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Il califfato a un anno dalla riconquista di Mosul e Raqqa. Dov’è andato a finire lo Stato Islamico?

Aggiornato il: 8 nov 2018

Al consueto martellamento mediatico che si era verificato nel biennio 2014-2015, con l’apice nei primi mesi del 2016 (quando si annunciavano i terrificanti progetti dello Stato Islamico di arrivare a conquistare Roma) è seguito l’altrettanto consueta interruzione di notizie sui media nostrani. Del tanto discusso Stato Islamico, ormai, non si sente praticamente più parlare, se non in ricorrenti, ma non sempre credibili rivendicazioni di attentati terroristici che, purtroppo, continuano a colpire l’Europa e alcuni Stati del Medio Oriente.

E allora, dov’è andato a finire il sedicente Stato Islamico del califfo al-Baghdadi? Ce lo siamo chiesti in questo appuntamento della rubrica. Appare doveroso infatti affrontare un tema di attualità come questo, che sembra oggi non interessare più, con l’idea forse che lo Stato Islamico non rappresenti più un pericolo, per l’Occidente come per il resto del mondo. Ma, a ben vedere, non è davvero così. E quindi, è d’obbligo riportare la riflessione sulla questione, non solo per capire se e in che modo il califfato nero è ancora una minaccia per l’Occidente, ma anche per provare a ricostruirne, brevemente, la genesi, al fine di comprendere quali potrebbero essere i suoi prossimi passi.


La nascita e la diffusione

Contrariamente a quanto molto spesso si ritiene, anche prima della grande ondata mediatica internazionale che ha interessato lo Stato Islamico, esso era ampiamente attivo in alcune zone dell’Iraq settentrionale e della Siria, ove agiva in una spiccata connotazione di opposizione al regime di Bashar al-Assad. Nel 2012, quando l’espansione dell’allora ISI cominciava a diventare preoccupante, ma la propaganda informatica e mediatica del gruppo era ancora agli albori, ISI provava a confondersi con il resto delle fazioni ribelli siriane che si ponevano lo scopo di combattere il regime alawita di Assad. Da questi gruppi, tuttavia, l’attività di ISI si sarebbe distinta presto, proprio per il fondamentalismo delle sue aspirazioni e per la ferocia nella sua azione. Sull’ondata delle conquiste territoriali dei mesi precedenti, nell’estate del 2014, all’indomani della caduta della città irachena di Mosul, Abu-Bakr al-Baghdadi proclamava la nascita del Califfato. Era questo un evento di portata simbolica evidente, che mostrava la volontà del gruppo di consolidare la propria stabilità territoriale e l’intento di essere assimilato a un’entità statale o, ancora più precisamente, a un Califfato.

È tuttavia necessario fare alcuni passi indietro rispetto a quell’evento paradigmatico, che, come si vedrà tra breve, costituisce in effetti l’apice di un percorso iniziato diversi anni prima e caratterizzato dall’avvicendamento di almeno due personalità di spicco, prima dell’ascesa di al-Baghdadi.


Occorre dunque risalire almeno al 2004, quando, dopo la caduta di Saddam Hussein, il gruppo noto come al-Jamāʿat al-Tawḥīd wa l-Jihād (Gruppo per l’unicità di Dio), si allea ufficialmente con al-Qaeda, sotto la guida di Abu Musab al-Zarqawi, dando vita alla “sezione irachena” del gruppo al-Qaeda, denominata, infatti, al-Qaeda in Iraq (AQI).

L’affiliazione del gruppo avviene in un momento che si rivela essere particolarmente propizio. Saddam Hussein è stato eliminato dalla scena politica irachena, e i sunniti temono un dominio della maggioranza sciita che possa andare a detrimento e discriminazione della loro posizione, fino a quel momento difesa da Saddam. Si aggiunga a questo che, con l’invasione americana, le misure prese dalla potenza, di fatto, occupante, sono state drastiche. Lo smantellamento dell’intero establishment iracheno è stato percepito, talvolta a ragione, come una misura irragionevole: chi, con Saddam, aveva un lavoro, la prospettiva di una pensione e garanzie sociali, si ritrova, di punto in bianco, senza nulla in mano. Basti pensare che, tra le persone che ricoprono (o ricoprivano) posizioni di rilievo nello Stato Islamico non è difficile trovare ex ufficiali dell’esercito o dell’amministrazione baathista di Saddam Hussein. Ad esempio, Abu Ali al-Anbari, che nell’esercito iracheno di Saddam ricopriva la carica di Generale, è stato inserito nelle fila dello Stato Islamico come vice di al-Baghdadi per i territori siriani, fino alla sua morte nel 2016, ottenendo dunque una carica di rilievo nella struttura dello Stato Islamico.

Ed è proprio in questo quadro sociale e religioso, dal quale non si può prescindere, che si deve inquadrare la proliferazione dei gruppi terroristici e, in particolare di AQI. Il risentimento e il senso di rivalsa che serpeggia tra la popolazione non può far altro che agevolare e favorire il nuovo gruppo terroristico che si presenta, fin da questi anni di profonda instabilità istituzionale, come una valida alternativa al fallimento del precedente regime e come una protezione affinché molti possano evitare di essere definitivamente estromessi dalla società irachena. AQI si presenta come un’alternativa soprattutto per quelle persone che, con il cambio di regime, hanno perso tutto, ma anche per chi, già da prima, viveva in una condizione di sostanziale miseria. In entrambe le fasce della popolazione, AQI trova terreno particolarmente fertile, ma non occorre dimenticare anche il sostegno fornito al gruppo da persone che non appartengono a nessuna delle due categorie prima menzionate ma che, più semplicemente, sono profondamente contrarie all’invasione degli Stati Uniti.

E così, mentre al-Qaeda in Iraq cresce con l’adesione di numerosi jihadisti provenienti anche dai Paesi circostanti, gli Stati Uniti si mettono sulle tracce di al-Zarqawi, che muore nel 2006 dopo un attacco dell’esercito statunitense. È l’inizio di un temporaneo declino che porterà AQI al suo minimo storico di attività e potere tra il 2008 e il 2009. Dopo la sostituzione di al-Zarqawi con Abu al-Masri, infatti, complice la perdurante instabilità istituzionale irachena, inizia a prendere piede un nuovo movimento noto come Anbar Awakening che si oppone all’attività di AQI e al suo potere nella regione. Confluiscono nell’Awakening ex baathisti e sunniti che vogliono costituire una nuova alternativa ad AQI. L’azione del gruppo è cruciale perché consente la diminuzione del sostegno ad AQI tra la popolazione, in una regione che era fino a quel momento considerata una roccaforte del gruppo sunnita in Iraq (l’Anbar).

È anche questo che consente il declino del controllo di AQI sul territorio iracheno, come emerge dalla mappa, che riporta, in rosso, la presenza dei gruppi di matrice sunnita a sinistra, nel 2006, e a destra, nel 2008. Anche a colpo d’occhio, la differenza tra i due periodi è palese ed evidenzia una sostanziale recessione di AQI. Ma non sarà una contrazione di lunga durata, perché ben presto il gruppo si riorganizza attorno alla sua leadership. Al-Masri modifica il nome dell’organizzazione, da al-Qaeda in Iraq a Stato Islamico in Iraq (ISI). ISI cambia la sua natura per rafforzarsi e, a ben vedere, diventa una rete di gruppi terroristici che utilizza lo stesso modus operandi di AQI, ossia attentati contro i militari statunitensi, percepiti come illegittimi invasori, e contro gli sciiti. Ma il cambio nel nome del gruppo è certamente simbolico: l’inserimento della parola “Stato” fa presagire l’intenzione di puntare sul controllo territoriale e porsi come una vera amministrazione nelle città in suo potere.

Nel 2010, a seguito di un attacco mirato statunitense, muore anche al-Masri e prende il suo posto Abu Bakr al-Baghdadi (il cui vero nome è Ibrahim al-Badri), che milita da tempo nell’organizzazione e che, peraltro, nutre un particolare risentimento per gli Stati Uniti, in quanto è stato internato nel carcere di Camp Bucca, gestito dalle forze statunitensi. A Camp Bucca, peraltro, dove ha avuto modo di entrare in contatto con altri appartenenti a gruppi terroristici, egli ha anche portato avanti la propria ideologia, pianificando quanto avrebbe poi messo in atto dopo la scarcerazione.

Una volta arrivato al vertice del gruppo, al-Baghdadi continua la strategia prima impiegata da AQI, fino alla partenza delle truppe americane dal territorio iracheno. La partenza, infatti, sebbene graduale, crea un importante vuoto che favorisce l’azione dei jihadisti. Egli intuisce che il vuoto di potere è particolarmente propizio per una ulteriore crescita e per il rafforzamento del gruppo. ISI si diffonde e arriva addirittura a creare, complice l’inizio della guerra in Siria, un suo affiliato (se non una vera e propria branca) sul territorio siriano, il fronte al-Nusra, che tuttavia entra ben presto in contrasto con il gruppo “madre” e se ne distacca. Siamo al 2012 e la Siria sta entrando nel dramma della guerra civile che, gradualmente, assumerà i contorni di un conflitto sempre più “internazionalizzato”, a causa del coinvolgimento di Stati terzi, tra cui la Russia, su invito del presidente Assad, e gli Stati Uniti. Ed è proprio questa situazione, alimentata dal disordine siriano, che consente al gruppo di operare. Ed è soprattutto in questo periodo che ci si rende conto della pericolosità delle mire espansionistiche dello Stato Islamico, non solo per le sue tattiche brutali e per la sua violenta lotta che non dispensa nessuno, ma soprattutto perché l’IS vuole stabilirsi come un attore che possa vantare effettività territoriale e non solo compiere attacchi terroristici pianificandoli dalle aree più remote della Siria o dell’Iraq. È vero, l’IS non mira a entrare nel consesso della comunità internazionale: vuole essere riconosciuto come Stato ma non vuole trattare con gli altri Stati. Vuole combatterli per espandere ulteriormente il proprio territorio. Diventa ormai evidente che sottovalutare le aspirazioni di ISI si è rivelato non soltanto sbagliato, ma anche pericoloso.


L’ascesa

Il 2014 è l’anno delle grandi conquiste territoriali di quello che diventerà il sedicente Stato Islamico di Iraq e Siria. Cadono una dopo l’altra, e in sorprendentemente rapida successione città importanti come Fallujah, Raqqa, Mosul e Tikrit. L’inizio dell’anno vede la conquista, prima tra tutte, di Fallujah, in Iraq, e pochi giorni dopo, in Siria, di Raqqa. Le due città su cui ha posato l’occhio lo Stato Islamico non sono prive di importanza strategica: sono snodi cruciali per le risorse dei Paesi sotto assedio. Fallujah era stata, circa dieci anni prima, cioè nel 2004, teatro di un forte scontro tra truppe statunitensi e insorti iracheni. Le truppe a stelle e strisce avevano combattuto arduamente per non perdere il controllo della città, consci che cederla agli insorti avrebbe significato essere sotto scacco. Proprio lì, infatti, c’è una delle principali dighe irachene che, assieme alla diga di Mosul, costituiscono i mezzi principali per gestire le risorse idriche del Paese. Lo stesso vale per Raqqa, che proprio sull’Eufrate presenta una enorme centrale idroelettrica che, prima della guerra, era in grado di fornire energia ad un’area che arrivava a coprire quasi metà del territorio siriano. Di dighe, del loro valore strategico e potenziale distruttivo, abbiamo approfonditamente parlato nel nostro corso Blue Gold, the Water Games.

Infatti, a conferma della strategia messa in campo dallo Stato Islamico, che vuole accaparrarsi la gestione delle risorse e minacciare così il resto del Paese, non si può non notare che pochi mesi dopo la conquista di Fallujah e Raqqa cadono nelle mani del Califfo e dei suoi ufficiali, nel giugno 2014, anche Mosul, dove si trova la più grande diga irachena (in foto), e pochi giorni dopo Tikrit. Mosul è stata considerata la seconda città per importanza dello Stato Islamico e per essa l’esercito iracheno ha lottato e pianificato la riconquista a lungo, fino alla sua realizzazione nel 2017.

Peraltro, la stessa conquista di Mosul da parte dello Stato Islamico era stata a lungo pianficata. Essendo una città particolarmente grande e importante (la seconda dopo la capitale Baghdad), le operazioni per conquistarla hanno richiesto mesi di preparazione. Non si può non ricordare, infatti, che già diversi mesi prima, nel 2012 e nel 2013, ISI aveva compiuto numerose incursioni nella città di Mosul, minacciando sistematicamente e, talvolta, uccidendo le autorità locali allo scopo di indebolire il potere centrale sul posto e guadagnare maggiore libertà d’azione, preparando così il terreno per quando sarebbe arrivato il momento dell’attacco.


Fonte: Economist

Come emerge dall’osservazione della mappa, è evidente che i territori conquistati dall’IS abbiano seguito i due corsi d’acqua del Tigri e dell’Eufrate, mostrando così la volontà di polarizzarsi attorno ad aree fertili, abitabili e in cui fosse possibile insediarsi e sopravvivere, sfruttando le comunità locali e le risorse alimentari ed economiche da queste prodotte. Un regno del terrore che, infatti, avrebbe dovuto prendere le mosse e avere il suo nucleo nelle aree più produttive della Siria e dell’Iraq per poi espandersi, anche nei territori e negli Stati circostanti. Ciò, peraltro, era favorito, specialmente nei primi mesi di vita del Califfato, dalla sostanziale porosità del confine turco con la Siria e l’Iraq. In un tentativo di indebolire i curdi del nord iracheno, il presidente turco Erdogan ha essenzialmente lasciato che i guerriglieri diretti al (o provenienti dal) sedicente Stato Islamico potessero trovare nel confine turco un’area di facile attraversamento.

Alla luce di quanto messo in luce fino a questo punto, diventa dunque evidente che la crescita e la diffusione del 2014, quando l’ISIS ha cominciato davvero a fare paura, aveva delle radici di gran lunga antecedenti agli altisonanti proclami di conquista di al-Baghdadi. Seppur in discontinuità a causa degli eventi, ma certamente in un periodo di coincidenze fortunate che il gruppo ha saputo sfruttare a proprio vantaggio, l’organizzazione è cresciuta fino a raggiungere l’impensato punto di potersi paragonare a uno Stato e mettere seriamente in pericolo l’indipendenza degli Stati occupati, primo tra tutti l’Iraq. Tale pericolo è diventato particolarmente evidente quando, nel 2015, le aree controllate dallo Stato Islamico si sono spinte fino ad arrivare a poche centinaia di chilometri dalla capitale Baghdad, anch’essa minacciata di conquista da al-Baghdadi.

A pochi giorni dalla perdita di Mosul, il governo iracheno ha chiesto aiuto alla comunità internazionale, inviando due lettere indirizzate al Segretario Generale delle Nazioni Unite, con cui il Ministro degli Affari Esteri iracheno chiedeva “urgente assistenza da parte della comunità internazionale” per combattere la minaccia dei gruppi terroristici sul proprio territorio, sottolineando che, tale aiuto, avrebbe dovuto essere posto in essere nel pieno rispetto della sovranità territoriale irachena. Neanche due mesi dopo, le operazioni per combattere lo Stato Islamico erano in piena fase di svolgimento, attraverso l’azione di una coalizione (neanche a dirlo, a guida statunitense) che si poneva lo scopo di sconfiggere definitivamente il califfato di al-Baghdadi. Mentre, dunque, l’assistenza militare, che si è concretizzata anche in un supporto logistico, attraverso l’addestramento dell’esercito iracheno, è stata espressamente richiesta dal governo iracheno, una richiesta analoga non è pervenuta dalle autorità siriane. Nonostante ciò, le operazioni militari della coalizione hanno coinvolto anche la Siria.

Il rinnovato vigore nelle operazioni militari della coalizione e dell’esercito iracheno contro l’IS ha infine portato i suoi frutti. Esso ha condotto a una progressiva riduzione delle aree sotto il controllo dello Stato Islamico, che ha gradualmente perso quasi il 90% dei territori precedentemente controllati.


Dove siamo oggi?

Da poco più di un anno e tendenzialmente a partire dalla riconquista di Mosul da parte dell’esercito iracheno (avvenuta nell’autunno 2017), le notizie relative all’attività dello Stato Islamico si sono fortemente ridotte, fino a diventare sostanzialmente assenti a partire dall’inizio del 2018. Tale gap si è certamente verificato contestualmente alla forte perdita territoriale di cui si è parlato poc’anzi. Il problema è che a questa perdita territoriale non è detto si sia aggiunta anche una definitiva sconfitta strategica. In poche parole: l’IS è gravemente ferito, ma non è detto che sia definitivamente morto.

I territori perduti nel 2014 sono stati gradualmente riconquistati dall’esercito iracheno che ha liberato, quasi integralmente, il nord dell’Iraq, grazie al supporto della coalizione internazionale, da un lato e, soprattutto, delle milizie curde dall’altro. Com’è noto, infatti, l’azione dei gruppi armati curdi è stata cruciale, in particolare nella liberazione del Kurdistan iracheno, una zona autonoma amministrata dall’autorità curda, in cui il gruppo Stato Islamico aveva guadagnato ampie porzioni territoriali. I curdi hanno combattuto con valore sostenendo lo sforzo dell’esercito regolare, dimostrando forte attaccamento al proprio territorio e soprattutto a quell’autonomia così faticosamente conquistata in Iraq.

Meno noto è il ruolo ricoperto dai curdi di Siria nel quadro della lotta contro lo Stato Islamico sul territorio siriano (nella foto: combattenti curdi siriani, fonte: Internazionale). Senza beneficiare in effetti di una forma di autonomia, come invece è stata conquistata dai curdi iracheni nel 2005, i curdi siriani, hanno avuto l’occasione di unire allo sforzo militare contro lo Stato Islamico, il tentativo di raggiungere una forma di autonomia, culminata con la creazione del Rojava nel 2014, con la speranza di mantenerla anche in seguito, quando il conflitto siriano giungerà definitivamente a conclusione. Naturalmente, tale avanzata dei curdi, sebbene nel quadro del disordine siriano, ha suscitato forti preoccupazioni nel potente vicino turco che ha sempre visto la crescente indipendenza dei curdi sul territorio siriano e iracheno come una minaccia per sé. In particolare, il rischio temuto da Erdogan è che i curdi turchi guardino alla situazione dei propri fratelli siriani e iracheni per rinvigorire le proprie pretese di indipendenza dal governo centrale turco. Timore che, a ben vedere, non pare fondato, dato che i curdi in Turchia non hanno mai rinunciato formalmente all’obiettivo di ottenere l’indipendenza o quantomeno una autonomia molto più significativa dal governo turco.

Se, quindi, il 2014 era stato l’anno delle grandi conquiste territoriali da parte dello Stato Islamico, questi, nella seconda metà del 2017, ha perso due nodi cruciali, come Mosul e, subito dopo, Raqqa. Mentre, infatti, Fallujah era già stata ripresa dall’esercito iracheno nel giugno 2016, più tempo c’è voluto affinché anche le altre due roccaforti dello Stato Islamico cadessero.

Fonte: BBC

Come risulta dalla mappa, nel triennio 2015-2018 il Califfato ha subito ingenti perdite territoriali, che hanno interessato pressoché tutto il territorio iracheno sotto il suo controllo e la stragrande maggioranza del territorio siriano, ove tuttavia ancora esercita il controllo su alcune, limitate, aree, specialmente nella zona che si situa proprio al confine con l’Iraq. Anche per questo, il contenimento dello Stato Islamico è una priorità che non può essere sottovalutata: il pericolo che esso torni a fare paura anche in Iraq è alto e ogni calo dell’attenzione sarebbe inevitabilmente sfruttato per riguadagnare terreno.

Tuttavia, non si può sottovalutare neanche l’importanza delle riconquiste di città come Mosul e Raqqa. Data la portata dell’evento, la loro “liberazione” aveva fatto sperare in una definitiva caduta del califfato, il quale invece non si è estinto e, anzi, come emerge appunto dalla mappa e come si vedrà meglio tra breve, ha mutato la sua modalità d’azione per adattarsi alle nuove esigenze.

Prima di passare a qualche considerazione finale, infine, vale la pena ricordare un dato che pare quasi scontato: a fare le spese di questa drammatica situazione, al di là delle riflessioni di natura geopolitica, com’è evidente, è stata la popolazione civile, siriana e irachena. I siriani, purtroppo, sono ancora travolti dalla guerra civile che, tuttavia, pare finalmente avviarsi verso le fasi finali, con un avanzamento delle postazioni delle truppe lealiste sempre più evidente. Invece, dopo aver subito mesi di sevizie e di angherie, la popolazione delle aree prima sottoposte al controllo dello Stato Islamico ha dovuto subire ulteriori violenze da parte dell’esercito regolare che, nel tentativo di stanare anche gli ultimi militari o sostenitori dello Stato Islamico, non ha risparmiato l’utilizzo della forza. Alle accuse di violenze perpetrate sui civili di Mosul già nel corso delle operazioni per la riconquista della città, si sono aggiunte, infatti, le accuse di tortura e di processi sommari contro ex miliziani dello Stato Islamico o presunti tali.


Lo Stato Islamico non è sconfitto

È evidente che lo Stato Islamico abbia subito un duro colpo e gravi perdite territoriali negli ultimi due anni. Esso è stato fortemente ridimensionato, e il suo potere d’azione è stato significativamente ridotto.

Tuttavia, sarebbe ingenuo credere che esso sia definitivamente sconfitto. Sembra piuttosto che esso si sia adattato alla nuova situazione di scarsa diffusione territoriale, per tornare a una strategia antecedente al 2014, caratterizzata da una tattica di guerriglia che coinvolge sia le campagne sia le città. Una strategia di questo tipo mira a incentivare il reclutamento e prova a beneficiare dei traffici commerciali illeciti, in un momento in cui, oltre alle perdite territoriali, la stretta sulla cooperazione internazionale in materia di foreign fighters ha ridotto la libertà di spostamento da e per il Medio Oriente. Anche la Turchia, che ha capito di non essere esente dalle minacce dello Stato Islamico, ha incentivato il controllo alle frontiere, pur mantenendo una sostanziale ambiguità nei confronti di questo attore, divisa tra la paura che i curdi turchi possano avvicinarsi alla tanto agognata indipendenza e la necessità di contribuire alla sconfitta di un gruppo tanto pericoloso quanto potenzialmente fuori controllo come lo Stato Islamico.

E mentre in queste ore si gioca la partita per la riconquista di Idlib, una delle ultime roccaforti dei ribelli siriani, appare evidente che proprio il territorio siriano sarà cruciale nei prossimi mesi per evitare che il gruppo torni a fare paura come prima. Mentre, infatti, sebbene spesso vittima di attentati terroristici, il governo iracheno è riuscito a stabilire un controllo territoriale più capillare sul proprio territorio, la Siria è ancora lungi dall’essere fuori dal conflitto ed è fondamentale scongiurare il pericolo di una nuova espansione sul territorio siriano da parte dei seguaci di al-Baghdadi.

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