L’Etica, la Guerra e l’Ipocrisia

Aggiornamento: 23 mar

di Alessandro Vivaldi

1. Che cos’è la guerra.


La guerra, intesa come insieme di fatti bellici, è uno di quei fenomeni su cui l’umanità si interroga sin da quando ha imparato a pensare: non è un caso che in tutte le religioni esista un dio della guerra o una versione dell’unico dio in formato guerriero. Non è questo il luogo adatto per rimembrare tutti gli intellettuali che se ne sono occupati, in ogni sorta di disciplina, dall’antropologia alla psicologia, dalla filosofia alla storia. In quanto fenomeno complesso e declinabile in mille sfaccettature, le parole spese sono infinite e chi scrive dubita si arriverà mai a conoscerla completamente. Va detto, tuttavia, che esistono persone che ne hanno una maggiore conoscenza rispetto ad altre. Chi scrive “esperisce” le conseguenze della guerra sin da bambino, avendo viaggiato sin dalla tenera età in luoghi dove la guerra era passata, in quanto figlio di militare e in quanto aduso a leggere manuali di stato maggiore sin dall’infanzia.


Studio e osservo la guerra, con approccio olistico, e per estensione le sue cause, oramai da 30 anni. Chi mi conosce sa che tra i miei libri preferiti – non a caso – vi è Un terribile amore per la guerra dello psicologo americano James Hillman. Non è uno dei miei libri preferiti a caso: Hillman si concentra sulla terribile attrazione per la guerra anche di coloro che ne hanno vissuto gli effetti più deleteri (Disturbo post traumatico incluso). C’è un punto fondamentale che tengo sempre a mente dell’opera di Hillman: egli sottolinea come in quella fucina di atrocità che è la guerra, tutte le menzogne, le maschere umane vengano fuse e rese inutili, è in quella crudele fucina che vediamo veramente ogni essere umano come realmente è.


Qui considererò la guerra come quello strumento di potenza utilizzato da gruppi umani – recentemente si può dire “nazioni” – allo scopo di ottenere uno specifico e auspicato risultato politico. Non me ne vogliano i più accademici se la definizione è semplicistica: come detto non è questo di cui intendo discutere.


Apparentemente asettica come definizione, ma in realtà in sé porta – la guerra – una serie di considerazioni emotive non indifferenti. La guerra – per la nostra cultura – non è mai giustificabile. Per chi scrive, una guerra non è mai giusta, checché ne dica la storia del diritto che ne ha trattato estensivamente. Il mio professore di Filosofia del liceo mi ripeteva sempre: la giustizia non tollera aggettivi. E concordo ancora con questa definizione: ogni giustizia seguita da aggettivo è necessariamente parziale. Ecco, la guerra funziona al contrario: tollera qualsiasi aggettivo, soprattutto peggiorativo (come “guerra civile”), ma non potrà mai tollerare un aggettivo come “giusta”: non esistono guerre giuste.


Eppure, la guerra esiste e, soprattutto, esisterà sempre. Il dovere di un intellettuale serio, di fronte all’esistenza di qualcosa di così terribile, è quello di comprenderne la natura. Se la guerra esisterà sempre, come posso mitigarne il rischio? Così nascono i trattati internazionali, così nascono le Convenzioni di Ginevra, così nasce il diritto di guerra.


Ovviamente sono misure di mitigazione del rischio, intese a limitare i danni di un evento che può anche finire con una vittoria, ma comporterà sempre un dispendio di vite umane e di conseguenze ad ogni livello.


Come tutte le tragedie, la guerra ha il suo fascino. La guerra – che vi piaccia o meno, e rimando al testo di Hillman – è sublime. Nel senso proprio di terribile e bella. Una consistente parte del genere umano ne subisce il fascino. Soprattutto in occidente, dove le guerre le osserviamo, ma non le combattiamo. Un fascino anche macabro, e che soprattutto risveglia emozioni sopite e selvagge, che negli ultimi giorni hanno portato a nefaste conseguenze: l’incitamento all’odio nei confronti dei russi, la censura verso tutto ciò che è russo, e via discorrendo.


Io mi trovo, come da ormai tanti anni a questa parte, a spendere ore a osservare video, leggere articoli e – tristemente – a guardare cadaveri. E mentre buona parte della nostra opinione pubblica – ovviamente – glorifica alcuni e incita all’odio verso altri, io mi ritrovo a pensare a come muoiono i ragazzi ucraini e i ragazzi russi, uniti nella stessa atroce fucina.