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Un excursus storico della migrazione senegalese: l’Italia una meta ambita o indotta?

Fig.1 (Pexels)

1. Una panoramica della mobilità senegalese


Fin dal periodo precoloniale, le migrazioni svolsero un ruolo determinante nella storia dell’Africa occidentale, caratterizzandosi per un notevole dinamismo.


Le scelte politiche adottate dai Paesi di destinazione, le situazioni socio-economiche interne ai Paesi di origine e i bisogni della popolazione migrante ebbero infatti un peso notevole nel far prediligere ai soggetti migranti una meta rispetto a un’altra, favorendo un alto tasso di mobilità interna, continentale e internazionale. Nel corso degli anni Sessanta, mete interessanti per i senegalesi sono state la Guinea-Bissau, il Mali e la Mauritania ma già sul finire di tale decennio un ruolo portante fu conferito ad altri Paesi africani. Ne sono esempio la Costa d’Avorio, il Gabon, il Congo Brazzaville e l’attuale Repubblica Democratica del Congo, in particolar modo per una serie di accordi bilaterali e per richiesta di manodopera.


Con il raggiungimento dell’indipendenza senegalese (1960), l’attrazione dei migranti senegalesi nei confronti di diversi Paesi africani è diminuita, registrando un aumento dei flussi in direzione dell’Europa. Nella sua evoluzione, la mobilità senegalese fu costantemente accompagnata dalla creazione, anche in Europa, oltre che di reti tra connazionali, anche di aree dedite al culto religioso e di una continua cura di relazioni tra il Paese d’accoglienza e quello di origine. Ne fu un esempio, oltre che un mezzo, il système de la noria cioè una forma di migrazione circolare tra i membri di un nucleo familiare senegalese che, in maniera alternata, si recavano in Europa.


Questa circolarità tra Senegal e Italia, seppur con dinamiche differenti rispetto al passato, continua a interessare tutt’oggi le due realtà. E allora, perché i senegalesi scelsero il nostro Paese come destinazione dei loro flussi? Come i flussi della diaspora senegalese sono cambiati negli anni nelle loro traiettorie e perché? Allo stato attuale, i due Paesi sono pronti a conciliare interessi di entrambe le parti e quelli della stessa diaspora?


2. Gli anni Sessanta: la costruzione della figura del migrante senegalese nel post indipendenza


Studiare e identificare le classi sociali che divennero protagoniste delle ondate migratorie senegalesi e i flussi stessi vuol dire anche ripercorrere la storia dello Stato africano a seguito del raggiungimento della sua indipendenza e, nello specifico, interpretare i legami che esso strinse con altri Paesi africani ed europei. Osservare queste dinamiche permette di comprendere come il legame con la Francia nella cosiddetta fase neocoloniale sia frutto di una serie di connessioni storiche, linguistiche ed economiche.


A seguito dell’indipendenza, per rispondere al bisogno di manodopera straniera e alle esigenze dell’industria automobilistica allora in forte espansione in Francia, l’ex potenza coloniale promosse una serie di accordi con le sue ex colonie per un inserimento di numerosi lavoratori nel mercato francese.

I primi a partire verso la Francia furono i marinai residenti nell’attuale capitale senegalese, che prestarono servizio sulle navi delle più grandi compagnie francesi per stabilirsi poi presso Parigi, Digione o Lille, o gli ex combattenti (i cosiddetti tirailleurs sènègalaises), che si fermarono in Francia a seguito della fine della Seconda guerra mondiale. A partire dal Senegal, in un primo momento, i punti di partenza principali furono anche le città costiere di Dakar, Saint Louis e Rufisque, zone in cui l’amministrazione coloniale fu ben radicata e alle quali concesse particolari privilegi.


Le decisioni di emigrare che ebbero alla base motivazioni prettamente commerciali videro nella confraternita muride i soggetti migranti per eccellenza, seguiti in misura minore dalla confraternita Tijaniya. Le emigrazioni operaie furono invece prevalentemente provenienti dalle zone del Senegal in cui soggiornavano i gruppi etnici haalpulaare e soninkés, originari dalla valle del fiume Senegal.

Fig.2: Momenti di quotidiano in Senegal (VoglioVivereCosì)

3. Gli anni Settanta e i legami con la Francia


Nel corso degli anni Settanta, la politica estera senegalese divenne particolarmente attiva, appoggiando la Francia contro il regime di Jean Bedel Bokassa, consentendo allo Stato francese di usare le proprie basi aeree e facendo beneficiare i francesi di una serie di influenze dettate dalle relazioni tra il governo senegalese e il mondo musulmano. All’epoca, la migrazione verso la Francia fu principalmente il risultato di una crisi economica. La siccità vissuta dal Senegal in quegli stessi anni costrinse le persone nelle zone colpite a emigrare in un Paese che stava cambiando il suo approccio alla migrazione.


Come risposta alla crisi petrolifera del 1973 e alla conseguente disoccupazione che interessò tutta la società, la Francia cambiò considerevolmente il suo approccio rispetto alle ondate migratorie. Già nel 1972, con le circolari Marcellin-Fontanet, si ricordano una sospensione ufficiale di quelle pratiche che prevedevano la regolarizzazione dei migranti e una certa irritazione da parte della popolazione straniera nel Paese, alla quale fece seguito una regolamentazione non prevista di un nutrito numero di lavoratori sperando di soffocare agitazioni e scioperi. Nel 1974 la Francia tentò nuovamente di chiudere le frontiere in maniera più rigida nei confronti dei migranti e delle rispettive famiglie anche se, paradossalmente, le ondate migratorie apparvero non controllabili. Del resto, i migranti si appellarono alle norme di diritto internazionale che vincolavano il Paese a tener conto del ricongiungimento familiare come un diritto fondamentale.


Dal 1975 furono poi emanate delle procedure per sostenere a livello economico i migranti e assecondare il loro ritorno, accompagnate da iniziative più rigide come la previsione di quote annuali di non rinnovo dei titoli di soggiorno e il ritiro immediato in tutti quei casi di disoccupazione continua per un periodo superiore a sei mesi o di tarda ripresa degli incarichi dopo le ferie.


Dal decennio successivo, la Francia annunciò anche l’obbligo di visto di ingresso per chiunque provenisse da Stati non facenti parti dell’allora Comunità economica europea.

Fig.3 (Pexels)

Un processo di chiusura delle frontiere francesi iniziò quindi all’inizio degli anni Settanta con le due circolari e con la fine della migrazione motivata dal reclutamento francese di manodopera, con i passaggi irregolari dalla Francia all’Italia passando dalla città di Ventimiglia. Tale processo giunse al suo apice nel 1985 con l’introduzione dell’obbligo per i migranti di un visto di ingresso.


Fu così che la Francia registrò una diminuzione dei flussi migratori, favorita anche dagli accordi Schengen (14 giugno 1985) e dal cosiddetto acquis di Schengen che, a sua volta, divenne parte integrante del diritto dell’Unione nel 1999. Questo ci permette di ripercorrere la graduale successione delle scelte e delle misure adottate per un controllo sempre più stringente delle frontiere europee.


Sorge spontaneo pensare agli ostacoli e ai rispettivi inconvenienti vissuti da tutti quei soggetti migranti che nutrivano il desiderio di muoversi verso l’Europa e concordare che il processo di costruzione dell’Unione Europea, gli accordi Schengen e, in particolare, le scelte adottate dalla Francia divennero elemento decisivo per i movimenti migratori senegalesi verso altre direzioni, prime tra tutte l’Italia e la Spagna. In questo contesto la politica migratoria italiana apparve anche ambigua, essendo un Paese che si trovava a passare da Paese di emigrazione a Paese che riceveva persone migranti e che rispondeva man mano anche agli obblighi della comunità internazionale.


I senegalesi raggiunsero quindi l’Italia rispondendo a quei determinati scenari sviluppati a livello europeo nel corso degli anni Settanta e Ottanta. Fino agli anni Novanta, raggiungere la penisola è stato per i senegalesi un processo più semplice per passare poi a una serie di scelte italiane che guardavano, come oggi, agli arrivi esclusivamente in chiave securitaria ma soprattutto per rispondere, come i francesi prima, alle esigenze del mercato del lavoro nazionale.


5. Conclusioni


La mobilità senegalese, quindi, fu essa volontaria o forzata, è realmente di vecchia data e comprendere le sue più moderne evoluzioni non può non passare da un salto nella sua storia per intuire quali siano state le cause prioritarie che resero certe destinazioni preferite rispetto ad altre. La dimensione associazionistica che ha caratterizzato la presenza senegalese in Francia si ripropone nel contesto italiano fin dagli anni Ottanta. Il mondo dell’associazionismo, tra interessi culturali e pratiche religiose e tra desideri e obiettivi in comune, si impegna da sempre a mantenere relazioni tra i Paesi d’accoglienza e quelli di origine. Ne è stato un esempio, nel corso degli anni Ottanta, il sistema delle cosiddette cotisations, rimesse di gruppo organizzate dai primi migranti e fonte di supporto per alcuni villaggi e altrettanti progetti in Senegal.


Oggi, in una realtà sempre più globalizzata e interconnessa, il desiderio di rendere sempre più vivi questi legami tra i due Paesi non è minore. Mentre prima ci si riuniva attorno a un’associazione piuttosto che a un’altra a seconda del luogo di provenienza, degli interessi in comune o della comunità religiosa, a livello generazionale, i giovani senegalesi sono oggi la prima generazione che ha compiuto un ciclo di studi avanzati in Italia, avvantaggiati anche dal non aver dovuto rispondere a una serie di obblighi e doveri come le rispettive famiglie. Mentre prima quindi le rimesse dei senegalesi dei primi flussi erano principalmente orientate al mantenimento delle famiglie e dei villaggi, a progetti di micro impresa e a piccoli investimenti in alcune aree del Paese, oggi tanti senegalesi delle giovani generazioni si muovono sempre più verso progetti di imprenditoria e di grandi investimenti, con logiche circolari e con strumenti digitali e competenze di gran lunga maggiori rispetto a quelle delle loro famiglie. La speranza è che i governi nazionali, tanto quello senegalese quanto quello italiano, comprendano al meglio il potenziale dei giovani della diaspora e su queste competenze e sul desiderio di fare rete e investire possano far crescere sinergie e collaborazioni future sempre più forti.


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Bibliografia/Sitografia

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