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Il diritto all’aborto in Italia: un diritto per cui ancora lottare

Aggiornato il: 4 giorni fa

di Chiara Mele

1. Introduzione


Gli ultimi mesi di quest’anno sono stati caratterizzati da veri e propri attacchi ad un diritto, quello all’aborto, che sembrava essere oramai quesito e come tale non più questionabile. In Europa, basta menzionare il caso che ha avuto più risonanza medianica, cioè il tentativo avvenuto in Polonia di limitare ulteriormente l’interruzione di gravidanza, vietando la procedura anche nei casi di grave malformazione del feto, a seguito di una sentenza della Corte Costituzionale polacca [1].


Il contenuto del diritto all’aborto è fortemente influenzato dal tipo di ideologia che viene fatta propria da una data società, che potrà quindi renderlo più tortuoso, negarlo o consentirlo e di conseguenza facilitarne l’accesso il più possibile. In Italia, negli anni del fascismo, il codice Rocco qualificava come reato l’aborto, in quanto attentato ‘contro l’integrità e la salute della stirpe’. Il corpo della donna era quindi ‘cosa pubblica’ poiché attraverso il suo ruolo di genitrice contribuiva alla proliferazione della nazione. Bisognerà aspettare la seconda ondata dei movimenti femministi e il 1978 per ottenere una legge, la 194 del 22 maggio, affinché venisse legalizzata l’interruzione volontaria di gravidanza (IVG). Si trattò di un’importante conquista per la salute sessuale e riproduttiva delle donne in Italia, frutto di un cambiamento culturale e sociale che demandava l’autodeterminazione delle donne e l’affermazione dei loro diritti nella società.


Tuttavia, oggi in Italia non mancano ancora difficoltà (non da ultime quelle dovute al Coronavirus) nell’accedere ad un servizio essenziale per la salute, nonché l’ostruzionismo messo in atto da diverse Giunte Regionali [2] che rendono più gravoso l’accesso alla procedura. Ci sono inoltre questioni culturali ed ideologiche non ancora sopite, che serpeggiano anche tra i ranghi degli operatori sanitari (e non solo), provando che la battaglia per l’affermazione di questo diritto è un percorso non ancora concluso.


2. L’accesso all’aborto è una questione di diritti umani


L’affermazione del diritto all’aborto come diritto umano fondamentale è stata una dura lotta non priva di ostacoli. A livello di diritto internazionale dei diritti umani, si è collegato l’accesso all’aborto sicuro come un diritto attinente alla salute sessuale e riproduttiva della donna, da far ricomprendere all’interno di altri diritti quali il diritto alla vita, il diritto alla salute, il diritto a non essere discriminati per il genere e il diritto ad essere liberi da violenza, tortura e da trattamenti inumani e degradanti [3]. La ragione trova sede nel fatto che imporre una gravidanza non desiderata o ad abortire in condizioni non sicure mette a rischio la salute e in alcuni casi la vita della donna (World Health Organization - WHO, Health Topics, Abortion). Di conseguenza, vi è una gravissima violazione dei diritti e delle libertà fondamentali appena menzionate. Come venne anche affermato dalla Conferenza Internazionale sulla Popolazione e lo Sviluppo nel 1994 (International Conference on Population and Development, United Nations Population Fund), le persone hanno il diritto di decidere liberamente e responsabilmente, senza discriminazione, coercizione o violenza, il numero, la frequenza e il momento in cui avere figli, di essere informati e di avere gli strumenti che lo garantiscano. L’accesso all’aborto legale e sicuro, compresa anche l’assistenza post-aborto, è essenziale per garantire il diritto al più alto livello di salute sessuale e riproduttiva possibile.


3. La Legge n. 194 del 22 maggio 1978


Il 22 maggio del 1978 venne approvata la legge numero 194 [4], in materia di tutela sociale della maternità ed interruzione volontaria di gravidanza. Insieme all’abolizione della legge che vietava la pubblicità e la vendita di preservativi in Italia e alla legge che vietava l’istituzione dei consultori familiari, la legge 194 ha rappresentato un cambiamento epocale per la salute riproduttiva delle donne in Italia, un passo importante per l’autodeterminazione ed indipendenza a livello sociale ed anche economico. Il testo consta di 22 articoli ed ha depenalizzato gli articoli del codice Rocco che configuravano la pratica dell’aborto come reato e allo stesso tempo prevede la sua regolamentazione.


Ai sensi dell’articolo 1 vengono fissati gli obiettivi della suddetta legge, “Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio. L’interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo delle nascite. Lo Stato, le regioni e gli enti locali, nell’ambito delle proprie funzioni e competenze, promuovono e sviluppano i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che lo aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite.”


Gli articoli successivi regolamentano le attività dei consultori e delle strutture socio-sanitarie ed indica i luoghi in cui le procedure di IVG debbono essere svolte (si vedano gli articoli 2, 3, 4, 5 ed 8). Viene stabilito che l’interruzione di gravidanza è consentita fino al 90° giorno di gestazione, mentre oltre tale termine è consentito solo qualora la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna oppure quando vengano accertate patologie del nascituro che determinino un grave pericolo per la salute fisica e psichica della donna che sta portando avanti la gravidanza.


4. L’obiezione di coscienza


L’articolo che è ancora oggetto di acceso dibattito è l’articolo 9, che disciplina il diritto all’obiezione di coscienza per il personale sanitario ed ausiliario. Consiste nell’esoneroa prendere parte alle procedure […] ed agli interventi per l’interruzione della gravidanza quando sollevi obiezione di coscienza, con preventiva dichiarazione. […] L’obiezione di coscienza esonera il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie dal compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione della gravidanza, e non dall’assistenza antecedente e conseguente all’intervento.


La norma dovrebbe garantire non solo chi non vuole praticare la procedura di IVG, ma anche le donne che vogliono veder tutelato il proprio diritto alla salute riproduttiva. Tuttavia, i dati nazionali (tenuto conto che l’ultima elaborazione da parte dal Sistema di Sorveglianza Epidemiologica delle IGV risale al 2018) ci mostrano una realtà ben diversa. Il numero di medici obiettori di coscienza è del 70%, percentuale che può variare fino ad arrivare addirittura al 90% in regioni del Sud, ad esempio Molise, Sicilia e Campania, dove le aziende ospedaliere si ritrovano quindi a non poter garantire in maniera adeguata il servizio di IVG [5]. Le donne sono così lasciate da sole in situazioni difficili in cui vengono letteralmente abbandonate dal sistema, di fatto ostacolate ad accedere ad un diritto garantito dalla legge.


5. L’ IVG con il metodo farmacologico


Un altro aspetto da considerare riguarda l’utilizzo della RU486 [6], la cui accessibilità in Italia risulta assai limitata se messa a confronto con altri paesi europei. Si tratta di una pillola che può essere assunta per via orale per indurre l’IVG farmacologica. Non è necessaria anestesia o ricorso a metodi chirurgici, quindi non c’è bisogno di ospedalizzazione, però il processo di assunzione può durare anche 3 giorni, perché viene assunta in due fasi, prima il mifepristone e poi, a 48 ore di distanza, la prostaglandina.


Gli ultimi dati a disposizione (sempre riferiti all’ultima raccolta dati del 2018) parlano di un ricorso all’aborto farmacologico nel 20,8% dei casi. Infatti, sebbene ci siano stati dei miglioramenti rispetto al passato (si pensi che solo il 9,7% delle donne ha avuto accesso all’aborto farmacologico nel 2013), la procedura più utilizzata rimane quella chirurgica, adoperando la tecnica dell’isterosuzione nel 63, 6% dei casi, considerando come anno di riferimento sempre il 2018, seppur permanga un 10, 8% di casi di ricorso al raschiamento, un metodo alquanto invasivo e spesso rischioso [7].


6. Il ruolo delle Regioni in materia di accesso ai servizi di IVG: l’obbligo di ricovero


Per quanto riguarda cosa le Regioni possono determinare nel concreto con riguardo all’accesso all’aborto, bisogna partire dal riparto di competenze in materia di salute e quindi di sanità pubblica. In breve, la Costituzione italiana riserva allo Stato, in quanto potere centrale, la competenza legislativa in materia di “determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale”, sulla base dell’articolo 117, comma 2, lettera m. Tuttavia, il comma 3 attribuisce competenza concorrente allo Stato e alle Regioni in materia di tutela della salute. Di conseguenza, lo Stato determina con legge i principi fondamentali a cui le Regioni dovranno attenersi quando a loro volta eserciteranno la propria podestà legislativa sul tema.


Premesso ciò, ci sono state Regioni (come l’Umbria e il Piemonte) che hanno con legge regionale previsto l’obbligo di ricovero anche per le donne che decidono di abortire con metodo farmacologico. A seguito delle violente proteste di piazza e delle reazioni politiche che a gran voce hanno sollecitato il Ministro della Sanità, Roberto Speranza, il 4 agosto 2020 sono state aggiornate con circolare ministeriale le “Linee di indirizzo sulla interruzione volontaria di gravidanza con mifepristone e prostaglandine”. Conseguentemente, ora è possibile l’utilizzo del farmaco RU486 presso le strutture ambulatoriali pubbliche adeguatamente attrezzate, funzionalmente collegate all'ospedale ed autorizzate dalla Regione, nonché consultori, in regime di day hospital, su tutto il territorio nazionale. Non solo, al pari di altri stati europei è anche stato innalzato il periodo di assunzione della pillola da 43 a 63 giorni, pari a 9 settimane compiute di età gestionale, alla luce delle raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della sanità [8]. Ciò ha costituito un importante passo avanti per l’affermazione e la garanzia del diritto all’aborto in Italia.


7. Aborto e campagne di disinformazione


Collegato con la questione dell’obiezione di coscienza, c’è l’aspetto legato ai movimenti anti-abortisti e dei loro tentativi di diffondere informazioni non corrette o, talvolta totalmente false in merito all’interruzione di gravidanza. Si tratta di vere e proprie ‘bugie’, prive quindi di evidenza scientifica, soprattutto alle conseguenze legate all’aborto sulla salute fisica e mentale delle donne.


Un esempio di come organizzazioni (di stampo ultra-cattolico) tentano di minare le fondamenta di un diritto così fondamentale per la salute riproduttiva delle donne risale al 2018, quando l’associazione Provita onlus affisse manifesti in giro per tutta la città di Roma in cui veniva esposta l’immagine di un feto e a quale settimana sviluppa gli organi, riportando delle informazioni palesemente non veritiere [9]. Inoltre, la onlus antiabortista chiedeva al Ministero della Salute di rendere pubblici i dati in merito alle conseguenze negative che impattano le donne che si sottopongono ad IVG. A rispondere sono stati i rappresentanti del Congresso Mondiale sulla libertà di scienza, ribattendo che seppur ogni procedura chirurgica può avere delle complicazioni, il rischio di mortalità per aborto è inferiore a quello dovuto ad un aborto spontaneo o ad un parto naturale.


Tra le ‘fake news’ più diffuse, c’è anche quella di collegare il sottoporsi a procedura di IVG ad un elevarsi delle probabilità di sviluppare un cancro al seno. Tant’è che la stessa Organizzazione Mondiale della Sanità ha dovuto ribadire la mancanza di fondamento scientifico di tale affermazione. Per quanto riguarda la salute mentale, non c’è alcuno studio scientifico che dimostri un peggioramento perché una donna decide di sottoporsi ad una procedura di IVG. I rischi per la salute psicologica ci possono essere sia che si porti avanti la gravidanza oppure no, non tanto perché si decide di sottoporsi all’aborto [10].

Ma non sono mancate altri tentativi di disinformazione negli ultimi anni. Non più di qualche settimana fa, sempre Provita ha affisso sia a Roma che a Milano cartelli in cui si paragona il prendere la RU486 al prendere del veleno. Fortunatamente, anche se dopo sollecitazioni, in entrambe le città il Comune ha provveduto alla loro rimozione [11].

8. Lo stato attuale del diritto all’aborto ai tempi del Coronavirus


Tuttavia, bisogna tenere presente che permangono difficoltà all’accesso ai servizi di IVG anche per via dell’attuale pandemia mondiale da Covid-19. Ai requisiti già di per sé gravosi, dovuti alle molteplici visite obbligatorie al fine di poter effettivamente accedere alla procedura, che possono prolungare i tempi anche a 7 giorni (il più lungo in Europa), bisogna aggiungere le attese dovute alle limitazioni degli spostamenti, le interruzioni dei servizi abortivi a causa anche della riassegnazione del personale ginecologico ai reparti Covid-19. Nonostante il governo italiano abbia qualificato i servizi di IVG come indifferibili, ospedali e cliniche hanno fallito nel seguire le istruzioni impartite [12].


9. Conclusioni


Fermo restando che il diritto all’aborto è considerato un diritto umano, il corpo delle donne è sempre stato oggetto di intromissioni e controllo da parte della società, o almeno di un certo tipo di società, che possiamo definire come patriarcale, in termini sociologici. Le ingerenze nella vita sessuale e la sfera riproduttiva ne sono un esempio, un contesto in cui le stesse donne sono anche chiamate a dover agire in via preventiva, cercando di evitare gravidanze indesiderate. Qualora ciò dovesse succedere, in virtù di talune ideologie reazionarie che vogliono le donne incatenate ad un certo ruolo di genere [13], la questione diventa di interesse pubblico proprio per vincolare a certe aspettative, limitando lo spazio di autonomia e libertà di scelta ed autodeterminazione di cui le donne sono titolari.

Sono passati 42 anni da quando è stata adottata la 194. Si tratta di un una legge che ha rappresentato un punto di arrivo per il femminismo in Italia, ma anche un punto di partenza per altre conquiste. Ancora oggi bisogna parlare di diritto all’aborto e rimanere in allerta in vista di ingerenze e limitazioni della libera autodeterminazione delle donne. Finché l’obiezione di coscienza da parte del personale sanitario sarà ancora così diffusa e tale da impedire un effettivo godimento di un diritto umano fondamentale, finché non si porranno le basi per un più esteso accesso all’aborto farmacologico, finché verrà lasciato spazio a vecchie posizioni oltranziste, nostalgiche di visioni oramai datate, bisognerà continuare a lottare.


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Il diritto all’aborto in Italia
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Per approfondire: Il Guttematcher Institute ha condotto uno studio approfondito sul tema dell’accesso all’aborto e le legislazioni in materia nei vari paesi del mondo. Il report viene periodicamente aggiornato ed è disponibile al seguente link: https://www.guttmacher.org/report/abortion-worldwide-2017.


Fonti


[1] La reazione dei movimenti femministi è stata molto forte, a tal punto che la pubblicazione della sentenza è stata rimandata senza indicare una data precisa. Per maggiori approfondimenti sulla vicenda: https://www.valigiablu.it/usa-europa-diritto-aborto/.

[2] Un caso recente è quello della Regione Umbria: https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/06/21/umbria-donne-in-piazza-dopo-lo-stop-allaborto-farmacologico-in-day-hospital-perche-il-caso-puo-cambiare-le-sorti-dellinterruzione-di-gravidanza-in-italia/5842076/.

[3] Comitato per l’eliminazione della discriminazione nei confronti della donna, L.C. c. Peru, CEDAW/C/50/D/22/2009, para. 8. 15; Comitato per i diritti umani, Patto per i diritti civili e politici, Commento Generale n. 36, 2018, sul diritto alla vita, para. 8; Mellet c. Ireland, Comitato per i diritti umani, Commento n. 2324/2013, paragrafi 7.6, 7.7, 7.8, U.N. Doc. CCPR/C/116/D/2324/2013 (2016); Wheland c. Ireland, Comitato per i Diritti Umani, Commento n. 2425/2014, paragrafi 7.7, 7.8, 7.9, 7.12, U.N. Doc. CCPR/C/119/D/2425/2014 (2017).

[4] Il testo completo: https://www.altalex.com/documents/leggi/2008/05/09/tutela-sociale-della-maternita-ed-interruzione-volontaria-della-gravidanza.

[5] VIDEO| In Italia sette medici su dieci sono obiettori di coscienza, gli aborti ogni anno sono 80mila, DIRE, Agenzia di stampa nazionale, https://www.dire.it/27-01-2020/414474-video-in-italia-sette-medici-su-dieci-sono-obiettori-di-coscienza-gli-aborti-ogni-anno-sono-80mila/#:~:text=%E2%80%9CCirca%20un%2070%25%20dei%20ginecologi,Campania%20sono%20solo%20degli%20esempi.

[6] Attualmente viene utilizzata da tutti i paesi dell’Unione Europea fatta eccezione per Polonia, Lituania e Malta. In quest’ultimo paese l’aborto è illegale.

[7] Ultimi dati disponibili risalgono al 2018, https://www.epicentro.iss.it/ivg/epidemiologia.

[8] Ministero della Salute, Salute della donna, Interruzione di gravidanza, http://www.salute.gov.it/portale/donna/dettaglioContenutiDonna.jsp?lingua=italiano&id=4476&area=Salute+donna&menu=societa.

[9] Aborto, tra “bugie” e campagne di disinformazione, Vanity Fair, Alessia Arcolaci, 13 Aprile 2018, https://www.vanityfair.it/news/diritti/2018/04/13/aborto-bugie-disinformazione-legge-campagna-provita.

[10] Provita e Famiglia, Aborto e RU486, https://www.provitaefamiglia.it/blog/aborto-e-ru486-la-letteratura-scientifica-e-normativa-alla-base-della-nostra-battaglia.

[11] La campagna contro l’aborto de la RU486 di Provita, https://www.provitaefamiglia.it/blog/cs-manifesti-strappati-rimossi.

[12] Human Rights Watch, Italia: Covid-19 aggrava gli ostacoli all’aborto legale, 30 luglio 2020, https://www.hrw.org/it/news/2020/07/30/375941.

[13] Guerra alle donne, Michela Pusterla e Veronica Saba, Jacobin Italia, 7 marzo 2019, https://jacobinitalia.it/guerra-alle-donne/.

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