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L’Etiopia e il Tigray: genesi di un conflitto che guarda ad ovest

Aggiornamento: 24 dic 2021

Fonte: Eduardo Soteras, AFP
Si ringrazia il Generale Franco Giuliano, ex Senior Security Advisor presso WeBuild in Etiopia, per le integrazioni apportate al tema.

1. Introduzione


Da 14 lunghissimi mesi l’Etiopia, un tempo osannata come baluardo della democrazia nel continente africano, sta vivendo una sanguinosissima guerra civile, nota come “conflitto del Tigray” che si è via via estesa ad una buona fetta del territorio. Tra etnonazionalismo e dinamiche di potere, cercheremo di ripercorrere i punti salienti della vicenda, che vede opposto principalmente il Fronte di Liberazione Popolare del Tigray (TPLF) e le forze federali della capitale. Lo faremo però allargando il nostro sguardo al contesto regionale del Corno d’Africa, con un richiamo particolare alle relazioni geopolitiche fra Etiopia e Sudan, che ci permetterà di comprendere non solo come il conflitto non si limiti ai confini nazionali di Addis Abeba, ma anche come questo possa alimentare la miccia, accesa da tempo, fra i due paesi.


2. Il TPLF e la sua avanzata ideologica e militare


Il 20 settembre 2020 è una data che gli etiopi ricorderanno come uno spartiacque importante nella storia del paese degli ultimi 10 anni. Quel giorno, il Fronte di Liberazione Popolare del Tigray (TPLF), partito dominante dell’alleanza di potere che aveva retto il governo negli ultimi trent’anni, ha deciso di dire un no secco ai tentativi di scacco alla sua guida del paese. Tentativi portati avanti da Abiy Ahmed Ali, eletto primo ministro nel 2018 subito dopo le dimissioni di Hailemariam Desalegn, di etnia tigrina. Il TPLF ha indetto le elezioni locali, in un paese costituzionalmente federale che le prevede, di fatto violando il lockdown nazionale che aveva costretto Addis Abeba a rimandare di alcuni mesi la data delle elezioni nazionali, poi vinte dallo stesso Ahmed nel luglio 2021.


L’astio del TPLF nei confronti di Ahmed risale al 2018, quando il primo ministro cominciò ad immaginare un’Etiopia nuova, attenta ai diritti civili quali espressione della grandezza di un paese che, fino alla morte di Meles Zenawi nel 2012, aveva puntato essenzialmente sulle riforme economiche a discapito della democrazia. Quello che il TPLF faceva fatica a mandare giù era il fatto che questa nuova rotta si traducesse nel plasmare l’Etiopia a paese a-etnico, assolutamente indipendente dalle alleanze etniche maggioritarie. Man mano, queste intenzioni lasciarono spazio alla dura realtà, riassunta nel nuovo partito creato da Ahmed, quello della Prosperità, che era espressione delle etnie più diffuse e di fatto piazzava il TPLF all’opposizione.


La difficoltà di sostenere nel tempo questa visione panetiope di Ahmed si scontrava anche con il fatto che il TPLF rappresentasse gli interessi di almeno il 7 % della popolazione etiope, quella tigrina, espressione della quarta etnia più diffusa nel paese, in una regione culla della metà delle riserve militari etiopi.


Così, alla ribellione del TPLF di quel 20 settembre hanno fatto seguito dei botta e risposta con le autorità centrali, dapprima solo politici e poi via via militari: questi sono culminati nel non riconoscimento della legittimità del governo tigrino da parte del governo di Addis, il taglio totale dei finanziamenti alla regione e per finire l’attacco di una base militare federale nel Tigray da parte del TPLF.


Da quel momento e per tutto il 2021, si sono susseguiti scontri che hanno portato la regione al collasso, con una situazione umanitaria senza precedenti, che testimonia di 6 milioni di persone con bisogno urgente di assistenza umanitaria, e solo il 10 per cento dei rifornimenti che riesce a varcare i confini della regione.


Il 30 e il 31 ottobre scorsi i ribelli hanno dichiarato di aver preso le città strategiche di Dessie e Kambolcha, nella regione di Ahmara. Dessie dispone di importanza strategica, perché non solo lega la regione del Tigray alla capitale, ma si trova sulla rotta internazionale A1 da cui passano il 95% delle esportazioni verso Gibuti. Kambolcha, anche se meno popolata, è fondamentale perché attraversata dalla strada A2 che è una zona industriale che da sempre ha attirato molti investitori stranieri. Sul piano militare, questo implica la caduta di tutta la parte orientale della regione di Ahmara. Oggi i ribelli sono a poco meno di 200 km dalla capitale, e Abiy ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale, dicendo che lui stesso si recherà al fronte e chiamando i cittadini alle armi e di fatto rivelando l'inadeguatezza dell'esercito. È di poche ore fa la notizia dell’evacuazione delle famiglie degli espatriati nel paese.


3. Tra federalismo e autonomia etnica e regionale


Non si possono comprendere le rivendicazioni del popolo tigrino e gli eventi di questi mesi senza prestare attenzione all’assetto socio-amministrativo del secondo paese più popolato del continente (112 milioni di abitanti) dopo la Nigeria.


La Repubblica Federale di Etiopia si contraddistingue per un numero elevato di etnie, più di 85, le cui cinque principali sono : gli oromo, l'etnia maggioritaria e tradizionalmente nomade, che abita la regione centrale dell’Oromia, con capoluogo Addis Abeba; gli amhara, che si trovano nell’omonima regione situata immediatamente a sud della regione del Tigray, con capoluogo Bahir Bar (e che parlano quella che è stata la lingua nazionale fino al 1990 e che rimane tutt’ora la più parlata); al terzo posto figurano i somali che popolano la regione della Somalia Abissina, situata ad est, con capoluogo Giggiga; in quarta posizione abbiamo i tigrini che abitano la regione del Tigray, nel nord, con capoluogo Macallé e infine i sidama, situati al centro del paese, con capoluogo Awassa.

Maggiori gruppi etnici in Etiopia. Fonte: wikipedia

Dal punto di vista amministrativo, il paese si contraddistingue per consistere in un governo federale centrale e nove regioni, cui si aggiungono le città autonome di Addis Abeba e Dire Daua. La particolarità è che le regioni sono dei veri e propri stati regionali, poiché godono di ampia autonomia, possedendo tutte un proprio parlamento e un governo locale. Questa autonomia si conferma nella Costituzione, il cui articolo 39 conferisce alle regioni e ai popoli il pieno diritto di secessione, mentre l’articolo 49 sembra piuttosto proferire l’omogeneità etnica.


La complicata situazione della rappresentatività degli interessi delle regioni e delle etnie complica ulteriormente l’analisi della situazione politica odierna, inasprita dal fatto che a livello centrale i problemi di dissidenza sono il riflesso di una demarcazione dei confini delle regioni in funzione della maggioranza etnica. Questa, a sua volta, si riflette sull’attribuzione del potere tra stato e regioni.


La regione del Tigray è uno di questi stati autonomi e, confinante con l’Eritrea, si è sempre sentita solidale nei confronti di Asmara, al fianco della quale combatté duramente contro la dittatura di Menghistu, portando all’indipendenza dell’Eritrea nel 1993. Quando Meles Zenawi salì al potere nel 1993, diede subito vita all’Ethiopian People Revolution Democratic Front (EPRDF) un’alleanza oromo e ahmara di cui facevano parte anche i tigrini, dando di fatto vita al federalismo etnico. Federalismo che tuttavia non si realizzò come previsto, poiché i tigrini ampliarono sempre più il loro potere politico in seno al governo. Le spinte autonome tigrine non sono però le sole a lacerare l’unità nazionale: antiche sono le discordie tra gli ahmara e gli oromo, questi ultimi non riconoscenti dell’operato dell’attuale primo ministro, della stessa etnia, tanto da incitare le fasce più giovani della popolazione alla rivoluzione. Né è un esempio l’omicidio, avvenuto a giugno 2020, di Achalu Hundessa, un musicista di etnia oromo molto attivo per i diritti del suo popolo.


4. Uno sguardo al Sudan vicino


Mentre in origine l'intento delle forze tigrine era quello di riconquistare la parte occidentale della loro regione, nelle ultime settimane si sono spinte progressivamente verso la capitale, come abbiamo citato in precedenza, conquistando città strategicamente cruciali.


Il conflitto etiope volta il suo sguardo ad Ovest, poiché interessato e determinato da un altro grande scoglio nella geopolitica della regione: la relazione Etiopia - Sudan. Ad agosto, il primo ministro sudanese Amdalla Hamdock, che è anche membro dell'Autorità intergovernativa per lo sviluppo (un corpo regionale dell’Africa orientale) si è offerto di mediare il conflitto insieme al presidente sud-sudanese, ma ha ricevuto il rifiuto categorico di Addis Abeba. Se il Sudan entrasse in guerra al fianco dei tigrini, dando loro assistenza umanitaria e militare, le ostilità con Addis Abeba potrebbero riprendere, causando un effetto domino notevolmente esteso in una regione già minata dall’instabilità. Possiamo dire che il Sudan e l’Etiopia sono accomunati da una repressione del dissenso popolare, che se in Etiopia si fonda - come abbiamo visto - sull’unità etnica, in Sudan si giustifica nella pressante identità araba e religiosa, strumentalizzata in passato da Al-Beshir, come dimostra Adele Casale nella sua analisi "Il Sudan: post-rivoluzione nella sua identità religiosa".


Dal punto di vista geopolitico, le tensioni tra Sudan e Etiopia si orientano principalmente sul loro confine, lungo circa 750 km, e riguardano le irrisolte vicende territoriali. Possiamo citare principalmente due vicende: quella relativa alla grande diga sul Nilo Azzurro, e quella sulla terra Small al-Fashaga. La grande diga, nota come Grand Ethiopian Renaissance Dam, si trova nella regione di Benishangul Gumuz, a circa 15 km dal confine con il Sudan, ed è in costruzione dal 2011; costata 5 miliardi di dollari, essa diventerebbe la più grande centrale idroelettrica d’Africa e la settima a livello mondiale. Se dal punto di vista sociale e ambientale la diga si rivelerebbe un grande vantaggio per l’Etiopia, Sudan ed Egitto, che si trovano a valle, sono tutt’altro che contenti, e hanno avviato una coalizione diplomatica (chiedendo persino l’intervento dell’Onu) che ne ha di fatto rallentato la seconda fase di riempimento.


In questo complicato contesto entra anche l’Egitto, che sta cercando di far entrare il Sudan nella trattativa strategica, in contrapposizione ad Addis Abeba. Egitto che viene considerato dal governo etiope come il principale destabilizzatore della regione. Proprio in relazione alla grande diga, possiamo dire che l’Egitto ha per anni tentato di innescare una guerra civile in Etiopia, proprio con l’intento di ritardare la costruzione della diga.

La grande diga in costruzione sul Nilo Azzurro. Fonte: Public International Law and Policy Group

Per l’Etiopia inoltre il controllo della sponda sudanese sarebbe determinante, visto che grazie a questa potrebbe impedire al TPLF i traffici e di ricevere appoggio logistico da Khartoum.


La seconda disputa riguarda un'area fertile che si estende lungo i confini fra Eritrea, Sudan e Etiopia (in particolare il Tigray occidentale) fino a entrare definitivamente in Sudan. Nel 1904 la terra aveva subito una demarcazione unilaterale da parte dell’Inghilterra, che lo aveva reso un territorio sudanese. Poi, nel 2007, un accordo fra Al-Beshir e Zenawi disponeva che benché fosse considerato territorio sudanese i contadini etiopi che si erano in installati negli anni avrebbero potuto rimanerci per coltivare. Da osservare che la maggior parte di questi era di origine ahmara. Ma nel dicembre 2020 l’Etiopia, troppo occupata a pensare di tenere testa al TPLF, si accorse troppo tardi che molti dei contadini ahmara erano stati sfrattati dal governo sudanese, che accusava la dirigenza ahmara di prendere il controllo della questione per costruire infrastrutture che avrebbero assicurato il controllo della porzione di terra. Non è un caso infatti che le milizie ahmara, nell’intento di supportare gli sforzi bellici di Ahmde contro il TPLF, si siano progressivamente spostate in direzione di al-Fashaga, con eivdente denunce da parte del Sudan che vedeva in questa mossa il tentativo di assicurarsi l’ennesimo bastione militare. All’inizio di aprile, Khartoum ha alzato la posta chiedendo la rimozione delle truppe etiopi dalla missione di pace delle Nazioni Unite ad Abyei, al confine del Sudan con il Sud Sudan.


A seguito del colpo di stato sudanese anche l’Etiopia ha i suoi interessi ad un indebolimento del potere centrale, e possiamo quindi affermare che le questioni politiche e di sicurezza possono essere considerate speculari nei due paesi.

Il territorio conteso di Al-Fashaga. Fonte: The Washington Post

5. Conclusioni


Il conflitto nel Tigray, oltre che di ampia portata umanitaria, rivela come Addis Abeba abbia colpevolmente tentato di semplificare la sua risoluzione al mero intervento di law enforcement, di ripristino dello stato di diritto. Intervento che avrebbe dovuto risolversi, a detta di Ahmed, in poche settimane. A più di un anno dall’inizio della crisi, è evidente che il Tigray sia una regione molto fertile, dalla quale potranno scaturire delle minacce dirette al potere centrale, ma anche indirette date dalla coalizione fra gruppi etnici apparentemente antagonisti, come gli Oromo e i Tigrini, che in queste ultime ore hanno siglato un’alleanza.


La crisi etiope interessa molto ai suoi vicini, in particolare il Sudan e l’Egitto, che guardano all’indebolimento del potere centrale con la speranza di accaparrarsi il controllo su determinati e delicati dossier. Questo interesse si traduce in maniera operativa nel finanziamento di gruppi dissidenti etiopi, armati e non, allo scopo, in primis, di allontanarla dallo sfruttamento delle risorse, l’acqua prime fra tutte.


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