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Egitto - Quando l'epidemia di coronavirus incontra la crisi dei diritti umani

(di Claudia Morelli)


1. La (dura) realtà della detenzione in Egitto

Torture sistematiche e spesso letali, sovraffollamento e precarie condizioni igienico-sanitarie, sovente ricorso alla pratica dell’isolamento, sparizioni forzate: sono solo alcune delle situazioni denunciate negli ultimi anni con sempre maggiore frequenza dai pochi mezzi di informazione locali che sfuggono alla censura, e dalle principali organizzazioni regionali ed internazionali attive sul fronte della protezione dei diritti umani.

Già nel 2011, Human Rights Watch aveva definito endemici gli abusi perpetuati presso celle e stazioni di polizia egiziane. Nel giugno del 2019 ha poi fatto il giro del mondo la notizia della morte di Mohamed Morsi: il primo presidente egiziano eletto mediante libere elezioni. Dall’operato controverso e destituito dopo appena un anno di carica, è deceduto a 67 anni in seguito ad un repentino aggravamento delle sue condizioni di salute occorso proprio durante la detenzione [1].

Non vi sono dati ufficiali relativi al numero di detenuti che muoiono nelle prigioni egiziane, tuttavia un rapporto della Arab Organisation for Human Rights afferma che, dal 2013, in più di 600 sarebbero deceduti a causa delle pessime condizioni igienico-sanitarie o per la mancanza delle cure mediche necessarie. Circa un centinaio, invece, in seguito alle torture ricevute. Altri ancora in esecuzione di pene capitali disposte a seguito di processi sommari e arbitrari.


2. Prigionieri politici: l’uso della custodia cautelare come strumento di repressione.

Questo primo dato deve leggersi congiuntamente agli altrettanto preoccupanti dati riguardanti le condizioni delle libertà civili nel paese.

Fonte: ANSA.it

A partire dal golpe del 2013, in Egitto si sono verificate progressive riforme a danno delle libertà fondamentali, prima di tutto quella d’espressione. Questo tipo di meccanismo fa leva sulla pretestuosa riproposizione delle limitazioni dei diritti umani e sociali apparentemente giustificate da situazioni emergenziali; e nel corso degli anni è divenuto uno dei principali punti di forza per il capillare controllo che il governo riesce ad esercitare nel territorio.


Dietro le etichette di sicurezza pubblica e lotta al terrorismo – quest’ultima che tanto rassicura i paesi dell’altra sponda del Mediterraneo – dall’instaurazione del governo di al-Sisi è stato messo a punto un sistematico accentramento di stampa, strumenti di informazione generalmente riconosciuti e mezzi di comunicazione; il tutto accompagnato da una tragica repressione di qualsivoglia opposizione all’autorità.

Secondo The Guardian, ad oggi ci sarebbero circa 60.000 prigionieri di coscienza in Egitto: di questi, migliaia sono stati incarcerati secondo la legge di protesta, che vieta le riunioni pubbliche di dieci o più persone senza l'autorizzazione del Ministero degli Interni del paese. E la maggior parte degli stessi è soggetta ad un regime di carcerazione preventiva, ovvero è rinchiusa in carcere in attesa di giudizio, senza cioè una previa sentenza di condanna.

“La detenzione delle persone in attesa di giudizio non deve costituire la regola […]” 2 eppure i numeri mostrano come negli ultimi anni in Egitto questa sia diventata una prassi consolidata, che colpisce islamisti ma anche e soprattutto attivisti laici, sindacalisti, giornalisti e ricercatori.

Da misura preventiva, la custodia cautelare è stata assunta a strumento politico, un modo per prolungare a oltranza la detenzione di oppositori senza possibilità alcuna di appello contro i continui rinnovi del provvedimento. Prigionieri per sempre3, o comunque ben oltre i termini legalmente fissati dalla legge stessa – sia nazionale che internazionale –, con conseguente evidente violazione dei diritti alla difesa e all’equo processo.

3. La reclusione ai tempi del Covid-19.

Se la tutela ed il rispetto delle garanzie fondamentali non è parsa una questione prioritaria negli ultimi anni per il governo del Cairo, per certi versi il diffondersi del virus sembra addirittura aver fornito un’ulteriore emergenza valsa a giustificare l’ennesimo giro di vite in materia di diritti umani. In altre parole, il Covid-19 ha rappresentato l’occasione per imporre in Egitto (come del resto altrove) coprifuoco, divieto di incontri pubblici e privati, chiusura dei luoghi di riunione e di culto. Infatti, se in un primo momento il numero ufficiale incredibilmente basso di contagi nel paese4 era valso a giustificare un certo immobilismo sul fronte delle misure socio-sanitarie, la relativa esponenziale crescita registrata durante – e successivamente – il mese del Ramadan ha costretto le autorità a ripensare la strategia d’azione.

Per quanto concerne il regime carcerario nello specifico, quasi ovunque nel mondo l’epidemia di Coronavirus ha sollevato quesiti e dibattiti in merito alla sicurezza, tra gli altri, anche dei carcerati. Spesso e volentieri ai dibattiti hanno fatto seguito concrete misure governative poste a presidio della salute dei detenuti e del personale con essi in stretto contatto; cosicché strategie per contenere i contagi attraverso la riduzione della popolazione carceraria e l’implementazione di pene alternative sono state in effetti applicate diffusamente in Europa (ma anche al di fuori di essa) a favore di detenuti considerati a basso rischio di pericolosità sociale.

L’Egitto, dal canto suo, si è posto in parziale rottura con questo trend, acuendo l’incertezza circa sicurezza e destino dei soggetti ivi sottoposti ad un qualsiasi regime di detenzione. Sono solo recentemente trapelate notizie, tra l’altro ufficiose, concernenti significativi rilasci occorsi durante il mese di maggio. Al Jazeera ha raccontato di circa tremila scarcerazioni avvenute fino ad ora, nessuna delle quali però rivolta a prigionieri politici, vale a dire a coloro che a ragion veduta non dovrebbero nemmeno trovarsi in carcere, ed anzi vengono ivi trattenuti – come detto – in maniera spesso illegale.

Le stesse prigioni poi, simbolo come si diceva della repressione in atto nel paese, sono nel frattempo diventate completamente inaccessibili dall’esterno. E quest’ultimo dato appare particolarmente preoccupante se si pensa che il contatto con parenti ed amici rappresenta non solo fonte di conforto per i detenuti tutti, ma anche e soprattutto una vera e propria garanzia di sopravvivenza per i prigionieri invisi al regime.

Viene da chiedersi se ci si potesse attendere un atteggiamento diverso da un governo che ha fatto della repressione politica ed ideologica il proprio fiore all’occhiello… ciò che è certo è che, ancora una volta, chi rischia di fare maggiormente le spese dell’emergenza in atto sono quei detenuti – invisibili in quanto scomodi – come attivisti per i diritti umani, giornalisti e dissidenti.

Non a caso, in questo ultimo periodo svariate organizzazioni umanitarie si sono unite in un appello di immediata scarcerazione di coloro che hanno la sola di colpa di aver voluto ribellarsi alle violazioni senza precedenti della dittatura in atto.5 E d’altra parte la società civile, congiuntamente all’opinione pubblica italiana ed europea richiedono a gran voce l’intervento delle istituzioni affinché questa sistematica persecuzione, ormai da troppo tempo perpetuata a danno delle più fondamentali libertà umane, incontri un ferma e definitiva condanna.

3.1 Il caso Patrick Zaki.

In questo sistema di abusi e violenze, è stato coinvolto anche Patrick Zaki, cittadino egiziano di 28 anni che dallo scorso settembre frequenta un master europeo all’Università di Bologna. Attivista oltre che studente, dopo aver fatto ritorno in madrepatria agli inizi di febbraio per quella che doveva essere una breve visita alla famiglia, è stato prelevato all’aeroporto dalle autorità locali e trattenuto fino a farne perdere le tracce per le successive 24 ore. In seguito a svariati interrogatori e – a detta dei suoi avvocati e famigliari – anche minacce e torture, Zaki è ora a tutti gli effetti prigioniero presso il carcere di Tora6, destinatario di un provvedimento di carcerazione preventiva con le accuse di: fomentare il rovesciamento del governo, pubblicare notizie false sui social media minando l’ordine pubblico, promuovere l’uso della violenza e istigare al terrorismo. Accuse di propaganda sovversiva decisamente gravi ma nei confronti delle quali il giovane continua a professarsi innocente.

Credits: Laika

Detenuto oramai da cinque mesi senza un regolare processo e privato di contatti esterni dall’inizio della pandemia, la situazione appare inoltre complicata dal fatto che l’udienza per decidere le sorti della misura a suo carico (udienza originariamente fissata a ridosso dell’arresto) continua a subire continui rinvii dovuti dalle restrizioni sanitarie in atto. Non da ultimo, desta preoccupazione l’acclarata condizione di asmatico di Patrick, il che in definitiva lo rende un soggetto a rischio complicazioni in caso di contagio, soprattutto in un ambiente come quello del carcere. 

Per tutta questa serie di ragioni, e considerato come Zaki di fatto non possa rappresentare un pericolo sociale né tantomeno una minaccia per l’integrità delle presunte prove a proprio carico, le autorità egiziane dovrebbero quanto meno accordargli misura alternativa al carcere. Ad oggi però, dopo un totale di sette rinvii ed una convalida succedutisi dal mese di marzo, è difficile prevedere quando questo distorto meccanismo di detenzione arbitraria potrà essere interrotto e nel frattempo è trapelato anche il primo caso di positività all’interno del penitenziario.


4. Conclusioni.

In definitiva, anche se gli sforzi fino ad ora impiegati possono apparire vani, ciò che ognuno di noi può – ed anzi deve – continuare a fare, è parlare, diffondere la conoscenza degli accadimenti in atto. L’unica speranza che giustizia venga fatta per Patrick (e le altre decine di migliaia di prigionieri di coscienza egiziani e non) restano i riflettori dell’opinione pubblica internazionale puntati su quel sistema che ci ha già strappato tanti, troppi uomini e donne incapaci di voltarsi dall’altra parte.

Note

[1]: “The prison regime in Egypt may have directly led to the death of former President Mohamed Morsi, and may be placing the health and lives of thousands more prisoners at severe risk” UN independent experts have said (https://www.ohchr.org/EN/NewsEvents/Pages/DisplayNews.aspx?NewsID=25270&LangID=E)”.

[2]: V. art. 9, par. 3, Patto Internazionale sui diritti civili e politici del 1966.

[3]: L’espressione trae spunto da una dettagliatissima inchiesta pubblicata ad inizio 2020 sul portale indipendente ‘Mada Masr’, relativa appunto all’uso della custodia cautelare come misura punitiva per gli oppositori politici.

[4]: I dati diffusi dal Cairo agli inizi del mese di aprile contavano circa 8000 contagiati ed un totale di 500 morti, su una popolazione che supera i 100 milioni di abitanti.

[5]: Prima tra le tante Amnesty International.

[6]: Il complesso carcerario di Tora è ritenuto uno dei peggiori dell’Egitto e ricomprende quattro prigioni, un ospedale militare e un carcere di massima sicurezza.

Collocato nell’omonima area a sud del Cairo, è noto per i brutali meccanismi repressivi e per le violenze che frequentemente si verificano. Proprio presso Tora il precedente presidente egiziano Mohamed Morsi ha trascorso cinque anni di detenzione; lo scorso 1° Maggio è poi balzato alle cronache per essere stato il luogo in cui si è consumato tra tragica dipartita del giovane regista Shadi Habash, deceduto in condizioni ancora in parte da chiarire.

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