*Le opinioni espresse nelle analisi sono presentate dall’Autore a titolo personale e non riflettono necessariamente la posizione dell'Associazione sui temi affrontati.

Il destino dell'Amazzonia nelle mani di Bolsonaro

Aggiornato il: 2 giorni fa

(di Stefano Fraccaroli)

“All'inizio pensai che stavo combattendo per salvare gli alberi della gomma, poi ho pensato che stavo combattendo per salvare la foresta pluviale dell'Amazzonia. Ora capisco che sto lottando per l'umanità.” (Chico Mendes)


“Non un singolo centimetro di terra indigena o quilombola verrà delimitata”[1]

Con queste dichiarazioni di fuoco Bolsonaro, ex militare e candidato di destra alla presidenza del Brasile, infiammava la campagna elettorale a fine 2018, mettendo in chiaro fin da subito come, in caso di vittoria, avrebbe messo mano profondamente ai diritti delle popolazioni indigene e afro discendenti (quilombolas). Il Tropical Trump di San Paolo, vinte le elezioni nazionali non ha perso tempo e, fin dal primo giorno di presidenza, è passato all’attacco, predisponendo una serie di misure politiche in grado di aggravare ulteriormente gli equilibri già precari dell’Amazzonia, delle sue ricchezze e delle sue popolazioni. A sei mesi dalla sua investitura gli allarmismi lanciati da ong, ambientalisti e difensori dei diritti umani si rivelano più che fondati. Sulla foresta tropicale più estesa del pianeta terra tornano ad allungarsi i voraci tentacoli di potenti gruppi di interesse economico, inasprendo conflitti mai risolti sulla ripartizione della terra e sullo sfruttamento delle risorse naturali, in un quadro generale che vede aumentare la violenza verbale e fisica relazionata al tema.


1. La Amazzonia brasiliana e le sue popolazioni

La foresta amazzonica brasiliana copre circa la metà del suolo nazionale. La sua preservazione è di capitale importanza per gli equilibri ambientali della regione e dell’intero pianeta, essendo al contempo un formidabile deposito di carbonio, di riserve di acqua dolce, di ricchezze naturali e minerarie e la dimora di circa il 10% del patrimonio mondiale in termini di biodiversità. In Brasile è stata riconosciuta la cosiddetta Amazzonia Legale, che ingloba nove Stati regionali e in cui si concentra, oltre alla totalità del bioma amazzonico, circa un quarto dell’eco - regione del Cerrado, savana tropicale che lambisce l’estremità orientale dell’Amazzonia. In questo sterminato territorio, risiede solo poco più del 10% della popolazione brasiliana, ma più della metà di quella indigena[2].

La popolazione indigena nel paese conta attorno alle 900 mila persone (lo 0,5% della popolazione brasiliana), suddivise in 300 gruppi di cui una minor parte (circa un terzo) risulta ancora non essere mai entrata in contatto con il mondo esterno. La Repubblica brasiliana ne ha riconosciuto i diritti con l’adozione della nuova Costituzione del 1988, che segnava la transizione dalla dittatura alla democrazia e, nel 2002, ratificando con tredici anni di ritardo la “Convenzione sui diritti dei popoli indigeni e tribali”[3] dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO). Il Capitolo VIII della Costituzione, nello specifico, riconosce i diritti fondamentali delle popolazioni indigene, nel rispetto dell’autonomia culturale, linguistica, dell’organizzazione sociale, della preservazione delle tradizioni e delle terre ancestrali[4]. In controtendenza rispetto al recente passato, la Costituzione ha segnato un punto di svolta non solo rispetto alle popolazioni originarie, ma anche nel rapporto tra il Paese e il proprio “polmone verde”, cercando di mettere un freno ad uno sfruttamento delle foreste diventato, dagli anni settanta in avanti, sempre più vorace e predatorio. Per quanto riguarda le terre indigene se ne riconosce l’uso esclusivo e il possesso permanente, mentre la proprietà rimane in capo allo Stato brasiliano, a cui spetta il compito di delimitare le terre e tutelare l’ambiente[5].Lo stesso Stato, che può intervenire sui terreni indigeni solo previa consulta delle popolazioni interessate e a fronte di rare fattispecie, come lo sfruttamento di risorse minerarie o la costruzione di opere di interesse nazionale, è rappresentato e opera attraverso la FUNAI, organo federale nato nel 1967 e legato al Ministero della Giustizia, deputato a tutelare gli interessi delle popolazioni indigene e protagonista attivo del processo di ripartizione delle terre.

Nonostante i dispositivi legali concessi, le popolazioni indigene, che da sempre dimostrano maggior equilibrio e rispetto nella conservazione della foresta amazzonica, continuano a più riprese a vedersi negati i propri diritti e a soffrire una pressione costante sulle proprie terre. In una situazione analoga versano anche i quilombola, i discendenti degli schiavi africani che abitano le zone costiere del paese (specie nel nord) e parte dell’Amazzonia (Stato di Parà), popolazione storicamente vulnerabile di un paese estremamente diseguale e ancora preda dei retaggi del suo passato coloniale.


2. Diritti negati

Con l’adozione della nuova Costituzione e sotto le spinte dei movimenti ambientalisti degli anni ottanta, il Brasile ha cercato gradualmente di arrestare la corsa al disboscamento dell’Amazzonia, che nei decenni precedenti contava perdite di milioni di ettari di foreste ogni anno. Dal 2004, quando le redini del paese furono affidate a Lula da Silva, del Partito dei Lavoratori, la deforestazione venne efficacemente contrastata, con sensibili riduzioni che si protrassero anche durante il mandato di Dilma Rousseef.

Fonte: Mongabay

Il governo di Lula riuscì nell’intento lanciando un programma di monitoraggio in tempo reale e varando in aggiunta un ampio programma di delimitazione dei terreni protetti (ARPA), che ad oggi copre circa la metà del territorio amazzonico (2 milioni di chilometri quadrati) e un quarto del paese intero[6]. Tra le tipologie di aree salvaguardate si distinguono varie forme di aree di conservazione e le terre indigene, che hanno dimensioni pressoché identiche.

Per quanto riguarda le popolazioni indigene e quelle quilombolas, dopo il grande attivismo degli anni novanta il processo di titolazione dei terreni si è interrotto con l’arrivo al potere di Temer, che ha bruscamente invertito la tendenza. Il processo, di natura amministrativa, si articola su sette livelli distinti in cui vengono coinvolti una pluralità di attori istituzionali e non, tra cui gruppi di studio, il Ministero della Riforma Agraria e della Colonizzazione, il Ministero della Giustizia e il Presidente della Repubblica, che deve omologare il terreno attraverso appositi decreti. Secondo le stime ufficiali, allo stato attuale sono state riconosciute poco più di 700 terre indigene, per una cifra superiore ai 117 milioni di ettari (il 14% circa dell’intero territorio brasiliano) e solo una percentuale microscopica di esse si trova fuori dall’Amazzonia Legale. Nonostante dalla Costituzione fosse stato stabilito un periodo di cinque anni per concludere il processo di demarcazione, questo limite non è mai stato rispettato e dopo trent’anni vari territori risultano ancora bloccati nelle varie tappe dell’iter amministrativo. I territori ancora nella fase preliminare di studio, ad esempio, dove si cerca di stabilire l’effettiva titolarità dei nativi, sono 116, mentre 44 hanno appena passato la fase di identificazione[7].

Questi dati assumono proporzioni più critiche se passiamo in esame i dati rilanciati dalle organizzazioni che difendono le popolazioni indigene, che tengono conto dei terreni rivendicati dagli indigeni respinti a priori dello Stato. In questo caso vengono infatti conteggiati un totale di più di 1300 terreni appartenenti ai nativi, di cui poco meno di 500 ancora mancano dei crismi necessari[8]. Per quanto riguarda i quilombola, invece, la situazione è decisamente più drammatica, dal momento che delle più di 3 mila comunità ufficialmente riconosciute, meno di un terreno su dieci è ad oggi regolarizzato (7%), garantendo diritti solo a 15 mila delle 214 mila famiglie residenti nel paese[9]

Alla radice dell’inefficienza nel riconoscimento dei diritti sulle terre indigene e quilombola si cumulano ostacoli di diversa natura. Alcuni, come le imprecisioni catastali e i titoli contraffatti, che determinano situazioni di profonda incertezza giuridica, sono di lunga data e rimandano a temi di carattere strutturale; mentre le misure intraprese dagli ultimi due governi in carica, Temer e Bolsonaro, mettono a nudo la volontà di alcuni gruppi di potere di arrestare il processo, e la loro capacità di influire all’interno della politica brasiliana.

Per quanto riguarda i titoli contraffatti il tema rimanda ad una pratica antica che affonda nella più ampia dinamica della ripartizione della terra, in un Paese segnato da una forte diseguaglianza rurale, spesso accompagnata da processi di accaparramento violento e incontrollato. In Brasile la contraffazione dei titoli di proprietà, che si stima abbia interessato 100 milioni di ettari[10], è conosciuta con il nome grilagem, facendo riferimento a quella pratica comune ai grandi proprietari terrieri che presentavano documenti contraffatti che venivano lasciati in cassetti di legno insieme a dei grilli, i quali, consumando la carta, ne davano una parvenza di autenticità. Oltre a ciò si affiancano le deficienze del sistema catastale, il quale dimostra notevoli discrepanze tra i registri federali e quelli dei singoli Stati, con frequenti casi di sovrapposizione di proprietà contestate. Ciò è amplificato anche dal fatto che il Registro Ambientale Rurale, strumento nato nel 2012 per dichiarare la dimensione delle proprietà terriere, è basato su una semplice autodichiarazione dei proprietari, cosicché ognuno può rivendicare diritti e reclami su terreni di incerta appartenenza. Emblematico è il caso dello Stato di Parà, definito anche uno Stato a tre piani, poiché se si sommano i dati sul totale delle proprietà dichiarate alle autorità la terra risulta essere tre volte le reali dimensioni dello Stato stesso[11].

Dal punto di vista della politica, invece, le misure intraprese dai governi di Temer e Bolsonaro stanno segnando una decisa svolta rispetto ai primi anni duemila, smantellando il sistema di tutela e preservazione dell’Amazzonia eretto fino ad allora. Durante la presidenza Temer, il processo di omologazione dei terreni alle popolazioni indigene venne paralizzato, riducendo drasticamente i fondi alla FUNAI e, parallelamente, venne ammorbidita la legge che garantiva la regolarizzazione di terreni indebitamente usurpati, prodotta durante il governo Lula (Terra Legal) e pensata per favorire l’accesso alla terra ai piccoli e medi contadini. Terra Legal è stata convertita in una vera e propria amnistia per i grandi defraudatori di terra a cui, oltretutto, sono stati richiesti risarcimenti irrisori. Contemporaneamente vennero introdotte anche misure per facilitare ed accelerare lo sviluppo di grandi progetti minerari e infrastrutturali in aree protette, cosa che indusse la Norvegia, principale finanziatrice dei programmi di controllo della deforestazione, a minacciare di ritirare i fondi.

Bolsonaro, dal canto suo, fin dai primi giorni di presidenza si è mosso in maniera spedita, intaccando due diritti fondamentali degli indigeni: la terra e la salute. Nel primo caso ha dapprima istituito una misura provvisoria, che dovrà essere convertita in legge e passare il controllo di costituzionalità sollevato, per riassegnare le funzioni di demarcazione dei terreni dalla FUNAI al Ministero dell’Agricoltura, a cui ha attribuito anche funzioni in materia di monitoraggio forestale. La FUNAI stessa è passata dal Ministero della Giustizia a quello della educazione e della famiglia, una mossa che ha tanto il sapore di declassamento. In aggiunta Bolsonaro sta spingendo per aprire la possibilità all’agro business di affittare terreni indigeni, nonostante questa misura violi i dettami costituzionali. Sul tema della salute, invece, ha già fatto sapere di voler smantellare il sistema di sanità delle popolazioni indigene (SESAI), che conta 34 strutture dislocate nel Paese, riaffidando il compito alle strutture municipali, particolarmente carenti nelle zone più remote e non sempre facilmente raggiungibili dai nativi. Il Presidente brasiliano, inoltre, insieme al suo Ministro per l’Ambiente, non fanno mistero di ritenere le teorie sul cambiamento globale infondate ideologie e stanno minacciando a più riprese di recedere dall’accordo sul clima di Parigi, che impone al Brasile una riduzione del 37% delle immissioni di gas serra entro il 2025, il contrasto attivo alla deforestazione dell’Amazzonia e il ripristino di 120 milioni di ettari di zone boschive entro il 2030[12].

Alla radice di queste politiche bisogna risaltare che il governo Bolsonaro rappresenta in larga misura la denominata bancada bbb (boi, bala, biblia), in cui convergono gli interessi dei grandi proprietari terrieri (bancada ruralista), degli evangelici (bancada evangelica) e della cosiddetta bancada armamentista, favorevole alla liberalizzazione del commercio di armi nel paese. Le tre potenti lobby, che detengono ruoli chiave all’interno dell’esecutivo, rappresentano una serie minaccia per l’Amazzonia e per le popolazioni indigene. La saldatura dei loro progetti politici, infatti, punta ad aumentare lo sfruttamento della foresta amazzonica, incorporare in maniera forzata le popolazioni native, sopprimendone le specificità culturali, e a consentire un uso indiscriminato della violenza, particolarmente evidente nel mondo rurale[13].


3. Irrefrenabili appetiti

Il mantra ripetuto da coloro che vorrebbero invertire il processo di delimitazione dei terreni protetti ruota, essenzialmente, attorno a due concetti fondamentali. Primo, che le popolazioni indigene dispongono di troppa terra, limitando le possibilità di sviluppo del Paese e, secondo, che se gli Stati dell’Amazzonia non si sviluppano a livello economico non sono in grado di garantire la preservazione della propria foresta. Recentemente il ministro dell’agricoltura Da Costa, esponente di punta della potente bancada ruralista, ha manifestato la linea da seguire: smontare la Legge Forestale. Quest’ultima, infatti, impone che dentro i confini dell’Amazzonia chiunque disponga di un appezzamento sia soggetto a restrizioni ambientali, per cui è tenuto a preservare l’80% del proprio appezzamento, potendone sfruttare solo il 20%. Modificare questo parametro costituirebbe il grimaldello per dare campo libero a quegli interessi economici che sono stati i veri protagonisti, direttamente o meno, della deforestazione dell’Amazzonia.

Ripercorrendo la storia recente si possono individuare, in generale, quattro comparti che hanno i maggiori interessi nel polmone verde amazzonico: gli allevamenti intensivi, l’industria agricola su larga scala, l’industria del legno pregiato e l’industria mineraria. Queste quattro aree di sviluppo hanno certamente responsabilità distinte, ma anche un discreto grado di intersezione. Basti pensare infatti che gli allevamenti intensivi, che nel 2008 occupavano più del 60% dell’area deforestata, sfruttano il disboscamento dei tagliatori di legname, che ripuliscono aree prima inaccessibili, spesso illegalmente, vendendo poi il legno pregiato nel mondo del commercio internazionale e la terra ai grandi allevatori, il cui valore è contemporaneamente lievitato. Lo stesso schema si ripete anche nel caso dei grandi imprenditori agricoli della monocoltura, su tutte il caso della soia, che sfrutta i terreni approntati dai taglialegna o dagli stessi allevamenti intensivi per svilupparsi, con questi ultimi che hanno bisogno con frequenza di nuove aree di espansione visto che portano ad una rapida degradazione del terreno [14]. In quest’ottica bisogna ricordare come l’agricoltura sia un comparto di strategica importanza per l’economia del paese, in grado di apportare circa il 23% del Pil nazionale e che vede il Brasile, primo esportatore mondiale di carne bovina e secondo produttore mondiale di soia, legato alla crescente domanda cinese[15]. Le opportunità di ampliare questi business, quindi, incidono direttamente sulle sorti dell’Amazzonia.

Oltre a ciò si affianca il settore minerario, che innesca una serie di dinamiche e conflitti con le popolazioni indigene, spesso residenti su terreni ricchi di questo genere di risorse. Secondo l’Osservatorio sui Conflitti Minerari in America Latina, nello specifico, si calcola che allo stato attuale siano attivi più di 26 conflitti minerari nel paese, di cui 12 nella sola Amazzonia[16]. Tra questi dobbiamo distinguere tra grandi compagnie, nazionali e straniere, e le incursioni dei garimpeiros, ovvero i minatori artigianali che irrompono illegalmente nelle terre indigene alla ricerca di oro e metalli preziosi, entrando in conflitto con i nativi[17]. Entrambe, guidate dalla logica della massimizzazione dei profitti ed esternalizzazione dei costi, producono seri danni ambientali, alla salute delle persone ed enormi stress idrici. Infine, bisogna tener presente come attorno a tutte queste attività sia necessario costruire imponenti indotti ed opere infrastrutturali, in grado di avviare l’economia di scala ed abbattere i costi relativi.


Fonte: Mapbiomas

4. Cronaca di una catastrofe annunciata?

Dall’ascesa al potere di Temer prima, e Bolsonaro poi, i livelli di violenza che affliggono l’Amazzonia brasiliana, da sempre preoccupanti, sono in aumento. Nel 2017, infatti, il Paese ha registrato il più alto tasso a livello mondiale di omicidi perpetrati ai danni di leader socio – ambientali (57 omicidi su 201 totali), mentre gli indigeni assassinati sono stati 110[18]. Durante la campagna elettorale di Bolsonaro, invece, le invasioni illegali in terreni protetti sono aumentate vertiginosamente (+150%) e 14 sono i territori indigeni attualmente sotto attacco, concentrati negli Stati di Mato Grosso, Parà, Rondonia e Amazonas[19]. La campagna di Bolsonaro, impregnata di discorsi razzisti e violenti, ha finito per legittimare i grandi interessi, legali e non, ad aumentare la pressione sulla zona, anche attraverso il ricorso all’uso della forza privata. Lo stesso Presidente, infatti, ha recentemente avviato una proposta di legge per facilitare il porto d’armi, che consentirebbe ai grandi proprietari terrieri di ricorrere facilmente alla violenza privata[20].

La situazione è altrettanto critica da un punto di vista ambientale. Negli anni precedenti, i limiti posti sull’Amazzonia hanno spinto i grandi interessi a concentrarsi nella regione del Cerrado, zona di frontiera agricola con grande disponibilità di terreni a basso costo, in cui i vincoli sulle aree di conservazione nei terreni privati sono molto meno stringenti. Secondo le stime, si calcola che dal 2008 questo bioma abbia perso più di 105 mila chilometri quadrati di vegetazione, vale a dire il 50% in più di quello registrato dall’Amazzonia nello stesso periodo[21]. A ciò bisogna aggiungere i danni in termini di stress idrici e inquinamento delle acque, perdita di biodiversità, degradazione del terreno e aumento dei gas serra.

Da Temer in poi la deforestazione sta tornando prepotentemente in auge anche nell’Amazzonia e, tra agosto 2017 e luglio 2018, si è registrata una perdita di 790 mila ettari di area boschiva, un’area maggiore a quella del Friuli Venezia Giulia, con un aumento del 13% rispetto all’anno precedente. Con l’elezione di Bolsonaro, nonostante i dati siano ancora prematuri, appare ragionevole pensare ad un ulteriore aggravamento del fenomeno, dato che comparando il tasso di deforestazione registrato a gennaio 2018, con quello del gennaio 2019, si nota un aumento del 54%. Ancora più allarmante è il fatto che la degradazione del suolo, anticamera della deforestazione, stia aumentando vorticosamente, specie nello Stato di Parà[22].

In generale si calcola che, dagli anni settanta fino ad oggi, tra il 17% e il 20% dell’Amazzonia sia stata deforestata. Vari esperti allertano che si sta avvicinando sempre più rapidamente il punto di non ritorno, stimato tra il 20% e il 25% di area deforestata. Superare questo limite, infatti, comporta l’impossibilità della foresta amazzonica di rigenerarsi e riforestarsi, conducendola a un processo di savanizzazione. Regioni come il Cerrado, invece, sembrano destinate a desertificarsi[23].

Bolsonaro e il suo governo hanno in mano non solo le sorti dell’Amazzonia e delle popolazioni indigene, ma un patrimonio che riguarda da vicino il mondo intero.


[1] K. MENDES, N. PONTES, Reuters, Indigenous land, culture at stake in Brazil election – experts, Rio de Jainero/San Paolo, 2018

[2] USAID, Usaid Country Profile Brazil, 2016, pp. 1 -2

[3] ILO, Ilo Convention N. 169, 1989

[4] BIBLIOTECA DIGITAL DE CAMARA DOS DEPUTADOS, Constitution of the Federative Republic of Brazil 3nd Edition, 2010

[5] IFAD, Nota tecnica de pais sobre cuestiones de los pueblos indigenas Republica Federativa de Brasil, 2017, pp 1 -15

[6] USAID, Usaid Country Profile Brazil, 2016, p. 3

[7] FUNAI, Terras Indigenas

[8] CIMI, Assunto: Situação de violações dos direitos dos povos indígenas do Brasil , Brasilia, 2018

[9]EBC Agencia Brasil, Regularizacion de tierras de descendientes de esclavos es lenta, Brasilia, 2018

[10] INCRA, Livro Branco da Grilagem de Terras, Brasile, 1999

[11] EBC, Agencia Brasil, Pará concentra 38% dos assassinatos por conflito de terra no país. Anapu, 2015

[12] C. SALISBURY, Mongobay Latam, Brasil pone en riesgo la Amazonia y las metas del Acuerdo de Paris, Brasile, 2018

[13] R. TATEMOTO, Brasil de Fato, Bancada BBB se reconfigura e pode ampliar influência nos próximos quatro anos, Brasilia, 2019

[14] J SPRING, Reuters, Apetito por la destruccion: el auge de la soja devora la sabana tropical de Brasil, Campos Lindos (Brasile), 2018

[15] ECOAGRO, O Agronegócio no Brasil, Sao Paulo

[16] OCMAL, Conflictos Mineros en Brasil

[17] USAID, Usaid Country Profile Brazil, 2016, pp. 14 - 15

[18] F. WATSON, El Mundo, La Presidencia de Bolsonaro podría ser catastrófica para los indígenas de Brasil, Brasil, 2018

[19] F. WATSON, El Pais, Bolsonaro: 100 dias de guerra contra los pueblos indigenas, Brasile, 2019

[20] SEMANA, Quien mate a un ladrón no irá a la cárcel: la polémica propuesta de Bolsonaro, Colombia, 2019

[21] J. SPRING, Reuters, Apetito por la destruccion: el auge de la soja devora la sabana tropical de Brasil, Campos Lindos, 2018

[22] S. PRAELI, Mongabay, La deforestacion en Brasil alcanzò su nivel mas alto en los ultimos diez años, 2018

[23] C. NOBRE, T. LOVEJOY, Mongabay Latam, Articulo de opinion: ¿como evitar que la verde Amazonia se convierta en una extensa sabana, 2018https://es.mongabay.com/2018/08/punto-de-inflexion-para-la-amazonia/

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