Giovanni Brusca: Il doloroso paradosso

Aggiornato il: giu 3

di Alessio Briguglio

Il 31 maggio 2021 Giovanni Brusca, esaurita la pena, ha lasciato il carcere di Rebibbia dopo 25 anni di reclusione. Tra i reati scellerati e sanguinari commessi dal collaboratore di giustizia, lo strangolamento del piccolo Giuseppe Di Matteo, poi sciolto nell’acido, e l’omicidio eccellente di Giovanni Falcone, saltato in aria con la moglie Francesca Morvillo, la scorta e un intero tratto di A29.


L'ultimo abbuono di 45 giorni ha aperto a Giovanni Brusca le porte del carcere, “fine pena” è la formula che pone la pietra tombale sulla guerra aperta con lo Stato, combattuta ferocemente per anni.

La notizia della liberazione di Giovanni Brusca ha, comprensibilmente e inevitabilmente, causato flussi di emozioni forti e contrastanti in capo ad esponenti delle istituzioni, della politica e dello spettacolo.

A prima vista, non sembra esserci simmetria alcuna tra le azioni terroristiche di Brusca e la punizione inflitta dallo Stato. “Se, infatti, è vero che l’articolo 27 della Costituzione prevede che la pena sia volta al recupero del condannato, è anche vero che la stessa pena deve essere proporzionata alle colpe ed in questo caso è del tutto evidente che la proporzione manca”[1].


Va, però, rammentato con chiarezza alle nostre viscere in fiamme che non si tratta di perdono, o di altra qualsivoglia concessione. La scarcerazione dell’ex boss è avvenuta agli effetti di una legge, voluta dallo stesso magistrato ucciso da Brusca a Capaci. Una legge che ha consentito di combattere con efficacia e di colpire con durezza le organizzazioni mafiose. Una legge senza la quale con ogni probabilità non sapremmo nulla della mafia, dei suoi riti e dei suoi metodi.


Ad onore del vero, solo nel 2000 Brusca diviene ufficialmente un collaboratore di giustizia, “pentito” nella vulgata, fino ad allora considerato dalla giustizia solo un "dichiarante". Status che gli consentì di lasciare il regime carcerario duro, previsto dall'art. 41-bis, così da godere dei benefici previsti dalla legge.

Nel dicembre del 2019 la Cassazione aveva, anche, negato al detenuto Brusca la concessione degli arresti domiciliari proprio in virtù della "caratura criminale" e la "gravità dei reati commessi".


1. La carriera criminale


Giovanni Brusca, che otterrà sul campo l’accurato soprannome di scannacristiani, era un affiliato operativo già all'età di 19 anni. Figlio “d’arte” del boss Bernardo Brusca, fratello di Emanuele ed Enzo Salvatore, tutti "uomini d'onore" e componenti attivi della Famiglia di San Giuseppe Jato. Come tutto il suo clan, Brusca sarà uno storico sostenitore della fazione “corleonese” di Cosa Nostra, considerata la più sanguinaria e meno incline al compromesso.


Basti pensare che dopo aver commesso l’omicidio che avrebbe dischiuso le porte dell’organizzazione al giovane Brusca, proprio Riina, leader dei Corleonesi, rivestì il ruolo di “padrino” nella cerimonia d'iniziazione, la cosiddetta "punciuta".


Entra in breve tempo a far parte di un gruppo di fuoco scelto composto da killer spietati e specializzati, operante, solo, sotto le direttive di Totò Riina. Durante la militanza in questi corpi speciali della cosca, nel 1977 partecipò all'omicidio del colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo e nel 1983 si occupò di preparare l'autobomba utilizzata per uccidere il giudice Rocco Chinnici e gli agenti di scorta.

È nel 1991 che Giovanni Brusca diventa ufficialmente uno dei nemici pubblici più ricercati. Da latitante, riesce a riprendere le redini della Famiglia di San Giuseppe Jato mettendo da parte Di Maggio, reggente incaricato fino a quel momento.


2. La Guerra allo Stato


Rafforzata la catena gerarchica, nel 1992 i Corleonesi sono pronti per la fase più violenta, sanguinaria e paramilitare dell’assalto alle istituzioni. Brusca diviene un vero e proprio signore della guerra feudale. Assassina il capo della Famiglia di Alcamo, Vincenzo Milazzo quando sollevò dubbi rispetto al disegno terrorista di Riina. Brusca fa anche strangolare barbaramente la compagna di Milazzo, Antonella Bonomo, incinta di tre mesi. Proprio in questo periodo si occupò della fase esecutiva della sua azione più eclatante, la strage di Capaci. Dal reperimento dell'esplosivo fino alla deflagrazione dei 500 kg di tritolo indirizzati al giudice Giovanni Falcone. Ancora, nel settembre 1992 lo stesso Brusca partecipò all'omicidio di Ignazio Salvo, esponente di spicco della DC, dimostratosi incapace di modificare le sentenze sfavorevoli a Cosa Nostra che iniziavano a scalfire l’organizzazione.


Fedele alla sua formazione criminale e alla proporzionale sete di sangue, dopo l'arresto di Riina nel 1993, Giovanni Brusca proseguì con lo scellerato stragismo. Insieme alle altre figure apicali di Cosa Nostra quali Leoluca Bagarella, Matteo Messina Denaro e ai fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, vennero pianificati gli attentati dinamitardi a Firenze, Milano e Roma che nell'estate 1993 provocarono in tutto dieci morti e 106 feriti, oltre a ingenti danni all’inestimabile patrimonio artistico italiano. Gli stessi vertici dell’organizzazione pianificano ed effettuano il sequestro del piccolo Giuseppe Di Matteo come ritorsione verso il padre Santino, anch’egli divenuto collaboratore di giustizia. Un bambino che verrà strangolato e sciolto nell’acido.


3. La Cattura


Il mostro di Cosa Nostra subirà davvero il colpo solo con la cattura di Giovanni Brusca. Un’operazione a cui presero parte più di 400 uomini e 40 mezzi speciali della polizia. I due mezzi di spostamento truppe vennero posizionati in prossimità della villetta in cui era nascosto il capo guerra latitante.


Per identificare esattamente la posizione di Brusca, il quartiere era composto da villette identiche tra loro, le forze dell’ordine si affidarono ad una trovata. Una motocicletta “smarmittata” guidata da un agente in borghese, avrebbe effettuato forti accelerate al motore portandosi di fronte ai cancelli delle ultime tre ville in modo che il rombo fosse percepibile dall'audio di "fondo" dei microfoni installati nell’utenza telefonica di Brusca.


Ironia della sorte, al momento dell’arresto, i fratelli Brusca stavano guardando il film Giovanni Falcone di Giuseppe Ferrara trasmesso da Canale 5 e vennero ammanettati dall'ispettore Luciano Traina, fratello di Claudio, uno degli agenti di scorta rimasti uccisi nella strage di via d'Amelio. I venti della guerra che sferzavano la Sicilia dei primi ’90 trovano manifestazione concreta nella reazione dei vicini a quelle ore concitate.


Alcuni insospettiti dai rumori, altri dai disservizi che le gente aveva imparato a decifrare, presa in mezzo nella lotta tra Stato e anti Stato (come le linee telefoniche bloccate), alla vista degli agenti non in divisa, armati di mitra, che indossavano il "mephisto”[2] nero, abbassarono terrorizzati le tapparelle delle proprie finestre, riaprendole solo il giorno seguente. Nella casa vennero trovate, pronte per essere bruciate, anche decine e decine di fogli scritti da imprenditori e uomini di spicco che chiedevano la clemenza del signore del feudo Giovanni Brusca.


All'interno della Questura, Brusca venne posto dagli agenti vicino a una fotografia di Falcone e Borsellino appesa al muro e fotografato. I Vigili del fuoco dovranno segare le manette ai polsi di Brusca poiché la chiave era andata persa nella confusione.


Nei mesi successivi, dopo una prima fase di dichiarazioni false rese alle procure di Palermo, Caltanissetta e Firenze, messo alle strette dai magistrati, Brusca iniziò a rendere nuovi attendibili interrogatori. Grazie alle sue rivelazioni vengono condannate decine di mafiosi in diversi procedimenti penali, alcuni dei quali lo vedevano come imputato. Giovanni Brusca, grazie agli sconti di pena riservati ai collaboratori di giustizia, evita l'ergastolo per la strage di Capaci e viene condannato a 26 anni di carcere.


4. Fine Pena


Anche se un esito annunciato, la scarcerazione di Giovanni Brusca suscita comunque le reazioni più critiche, un viscerale strumento di difesa. Brusca mette, ancora una volta, la società davanti ad un terribile paradosso, indigeribile, che però deve essere razionalmente setacciato. La figura del collaboratore di giustizia, con i privilegi annessi, rappresenta un istituto voluto e costruito dallo stesso Giovanni Falcone e resta, a oggi, una delle migliori armi in mano allo stato nella guerra alle mafie.


Dello stesso avviso, i familiari delle vittime Maria Falcone:


“Mi addolora, ma è la legge”.

Le fa eco Salvatore Borsellino:

“Ripugnante, però in guerra va accettato”.

Resta comprensibile una sana indignazione, ma vedere Giovanni Brusca libero deve richiamare non un antico fallimento, bensì il prezzo salato che, pagato, ha consentito e consente allo Stato di lottare contro forze all’apparenza, ancora, inquietantemente invincibili.


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Note


[1] Dal profilo facebook dell’on. Gregorio de Falco. [2] Il passamontagna integrale tipicamente adoperato tanto dai corpi speciali delle forze dell’ordine quanto da gruppi armati criminali.

[2] Il passamontagna integrale tipicamente adoperato tanto dai corpi speciali delle forze dell’ordine quanto da gruppi armati criminali.


Bibliografia

  • John Thornton, Terrore, terrorismo e imperialismo. Violenza e intimidazione nell'età della conquista romana, Cividale del Friuli, Fondazione Niccolò Canussio (Edizione Elettronica), Edizioni ETS, 2006.

  • Bhatia, Michael, "Fighting Words: Naming Terrorists, Bandits, Rebels and Other Violent Actors". Third World Quarterly - Published online: 27 May 2008.

  • Terrorismo e mafia Testata: Meridiana Meridiana. 97, 2020-

  • Antonino Blando Meridiana La normale eccezionalità No. 87, MAFIA CAPITALE,Viella SRL, 2016.

  • Massimiliano Giannantoni e Paolo Volterra, L'operazione criminale che ha terrorizzato l'Italia. La storia segreta della Falange Armata, Newton Compton Editori, 2014

  • Archivio Antimafia, pubblica le sentenze dei vari gradi di giudizio relative agli attentati dinamitardi del '92-'93, nonchè quella di primo grado relativa alla trattativa Stato-Mafia.


Sitografia

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