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Emirati Arabi Uniti, Giordania e Israele puntano al baratto energetico

Aggiornamento: 25 mag 2022

Fig.1: Pannelli fotovoltaici monoasse - Fonte: pexels.com

1. Introduzione


Lo scorso 22 novembre 2021, Israele, Giordania e gli Emirati Arabi Uniti (EAU) hanno siglato due Memorandum of Understanding (MoU) per la realizzazione di progetti volti a rinforzare la cooperazione regionale. Il primo dei due MoU, soprannominato “Prosperity Green” prevede la costruzione all’interno del territorio giordano di una centrale a energia solare in grado di produrre fino a 600 MW all’anno di elettricità; energia che sarà in parte rivenduta a Gerusalemme e quindi incorporata nella rete distributiva israeliana. Il secondo accordo, o “Prosperity Blue”, mira invece alla messa a punto di un impianto di desalinizzazione lungo la costa mediterranea israeliana allo scopo di rendere fruibile e quindi esportare circa 200 milioni di cubi annui in Giordania. Una sorta di baratto energetico che vedrebbe la partecipazione attiva degli Emirati Arabi Uniti nello sviluppo e realizzazione di infrastrutture e progetti di energia rinnovabile. Gli accordi, ancora in una fase embrionale di negoziazione, qualora venissero ufficializzati contribuirebbero a rafforzare il clima di distensione regionale frutto del trattato di pace tra Tel Aviv e Amman siglato nel 1994 e dei ben più recenti accordi di Abramo del 2020 tra Israele, appunto, Emirati Arabi Uniti, Bahrain e Stati Uniti.


Volendo guardare oltre, la presenza di attori emiratini testimonia la volontà del governo presieduto dallo Sceicco Khalifa bin Zayed Al Nahyan non solo di giocare un ruolo sempre più importante nella normalizzazione della regione mediorientale, ma anche quello di guadagnarsi i gradi di leader regionale nella transizione energetica e sviluppo delle rinnovabili.


2. La “nuova” politica energetica degli Emirati Arabi Uniti


Negli ultimi anni, gli Emirati Arabi Uniti sono emersi come uno dei Paesi più attivi dell’area MENA (Middle East and North Africa) sul fronte dello sviluppo tecnologico e della generazione di energia da fonti rinnovabili. Potendo contare su oltre 2,5 GW di capacità installata, a fine 2021, il Paese si posiziona infatti al terzo posto, dietro Marocco (3,4 GW) ed Egitto (5,9 GW), ma al primo posto se si prende come riferimento la penisola araba. Stando ai dati riportati dall’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) nel 2018, gli Emirati risultano essere la decima nazione al mondo per quanto riguarda il consumo di energia pro capite, circa 13 MWh/capita. Al momento, e nonostante i recenti sviluppi, gli Emirati Arabi Uniti si affidano quasi esclusivamente (poco meno del 95% del proprio paniere energetico) al gas naturale per la produzione di elettricità necessaria a soddisfare l’esigente mercato interno. Un ruolo, quello del combustibile fossile, di quasi egemone che i vertici stessi della società statale ADNOC ritengono “centrale” per la crescita economica del Paese emiratino dei prossimi 50 anni. Ciò nonostante, gli Emirati Arabi Uniti puntano a inserire il gas all’interno di una cornice ben più ampia e articolata che comprende enormi fondi stanziati per favorire le tecnologie CCUS (Carbon Capture, Utilisation and Sequestration) di cattura e utilizzo dell’anidride carbonica, e produzione di idrogeno blu.


In effetti, la politica energetica del Paese per i prossimi anni è fortemente incentrata sullo sviluppo di fonti di energia pulita: fotovoltaico e idrogeno in particolare. L’obiettivo di Abu Dhabi nel medio-lungo termine, così come descritto nella UAE Energy Strategy 2050 - documento ufficiale del governo emiratino pubblicato nel 2017 -, è quello di azzerare le emissioni di anidride carbonica entro il 2050. La road map per il raggiungimento di questo ambizioso target prevede che, già nel 2030, il Paese giunga a una riduzione delle emissioni del 23,5 % grazie a investimenti che, stando ai dati ufficiali, raggiungono i $ 40 miliardi di dollari. Un altro importante tassello prevede l’aumento di energia prodotta da fonti rinnovabili (RE) passando dagli attuali 2.5 GW a 14 GW, di cui 8.8 GW entro il 2025.

Fig.2: Foto aerea dell’impianto fotovoltaico di Noor Abu Dhabi (1,177 MW) situato nei pressi della capitale emiratina. Fonte: Sterling and Wilson Solar (via PV-Magazine https://bit.ly/3JPuYEP)

3. Verso il 2050


La UAE Energy Strategy 2050 stabilisce target ambiziosi con l’obiettivo di assicurare un futuro sostenibile per il Paese. Dal lato dell’offerta, l’obiettivo è quello di produrre almeno il 50% dell’energia da fonti “pulite” entro il 2050. In parallelo, il governo punta a trasformare la domanda aumentandone l’efficienza energetica al fine di raggiungere una riduzione totale del 40% entro il 2050. Più nel dettaglio, il piano mira a ottenere un mix energetico così suddiviso: 44% da fonti rinnovabili, 38% da gas naturale, 12% da fonti fossili “pulite” tramite le già citate tecnologie CCUS e il rimanente 6% dal nucleare. Stando alle previsioni del governo, la trasformazione del settore energetico dovrebbe contribuire a ridurre le emissioni di anidride carbonica del 70%.


Al centro di questi scenari vi sono naturalmente le più importanti società legate al settore finanziario ed energetico. A partire da Mubadala, società statale di investimenti che nella realtà rappresenta un vero e proprio fondo sovrano, passando per il già citato gruppo petrolchimico ADNOC e la Abu Dhabi National Energy Company (TAQA), società energetica nazionale dell’emirato di Abu Dhabi. Nel dicembre scorso queste tre entità si sono accordate per la ripartizione più o meno equa del controllo di Masdar, società emiratina nata nel 2006 e specializzata nella realizzazione di infrastrutture e progetti per la generazione di energia rinnovabile e lo sviluppo urbano sostenibile. Masdar opera principalmente nell’area MENA, ma è altrettanto presente in altri contesti. Con i suoi 23 GW di capacità di energia rinnovabile tra attuale e programmata, Masdar è una delle realtà energetiche più grandi al mondo. Tramite questa società, gli Emirati Arabi Uniti sono attivi nella finanziarizzazione e progettazione di più di cinquanta progetti in venti Paesi esteri.


4. La presenza emiratina nei settori energetici di Giordania e Israele


Nel Regno hashemita di Giordania, gli Emirati Arabi Uniti sono presenti attraverso due progetti per la generazione di energia pulita. Il primo di questi è il Tafila Wind Farm (di cui Masdar detiene il 50% della proprietà). Operativo dal 2015, il parco eolico assicura una capacità installata di 117 MW ed è anche il primo progetto di energia rinnovabile sviluppato sulla base del Renewable and Energy Efficiency Law; il documento stilato nel 2010 dal governo giordano che prevedeva la produzione del 7% di elettricità da fonti rinnovabili entro il 2015 e del 10% entro il 2020 (1.8 GW); target, quest’ultimo, che è stato raggiunto stando ai dati forniti da IRENA. La generazione da rinnovabili in Giordania è infatti passata dall’appena 0,7% del 2014 ad oltre il 15% nel 2020. Tra i fattori decisivi che hanno contribuito all’aumento della generazione da fonti rinnovabili c’è Baynounah, il più grande progetto di centrale a energia solare nel Paese con una capacità installata di 200 MW (circa un quinto della capacità solare complessivamente installata in Giordania). Sviluppato come Power Purchase Agreement (PPA) tra Masdar e la National Electric Power Company (NEPCO), il distributore pubblico di elettricità in Giordania, il progetto è in grado di generare 563 GWh di elettricità ogni anno (circa il 3% del consumo di energia annuale del Paese)[1].


La Giordania risulta essere altamente invitante per la generazione da fonti rinnovabili potendo contare su più di 320 giorni di sole all’anno e su di un’altissima concentrazione di radiazioni solari che la rendono particolarmente adatto all’installazione di parchi fotovoltaici. Anche l’energia eolica risulta di particolare interesse; nel 2019, la produzione massima toccò quota 400 MW e la tendenza è in continua crescita dal 2015. Ciò nonostante, negli anni la politica energetica del regno hashemita è apparsa quanto meno inconsistente, quando addirittura opaca. A testimoniarne la cattiva gestione che ne ha finora caratterizzato il funzionamento vi è il fatto che, a fine 2021, NEPCO aveva accumulato un debito di 5,5 miliardi di dollari.


In Israele, invece, gli Emirati Arabi Uniti non sono attualmente coinvolti in maniera diretta nello sviluppo di alcun progetto per la generazione di energia pulita da fonti rinnovabili. Tuttavia, in occasione della recente Abu Dhabi Sustainability Week, svoltasi nella capitale emiratina a gennaio, la stessa Masdar e la filiale israeliana della società francese EDF Renewables si sarebbero accordate per lo studio congiunto di nuove opportunità rinnovabili nel territorio israeliano. Dopotutto, i rapporti tra le due società sono ben affiatati essendo entrambe già impegnate nella realizzazione in diversi progetti; tra gli altri quello che prevede la costruzione di un mastodontico parco a pannelli fotovoltaici bifacciali nell’area di Al Dhafra, situato a circa 35 km da Abu Dhabi. Tornando in Israele, dal 2019, il governo di Tel Aviv ha come obiettivo quello di raggiungere il 30% della sua generazione elettrica da fonti rinnovabili entro il 2030 e, contestualmente, di ridurre dell’85% le emissioni di anidride carbonica rispetto ai valori registrati nel 2015. Per fare ciò sono previsti investimenti volti ad eliminare l’uso del carbone e ad aggiungere 15 GW di capacità fotovoltaica nel prossimo futuro.


5. Accordi di Abramo e diplomazia dell’acqua


Da un punto di vista diplomatico, le relazioni tra Israele e Giordania risultano normalizzate dal 1994, quando fu firmato il trattato di pace che mise fine allo stato formale di guerra tra le due nazioni che persisteva dal 1948, all’epoca delle guerre arabo-israeliane. All’interno dello stesso trattato, e più precisamente nel secondo allegato (Annex II), sono stabiliti gli accordi riguardanti il diritto che ognuno dei due Paesi può esercitare sugli approvvigionamenti d’acqua provenienti dai maggiori bacini idrici della regione, i fiumi Yarmouk e Giordano (Articolo I) nonché dalle falde sotterranee che ne attraversano il reciproco confine (Articolo IV). In più, il documento ha predisposto le condizioni per uno sforzo congiunto e volto allo sviluppo di progetti capaci di incrementare tanto l’efficienza quanto il numero di risorse acquifere (Articolo VI).

Fig.3: Mappa raffigurante le risorse idriche israeliane. La maggior parte degli impianti di desalinizzazione sono posizionati in prossimità del confine sud-orientale con la Giordania e il golfo di Eliat sul Mar Rosso. - Fonte: Ministry of Foreign Affairs – Government of Israel

Più di recente, i cosiddetti “accordi di Abramo” del 2020, termine che viene utilizzato per riferirsi collettivamente agli accordi congiunti tra Israele ed Emirati Arabi Uniti da un lato e Israele e Bahrain dall’altro, cui hanno successivamente aderito anche Marocco e Sudan - avevano marcato un ulteriore tassello nella stabilizzazione tra i due Paesi, anche se indirettamente. Nel contesto di questi importanti accordi diplomatici si inseriscono, infatti, i negoziati per la fornitura d’acqua desalinizzata tra Tel Aviv e Amman. Stando ai dati delle Nazioni Unite, la Giordania è tra i Paesi più poveri d’acqua al mondo soffrendo di evidenti deficit per quanto riguarda tanto l’approvvigionamento quanto la distribuzione delle risorse. Si stima che in vaste zone del Paese, anche a causa delle ondate migratorie che hanno riversato al suo interno milioni di rifugiati in gran parte dalla Siria, le autorità municipali sono in grado di garantire le forniture per appena un giorno alla settimana costringendo la popolazione a immagazzinare l’acqua in vistosi serbatoi, posizionati sui tetti delle abitazioni, e a razionalizzarne l’utilizzo fino alla successiva apertura dei rubinetti. La scarsità d’acqua e l’inefficienza delle proprie infrastrutture sono parzialmente coperte dalle iniziative dei privati e, in misura maggiore, dalle forniture provenienti da Israele. La realizzazione di impianti di desalinizzazione da parte di Tel Aviv ha permesso in poco tempo di trovare una soluzione all’annoso problema della scarsità d’acqua e, allo stesso tempo, di ricavare importanti guadagni commerciali dalla sua esportazione. Verso il vicino giordano, ad esempio, confluiscono ogni anno 50 milioni di metri cubi annui.


Nell’ottobre del 2021, a causa dell’aggravarsi della crisi idrica nel Regno hashemita, Israele e Giordania hanno raggiunto un accordo che prevede il raddoppio della fornitura di acqua fino a 100 milioni di metri cubi all’anno. Contestualmente, è stata avanzata la possibilità da parte di Tel Aviv di realizzare un nuovo impianto di desalinizzazione capace di portare la fornitura a oltre 200 milioni di metri cubi all’anno, la metà del fabbisogno idrico stimato della popolazione giordana. Una quantità d’acqua importante se si considera che rappresenterebbe circa un quarto dell’attuale capacità produttiva israeliana che ammonta a mille milioni di metri cubi all’anno.


6. Scambio energia-acqua e scenari geopolitici


Sempre all’interno della cornice diplomatica stabilitasi all’indomani degli accordi di Abramo, lo scorso dicembre, all’EXPO di Dubai, Israele e Giordania, con l’intermediazione di Emirati Arabi Uniti e Stati Uniti, hanno siglato un Memorandum of Understanding (MoU) per la fornitura di metri cubi d’acqua addizionali in cambio di energia elettrica “pulita”, prodotta da un impianto fotovoltaico da situare in territorio giordano la cui realizzazione sarà affidata all’emiratina Masdar. Secondo i dettagli riportati nella dichiarazione di intenti, la struttura dovrebbe essere in grado di raggiungere una capacità totale di 600 MW, che corrisponderebbe a circa l’1% della fornitura necessaria a Tel Aviv per raggiungere i propri target di generazione rinnovabile. Nonostante non siano ancora trapelate informazioni a riguardo, non è difficile ipotizzare la futura ubicazione dell’impianto dal momento che la sua produzione energetica sarà trasferita verso gli impianti di desalinizzazione israeliani. Di conseguenza, trovandosi la maggior parte in prossimità del confine orientale, è molto probabile che l’impianto sarà costruito all’interno della cosiddetta “valle solare” giordana dove le precipitazioni sono oltremodo rare e l’incidenza dei raggi solari risulta ideale per massimizzarne l’efficienza.

Fig.4: Amman, capitale della Giordania, non è esente dal subire le conseguenze della scarsità di risorse acquifere. Il governo del Regno Hashemita impone, infatti, un rigido razionamento dell’acqua sui suoi abitanti. - Fonte: pexels.com

L’accordo rappresenta senza alcun dubbio un evento importante per la futura stabilizzazione della regione inserendosi in un contesto geopolitico in transizione: dalla questione palestinese che si è riaccesa dopo i recenti scontri avvenuti nella spianata delle moschee alla crisi in Libano, passando per il protrarsi del conflitto in Siria e l’accordo sul nucleare iraniano. Non deve dunque sorprendere, in sede di negoziazione, la presenza dell’ex Segretario di Stato nonché attuale inviato speciale del presidente degli Stati Uniti per il clima, John Kerry. Dal punto di vista tanto di Washington quanto di Abu Dhabi, il nuovo quadro diplomatico introdotto dagli accordi di Abramo pare puntare alla ricerca della stabilità attraverso lo sviluppo della cooperazione tecnologica e commerciale tra le nazioni.


7. Conclusioni


L’ambiente e la transizione energetica come aree al cui interno è possibile operare per rinforzare le relazioni tra Giordania e Israele. Il tutto sotto l’egida degli Emirati Arabi Uniti che, attribuendosi il ruolo di mediatore privilegiato, confermerebbero l’intento di intensificare la propria presenza commerciale nell’area, e in particolare fare d’Israele il proprio partner di riferimento. Secondo alcune dichiarazioni rilasciate agli organi di stampa, i primi studi di fattibilità sarebbero dovuti cominciare a inizio 2022, ma a distanza di qualche mese dalla firma del Memorandum non si registrano conferme in merito ai prossimi step per la realizzazione del progetto.


Dal lato giordano, tuttavia, negli ultimi mesi si sono registrate numerose proteste di piazza; l’opinione pubblica è convinta che l’accordo non possa far altro che aggravare la dipendenza del Paese nei confronti di Israele senza risolvere l’annoso problema degli approvvigionamenti di acqua. In molti sostengono che le risorse dovrebbero invece essere dirottate verso progetti volti a incrementarne la capacità interna. Tra questi, il più importante prevede la realizzazione di un impianto di desalinizzazione ad Aqaba, sul Mar Rosso, conosciuto con il nome di National Water Carrier Project che sarebbe in grado di garantire circa 300 milioni di metri cubi d’acqua l’anno, ma che di recente ha subito dei gravi ritardi nei finanziamenti. In Israele, invece, il progetto è visto come un modo per avvicinare ulteriormente i propri obiettivi di transizione energetica e, allo stesso tempo, rinvigorire il rapporto d’interdipendenza con la monarchia giordana. La presenza emiratina, inoltre, contribuirebbe a rafforzare l’idea che il nuovo corso della politica israeliana abbia portato una cesura netta in materia di politica estera rispetto al precedente governo di Benjamin Netanyahu. Come si suol dire, ai posteri l’ardua sentenza su un progetto le cui conseguenze potrebbero rivelarsi estremamente importanti per il futuro della regione.


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Note

[1] Un Power Purchase Agreement è un contratto a medio-lungo termine stipulato solitamente tra la società produttrice di energia e il soggetto acquirente (un consumatore finale o molto più spesso una società impegnata nella distribuzione dell’energia).


Bibliografia

  • U. AL-MULALI e C.N.B. CHE SAB, Energy consumption, CO2 emissions, and development in the UAE, Energy Sources, Part B: Economics, Planning, and Policy, 2018

  • N.W. ALNASER e W.E. ALNASER, The impact of the rise of using solar energy in GCC countries, Renew. Energy Environ. Sustain. 4, 7, 2019

  • G. AL-OMARI e S. HERDERSON, UAE to Fund Israel and Jordan’s Solar/Water DealI, The Washington Institute for Near East Policy, 18 novembre 2021

  • S.S. ALRWASHDEH, Energy sources assessment in Jordan, Results in Engineering, Vo. 13, 2022

  • B. BARAKAT, Israel, Jordan, UAE to sign massive solar power plant deal, Anadolu Agency, 17 novembre 2021. Disponibile al sito https://bit.ly/38X30ug

  • EDF Renouveables, Le consortium EDF – Jinko Power remporte le plus puissant projet solaire au monde à Abu Dhabi, EDF Renouveables, 27 luglio 2020. Disponibile al sito https://bit.ly/3KIZKk9

  • Energy & Utilities, Masdar targets 200GW of clean energy capacity, Energy & Utilities, 18 gennaio 2022. Disponibile al sito https://bit.ly/3JHYgpA

  • Z. HAREL, The Water-for-Energy Deal Between Jordan And Israel: A Jordanian Interest Amid Popular Opposition, MEMRI, 28 dicembre 2021. Disponibile al sito https://bit.ly/3jHOpoz

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  • International Energy Agency (IEA), World Energy Outlook 2020, IEA, ottobre 2020

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  • D. SAADI, UAE expects 20% of power generation to come from clean energy in three years: official, S&P Global, 17 maggio 2021. Disponibile al sito https://bit.ly/3M9P6mR

  • The Jordan Times, Water Ministry finalises tender document for National Water Carrier Project- Najjar, The Jordan Times, 16 marzo 2022. Disposnibile al sito https://bit.ly/37mvpJK

  • United Arab Emirates Ministry of Energy & Industry, UAE National Energy Strategy 2050, United Arab Emirates Ministry of Energy & Industry, 2017 Disponibile al sito https://bit.ly/37V0PHd

Sitografia

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