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Il Sudan e la Rivoluzione di velluto

Aggiornato il: apr 3

(di Elisa Chiara)

Foto di Bryan Denton, NYT

Introduzione

In quest’analisi ripercorreremo i fatti salienti dell’insurrezione popolare in Sudan, che ha avuto il culmine nell’aprile 2019 con la destituzione del presidente - dittatore al – Bashir, e cercheremo di analizzare le peculiarità di questa rivoluzione, in cui gli interessi di tutte le parti sembrano essere messi in gioco in punta di piedi. Analizzeremo pertanto il ruolo e le caratteristiche dei due attori principali, il Transition military council e l’opposizione civile (rappresentata dalla Sudanese professional association), vedendo in che modo i possibili scenari potrebbero avere delle ripercussioni sulle relazioni geopolitiche con alcuni paesi del Golfo.


Un richiamo ai fatti principali

La crisi sociale sudanese ha preso avvio sul finire dello scorso anno, quando i tagli ai sussidi del pane e l’aumento del prezzo dei prodotti alimentari hanno acceso la miccia delle proteste il 19 dicembre 2018 nella città di Atbara, nel nord-est del paese, da sempre impegnata in un’intensa attività sindacale e anticoloniale. Infatti, la maggior parte dei 120.000 abitanti di Atbara lavora per la Sudanese railway corporation, organizzandosi nel movimento sindacale Railway workers union: questo, tra i fautori della caduta del regime militare nel 1964 e 1965, fu da sempre mira di tentativi di annientamento da parte di al-Bashir.

E’ in queste stesse zone che da decenni si sono sviluppati gruppi armati impegnati in manifestazioni e lotte contro il governo.

Il malcontento generale è stato senz’altro determinato dalle inefficienze dell’amministrazione pubblica, capace di spendere il 75% del budget per la difesa e la sicurezza nazionale, lasciando morire di fame la popolazione e generando un tasso di disoccupazione del 20%. Il pane, che prima costava mezza sterlina sudanese, aveva raggiunto il prezzo di tre sterline nel dicembre 2018. Vittima del rincaro anche il trasporto pubblico, conseguenza della mancanza di carburante che obbligava a lunghe code per il rifornimento, e la disponibilità di contanti, il cui prelievo si era limitato all’equivalente giornaliero di 42 dollari statunitensi.

L’economia sudanese era già in bilico dal 2011, a causa della scissione del Sud Sudan, scissione avente radici in questioni etnico – religiose (essendo il nord del paese a maggioranza arabo-musulmana e il sud cristiano-animista) ma ancor più economiche: il Sud Sudan possiede infatti il 75% dei giacimenti sui quali ormai il Sudan non può più fare affidamento; da notare anche che l’isolamento del Sudan non è migliorato a seguito dell’eliminazione parziale delle sanzioni economiche americane in atto dal 1997.

Il 6 aprile, la Marcia dei Milioni (richiamando quella che nello stesso giorno del 1964 aveva destituito Jaafar Nimeiry, quarto presidente della Repubblica Sudanese), ha avuto il suo culmine con l’arresto da parte dell’esercito di Omar al-Bashir, al potere da trent’anni; da quel momento un’escalation di eventi ha avuto il sopravvento: tra questi, il tentativo del Ministro della difesa Ahmed Awad ibn Auf di mettersi alla guida di un consiglio temporaneo di transizione, tentativo scoraggiato nello stesso giorno dall’esercito che lo ha convinto a gettare la spugna, sostituendolo con il generale Abdelfattah al Burhan.

Il 16 aprile l’Unione Africana ha costretto l’esercito a rimettere il potere ai civili sotto la minaccia di sospendere il Sudan dall’organizzazione entro 15 giorni. Il 21 aprile le Forces of declaration of freedom of change (FDC), l’attore principale dell’opposizione civile, hanno deciso di sospendere i colloqui con il Consiglio Militare di Transizione (MTC) abbassando poi la testa qualche giorno più tardi, il 24 aprile, accettando l’invito ad una riunione per negoziare il nuovo assetto politico del paese. In occasione di quest’ultima è stato partorito un accordo che prevedeva la formazione di un comitato congiunto militari – civili, un punto estremamente delicato dopo le trattative circa la personalità che avrebbe dovuto guidare il paese; infatti, il MTC aveva rifiutato la consegna del Sudan ad un governo esclusivamente civile e da quel 25 aprile l’impasse politica la fa da padrona, poiché da un lato i militari vorrebbero riservare otto posti per loro e tre per i civili in seno al nuovo consiglio di transizione, dall’altro le Forze della libertà del cambiamento chiedono otto posti per i civili e tre per l’esercito. [1] Altro problema, l’accordo sulla durata: per i militari si dovrebbe realizzare in due anni, per i civili in quattro.


L’Afrocrazia: in cosa quest’insurrezione è diversa.

A fronte dell’esistenza di più di 100 partiti in Sudan, la Sudanese professional association (SPA) è la prima organizzazione di civili ad avere iniziato le proteste a Khartoum ed è il braccio operativo dell’insurrezione popolare.

Nata nel 2012 come unione universitaria, iniziò a tenere riunioni con i sindacati degli insegnanti, diventando a tutti gli effetti operativa nel 2014 facendo advocacy per il miglioramento delle condizioni lavorative e il salario minimo garantito.

A seguito dello scoppiare delle proteste ad Atbara, la SPA (riunita con gli altri membri dell’opposizione sotto l’ombrello delle FDC) aveva chiamato in strada i civili che avevano risposto in decine, centinaia, migliaia, alla chiamata di un’associazione fino ad allora presso sconosciuta. Il gruppo, composto da avvocati, insegnanti, giornalisti, farmacisti, si stava rivelando il protagonista indiscusso del nuovo destino sudanese.

Guardando alla SPA, diversi aspetti rendono la rivoluzione in Sudan così peculiare: innanzitutto la strutturazione stessa dell’associazione; come precedentemente detto, la SPA non è nata dall’oggi al domani, ma è frutto di un militantismo costante realizzato nella totale clandestinità fin dal 2012.

L’organizzazione interna della SPA le ha consentito, dopo aver condotto alla caduta di un dittatore che ha saputo resistere a numerose e sanguinose guerre civili (tra cui quella in Darfur e in Sud Sudan), di comprendere che il dialogo con i militari sarebbe stata un’arma su cui puntare per far valere le sue pretese.

Un altro punto a favore del successo della SPA è l’inclusività con cui questa ha saputo caratterizzare le proteste: al-Bashir è caduto di fronte alla determinazione di un’entità simbolo di un popolo così eterogeneo, composto da mussulmani, cristiani, studenti, operai, uomini ma anche e soprattutto donne e giovanissimi di cui la SPA ha saputo essere l’umile rappresentante nella delineazione di un programma chiaro e inclusivo di governo. Questa inclusività ha saputo essere anche il deterrente di un bagno di sangue, troppo comune e frequente nelle insurrezioni africane.

Il carattere peculiare dell’insurrezione è legato anche al fatto che la SPA è riuscita a garantire una totale autonomia politica di fronte all’occidente, rifiutandosi di cedere alle pressioni straniere che si nutrono di opportunismo, volendo approfittare del momento di crisi per garantire i loro interessi economici e politici. La SPA non solo ha saputo scacciare una dittatura, ma ancor più rifiuta categoricamente una democrazia costruita (o imposta?) sul modello occidentale. Ne è un esempio l’hashtag #Sudaxit, emblema della lotta africana per l’affermazione della propria identità.

Quello che fa di questa rivoluzione di velluto una prima in Africa, e perciò in grado di distinguerla dalle Primavere Arabe[2] , è dunque l’esistenza di un vero e proprio apparato strutturato con programmi chiari e desiderosi di essere realizzati con l’impiego minimale della violenza. Questo dimostra all’Occidente come il modello democratico possa avere diverse sfaccettature, e soprattutto di come questo non possa che nascere da spinte locali, lontane da pretese e influenze straniere.

Un’altra componente fondamentale di questa rivoluzione è quella femminile: raggruppate nell’organizzazione Civil women group (CWG) numerose studentesse sono scese in piazza a dicembre confermando l’impegno femminile già dimostrato in molteplici occasioni negli anni Venti, e che condusse all’indipendenza del Sudan nel 1956. Vedendole sfilare nelle strade di Khartoum sembra che la Sharia, la legge islamica in vigore dal 1983 e inasprita da al-Bashir, non sia più effettiva. Ne è una dimostrazione il programma costituzionale reso pubblico dalle FDC in cui si prevede che non meno del 40% delle cariche del consiglio di governo transitorio siano ricoperte da donne.

Il Transitional Military Council

Stabilito l’11 aprile 2019, composto dal generale Burhan, altri otto generali e il vice presidente Mohamed Hamdan Daqlu, può essere visto come uno strumento creato in fretta e furia per gestire la situazione politica degenerata. Lo dimostra il suo prendere tempo consentendo alle proteste di continuare più o meno pacificamente nel quartiere generale, assicurando di essere pronto a conferire i poteri esecutivi a colui che sarebbe stato designato dal popolo. Una tattica apparentemente efficace, visto lo stallo momentaneo dei negoziati. Forse la tattica prevede anche le continue destituzioni di figure di rilievo in seno al consiglio, come l’ex ministro della difesa Ahmed Awad Ibn Auf, che aveva annunciato le dimissioni a poco più di 24 ore dalla sua designazione dopo la caduta di al-Bashir. Non a caso, l’ex ministro figura tra i responsabili delle atrocità perpetrate in Darfur, straziato da un conflitto iniziato nel 2003 che ha causato oltre 300 mila vittime e 2 milioni e mezzo di sfollati.

Il “soft power” dei militari in Sudan non è una novità, visto che per trent’anni ha saputo negoziare facendo la guerra e dimostrando che il movimento di protesta ha una controparte capace di bilanciarne l’influenza. Anche in quest’occasione il MTC ha dimostrato di sapere benissimo che esercitare la repressione genererebbe ulteriori fratture in seno all’esercito. Inoltre, i militari sono molto astuti nell’affermare di disinteressarsi totalmente del parlamento e del governo, volendo solo determinare i poteri e gli interessi del comitato congiunto: questo consentirebbe loro di controllare di fatto il comitato e renderlo l’organo decisionale.

Inoltre, il MTC ha incontrato alcuni noti membri dell’islam radicale, da qui la promessa di mantenere in vigore la Sharia,: questo fa comprendere come il MTC stia guadagnando terreno e una posizione di forza minacciosa.


Gli interessi nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden

All’indomani della caduta di al-Bashir, in un comunicato ufficiale Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti hanno espresso tutta la solidarietà nei confronti del nuovamente instaurato Consiglio di Transizione; lo stesso sembra agire sulla scia di al-Bashir nella volontà di mantenere relazioni geopolitiche stabili con stati quali il Qatar, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi, con i quali al-Bashir aveva tessuto importanti legami. Non a caso, il 17 aprile scorso il MTC ha ricevuto la delegazione qatariana, mentre solo il giorno prima aveva ricevuto quelle saudita e emiratina (entrambe storicamente in contrasto con il Qatar).

L’interesse dei paesi del Golfo nei confronti del Sudan è storico: privi di terreni fertili per l’agricoltura, considerano il Sudan un ottimo granaio. Attraverso la Initiative for arab food security, presentata a Riyad nell’ambito dell’Arab economic summit, l’Arabia Saudita aveva previsto lo sfruttamento di un milione di ettari nelle regioni dell’Upper Atbara e Seit Dam. Ma, come sempre avviene, la causa nobile della sicurezza alimentare nascondeva i soliti giochi geopolitici.

Occorre infatti osservare che sono numerosi gli accordi commerciali conclusi dai paesi del Golfo con il Sudan. Nel marzo 2018 il Sudan e il Qatar avevano firmato un accordo di 4.000 milioni di dollari per la gestione del porto di Suakin, nella costa sudanese; inoltre, i due paesi avevano firmato un accordo da 100 milioni di dollari per l’estrazione del petrolio.

Per quanto riguarda le relazioni con l’Arabia Saudita, nel 2013 il paese investì 11 miliardi di dollari in Sudan, confermando il sodalizio commerciale che già qualche anno prima aveva portato nel paese fior fior di quattrini a nove zeri, incentivando 400 aziende saudite ad investirvi.

Le relazioni con i sauditi sono anche di tipo militare, considerato che 14.000 sudanesi hanno partecipato al conflitto in Yemen: infatti, l’ingresso del Sudan nella coalizione saudita contro i ribelli Houti in Yemen ha confermato l’impegno, già di carattere economico, dei sudanesi nei confronti dei sauditi. La maggior parte dei combattenti sauditi proviene peraltro dalla regione del Darfur.

Anche la milizia tribale dei Janjaweed ha fornito la maggior parte degli effettivi delle Rapid support forces operante in Yemen, legate ad al-Bashir e al cui comando ci fu l’attuale numero due del MTC, Mohamed Hamdan Daqlu. In pratica l’Arabia Saudita paga i mercenari sudanesi, contribuendo di fatto all’economia del Sudan.

Uno dei principali orizzonti dell’azione in Sudan di Arabia Saudita e Emirati è il contenimento dell’influenza di Teheran in Africa orientale: Teheran et Khartoum erano da tempo legati da accordi di cooperazione militare, che consentivano all’Iran di depositare armi che sarebbero state trasferite poi alla Repubblica Islamica in Medio Oriente: solo che nel 2016, quando Khartoum si è schierato contro Teheran dopo l’assalto al consolato saudita a Teheran, le relazioni hanno iniziato a traballare. Ancora, i pesi del golfo spingono per il consolidamento del potere militare in Sudan per l’impedimento dell’espansione della Fratellanza Musulmana sia all’interno dei propri territori, sia nella regione del Golfo Persico, così da limitare l’influenza del movimento islamista sudanese, che è legato alla Fratellanza Musulmana.

Dal punto di vista della Turchia, da sempre amica del Sudan (lo stesso Erdogan definiva “un fratello” al-Bashir) l’avvento dei militari in Sudan è da considerarsi una mossa degli stati del Golfo per servire gli interessi americani ed israeliani, alla luce dei crescenti legami tra Ankara e Khartoum e della maggiore influenza turca nel Corno d’Africa, dove la Turchia ha inaugurato una base militare in Somalia nel settembre 2017.

Foto di Bryan Denton, NYT

Possibili scenari

Che ne sarà del futuro politico del Sudan? Tre scenari sono possibili:

1.Una rivoluzione che non si ferma: ipotesi probabile, considerando che da giorni i dialoghi sono sospesi: dopo un primo apparente accordo raggiunto martedì scorso, che sembrava conferire il periodo di transizione ai civili per un periodo di tre anni, il clima di quiete è venuto meno a seguito di blocchi di strade e ferrovie e un’accentuata aggressività. Il TMC ha quindi sospeso i colloqui per 72 ore.

2. Una controrivoluzione: questo lasso di tempo così lungo nella presa di decisioni costituisce una minaccia per i civili e un terreno fertile per i militari. Se i civili non si impegnano a redigere un preciso piano nazionale, oppure se questo si realizzasse esclusivamente secondo la volontà del MTC, quest’ultimo potrebbe di fatto generare la repressione e re instaurare il regime.

3. Un potere condiviso: immaginando che il peso delle due parti sia uguale, è possibile che si raggiunga all’accordo per un’amministrazione duale fino a nuove elezioni. Quali ripercussioni socio-economiche dunque?


Sitografia

https://www.ilcaffegeopolitico.org/99155/sudan-scheda-paese-e-situazione

https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/sudan-sulla-transizione-pesano-gli-interessi-dei-paesi-del-golfo-22846

https://addisstandard.com/in-depth-analysis-a-spring-in-the-horn-mass-protest-and-transitions-in-sudan-and-ethiopia/

https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/sudan-la-rivolta-del-pane-ora-fa-paura-omar-al-bashir-21994

https://www.lindro.it/sudan-e-womenpower-il-ruolo-cruciale-del-movimento-femminile/

https://nena-news.it/sudan-esercito-colloqui-con-le-opposizioni-sospesi-di-72-ore/


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