Il tatuaggio narcos: storia e simbologia

Aggiornato il: 3 giorni fa

di Alessio Briguglio

tattoo skull
Credits: Tango Core Tattoo

Introduzione: misteri svelati


La letteratura contemporanea, le pagine di cronaca e le sale dei cinema hanno ormai saccheggiato e svelato gran parte degli usi e dei costumi tipici delle mafie moderne. Un’operazione di divulgazione impensabile fino alla metà del secolo scorso, dovuta tanto alla bassa percentuale di collaboratori di giustizia quanto alla scarsa conoscenza del tema o, ipotesi ben più grave, al timore reverenziale con cui l’opinione pubblica approcciava l’idea di maffia[1].


I ferrei codici comportamentali della criminalità organizzata, sono sempre stati imposti agli affiliati ricorrendo a una ritualità dal valore sacro fatta non solo di simboli, ma anche di veri e proprio miti e leggende.


Da misteriosi, questi meccanismi sono ora divenuti pittoreschi e curiosi aneddoti di costume in grado attirare l’attenzione di un pubblico smaliziato, ormai affascinato dalle organizzazioni criminali che, nel corso degli anni e delle inchieste giudiziarie, hanno svelato, loro malgrado, molte delle dinamiche che le resero famigerate e temute in ogni angolo del mondo.


Proprio il tatuaggio ha rappresentato un pilastro importante all’interno della strutturazione di questi fenomeni criminali che, soprattutto alle proprie origini, lo hanno impiegato per marchiare i propri affiliati rendendo quel gesto la prova esplicita di un legame indissolubile tra l’uomo e l’organizzazione di cui entrava a far parte. Pertanto, tentare di comprendere e definire i temi tatuativi, tipici dei contesti in cui si è rafforzata la commistione tra superstizione locale e criminalità popolare, è in grado di fornire un quadro, inquietantemente comune, delle modalità che hanno portato alla nascita e allo sviluppo di quelle strutture criminali che rappresentano oggi una delle peggiori minacce alla sicurezza su scala globale.


Tali circostanze hanno facilitato l’assimilazione del simbolismo sacro e pagano, divenuti temi tatuativi all’interno del contorto immaginario mafioso, ovunque, alla disperata ricerca di una storia e di miti che ne legittimassero le fondamenta.


1. Il tatuaggio criminale


Con la pubblicazione de L'uomo delinquente[2] di Cesare Lombroso, controverso padre della criminologia, assistiamo al primo studio del fenomeno mediante l’impiego del metodo di ricerca scientifico, seppur effettuando un’analisi non scevra delle pesanti limitazioni culturali del tempo. Nell’opera, il tatuaggio emerge inevitabilmente come cocente testimonianza della degenerazione morale del criminale, un simbolo indelebile, collocato e studiato insieme con le anomalie anatomiche, connotato caratteristico della classe antropologica “delinquenziale”.


Il “delinquente nato” mostra specifiche caratteristiche antropologiche per cui sarebbe più vicino agli schemi mentali di animali e primitivi. Così, l'atto di tatuarsi dei criminali recidivi sarebbe sintomo di una regressione ancestrale allo stato di natura primitivo e selvaggio. Connotazione, questa, in verità già presente nel tatuaggio anche nei più fortunati contesti precristiani, medievali e rinascimentali.


Analizzando il fenomeno della tatuazione contemporanea, l’opera diviene un catalogo approfondito di tutte le tipologie di tatuaggio che potevano essere riscontrate sul corpo degli uomini dell’epoca. Dal lavoro di Lombroso emerge come quella stessa simbologia tipica del cristianesimo delle origini, quei temi sacri, quella visione del dolore e dell’espiazione siano diventati soggetti della tatuazione criminale, mantenendo il significante di quelle immagini ma corrompendone inevitabilmente il significato. Questo processo di osmosi culturale e simbolica si era via via delineato e canonizzato, a partire dal Rinascimento, all’interno, soprattutto, delle carceri borboniche. Si tratta non a caso di quello stesso contesto geografico e culturale che partorì le primissime organizzazioni criminali di stampo mafioso italiane.


2. Origini del culto narcos


I conquistadores, giunti in America all’inizio del XVI secolo, furono il punto di partenza involontario della contaminazione tra il culto cristiano medievale e le mitologie precolombiane.


Rafforzate da una condizione di quasi isolamento, tali credenze arrivarono ad avere canoni e temi propri. Si plasmò una religione ben definita che fondeva figure di culto monoteiste, complice la sterminata cultura agiografica del cattolicesimo, con le divinità precolombiane e con la yoruba[3] , religione subsahariana, giunta dalle navi negriere spagnole e portoghesi insieme a migliaia di vittime tratte in ceppi.


L’esperienza delle mafie latine, organizzate in cartelli dediti al narcotraffico, principalmente in Messico e Colombia, condivide con Cosa Nostra, ‘Ndrangheta e Camorra natali umili e superstiziosi. In entrambi i contesti, il potere statale venne inizialmente percepito come ingerente e oppressivo. Quanto avvenuto nel meridione italiano, prima con il medievale regno borbonico e poi con il disinteressato Regno d’Italia, era avvenuto in America Latina, inizialmente per opera di conquistadores e chierici europei e, successivamente, con una ingerente e tossica politica statunitense.


Proprio, durante questo processo di affermazione criminale, i corpi dei narcos iniziano, dunque, a riempirsi di immagini. La Santa Morte, protettrice di chi lotta con coraggio contro l’oppressione del popolo, diventa così la divinità perfetta per proteggere il narcotrafficante che, nella sua visione distorta del mondo che lo circonda, lotta contro le istituzioni ingerenti e il clan rivale, anche a costo della propria vita e di quella dei propri cari.


Esempi famosi sono sicuramente i teschi colorati, particolarmente noti grazie alla tradizione del Dies de Los Muertos, la celebrazione messicana, appunto di origine precolombiana, che ha luogo nei primi giorni di novembre per commemorare i defunti, contemporaneamente alla corrispettiva celebrazione cattolica. A caratterizzare la festività sono proprio musica, bevande e cibi tradizionali dai colori accesi, combinati a numerose rappresentazioni caricaturali della morte, tutte divenute temi tatuatori.

2.1 La Santa Morte


La figura egemone di questa contaminazione, cattolico-pagana latino-americana, è senza dubbio alcuno la Nuestra Señora de la Santa Muerte, Nostra Signora della Santa Morte. Una vera e propria divinità messicana, il cui culto affonda profonde radici nella mitologia precolombiana. In particolare, la Santa Morte rappresenterebbe la trasmigrazione nel canone agiografico cattolico di Mictecacihuatl, dea azteca della morte, dell'oltretomba ma anche della rinascita. L’aspetto caratteristico della Santa Morte è, invece, prettamente medievale: lo scheletro slanciato di una donna che indossa abiti femminili tipici della tradizione europea, gli stessi scolpiti nelle statue della Vergine e delle sante cattoliche portate sulle coste latine dai cattolicissimi conquistadores[4].

Una leggenda diffusasi a partire dagli anni ’60 del secolo scorso narra che la “Madonna Morte” sia apparsa di fronte a un popolano della zona di Veracruz, chiedendo a questi di diffondere il proprio culto. I sacrifici e la sofferenza patita dal popolo messicano sono, tutt’oggi, alla base della protezione che la Santa Morte concede, rimandando o evitando il trapasso e, nei casi più estremi, donando ai suoi fedeli una morte serena indolore. Disturbarla, votandosi ad essa per futili motivi, però, rappresenterebbe un’irriverenza tale da attirare le ire della divinità. Il castigo per un simile gesto, così come per una promessa non mantenuta, sarebbe la morte di una persona cara. Il culto della Santa Morte racchiude la propria potenza culturale nell’idea che la morte equivalga alla giustizia assoluta, divina, e che, pertanto, non faccia distinzioni sociali. Questa austera severità, i poteri a lei attribuite nonché il forte impatto iconografico, ne hanno fatto una divinità perfetta per l’immaginario dei narcos, i cartelli della droga sudamericani alla ricerca disperata di un immaginario che garantisse agli affiliati la legittimazione divina delle proprie azioni criminali[5].


Il culto è oggi cresciuto, sviluppandosi incontrastato, in maniera significativa su tutto il territorio dell’America ispanofone raggiungendo "come un fiume carsico"[6] gli Stati Uniti a partire, appunto, dagli anni 2000 e arrivando a contare tra i 10 e i 12 milioni di devoti.


È opportuno precisare come oggi, infatti, La Niña Blanca non sia solo la santa dei narcos. Ad essere unica è la circostanza per cui il culto della "Santa Morte" accetta apertamente pratiche largamente diffuse tra la popolazione, nonostante siano storicamente osteggiate dalla Chiesa di Roma e, spesso, dalle istituzioni locali, come l'aborto o l'uso dei contraccettivi, e ammette nella sua chiesa la comunità LGBT che la invoca affinché ne protegga i membri dall'omofobia e dall'intolleranza diffuse.


2.2 San Jesús Malverde

Altro esempio di adorazione folkloristica, condannata ma tollerata dalla Chiesa di Roma, è il culto sincretico sorto intorno la figura semileggendaria del bandito Jesús Malverde. Il culto è praticato non solo a Sinaloa, in Messico, ma anche a Culiacán, a Tijuana, a Badiraguato e a Chihuahua, in Colombia, nella città di Cali, e a Los Angeles, negli Stati Uniti, nel corso degli anni, sono sorte chiese per celebrarne il culto. I racconti sulla vita del “santo” sono talmente numerosi e concitati da rendere impossibile distinguere quali siano reali e quali puramente frutto del folklore locale[7].


In sintonia con le credenze locali, Jesús Malverde era un bandito che operava sulle alture di Culiacán. Di umili origini, Jesús cresce facendo il muratore o lavorando alla costruzione della linea ferroviaria occidentale del Messico, avvenuta nel 1954. Si racconta che il padre del “santo” fosse morto per fame, vittima delle violenze dei latifondisti. Jesús prende, così, la strada dei monti e da latitante inizia ad assaltare e derubare gli opulenti proprietari terrieri della regione per poi distribuire i proventi delle sue incursioni alla povera gente del posto. Azioni che farebbero guadagnare alla figura di Jesús titoli leggendari come "Il Bandito Generoso" o "L'Angelo dei Poveri".


Come è facile immaginare, esistono varie e discordanti versioni della sua morte: una lo vorrebbe giustiziato dalla polizia, tradito da un compagno per riscuoterne la taglia offerta dal Governo, ipotesi che non può non richiamare la vicenda siciliana del bandito Giuliano[8].


Proprio come a tutti gli altri santi del culto cattolico, gli si attribuisce un patronato. Il più controverso, ma non l’unico, è la protezione delle persone che si dedicano al narcotraffico e che tatuano la figura della divinità sui propri corpi. L’effettiva origine di tale credenza risale agli anni ‘70 del secolo scorso quando il capo clan Julio Escalante, come il titano Crono della mitologia greca, decise la morte dello scomodo figlio Raymundo così da evitare la sua scalata al potere.


La leggenda diffusasi nella sottocultura criminale racconta che Raymundo, fucilato e gettato nelle acque dell’oceano, chiese aiuto a San Jesús. Fu salvato da un pescatore. Da allora, famigerati narcotrafficanti come Rafael Caro Quintero, Ernesto Fonseca y Amado Carrillo Fuentes iniziarono a frequentare la cappella di Malverde. Per storiografi e giornalisti messicani come Patricia Castro e César Güemes, il mito di Malverde rappresenterebbe “un prodotto immaginifico di un popolo affamato e sottomesso che respinge l'ingiusta divisione delle risorse e del lavoro”[9].

Conclusione: Quel che resta da svelare


La diffusione a suffragio di soggetti appartenenti ai più differenti contesti è sintomatica della nuova prospettiva con cui viene vista l’arte corporea oggi giorno, non più “marchio d’infamia” della criminalità organizzata o scudo araldico delle classi militari.


In questo processo di osmosi oscura e globale, il tatuaggio è stato il vascello perfetto con cui traghettare concetti obsoleti e impropriamente richiamati, tipici dell’antichità, utilizzando un mezzo indubbiamente accattivante, dall’impatto immediato e profondamente dirompente.

Tuttavia, il radicato schema criminale risulta ancora complesso da sradicare nonostante l’avanzamento culturale, tecnologico e scientifico raggiunto in quegli stessi contesti sociali e geografici in cui le mafie sono nate e cresciute.


Molte delle simbologie risultano, oggi, immutate nonostante ormai considerate grottesche o solo graficamente affascinanti. Non solo, la tatuazione resta ad oggi una pratica ampiamente praticata tanto da soldati quanto dai membri delle organizzazioni criminali.


La speranza, dunque, è che l’opera di divulgazione contemporanea e la narrazione dei riti e dei simboli impiegati da quelle sottoculture criminali, abbia lo stesso effetto della letteratura faceta che alla fine dell’Alto Medioevo collezionò le “superstizioni” campagnole dandole in pasto alla curiosità divertita del pubblico cittadino. Fu così che le superstizioni persero il loro statuto propriamente terrificante, diventando stolte credenze appartenenti all’oscurantismo di un’epoca ormai passata.


(scarica l'analisi)

Il tatuaggio narcos
. Storia e simbologia
STORIA E SIMBOLOGIA • 724KB

Note

[1] Con il termine si indicano genericamente le moderne strutture di criminalità organizzate che operano in Europa (ad esempio la MocroMaffia operante in Belgio e Paesi Bassi) o le antiche mafie preunitarie italiane. Un termine che via via sta divenendo sinonimo di criminalità organizzata di stampo mafioso, così da distinguerlo da “mafia” dall’accezione più italiana o italoamericana. [2] Prima edizione per la casa editrice Hoepli, Milano. Qui ci vogliono i riferimenti completi del libro. [3] Pelletier - “Cult of Mexican Death Saint Growing Rapidly Ahead of Papal Visit”, ChurchMilitant.com, 11-02-2016 [4] F. Lorusso -“Santa Muerte patrona dell’umanità” , Stampa alternativa/Nuovi equilibri, 2013 [5] F. Lorusso - “NarcoGuerra: cronache dal Messico dei cartelli della droga”, Odoya, 2015 [6] F. Lorusso - "Santa Muerte Patrona dell'Umanità", Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri, 2013. [7] Octavio Castillo - “El culto a Jesús Malverde en Culiacán, Sinaloa”, La Estrella de Tucsón, 09.06.2007 [8] Salvatore Giuliano è stato un brigante siciliano a capo di una banda armata attivo a dalla seconda metà degli anni ’40 e che per alcuni collaborò con l'EVIS ( la frangia violenta del Movimento Indipendentista Siciliano). [9] V. Cataldi - “Lungo le rotte della morte”, All Around, 2003


BIBLIOGRAFIA


  • C. Alongi. Bocca - “La camorra, Studi di Sociologia Criminale” , Fratelli Bocca, Torino , 1890

  • O. Castillo - “El culto a Jesús Malverde en Culiacán, Sinaloa”, La Estrella de Tucsón, 09.06.2007

  • V. Cataldi - “Lungo le rotte della morte”, All Around, 2003

  • F. Cuturi-“In nome di Dio: l’impresa missionaria di fronte all’alterità”, Meltemi Editore, 2004

  • F. Lorusso - “NarcoGuerra: cronache dal Messico dei cartelli della droga” , Odoya, 2015

  • F. Lorusso - "Santa Muerte Patrona dell'Umanità", Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri, 2013.

  • G. Marotta - “Teorie Criminologiche, da Beccaria al postmoderno”, Scienze Sociali Manuali, 2013

  • Pelletier - “Cult of Mexican Death Saint Growing Rapidly Ahead of Papal Visit”, ChurchMilitant.com, 11-02-2016

65 visualizzazioni0 commenti

Post recenti

Mostra tutti