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Il processo Condor e i desaparecidos italiani

Aggiornamento: 29 mar 2022

Figura 1: www.archiviodesaparecido.com (Centro di giornalismo permanente)

1. L’operazione Plan Condor


Il Plan Condor o Operazione Condor è il nome in codice assegnato ad un patto segreto di coordinamento tra i servizi di intelligence delle dittature militari di Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Paraguay e Uruguay, allo scopo di eleminare ogni opposizione. In seguito, si unirono anche Ecuador e Perù, ma con un ruolo secondario nelle operazioni.


Questa “polizia politica transnazionale” operò tra gli anni ’70 e ’80 nell’America del Sud, attraverso la cattura, l’arresto, la tortura, l’uccisione e l’occultamento dei corpi di oppositori, tali o presunti, in operazioni transfrontaliere tese ad eliminare qualsiasi dissidente che si fosse rifugiato in un Paese diverso dal proprio.


L’accordo che diede origine a questo “terrorismo di Stato in ambito internazionale” nacque nel 1975 sotto impulso del colonnello Manuel Contreras, capo della DINA, polizia politica cilena. Contreras invitò circa 50 militari e agenti dell’intelligence dei Paesi vicini ad una riunione a Santiago. Il patto si fondò sulla condivisione di informazioni, azioni, metodi di interrogatorio, detenzione, tortura e sparizione (Macondo podcast) per stroncare le opposizioni.


Molte figure di spicco del Piano Condor erano state addestrate nella School of Americas[1] di Panama, gestita dagli Stati Uniti. Scopo dichiarato della scuola era addestrare a tecniche di antiguerriglia per combattere le opposizioni di sinistra nel continente.


L’operazione più eclatante fu forse l’uccisione di Orlando Letelier, oppositore di Pinochet ed ex membro del governo di Allende. Letelier morì nell’esplosione della sua auto a Washington il 21 settembre 1976. Il Plan Condor raggiunse persino l’Italia, quando il 6 ottobre 1975 a Roma i neofascisti italiani di Stefano Delle Chiaie tentarono per conto di Pinochet di uccidere il politico Bernardo Leigthon Guzmán[2] e sua moglie Anita, in esilio in Italia. Leighton fu ferito gravemente da alcuni colpi di pistola.

Figura 2: Dittatori del Plan Condor (Cronicon el observatorio latinoamericano)

2. Genesi del processo


Alla fine degli anni ’80 le dittature latinoamericane sono crollate, ma le transizioni nazionali alla democrazia sono state caratterizzate dalla tutela dell’impunità dei militari, nonostante i numeri delle vittime – ancora in parte da decifrare – siano impressionanti.


Secondo le cifre del Database on South America’s Transnational Human Rights Violations le vittime documentate di violazioni transnazionali dei diritti umani in Sud America sarebbero state 763 tra il 1969 e il 1981. Tuttavia il numero totale di persone scomparse o uccise durante gli anni del Piano Condor potrebbe arrivare secondo alcune stime addirittura a 60.000.


Il Piano Condor è venuto alla luce nel 1992, quando in Paraguay il giudice José Augustín Fernández scoprì per caso, durante un’indagine in una stazione di polizia della capitale, i cosiddetti “Archivi del terrore”, documenti dettagliati che riguardavano migliaia di persone assassinate, scomparse o incarcerate, in operazioni congiunte di forze armate e servizi segreti delle dittature.


Un evento che ha costituito una premessa importante per il processo italiano per il Piano Condor è l’emissione da parte del giudice spagnolo Baltazar Garzón, di un mandato di arresto internazionale nei confronti dell’ex dittatore cileno Augusto Pinochet, nel 1998, mentre si trovava a Londra.[3] Il mandato era legato alla morte e la tortura di alcuni cittadini spagnoli durante la dittatura. Il caso accese la speranza dei familiari di italiani morti o scomparsi sotto i regimi golpisti latinoamericani. Questo arresto ha creato un precedente per l’intervento, in base al principio di giurisdizione universale[4].


La prima a presentare denuncia in Italia è Aurora Meloni, moglie di Daniel Banfi. I due si erano trasferiti in Argentina per fuggire alla dittatura di Bordaberry in Uruguay. Ciò nonostante nel 1974 a Buenos Aires Banfi venne prelevato nella sua casa da un gruppo di uomini armati e sparì. Il cadavere dell’italo-uruguayano, con segni evidenti di torture, venne poi ritrovato un mese dopo a 150 km dalla capitale. Banfi fu vittima di una delle prime operazioni congiunte servizi segreti uruguaiani e argentini.

Figura 3: Foto di desaparecidos a Buenos Aires (Avvenire)

3. Le sentenze


Il 9 luglio 1999 il PM Giancarlo Capaldo, sulla base di denunce dei parenti di vittime italo-latinoamericane del regime cileno[5], ha aperto un’indagine su omicidi e sparizioni di italiani, avvenuti nell’ambito dell’Operazione Condor. Chiusa l’indagine nel 2006 sono stati emessi 146 mandati di arresto contro civili e militari torturatori del Cono Sud, ma solo 27 sono diventati imputati.


Il numero di imputati si è venuto riducendo sia a causa della mancata collaborazione di alcuni Paesi, come l’Argentina che non ha permesso di procedere contro i suoi ex ufficiali, sia a causa della morte di alcuni degli indagati, o in alcuni casi per il coinvolgimento in processi locali.


Il processo verteva sulla morte di 43 persone, di cui 23 cittadini italiani[6]. Le udienze preliminari hanno avuto luogo dall’ottobre 2013 al marzo 2015. Poi venne avviata la fase dibattimentale presso la Terza Corte d’Assise di Roma.


Nella sentenza di primo grado, emessa il 17 gennaio 2017, solo 8 degli imputati erano stati condannati[7]. Il risultato, decisamente deludente per le famiglie delle vittime e per le organizzazioni che le avevano appoggiate, venne ribaltato in appello. L’8 luglio 2019, la sentenza della Corte d’Assise di appello ha condannato tutti gli imputati all’ergastolo. Poiché alcuni imputati nel frattempo erano morti, il numero dei condannati si è ridotto a 20. Infine, nel luglio 2021 la Cassazione ha definitivamente chiuso il giudizio con la condanna all’ergastolo per omicidio volontario pluriaggravato a 14 ex alti ufficiali, perché tre nel frattempo sono morti e tre restano da rivedere in ultima istanza nel processo ai peruviani.


L’unico ad essere stato immediatamente arrestato, perché residente in Italia è l’italo-uruguayano Nestor Troccoli, per gli altri 13[8], che erano stati processati in contumacia, è stata o verrà richiesta l’estradizione.

Figura 4: Latuff (O Jornaleiro)

4. Il filone brasiliano e il filone peruviano del processo


Dall’inchiesta principale sono scaturiti due filoni secondari del processo: il brasiliano e il peruviano.

La denuncia contro quattro ex agenti militari brasiliani: João Osvaldo Leivas Job, Calos Alberto Ponzi, Átila Rohrsetzer e Marco Aurélio da Silva, per aver partecipato alla scomparsa e alla morte dell’italo-argentino Lorenzo Viñas Gigli il 26 giugno 1980 nella città brasiliana di Uruguaiana, insieme all’argentino Horacio Campiglia, confluì in un processo specifico nel 2016.


Tre dei quattro imputati risultarono già deceduti quindi solo Átila Rohrsetzer[9], è stato processato. Viñas che aveva 26 anni, stava scappando dal Paese sotto falso nome per raggiungere l’Italia, dove risiedeva la madre. Venne visto l’ultima volta nel centro di detenzione di Campo de Mayo. Nell’ottobre 2021 il Tribunale di Roma si sarebbe dovuto pronunciare in primo grado su Rohrsetzer. Quella che avrebbe potuto essere la prima sentenza contro un militare brasiliano per il coinvolgimento nel Piano Condor è sfumata per la morte di Rohrsetzer avvenuta un paio di mesi prima, all’età di 90 anni. In Brasile, infatti, è ancora vigente la Legge di Amnistia del 1979, che impedisce indagare i crimini commessi dal regime militare.


Inoltre, nel luglio 2021 la Cassazione separò dalla causa generale i casi di tre imputati peruviani per verificare la loro esistenza in vita: l’ex dittatore Morales Bermudez e i due militari Martín Martínez Garay e Germán Ruiz Figueroa, quest’ultimo effettivamente deceduto nel 2019.


Dopo una serie di ricorsi, Bermudez e Martinez sono stati condannati all’ergastolo in via definitiva il 9 febbraio 2022 per aver preso parte all’organizzazione di decine di operazioni del Piano Condor, includendo il rapimento dei montoneros[10]Viñas e Campiglia, nel quadro di collaborazioni Perù-Brasile.

Figura 5: Plan Condor (https://www.definicionabc.com/politica/plan-condor.php)

5. Conclusioni


Con il processo Condor sono state ascoltate le testimonianze dei parenti dei desaparecidos italiani, investigando in una forma senza precedenti in Europa quello che era stato il Piano Condor. Il processo ha una grande valenza storica perché si è trattato della prima corte europea a riconoscere l’esistenza dell’operazione, a dichiarare la responsabilità criminale di questo sistema repressivo transfrontaliero, e a sentenziare i colpevoli per aver commesso crimini contro l’umanità.


La maggior parte di ciò che sappiamo oggi del Piano Condor è emerso nelle aule di tribunale, a Roma come a Buenos Aires. Queste sentenze hanno anche una portata politica, perché ricostruiscono una storia politica che ha segnato l’America Latina e stabiliscono un principio: per situazioni così gravi non si può mai voltare pagina senza confrontarsi nelle aule di giustizia.


È stato sicuramente un processo fondamentale perché ha riconosciuto l’esistenza di un piano criminale internazionale e perché ha permesso di ascoltare tante storie di persone che i dittatori del Cono Sud avevano cercato di cancellare completamente.


Nonostante le limitazioni sull’effettiva condanna che dipendono in quasi tutti i casi da un’estradizione, nonostante i reati di sequestro caduti in prescrizione per la distanza temporale dai fatti, nonostante la morte di Rohrsetzer abbia impedito quella che sarebbe stata la prima condanna contro un brasiliano per crimini commessi durante il regime militare, nonostante i limiti dovuti all’assenza del reato di tortura nel nostro ordinamento, il processo ha un valore simbolico innegabile.


Il Processo Condor ha reso giustizia alle vittime facendo luce su fatti tremendi che erano stati destinati all’oblio e costituisce un messaggio contro l’impunità per chi viola i diritti umani, dimostrando che anche a distanza di decine d’anni e a migliaia di kilometri i criminali verranno giudicati.


(scarica l'analisi)

Il processo Plan Condor e i desaparecidos italiani_Carmen Forlenza
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Note

[1] Divenuta nel 2001 Western Hemisphere Institute for Security Cooperation, la scuola militare ha diplomato tra il 1946 e il 1984 più di 60.000 militari e poliziotti provenienti da 23 Paesi dell’America Latina. [2] Leighton era un esponente del Partito Democratico Cristiano del Cile, varie volte ministro. Dopo il colpo del 1973 fece parte del “gruppo dei tredici” membri del suo partito che si oppose al colpo di Stato. Quando nel novembre dello stesso anno si recò in Italia per parlare degli eventi cileni, su invito del democristiano Gilberto Bonalumi, Pinochet gli vietò di tornare, obbligandolo all’esilio. [3] Tuttavia, Pinochet non venne estradato e ritornò in Cile, dove morì in libertà nel 2006. [4] Secondo questo principio una persona che ha commesso crimini contro l’umanità, crimini di guerra e genocidio può essere processata in un Paese diverso dal proprio, anche se le vittime non sono cittadini del Paese in cui si svolge il processo e anche se questi crimini sono stati commessi all’estero. Questo perché si tratta di crimini molto gravi che non possono restare impuniti, perchè danneggiano non solo individui e Paesi, ma feriscono l’intera comunità internazionale. [5] Tra questi Juan Montiglio, capo del Gap Grupo de amigos del Presidente, la scorta personale di Allende. Prelevato dal palazzo presidenziale e arrestato dalle milizie di Pinochet durante il colpo di stato, fu torturato, fucilato e fatto saltare in aria con delle bombe a mano. [6] Sei italo-argentini, quattro italo-cileni (tra cui Juan Montiglio), 13 italo-uruguaiani e 20 uruguaiani. Di queste ultime morti la giustizia italiana si è potuta occupare perché furono vittime di Nestor Troccoli, cittadino italiano. [7] Tra i condannati Luis Garcia Meza Tejada, ex presidente della Bolivia, Francisco Morales Cerruti Bermudez, ex presidentedel Perù, e Pedro Richter Prada, ex primo ministro del Perù. [8] Gli uruguayani Juan Carlos Blanco, José Ricardo Arab Fernández, Juan Carlos Larcebeau, Pedro Antonio Mato Narbondo, Ricardo José Medina Blanco, Ernesto Avelino Ramas Pereira, José Sande Lima, Jorge Alberto Silveira, Ernesto Soca, Gilberto Vázquez Bissio, e i cileni Pedro Octavio Espinoza Bravo, Daniel Aguirre Mora, Carlos Luco Astroz. [9] Rohrsetzer prestava servizio nella direzione della Divisione centrale d’informazione a Rio Grande do Sul, in Brasile. [10] Montoneros: Organizzazione di guerriglieri argentini. Nata alla fine degli anni Sessanta del sec. 20° dalla confluenza tra cattolici di sinistra e l’ala più progressista del movimento peronista. (Dizionario di storia Treccani).


Bibliografia/Sitografia

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