logo AMISTADES-5.png

Il sertão nella geografia politica del Brasile

Aggiornato il: giu 25

(di Letizia Gianfranceschi)

Credits: Evandro Teixera

Introduzione

Nonostante le numerose rappresentazioni che nel corso della storia si sono susseguite e hanno contribuito alla costruzione dell’immaginario geografico, il sertão rimane il luogo più misterioso e affascinante della geografia politica brasiliana; un luogo che conferma come la geografia sia in grado di dettare vincoli e opportunità alla politica; un luogo che ha segnato la cultura popolare brasiliana e i cui aspetti più problematici sono da sempre oggetto del dibattito politico.

Si ritiene che il sertão sia uno dei concetti più vasti, flessibili e complessi della storiografia culturale brasiliana in generale, e della scienza geografica in particolare alla luce della difficoltà di tracciarne le coordinate geografiche con esattezza. Nell’immensità del Brasile, il gigante indiscusso del Sud America, il sertão sfugge all’universo empirico della geografia tradizionale.


1. Lo spazio del sogno e della promessa

In epoca coloniale, con il termine sertão erano identificate genericamente le “terre dell’interno del continente”, lontane dal litorale dov’erano sbarcati i portoghesi.

Nel 1500 lo sbarco di Pedro Álvares Cabral sulle coste del Brasile segnò una frattura nello spazio imperiale. Lo spazio geopolitico organizzato dai lusitani si arricchì di un territorio la cui estensione, pari a 8.514.876 Km2, corrisponde al 5,6% delle terre emerse. Con l’approdo nelle coste del nord-est brasiliano, corrispondenti all’attuale stato di Bahia, e l’insediamento di alcune posizioni commerciali, i portoghesi iniziarono a puntare sul gigante sudamericano per arricchirsi[1].

Alla fine del XVII secolo, apparve chiaro che il Brasile era diventato la chiave di volta dell’attività imperiale del Portogallo, anche grazie alla provvidenziale scoperta dell’oro. L’Eldorado che i portoghesi avevano sperato di trovare fin dagli albori della colonizzazione del continente americano era localizzato nei pressi di Minas Gerais (1695) e Mato Grosso (1730).

Pei coloni, i territori non ancora colonizzati contenevano la promessa delle ricchezze da estrarre e di cui appropriarsi.

Si trattava di aree spopolate, che nel lessico della colonizzazione significava “non ancora colonizzate” e spesso di territori caratterizzati da un clima semi-arido con prolungati periodi di siccità. Il termine rifletteva, quindi, una visione imperiale ed era utilizzato per descrivere una varietà di ecosistemi: dalle foreste secche (caatingas) alla savana tropicale (cerrado) e, più in generale, tutti i campi che dovevano essere oggetto di espansione.

I coloni erano consapevoli che una delle caratteristiche principali del sertão era, ed è tuttora, la pluralità. Il sertão, per la varietà degli ecosistemi che lo compongono e la sua dispersione, non è mai stato solo uno. Sarebbe, dunque, più corretto utilizzare il plurale sertões. Nei documenti ufficiali portoghesi sono nominati i sertões amazzonici, quelli del Goiás, quelli di Minas Gerais, quelli del sud-ovest del Maranhão, e più vagamente i sertões del nord e del sud del Brasile.


2. Lo spazio del vuoto e della barbarie

Quando i portoghesi capirono che molte delle terre dell’interno erano prive delle ricchezze che avevano immaginato, cominciarono a forgiarne una nuova rappresentazione. Il sertão, che a lungo era stato lo spazio del sogno e della promessa, ora era solo lo spazio del vuoto e della barbarie, dove la riaffermazione del dominio coloniale appariva, nella loro visione, quantomai necessaria.

Questa visione negativa dei territori sertanejos si è poi consolidata anche dopo l’indipendenza del Brasile da Lisbona (1821). All’inizio del Novecento, le spedizioni scientifiche condotte all’interno del paese da geografi, ufficiali sanitari, ingegneri, militari, diplomatici e altri funzionari diagnosticarono una presunta dualità costitutiva nella formazione del Brasile: quella tra il litorale e i territori dell’interno, che rifletteva – a sua volta – l’opposizione tra civiltà e barbarie.

Durante la prima repubblica brasiliana (1889-1930), le missioni ordinate dallo Stato in quei territori contribuirono enormemente ad elaborare una teoria interpretativa del Brasile. Il loro obiettivo principale era procedere ad inglobare, una volta per tutte, i territori dell’interno principalmente attraverso la costruzione di linee telegrafiche e ferroviarie e le operazioni di profilassi.

Accanto a questa visione negativa, si è affermata nel tempo anche una rappresentazione romantica non tanto del sertão in sé, quanto delle persone che lo abitano. Questa rappresentazione è espressa da Jeca Tatu, la figura comica dell’uomo rurale originario dello Stato di San Paolo. Jeca Tatu compare per la prima volta nelle commedie di fine Ottocento, ma viene definitivamente consacrato nel secolo successivo nelle opere dello scrittore Monteiro Lobato e nel cinema di Amácio Mazzaropi. Nel tempo, Jeca Tatu è diventato il simbolo di ogni brasiliano che si ritrova nelle condizioni di povertà e ruralità. Il suo personaggio riflette una visione bonaria ma pur sempre costruita e, in quanto tale, almeno parzialmente fittizia. Inoltre, questa visione non ha scalfito la dicotomia tra tradizione e modernità, l’agricoltura di sussistenza e l’industrializzazione; al contrario, ha contribuito a consolidarla.



3. Il caso drammatico del sertão del Nordest

Il sertão del Nordest presenta storicamente la minore incidenza di pioggia in tutti il Brasile.

Le piogge, che solitamente si presentano tra dicembre e aprile, certi anni possono non arrivare mai. Questo succede quando si verifica il fenomeno denominato El Niño, che si caratterizza per aumento della temperatura delle acque dell’Oceano Pacifico.

Com’è facile immaginare, questi periodi di scarsità idrica causano una serie di pregiudizi agli agricoltori e ai piccoli allevatori, quali la perdita del raccolto e degli animali.

Il governo centrale ha spesso affrontato la siccità come un’emergenza e con la fatalità con cui si reagisce a qualsiasi emergenza. Secondo i più critici, ciò che è mancato, negli anni, è un progetto politico costruttivo per i territori rurali, colpiti ciclicamente dalla siccità

Dopo il boom del caffè, le attenzioni dello Stato si diressero verso le provincie più ricche di piantagioni di caffè: Rio de Janeiro, Minas Gerais e São Paulo. Tra il 1877 e il 1879, le comunità del Nordest furono colpite da una combinazione di eventi ricordato come “le tre seti”: la contemporanea mancanza di acqua, carestia ed epidemie di tifo, vaiolo e colera. Da allora, il Nordest è una regione problematica che la politica brasiliana fa fatica a gestire.

Alla fine del secolo, migliaia di persone provenienti dalle zone interne del Ceará migrarono verso l’Amazzonia, attirati dall’espansione dell’industria del lattice e della gomma.

L’avvento della Repubblica non modificò la relazione del potere centrale con questi territori. A lungo i governanti hanno considerato più conveniente finanziare la migrazione degli abitanti piuttosto che investire in un programma di sviluppo della regione secca. La creazione un sistema di trasporto di alimenti ogniqualvolta la siccità colpisce non è bastata a scongiurare la migrazione. Non stupisce che con l’inaugurazione della Rio-Bahia, nel 1949, migliaia di nordestini videro nella migrazione verso il sud-est l’unica soluzione all’immobilismo statale.

Una storia di migrazione è anche quella di Gabriela, protagonista dell’omonimo film del regista brasiliano Bruno Barreto (1983), basato sul romanzo Gabriela, garofano e cannella di Jorge Amado. Oltre all’interpretazione del nostrano Marcello Mastroianni, nei panni del siriano Nacib, del film ricordiamo la protagonista Gabriela (interpretata da Sonia Braga), una mulatta che arriva a Ilhéus, nello stato di Bahia. Delle sue origini non sappiamo molto, a parte il fatto che la ragazza è in fuga dalla siccità tipica del sertão.


È da lì che viene Gabriela? Forse anche lei, come tanti altri, ha scelto la via della migrazione in cerca di fortuna.

Alcuni tentativi per affrontare il problema sono stati fatti dalle autorità federali. Con un decreto presidenziale, nel 1909 fu creato, all’interno del Ministero dello sviluppo regionale, il Dipartimento Nazionale delle Opere Contro le Siccità. Il Dipartimento è stato il primo organo a studiare la problematica del semi-arido e la prima agenzia governativa ad eseguire opere ingegneristiche (acquedotti, strade, ponti, porti, ferrovie, ospedali, reti elettriche e telegrafiche ecc.) a supporto delle popolazioni flagellate dalla siccità. La siccità del 1951 mise per l’ennesima volta in discussione la politica federale nei confronti del Nordest. Al contempo, difronte alla mancata soluzione del problema idrico, il Dipartimento fu accusato di incapacità e corruzione e fu decisa la costruzione del Banco do Nordeste, una banca per lo sviluppo regionale.

Nel 2018, Bolsonaro ha annunciato di voler risolvere il problema della siccità del Nordest una volta per tutte. La dichiarazione faceva seguito alla visita dell’ambasciatore di Israele Yossi Shelley, che aveva fatto sapere che il governo israeliano intendeva finanziare l’istallazione di un impianto pilota per la desalinizzazione delle acque marine a beneficio delle comunità della regione.

Tuttavia, il progetto degli impianti di desalinizzazione non è del tutto convincente. Come spiega João Abner Guimarães Júnior, professore di Igegneria Idraulica presso l’Università Federale del Rio Grande do Norte non bisogna dimenticare che lo sviluppo sostenibile dovrebbe essere la priorità da tenere in considerazione nell’elaborazione di una politica idrica pubblica per le zone semi-aride.

4. Il sertão nella cultura popolare brasiliana

Pur non essendo ancora stato localizzato, delimitato e cartografato con esattezza sul terreno, il sertão esiste non solo nella marginalità e nelle difficoltà che le sue condizioni climatiche impongono ai suoi abitanti, ma anche nella cultura popolare brasiliana.

Nella cultura popolare il sertão è spesso associato a tratti antropologici tipici di alcune regioni. Luiz Gonzaga (1912-1989), è stato il principale promotore della musica regionale. Originario del Pernambuco, Gonzaga ha cantato il sertão nordestino in tutta la sua essenza ambientale, climatica e antropologica. In musica ha raccontato la sofferenza del popolo costretto ad accettare il clima semi-arido e il tempo sospeso della siccità, che può durare fino a 7-9 mesi.

L’assenza delle piogge è stata storicamente un fattore di emigrazione per i nordestini. In Asa branca, Gonzaga racconta che nei periodi più caldi, quando l’acqua è un miraggio in cui nessuno ripone più speranze, gli uomini e gli animali condividono i drammi e le attese della migrazione:

“Oggi che sono così lontano, lontano molte leghe, in una triste solitudine, spero che la pioggia torni a cadere, così potrà tornare al mio sertão”.

La scarsità degli interventi pubblici ha rafforzato il sentimento religioso degli abitanti del sertão nordestino, che fanno appello alla religione in cerca di salvezza:

Quando ho guardato la terra che ardeva/ ho chiesto a Dio “perché tanta sofferenza?

Negli interminabili mesi caldi, il sertão è ricoperto da una foresta bianca. Eppure, anche allora, a speranza esiste ancora. Gonzaga canta di una promessa fatta ad un’innamorata: sarebbe tornato con le nuove piogge, quando il verde degli occhi di lei avrebbe cosparso tutta la vegetazione.

Nel 1956 fu pubblicato “Grande Sertão: Veredas”, il romanzo più importante di Guimarães Rosa, nonché uno dei capolavori della letteratura lusofona di tutti i tempi. Riobaldo, il protagonista, attraversa il sertão compiendo un viaggio tanto fisico quanto psicologico, durante il quale ricorda le avventure della sua vita passata. Tra i ricordi vi sono la sua esperienza come jagunço[2], l’amicizia tenera con Diadorim, la durezza dell’esistenza quotidiana, gli amori mai dimenticati. In tutto il libro riecheggia una riflessione geografica: il sertão è in ogni luogo[3], è un universo chiuso, abitato da tutti i tipi umani, dominato da una coesistenza permanente del bene e del male, in tutte le loro sfaccettature. Nel sertão la natura che si rivela alternativamente avversa e generosa con gli uomini e gli ecosistemi. Queste opposizioni tormentano Riobaldo fino alla fine.


Conclusioni

Il caso del sertão è interessante dal punto di vista geopolitico per diversi motivi.

In primo luogo, ci conferma il fatto che la geografia detta vincoli e opportunità.

Da un lato, vi sono l’asprezza del territorio e del clima che ostacolano la vita delle comunità e i cicli economici, la vastità che ne rende difficile l’attuazione di un controllo capillare da parte delle autorità statali e lo sviluppo di un “sentimento nazionale”, ma che al contrario favorisce la diffusione di un sentimento di abbandono. Dall’altro l’opportunità legata alla speranza – quella dei coloni portoghesi di trovare materie prime, ma anche quella delle comunità che oggi abitano questi territori di non essere abbandonati dallo stato.

In secondo luogo, la vicenda storica del sertão ci conferma che la politica è in grado di costruire molteplici visioni dello spazio, anche quando non riesce a manipolarlo del tutto. Il modo in cui l’ambiente viene percepito dagli attori, il complesso delle percezioni che questi sviluppano su di esso e in grado di influenzare l’azione politica è definito psycho-milieu. Ogni spazio è sempre oggetto di rappresentazioni. Nella geografia del Brasile, il sertão non fa certamente eccezione a questa regola.

Le mappe mentali sono influenzate dalla cultura, quindi anche dalla letteratura e dal cinema e costituiscono l’immaginario geografico di un luogo.

Infine, mancano ancora una politica idrica pubblica e un piano di sviluppo socioeconomico del sertão nordestino. Nel 2016 nello stato del Ceará è stata registra la siccità peggiore dei 100 anni precedenti. Un approccio meno emergenziale può aiutare ad affrontare la siccità per quello che: un aspetto costitutivo della vita in questi territori e delle genti che li abitano, non necessariamente una condanna.


Note

[1] Francisco Bethencourt, Diogo Ramada Curto, Portuguese Oceanic Expansion, 1400-1800, Cambridge University press

[2] I jagunços erano uomini armati assunti dai proprietari terrieri nel Nord del Brasile per proteggere le loro proprietà. In alcuni casi, questi uomini erano organizzati in vere e proprie milizie.

[3] “O sertão está em toda parte.” (GSV p.1)


Bibliografia

· BETHENCOURT Francisco, RAMADA CURTO Diogo, Portuguese Oceanic Expansion, 1400-1800, Cambridge University press, 2007;

· DE ARAÚJO Gilvan Charles Cerqueira, O sertão e a espacialidade edênica, GEOTemas v. 08, n. 2 de 2018;

· DE FIGUEIREDO MONTEIRO Carlos Augusto, O espaço iluminado no tempo volteador (Grande sertão: veredas), Estudos avançados 20 (58), 2006;

· DUARTE-SIMÕES Teresa Cristina, Jeca Tatu, un héros brésilien. Genèse, évolution et déplacements du personnage du caipira, https://journals.openedition.org/caravelle/386?lang=pt

· MARINHO Maria Aparecida Silva, O Espaço e o Tempo em “Grande Sertão: Veredas”, Miguilim – Revista Eletrônica do Netlli, Crato, v. 2, n. 2, p. 81-101, ago. 2013

· MORAES Antonio Carlos Robert, O Sertão. Um “outro” geográfico, Terra Brasilis [Online], 4 - 5 | 2003;

· MOTA Diego, O sertão de Luiz Gonzaga, Kindle edition

· PEREIRA CAMPOS Zuleica Dantas, Recensão de “Um Sertão Chamado Brasil: intelectuais e representação geográfica da identidade nacional”, Cad. Ést. Soc. Recife,-v. 16, n. 2, p. 391--396,-jul/dez., 2000.

"Sii schiavo del Sapere,

se vuoi essere veramente libero"

  • Facebook Social Icon
  • YouTube Social  Icon
  • LinkedIn Social Icon

- Fai Amicizia con il Sapere

Centro Studi per la promozione della cultura internazionale

CONTATTI
  • Facebook Social Icon
  • YouTube Social  Icon
  • LinkedIn Social Icon

© 2017 by AMIStaDeS