l'aeroporto della più grande città del Paese, Almaty, e sono entrati con la forza negli edifici governativi dando fuoco al principale ufficio amministrativo della città. Scontri mortali sono avvenuti con la polizia e le forze militari dispiegate e internet è stato bloccato per giorni in tutto il territorio nazionale.

Tuttavia, se il prezzo del petrolio è stato la causa scatenante delle proteste, a questo si sono aggiunte ben presto questioni di carattere più socioeconomico e politico, tra cui la corruzione dilagante nel Paese, le difficoltà economiche esacerbate dalla pandemia, dalla crescente inflazione[1], dai redditi bassi e da una disuguaglianza economica crescente. A ciò si aggiungono anni di continua repressione dei diritti fondamentali e di ogni tipo di opposizione, non terminata con la fine del regime di Nazabayev nel 2019. Il costante controllo, censura e repressione da parte del governo fanno ancora oggi del Kazakistan uno degli Stati più autoritari dell’Asia Centrale[2]. Solo un anno fa, infatti, il popolo kazako era nuovamente sceso in piazza per protestare contro un sistema corrotto, caratterizzato da una forte centralizzazione del potere ed un forte sistema di clientelismo.


Sebbene Tokayev, all’inizio del suo mandato nel 2019, avesse promesso maggiori libertà politiche e riforme economiche, i progressi sono stati molto lenti e difficili a materializzarsi. Una delle accuse spesso rivolte al nuovo regime è stata quella di non essere abbastanza indipendente dall’élite governativa precedentemente al potere, che de facto avrebbe mantenuto la sua influenza politica ed economica. Dal punto di vista politico, l’ex presidente Nazarbayev presiedeva il Consiglio di Sicurezza del Paese, e membri della sua famiglia ed entourage sono ancora a capo di importanti settori economici, tra cui quello energetico.


3. Le risorse petrolifere del Kazakistan


Nel 2018, il Kazakistan occupava il 12° posto al mondo per produzione di petrolio greggio, con circa 91,9 milioni di tonnellate (Mt) prodotte (compreso il condensato di gas) ed è il secondo produttore di petrolio nella regione dopo la Russia. Il Paese è, inoltre, uno dei più grandi produttori di uranio al mondo e possiede un’abbondante riserva di metalli, tra cui ferro, oro, rame, zinco e terre rare. Circa il 70% delle riserve di idrocarburi sono concentrate nel Kazakistan occidentale. Tale elevato livello di produzione ha attirato, a partire dall’indipendenza del Paese 30 anni fa, miliardi di investimenti stranieri e ha permesso una crescita economica non indifferente nel corso degli anni, che si prospetta continui nei prossimi. A titolo di esempio il Kashagan[3], il quinto giacimento petrolifero più grande del mondo, dovrebbe giocare un ruolo importante nella futura produzione di petrolio del Kazakistan, prevista in 450 mila barili al giorno (kb/d) entro il 2025 e 955 kb/d entro il 2040.[4]

Fonte: Statista

Il Kazakistan è anche un grande esportatore di materie prime energetiche: nel 2019, è stato il 12° esportatore mondiale di gas naturale, il 9° esportatore di carbone e di petrolio greggio con 34,3 miliardi di dollari esportati. Le principali destinazioni delle esportazioni dal Kazakistan sono Cina, Italia, Russia e Olanda[5]. Tuttavia, i mercati di esportazione in più rapida crescita per il petrolio greggio del Kazakistan tra il 2018 e il 2019 sono stati la Turchia ($1,09B), l'India ($607M) e la Cina ($349M)[6].


Il Kazakistan sta anche emergendo come un importante hub per il trasporto di energia nella regione, soprattutto grazie alla sua posizione geografica che gli permette di collegare i mercati dell’Asia meridionale a quelli della Russia e dell’Europa occidentale attraverso una rete di strade, ferrovie e oleodotti. L’80% del petrolio prodotto viene, infatti, esportato attraverso una rete di oleodotti. Ad oggi, i tre principali oleodotti utilizzati per l’esportazione del petrolio dal Kazakistan sono il CPC (Caspian Pipeline Consortium), l’UAS (Uzen Atyrau Samara) e la Atasu Alashankou (Kazakistan-Cina).

Fonte: EIA

Fino ad ora, il settore energetico kazako era basato su un sistema di controllo centralizzato e quasi-monopolistico, in cui l’azienda statale KazMunayGas (KMG), deteneva il controllo sull’esplorazione, produzione, raffinazione, trasporto e fornitura di petrolio e gas. La KMG è, inoltre, in gran parte responsabile del coordinamento delle licenze e delle gare d'appalto ed è presente in quasi tutti i contratti con le compagnie petrolifere e del gas straniere. KMG gestisce anche la quota kazaka del Caspian Pipeline Consortium (CPC) e detiene partecipazioni in 47 imprese che conducono operazioni petrolifere o si occupano del trasporto di idrocarburi e acqua[7].


4. Reazioni e cambiamenti interni


A livello interno, nel tentativo di frenare i disordini, Tokayev ha ordinato al governo di ridurre il prezzo del GPL a 50 tenge (0,11 dollari) al litro e sono state messe in atto una serie di misure volte a "stabilizzare la situazione socio-economica", tra cui la regolamentazione del governo sui prezzi del carburante per un periodo di 180 giorni, una moratoria sull'aumento delle tariffe per la popolazione per lo stesso periodo, e la considerazione di sussidi all'affitto per "segmenti vulnerabili della popolazione".


Queste misure sono state accompagnate a livello politico, non solo da una pesante repressione delle proteste con l’ordine da parte del presidente di “sparare per uccidere” di fronte a quello da lui considerato un “colpo di stato”, ma il presidente ha anche destituito il vecchio governo, nominato nelel 2019 dall’ex presidente Nazarbayev prima delle sue dimissioni. Tokayev ha nominato primo ministro Alikhan Smailov, il quale aveva già servito come primo vice ministro nel precedente gabinetto. Il nuovo governo da lui formato è composto da numerose personalità appartenenti alle preesistenti élites, come il nuovo ministro dell’energia, Bolat Akchulakov, molto vicino al genero di Nazarbayev, Timur Kulibayev, uno degli uomini più ricchi e potenti del Paese, soprattutto nel settore dell’energia. È stato, inoltre, annunciato l’arresto del capo della sicurezza interna Karim Massimov, oltre che di altri membri di alto livello appartenenti alle forze di sicurezza.


Un’altra delle decisioni prese agli inizi degli scontri, che ha fatto molto parlare di una possibile lotta interna tra élites al potere, è stata quella di prendere il controllo del Consiglio di Sicurezza Nazionale, fino ad allora presieduto dall’ex presidente Nursultan Nazarbayev, per richiedere l’aiuto militare della Russia nel quadro dell’Accordo dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO)[8]. L’organizzazione, che ha cominciato a espandere le proprie capacità a partire dal 2000, dotandosi di una “collective rapid reaction force” composta da circa 18.000 persone e da unità mobili e militari che possono essere schierate sul territorio di uno degli Stati membri in casi di emergenza o di disordini interni. Tuttavia, la riluttanza mostrata in passato ad intervenire anche in casi in cui alcuni membri[9] avevano richiesto espressamente l’intervento della CSTO, aveva contribuito ad alimentare l’idea che l’Organizzazione avesse un’importanza simbolica piuttosto che operativa.


5. L’intervento di Mosca


L’intervento della CSTO è stato giustificato sull’art.4 del Trattato dell’Organizzazione: "Se uno degli Stati partecipanti subisce un'aggressione da parte di qualsiasi Stato o gruppo di Stati, ciò sarà considerato un'aggressione contro tutti gli Stati partecipanti al presente Trattato. Nel caso di un atto di aggressione contro uno qualsiasi degli Stati partecipanti, tutti gli altri Stati partecipanti gli forniranno l'assistenza necessaria, anche militare, e forniranno anche il supporto a loro disposizione per esercitare il diritto alla difesa collettiva in conformità all'articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite ". Nonostante non ci siano prove che il Kazakistan sia stato attaccato da uno Stato o gruppo di Stati esteri, la narrativa lanciata dal presidente Tokayev che considerava i disordini come guidati da influenze esterne, ha permesso al governo kazako di legittimare la sua richiesta di supporto alla CSTO nel quadro di tale articolo. In particolare, Tokayev ha fatto appello al diritto di difesa collettiva previsto dall’art.51 della Carta delle Nazioni Unite e menzionato dall’art.4 del Trattato della CSTO, il quale permette agli Stati membri di fornire l’assistenza necessaria per esercitare il diritto alla difesa collettiva.[10] Tale intervento, è stato, inoltre, giustificato dal Trattato che regola la "Collective Rapid Reaction Force”, la quale, in caso di comune consenso degli stati membri, può essere utilizzata con più flessibilità e per una serie di scopi diversi. Nonostante non sia chiaro il numero di truppe inviate da Mosca, le agenzie di stampa russe parlano di circa 2.550 unità. La missione russa, considerata una missione di peacekeeping, aveva degli obiettivi ben precisi: proteggere le installazioni statali e militari kazake. Con il calmarsi delle proteste e il ristabilirsi dell’ordine nel Paese, le truppe schierate hanno cominciato il loro progressivo ritiro.


Molti si chiedono perché la Russia abbia deciso di intervenire in risposta alla richiesta di Tokayev. A livello bilaterale sono sicuramente molteplici gli interessi e legami politici e commerciali che la Russia riserva nei confronti del Kazakistan, la più grande economia della regione eurasiatica. Ricordiamo, infatti, che il Kazakistan fa anche parte dell’Unione Economica Euroasiatica[11] oltre che della CSTO. In primo luogo, come detto precedentemente, la Russia è uno dei partner commerciali kazaki più importanti per le sue riserve petrolifere; in secondo luogo, il Paese ospita una significativa minoranza etnica russa, che rappresenta circa il 20% dei 19 milioni di abitanti dell'ex repubblica sovietica; in terzo luogo, la Russia dipende dal cosmodromo di Baikonur, nel sud del Kazakistan, come base di lancio per tutte le missioni spaziali con equipaggio russo.


Al di là delle relazioni bilaterali, la decisione della russa di intervenire nel quadro dell’Accordo della CSTO rientra nel suo interesse a mantenere un equilibrio e una sicurezza regionale. Tuttavia, tale azione ha avuto probabilmente anche lo scopo di mandare un messaggio simbolico agli Stati della regione e al blocco “occidentale” circa la volontà e la capacità di intervento da parte della Russia, in un periodo di tensioni crescenti tra Mosca, Stati Uniti e NATO riguardo la minaccia rappresentata dalle truppe russe dispiegate al confine con l’Ucraina in questi giorni.


6. Implicazioni interne e regionali future


Sicuramente l’intervento della CSTO potrebbe portare, a livello regionale, a una maggiore cooperazione e coordinamento tra gli Stati membri su questioni relative alla sicurezza regionale, oltre che al riconoscimento e legittimazione del ruolo della CSTO, nonché della Russia, come security provider nella regione. Tale maggiore cooperazione e volontà interventista, tuttavia, non si traduce necessariamente nella volontà di Mosca di ristabilire una propria egemonia nella regione come ai tempi dell’Unione Sovietica. La presenza di altri attori in Eurasia, infatti, è ben accettata da Mosca, a patto che ciò non si traduca in un cambiamento radicale dell’orientamento geopolitico degli Stati che ne fanno parte.


Lo stesso ruolo di security provider della Russia, riconosciuto dagli Paesi della regione, sembra essere ammesso anche dalla stessa Cina. L’accettazione informale da parte di Pechino di tale intervento sembra confermare l’ipotesi di un’armonica ripartizione dei ruoli tra Russia e Cina nella regione, in cui se a Mosca è riconosciuto il primato in ambito di sicurezza, a Pechino quello in ambito economico. D’altronde, in un contesto dove geopolitica e geoeconomia sono strettamente collegate, gli interessi economici cinesi nella regione dipendono fortemente dal mantenimento della stabilità e sicurezza regionale. È da sottolineare, infatti, che il Kazakistan gioca un ruolo fondamentale per l’espansione economica cinese nel quadro della Via della Seta[12].


Dal punto di vista interno, nonostante il cambio di governo effettuato per far fronte al malcontento popolare, i cambiamenti promessi da Tokayev non sembrano realistici nel breve termine. Il controllo sulle risorse economiche del Paese, infatti, rimane principalmente in mano a una piccola minoranza composta dalle precedenti élite al potere e il loro entourage. Stesso vale dal punto di vista politico, in cui poco sembra essere cambiato. Tokayev si trova oggi in una posizione molto delicata: da un lato deve riconquistare la popolarità persa in seguito all’aggressiva reazione nei confronti dei manifestanti; dall’altro lato, per attuare le riforme promesse, dovrà scendere a patti con le élite rivali.


Rimangono, infine, i timori per ciò che sarà deciso nei confronti delle migliaia di persone arrestate in seguito alle proteste, e più in generale sui riscontri che questa nuova strategia interventistica a livello regionale possa avere sulla dimensione umanitaria in Kazakistan e in Eurasia più in generale.


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Note

[1] Alla fine del 2021 l’inflazione era arrivata quasi al 9%, rappresentando il tasso più elevato negli ultimi cinque anni. [2] Per approfondimenti: https://www.amistades.info/post/kazakistan-ascesa-dell-autoritarismo-digitale [3] Il Kashagan è un giacimento di olio e gas offshore nella parte settentrionale del Mar Caspio. Scoperto nel 2000 da ENI è considerato il più grande giacimento petrolifero scoperto al mondo negli ultimi 30 anni. [4] Lo sviluppo ed espansione del giacimento è assicurato da diverse aziende, tra cui Shell (16,81%), Exxon Mobil (16,81%), Total (16,81%), China National Petroleum Corp (CNPC-8,33%, acquisita da ConocoPhillips per 5 miliardi di dollari nel 2013), KazMunaiGas (16,81%), INPEX (7,56%) e AgipKCO (Eni) (16,81%). Eni è responsabile della fase I dello sviluppo del campo, mentre Shell è responsabile delle operazioni di produzione (fonte: https://www.offshore-technology.com/projects/kashagan/ ) [5] https://tradingeconomics.com/kazakhstan/exports-by-country [6] https://oec.world/en/profile/bilateral-product/crude-petroleum/reporter/kaz [7] https://www.privacyshield.gov/article?id=Kazakhstan-Oil-and-Gas [8] L'Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva ha origine dal Trattato di Sicurezza Collettiva, firmato a Tashkent (Uzbekistan) il 15 maggio 1992 e comprende attualmente sei membri - Russia, Armenia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan. [9] Nel 2010 il Kirghizistan aveva fatto appello alla CSTO per frenare gli scontri tra le etnie kirghise e uzbeke. Così come nel 2020, l’Armenia ne aveva invocato l’intervento durante il conflitto con l’Azerbaigian sul Nagorno Karabakh. [10] Tuttavia, vi è un dibattito accademico sulla legittimità dell’invito in caso di conflitti armati non internazionali e disordini interni. [11] L'Unione economica eurasiatica è un'organizzazione internazionale per l'integrazione economica regionale, la quale prevede la libera circolazione delle merci, di servizi, di capitali e del lavoro, persegue una politica coordinata, armonizzata e unica nei settori determinati dal trattato e dagli accordi internazionali all'interno dell'Unione.Gli Stati membri dell'Unione Economica Eurasiatica sono la Repubblica d'Armenia, la Repubblica di Bielorussia, la Repubblica del Kazakistan, la Repubblica del Kirghizistan e la Federazione Russa (Fonte: http://www.eaeunion.org/?lang=en#about) [12] Secondo l'accordo del 2015 tra la Cina e il Kazakistan, altri sei progetti nel settore del petrolio e del gas inizieranno nei prossimi anni. Essi comprendono un impianto di produzione di nerofumo ad Aktobe, la costruzione di un impianto di cogenerazione ad Almaty, un impianto di trattamento di oli usati pericolosi a Mangistau, un'espansione della capacità della centrale a turbina a gas nel Kazakistan occidentale, progetti di produzione di prodotti a base di petrolio come l'impianto di produzione di cavi a Karaganda, e un ciclo completo di produzione di pannelli solari ad Almaty. Il 12 maggio 2020, la Pipeline Engineering Company della CNPC e la Alashankou Daodu Pipeline Company hanno firmato un contratto di progettazione per un nuovo gasdotto di gas di petrolio liquefatto (GPL) Cina-Kazakistan. Il nuovo oleodotto è stato progettato per far fronte all'insufficiente capacità di trasporto e alla dipendenza finale per il trasporto di GPL da camion e treni merci che sono ad alto costo, così come la perdita di petrolio e gas, e soggetti a problemi meteorologici.


Bibliografia/Sitografia

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